CHARLES DICKENS
IL CIRCOLO PICKWICK
Traduzione di Gianna Lanza

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ALL'AVVOCATO TALFOURD, MEMBRO DEL PARLAMENTO ecc. ecc.

 

       Caro signore,

       se anche non avessi avuto il piacere di esservi amico personale, vi avrei comunque dedicato quest'opera, umile e inadeguato riconoscimento per gli inestimabili servigi da voi resi alla letteratura del vostro paese e per i duraturi benefici da voi garantiti agli autori della generazione presente e di quelle future, assicurando a loro e ai loro discendenti una partecipazione permanente nei diritti d'autore.

       Grazie ai vostri validi sforzi molti cervelli febbrili, molte mani paralizzate acquisteranno nell'ora della malattia e della disperazione nuovo vigore; molte madri vedove e bimbi orfani, che senza il vostro intervento, dalla fama del genio scomparso, non avrebbero raccolto nulla, tranne povertą e sofferenza, attesteranno, con le loro mutate condizioni, il valore del vostro operare meglio di quanto non possano fare i piĚ sperticati elogi formulati da labbra o da penna.

       Accanto a tali tributi, sarebbe davvero poca cosa qualsiasi mia espressione di gratitudine sulla questione alla quale avete dedicato, in ugual misura, la vostra eloquenza, la vostra personalitą, il vostro ingegno. Rendo tuttavia almeno giustizia ai miei sentimenti, se non proprio merito a voi, formulando pubblicamente i sensi della mia profonda riconoscenza per come vi siete adoperato a vantaggio della letteratura inglese e di coloro che si dedicano alla piĚ precaria delle professioni.

       Queste poche frasi avrebbero esaurito tutto quanto avevo da dire, se io avessi conosciuto soltanto l'uomo pubblico. In nome dei sentimenti personali lasciatemi aggiungere qualche parola.

       Accettate questo libro in dedica, mio caro signore, quale segno della mia viva stima e considerazione - a ricordo della piĚ lusinghiera amicizia che abbia mai stretto e di alcune delle piĚ piacevoli ore che abbia mai trascorso, - quale dimostrazione della mia fervente ammirazione per le qualitą del vostro intelletto e del vostro cuore, quale pegno della sinceritą e franchezza con le quali sarė sempre, caro signore,

       il vostro fedele e sincero

       Charles Dickens

 

       48, Doughty Street

       27 settembre 1837

 

PREFAZIONE ALL'EDIZIONE ORIGINALE DEL 1837

 

 

 

       Intento dell'autore con quest'opera Ź stato quello di proporre al lettore una successione ininterrotta di personaggi e avventure, di dipingerli con i colori piĚ brillanti della sua tavolozza, di renderli nello stesso tempo vivi e divertenti.

       Accettando, nel momento di accingersi all'impresa, il giudizio di altri, egli ricorse alla finzione del club, indicatagli come la piĚ adatta allo scopo ma, accorgendosi che l'espediente lo intralciava invece di facilitarlo, via via lo abbandonė convinto che non fosse importante, ai fini dell'opera, garantire al Circolo una sua epica giustizia.

       La pubblicazione in puntate mensili, di sole trentadue pagine l'una, imponeva che fra i diversi episodi ci fosse, da un lato, un filo conduttore in modo da non farli apparire slegati o assurdi e, dall'altro, che la concezione generale fosse abbastanza semplice da non venire compromessa da una modalitą di pubblicazione frammentaria e protratta per non meno di venti mesi. In breve era necessario- almeno cosď parve all'autore- che ogni puntata fosse, in certo modo, conclusa, e che d'altra parte tutti i venti numeri, una volta riuniti, formassero un insieme armonioso, dove da un'avventura si passasse con naturalezza all'altra

       ť ovvio che da un'opera pubblicata in modo da rispondere a queste esigenze non ci si possa aspettare una trama ingegnosa e intessuta con arte. L'autore sí azzarda a esprimere la speranza di essere riuscito a superare queste difficoltą. E se qualcuno obietta che Il Circolo Pickwick Ź soltanto una successione di episodi dove la scena muta di continuo e i personaggi vanno e vengono come fanno gli uomini e le donne della vita reale, l'autore si riterrą soddisfatto pensando che proprio tali i suoi personaggi aspirano a essere e che la stessa obiezione si puė rivolgere alle opere di alcuni fra i maggiori romanzieri in lingua inglese.

       Le pagine che seguono sono state scritte a intervalli cosď come si presentava l'occasione. Composte in un periodo in cui godeva della vicinanza di una carissima amica2 che ora non c'Ź piĚ, ricordano all'autore alcuni dei momenti piĚ felici della sua vita e insieme il suo piĚ acuto e profondo dolore.

       Spetta all'autore delle illustrazioni precisare che l'intervallo fra la realizzazione del testo di ciascuna puntata e la sua stampa fu cosď breve che per la maggior parte le tavole vennero eseguite dall'artista in base a una semplice descrizione fatta verbalmente dall'autore su quanto intendeva scrivere.

       Il favore e la benevolenza senza precedenti con cui il pubblico ha accolto queste pagine sarą sempre per l'autore, finché vivrą, fonte imperitura di soddisfazione e bei ricordi. Egli confida che in questo libro non un solo episodio né una sola espressione siano tali da far arrossire la guancia perfino della persona piĚ sensibile, né da ferirne l'animo. Se questa imperfetta narrazione, nel mentre fornisce una lettura divertente, riuscirą anche a ispirare, seppure in un solo lettore, una visione piĚ lieta e luminosa della natura umana, I'autore sarą orgoglioso e felice di aver ottenuto tale risultato.

 

PREFAZIONE ALL'EDIZIONE ECONOMICA DEL 1847

 

 

 

       L'autore che in una prefazione ha molte cose da dire e si aspetta che vengano lette Ź simile a chi, afferrando un amico per un bottone vicino all'ingresso al teatro, cerca di intrattenerlo con qualche pettegolezzo personale, prima di lasciarlo entrare a godersi lo spettacolo.

       Tuttavia, siccome di prefazioni, sebbene poco lette, ne vengono continuamente scritte, senza dubbio a vantaggio di quel personaggio cosď riccamente e disinteressatamente dotato che Ź la posteritą (la quale sarą erede di un patrimonio immenso), io voglio aggiungere il mio legato alla memoria collettiva: oltre dieci anni, infatti, sono trascorsi da quando Il Circolo Pickwick apparve in forma completa e quasi dodici da quando fu pubblicata la prima puntata mensile.

       Nella prefazione all'edizione originale si disse che intento dell'opera era di proporre personaggi ed episodi divertenti, che non si era progettata una trama complessa - né all'epoca l'autore l'avrebbe considerata possibile, data la modalitą frammentaria della pubblicazione - che l'espediente del club, dimostratosi macchinoso da sviluppare, era stato a poco a poco abbandonato con il proseguire della narrazione. Sebbene su uno di questi punti l'esperienza e lo studio mi abbiano da allora insegnato qualcosa, e oggi forse auspicherei un filo narrativo piĚ forte fra i vari capitoli, questi, tuttavia, sono quanto volevano essere.

       Nel corso di questi dodici anni ho letto vari resoconti su come nacquero le pagine del Circolo Pickwick, e almeno per me hanno tutti il fascino della novitą assoluta. Poiché dalla sporadica comparsa di tali cronistorie sono indotto a credere che i lettori abbiano interesse all'argomento, voglio raccontare come l'opera venne a esistere.

       Ero un giovanotto di ventitré anni quando gli editori, incuriositi da alcuni pezzi che all'epoca scrivevo per il giornale Morning Chronicle (una serie di questi articoli Ź stata di recente raccolta e pubblicata in due volumi illustrati dal mio stimato amico Mr George Cruikshank), mi interpellarono per propormi un qualcosa da pubblicare a fascicoli - prezzo di ogni dispensa: uno scellino. All'epoca la cosa evocava in me e in tutti, credo, l'oscura, indistinta immagine di certi interminabili romanzi che, circa venticinque anni fa, venivano distribuiti in provincia dai venditori ambulanti e su alcuni dei quali rammento di aver versato copiose lacrime prima di cimentarmi nel tirocinio della vita.

       Quando aprii la porta dell'alloggio in Furnival's Inn al socio rappresentante della casa editrice, riconobbi in lui la persona dalle cui mani avevo acquistato due o tre anni prima e che da allora non avevo piĚ incontrato, la prima copia del giornale sul quale appariva, in tutta la gloria della stampa, il mio primo parto letterario, lasciato cadere furtivamente, una sera al crepuscolo, con batticuore e mano tremante, in una buia cassetta delle lettere, in un buio ufficio postale, in un buio cortile di Fleet Street. In quella occasione- come me ne ricordo bene! - avevo raggiunto Westminster Hall e lď mi ero aggirato per mezz'ora perché i miei occhi erano cosď offuscato dalla gioia e dall'orgoglio da non poter sopportare la vista della strada né da poter essere visti per strada. Raccontai all'ospite quella coincidenza, ed entrambi la considerammo di buon auspicio, quindi parlammo di lavoro.

       Il progetto era che io dovessi scrivere mensilmente un qualcosa che facesse da corredo a certe tavole che sarebbero state realizzate da Mr Seymour. L'idea - non so se suggerita da quell'ammirevole caricaturista o dal mio ospite - era di introdurre le illustrazioni imperniandole su un club chiamato Nimrod, i membri del quale, andando in giro a caccia, a pesca e cosď via, si mettevano nei guai per mancanza di destrezza. Valutando la proposta, obiettai che, seppur nato e cresciuto in provincia, non ero un grande sportivo, tranne per quanto riguardava le diverse forme di locomozione, che l'idea non era originale, anzi era stata molto sfruttata, che sarebbe stato meglio se le tavole fossero spontaneamente scaturite dal testo, che avrei preferito assecondare la mia vena e spaziare piĚ liberamente nel mondo e nella societą inglese, e che avrei finito, temevo, in ogni caso per fare cosď, qualunque fosse stata la linea di partenza. Accettata che fu questa impostazione, pensai a Mr Pickwick e scrissi il primo numero: sulla base delle bozze Mr Seymour realizzė la tavola del club e quel felice ritratto del suo fondatore, che ormai lo identifica e che si puė dire abbia fatto di lui una realtą. Collegai Mr Pickwick a un club a causa del suggerimento originario e vi inserii Mr Winkle perché serviva a Mr Seymour. Cominciammo con un fascicolo di ventiquattro pagine invece di trentadue, e con quattro illustrazioni invece di due. L'improvvisa morte del compianto Mr Seymour, prima del secondo fascicolo, ci indusse a prendere una decisione improvvisa in relazione a un punto gią dibattuto; il numero delle pagine delle dispense salď a trentadue con due tavole e tale rimase l'assetto fino alla fine. I miei amici mi dissero che si trattava di una forma di pubblicazione di qualitą scadente e poco remunerativa che avrebbe distrutto le mie speranze nascenti: quanto ragione avessero oggi tutti sono in grado di giudicare.

       «Boz», lo pseudonimo con cui mi firmavo sul Morning Chronicle, apparso sulla copertina di questo libro e conservato a lungo dopo, era il soprannome di un bimbo, un mio fratellino da me prediletto, che avevo chiamato Moses in onore del Vicario di Wakefield. Il quale nome pronunciato con il naso divenne Boses e quindi abbreviato in Boz. «Boz» era lessico famigliare molto tempo prima che diventassi scrittore, e cosď lo adottai.

       ť stato osservato che c'Ź un deciso mutamento nel carattere di Mr Pickwick, via via che la narrazione procede, e il protagonista che si fa personaggio migliore e piĚ saggio. Non penso che i miei lettori considereranno forzato e innaturale il mutamento, se si soffermeranno a riflettere che, nella vita vera, le bizzarrie e la peculiaritą di un uomo un po' stravagante sono quelle che piĚ ci colpiscono di primo acchito e che, soltanto quando lo conosciamo meglio, cominciamo a guardare al di sotto dei tratti superficiali e a capire il lato piĚ bello della sua natura.

       Se poi ci sono persone bene intenzionate che non colgono la differenza (alcuni infatti non ci riuscirono quando fu pubblicato Old Mortality) fra la religione e l'apparenza della religione, fra la caritą e la finzione della caritą, fra l'umile riverenza verso le grandi veritą della Scrittura e l'audace, insultante abuso della sua lettera, non del suo spirito, nelle piĚ comuni divergenze e nelle piĚ meschine circostanze della vita con la conseguenza di confondere le menti ignoranti, a costoro diciamo chiaramente che Ź soltanto il secondo aspetto, mai il primo, a essere messo in ridicolo in queste pagine. Anzi, che il secondo diventa oggetto di satira perché, come insegna l'esperienza, Ź incompatibile con il primo, inconciliabile con esso, perché si tratta di ipocrisia perfida e odiosa non importa se al momento si acquatta a Exeter Hall, nella Ebenezer Chapel o in entrambe. Forse apparirą superfluo ribadire una veritą tanto ovvia, ma non Ź mai inopportuno insorgere contro quella volgare frequentazione del sacro che Ź veloce di lingua e lenta di cuore, oppure protestare contro la confusione del cristianesimo con quella classe di persone che, per usare le parole di Swift, ha abbastanza religione per odiare, ma non a sufficienza per amare.

       Guardando le pagine di questa ristampa, mi Ź sembrato interessante e curioso osservare i progressi sociali che, seppure impercettibilmente, si sono compiuti da quando furono scritte. L'arroganza degli avvocati, lo strapotere nei confronti della giuria che riescono a mettere in confusione sono suscettibili di ulteriori correzioni; rientra anche nell'ambito delle possibilitą il miglioramento del sistema elettorale. Ma la riforma del meccanismo legale ha tagliato gli artigli di Dodson e Fogg; nei loro uffici, fra gli impiegati, Ź invalso uno spirito di autostima, di reciproca tolleranza, di educazione e cooperazione per il raggiungimento di questi giusti scopi; sono state riunite sedi di uffici un tempo distanti a vantaggio e per la comoditą del pubblico e per la sicura distruzione, con l'andar del tempo, di una massa di meschine gelosie, di cecitą e pregiudizi, che si sono sempre ritorti contro la gente; le norme sul carcere per debiti sono state mutate e la prigione di Fleet Street Ź stata demolita.

       Tale retrospettiva su un periodo di tempo cosď breve alimenta in me la speranza che con ogni volume di questa edizione potrė salutare la fine di qualcuno dei torti e abusi denunciati nell'opera. Chissą che prima dell'esaurimento dell'edizione non si scopra che ci sono funzionari, in cittą e in provincia, ai quali Ź stato insegnato a stringere la mano al Buon Senso e alla Giustizia; che perfino la legislazione assistenziale puė aver pietą dei deboli, dei vecchi, dei disperati, che la scuola, ispirata in senso lato ai principi cristiani, puė essere il miglior ornamento in tutto il paese; che le porte delle prigioni possono essere sbarrate dall'esterno in modo altrettanto sicuro e saldo di quanto lo sono dall'interno; che la distribuzione universale delle risorse per una vita dignitosa e sana Ź il diritto del piĚ povero dei poveri oltre ad essere misura indispensabile alla sicurezza dei ricchi e dello Stato; che pochi organismi ed enti - meno di gocce nel grande oceano dell'umanitą che rumoreggia intorno a loro - non devono poter scatenare febbre e consunzione a piacimento contro le creature di Dio o poter suonare con i loro violini una macabra danza della Morte.

       E a dimostrazione che la letteratura economica non Ź arretrata rispetto ai tempi, ma tiene il passo e si adopera nel suo intento, io confido che questa ristampa possa avere buona compagnia.

 

Londra, settembre 1847

 

PREFAZIONE ALL'EDIZIONE DEL 1867

 

 

 

       Nella prefazione all'edizione originale si disse che intento dell'opera era di proporre personaggi ed episodi divertenti, che non si era progettata una trama complessa - né all'epoca l'autore l'avrebbe considerata possibile, data la modalitą frammentaria della pubblicazione- che l'espediente del club, dimostratosi macchinoso da sviluppare, era stato a poco a poco abbandonato con il proseguire della narrazione. Sebbene su uno di questi punti l'esperienza e lo studio mi abbiano da allora insegnato qualcosa, e oggi forse auspicherei un filo narrativo piĚ forte fra i vari capitoli, questi, tuttavia, sono quanto volevano essere.

       Ho letto vari resoconti su come nacquero le pagine del Circolo Pickwick, e almeno per me hanno tutti il fascino della novitą assoluta. Poiché dalla sporadica comparsa di tali cronistorie sono indotto a credere che i lettori abbiano interesse all'argomento, voglio raccontare come l'opera venne a esistere.

       Ero un giovanotto di ventitré anni quando gli editori, Chapman e Hall, incuriositi da alcuni pezzi che all'epoca scrivevo per il giornale Morning Chronicle o avevo appena scritto per l'Old Monthly Magazine (una serie di questi articoli Ź stata di recente raccolta e pubblicata in due volumi illustrati da Mr George Cruikshank), mi interpellarono per propormi un qualcosa da pubblicare a fascicoli- prezzo di ogni dispensa: uno scellino. All'epoca la cosa evocava in me e in tutti, credo, I'oscura, indistinta immagine di certi interminabili romanzi che, circa venticinque anni fa, venivano distribuiti in provincia dai venditori ambulanti e su alcuni dei quali rammento di aver versato copiose lacrime prima di cimentarmi nel tirocinio della vita.

       Quando aprii la porta dell'alloggio in Furnival's Inn al socio rappresentante della casa editrice, riconobbi in lui la persona dalle cui mani avevo acquistato due o tre anni prima e che da allora non avevo piĚ incontrato, la prima copia del giornale sul quale appariva, in tutta la gloria della stampa, il mio primo parto letterario - un pezzo degli Sketches intitolato Mr Minns and his Cousin - lasciato cadere furtivamente, una sera al crepuscolo, con batticuore e mano tremante in una buia cassetta delle lettere, in un buio ufficio postale, in un buio cortile di Fleet Street. In quella occasione - come me ne ricordo bene! - avevo raggiunto Westminster Hall e lď mi ero aggirato per mezz'ora perché i miei occhi erano cosď offuscati dalla gioia e dall'orgoglio da non poter sopportare la vista della strada né da poter essere visti per strada. Raccontai all'ospite quella coincidenza, ed entrambi la considerammo di buon auspicio, quindi parlammo di lavoro.

       Il progetto era che io dovessi scrivere mensilmente un qualcosa che facesse da corredo a certe tavole che sarebbero state realizzate da Mr Seymour. L'idea - non so se suggerita da quell'ammirevole caricaturista o dal mio ospite - era di introdurre le illustrazioni imperniandole su un club chiamato Nimrod, i membri del quale, andando in giro a caccia, a pesca e cosď via, si mettevano nei guai per mancanza di destrezza. Valutando la proposta, obiettai che, seppur nato e cresciuto in provincia, non ero un grande sportivo, tranne per quanto riguardava le diverse forme di locomozione, che l'idea non era originale, anzi era stata molto sfruttata, che sarebbe stato meglio se le tavole fossero spontaneamente scaturite dal testo che avrei preferito assecondare la mia vena e spaziare piĚ liberamente nel mondo e nella societą inglese, e che avrei finito, temevo, in ogni caso per fare cosď, qualunque fosse stata la linea di partenza. Accettata che fu questa impostazione, pensai a Mr Pickwick e scrissi il primo numero: sulla base delle bozze Mr Seymour realizzė la tavola del club e quel felice ritratto del suo fondatore: quest'ultimo riflette la descrizione fatta da Mr Chapman dell'abbigliamento e portamento di un personaggio in carne e ossa. Collegai Mr Pickwick a un club a causa del suggerimento originario e vi inserii Mr Winkle perché serviva a Mr Seymour. Cominciammo con un fascicolo di ventiquattro pagine invece di trentadue, e con quattro illustrazioni invece di due. L'improvvisa morte del compianto Mr Seymour, prima del secondo fascicolo, ci indusse a prendere una decisione improvvisa in relazione a un punto gią dibattuto; il numero delle pagine delle dispense salď a trentadue con due tavole e tale rimase l'assetto fino alla fine.

       Sono costretto, a malincuore, a prendere atto di alcune affermazioni assurde e inconsistenti, messe in giro dichiaratamente nell'interesse di Mr Seymour, per dimostrare che, nella creazione di questo libro o di qualche sua sezione, egli ebbe una parte, non definita con chiarezza nel precedente paragrafo.

       Con tutto il rispetto che devo alla memoria di un compagno d'arte e a me stesso, mi limiterė a indicare qui i fatti:

       Mr Seymour non inventė né creė nessun episodio, nessuna frase, nessuna parola di questa opera. Mr Seymour morď quando erano state pubblicate soltanto ventiquattro pagine del libro e non ne erano state scritte ancora quarantotto. Credo di non aver mai visto in vita mia la calligrafia di Mr Seymour. Incontrai soltanto una volta Mr Seymour - due sere prima che morisse- e in quella occasione, di sicuro, non fornď alcuno spunto. Due persone erano presenti, entrambe in vita, che, perfettamente al corrente dei fatti, mi hanno rilasciato testimonianza scritta. Da ultimo Mr Edward Chapman (il socio superstite della casa editrice Chapman and Hall) ha messo per iscritto, perché sia conservato, quanto lui stesso sa sulle origini e la realizzazione dell'opera, sulla mostruositą delle meschine affermazioni in merito e (circostanziando i fatti) della palese impossibilitą che corrispondano al vero. Attenendomi all'impegno di tolleranza prescrittomi, non citerė il resoconto di Mr Edward Chapman su come, in una certa occasione, il suo defunto socio abbia reagito davanti alle pretese in questione.

       «Boz», lo pseudonimo con cui mi firmavo sul Morning Chronicle e nell'Old Monthly Magazine, apparso sulla copertina di questo libro e conservato a lungo dopo, era il soprannome di un bimbo, un fratellino da me prediletto, che avevo chiamato Moses in onore del Vicario di Wakefield. Il quale nome pronunciato con il naso divenne Boses e quindi abbreviato in Boz. «Boz» era lessico famigliare molto tempo prima che diventassi scrittore, e cosď lo adottai.

       ť stato osservato che c'Ź un deciso mutamento nel carattere di Mr Pickwick, via via che la narrazione procede, e che si fa personaggio migliore e piĚ saggio. Non penso che i miei lettori considereranno forzato e innaturale il mutamento, se si soffermeranno a riflettere che nella vita vera le bizzarrie e le peculiaritą di un uomo un po' stravagante sono quelle che piĚ ci colpiscono di primo acchito e che soltanto quando lo conosciamo meglio cominciamo a guardare al di sotto dei tratti superficiali e a capire la parte migliore di lui.

       Se poi ci sono persone bene intenzionate che non colgono la differenza (alcuni infatti non ci riuscirono quando fu pubblicato Old Mortality) fra la religione e l'apparenza della religione, fra la caritą e la finzione della caritą, fra l'umile riverenza verso le grandi veritą della Scrittura e l'audace, insultante abuso della sua lettera, non del suo spirito nelle piĚ comuni divergenze e nelle piĚ meschine circostanze della vita con la conseguenza di confondere le menti ignoranti, a costoro diciamo chiaramente che Ź soltanto il secondo aspetto, mai il primo, a essere messo in ridicolo in queste pagine. Anzi, che il secondo diventa oggetto di satira perché, come insegna l'esperienza, Ź incompatibile con il primo, inconciliabile con esso, perché si tratta di ipocrisia perfida e odiosa non importa se al momento si acquatta a Exeter Hall, nella Ebenezer Chapel o in entrambe. Forse apparirą superfluo ribadire una veritą tanto ovvia, ma non Ź mai inopportuno insorgere contro quella volgare frequentazione del sacro che Ź veloce di lingua e lenta di cuore, oppure protestare contro la confusione del cristianesimo con quella classe di persone che, per usare le parole di Swift, ha abbastanza religione per odiare, ma non a sufficienza per amare.

       Guardando le pagine di questa ristampa, mi Ź sembrato interessante e curioso osservare i progressi sociali che, seppure impercettibilmente, si sono compiuti da quando furono scritte. L'arroganza degli avvocati, lo strapotere nei confronti della giuria che riescono a mettere in confusione sono suscettibili di ulteriori correzioni, rientra anche nell'ambito delle possibilitą il miglioramento del sistema elettorale. Ma la riforma del meccanismo legale ha tagliato gli artigli di Dodson e Fogg; nei loro uffici, fra gli impiegati, Ź invalso uno spirito di autostima, di reciproca tolleranza, di educazione e cooperazione per il raggiungimento di questi giusti scopi; sono state riunite sedi di uffici un tempo distanti a vantaggio e per la comoditą del pubblico e per la sicura distruzione, con l'andar del tempo, di una massa di meschine gelosie, di cecitą e pregiudizi che si sono sempre ritorti soltanto contro la gente; le norme sul carcere per debiti sono state mutate e la prigione di Fleet Street Ź stata demolita.

       Chissą che prima dell'esaurimento dell'edizione non si scopra che ci sono funzionari, in cittą e in provincia, ai quali Ź stato insegnato a stringere la mano al Buon Senso e alla Giustizia; che perfino la legislazione assistenziale puė aver pietą dei deboli, dei vecchi, dei disperati; che la scuola, ispirata in senso lato ai principi cristiani, puė essere il miglior ornamento in tutto il paese; che le porte delle prigioni possono essere sbarrate dall'esterno in modo altrettanto sicuro e saldo di quanto lo sono dall'interno; che la distribuzione universale delle risorse per una vita dignitosa e sana Ź il diritto del piĚ povero dei poveri oltre ad essere misura indispensabile alla sicurezza dei ricchi e dello Stato; che pochi organismi ed enti- meno di gocce nel grande oceano dell'umanitą che rumoreggia intorno a loro - non devono poter scatenare febbre e consunzione a piacimento contro le creature di Dio o poter suonare con i loro miseri violini una macabra danza della Morte.

 

PERSONAGGI

 

 

 

MISS ALLEN, zia di Arabella Allen

ARABELLA ALLEN, l'affascinante sorella di Ben Allen

BENJAMIN ALLEN, fratello di Arabella, studente di medicina, amico di Bob Sawyer

MR AYRELSLEIGH, debitore di mezza etą trattenuto nell'ufficio di Mr Namby

JACK BAMBER, amico di Mr Lowten, racconta La storia dello strano cliente

ANGELO CYRUS BANTAM, Esquire, M.C., l'elegante Maestro di cerimonie di Bath

MARTHA BARDELL, piacente vedova, padrona di casa di Mr Pickwick

TOMMY BARDELL, figlio di Mrs Bardell

BETSY, domestica di Mrs Raddle

PRINCIPE BLADUD, l'infelice figlio di re Lud

MR BLOTTON (di Aldgate), polemico membro del Circolo Pickwick

CAPITANO BOLDWIG, fiero proprietario terriero

AVVOCATO BUZFUZ, difensore della parte attrice nella causa Bardell contro Pickwick

ELIZABETH CLUPPINS, amica di Mrs Bardell

COMMESSO VIAGGIATORE, uomo simpatico e spiritoso che sa raccontare

MRS CRADDOCK, padrona di casa di Mr Pickwick a Bath

TOM CRIPPS, fattorino di Bob Sawyer a Bristol

MR DODSON, procuratore della parte attrice, un ometto grassottello, dall'aria affaccendata

MR DOWLER, ex ufficiale dell'esercito, di fiero aspetto, in visita a Bath insieme ai ickwickiani

MRS DOWLER, la simpatica e graziosa moglie di Mr Dowler

MR DUBBLEY, capo del corpo di agenti speciali di Ipswich

JOHN EDMUNDS, il forzato protagonista della storia Il ritorno del forzato

HORATIO FIZKIN, Esquire, di Fizkin Lodge, candidato Giallo al Parlamento

WILKINS FLASHER, agente di borsa

MR FOGG, procuratore per la parte attrice, uomo anziano dalla faccia brufolosa, il tipo del vegetariano

GOODWIN, domestica e complice di Mrs Pott

GABRIEL GRUB, becchino scontroso, portato via dai folletti

DANIEL GRUMMER, agente speciale di Ipswich

MR GUNTER, invitato di Bob Sawyer

MR HARRIS, ossequioso erbivendolo di Bath

GEORGE HEYLING, lo «strano cliente» dall'animo vendicativo

JACK HOPKINS, studente di medicina e amico di Bob Sawyer

LUD HUDIBRAS, potente re di Britannia

ANTHONY HUMM, presidente della Lega antialcolica di Ebenezer, sezione di Brick Lane

LEO HUNTER, il compassato marito di Mrs Hunter, La Tana, Eatanswill

MRS HUNTER, padrona di casa e autrice dell'Ode a una rana morente

JEM HUTLEY (Jemmy il Mesto), allampanato attore povero, fratello di Job Trotter

MR JACKSON, impiegato dello studio Dodson & Fogg

ALFRED JINGLE, attore itinerante

MR JINKS, impiegato di Mr Nupkins

JOE (il ragazzotto grasso), domestico di Mr Wardle, che mangia e dorme a dismisura

JOHN, il guitto morente, protagonista del Racconto di un saltimbanco

MR LOBBS, ricco sellaio di carattere irascibile

MARIA LOBBS, la ridente figlia dagli occhi neri di Mr Lobbs

MR LOWTEN, impiegato di Mr Perker

PETER MAGNUS, corteggiatore geloso di Miss Witherfield

MR MARTIN, lo scontroso stalliere della zia di Arabella

JACK MARTIN, zio del commesso viaggiatore guercio

MARY, la graziosa servetta al servizio di Mr Nupkins e successivamente di Arabella Allen

MR MILLER, l'ometto cocciuto, ospite a Dingley Dell

MR MILVINS (Zefiro), prigioniero nella Fleet

MUZZLE, lacchŹ di Mr Nupkins, amico della cuoca

MR NAMBY, vicesceriffo dall'abbigliamento vistoso

MR NODDY, ospite di Bob Sawyer

MRS NUPKINS, moglie altezzosa e bisbetica di Mr Nupkins

GEORGE NUPKINS, Esquire, sindaco e magistrato capo di Ipswich

HENRIETTA NUPKINS, la figlia ambiziosa di Mr Nupkins

PASTORE di Dingley Dell, signore calvo, simpatico, pieno di bonomia

DOTTOR PAYNE, del 43° reggimento, amico del dottor Slammer

SOLOMON PELL, omaccione asmatico, procuratore presso la corte dei debitori insolventi

MR PERKER, procuratore del Gray's Inn, rappresenta Mr Pickwick nella causa Bardell ed Ź agente elettorale di Mr Slumkey a Eatanswill

MR PHUNKEY, procuratore dell'avvocato Snubbin nella causa Bardell contro Pickwick

SAMUEL PICKWICK, uomo d'affari a riposo, fondatore del Circolo Pickwick

NATHANIEL PIPKIN, maestro parrocchiale, ometto innocuo e inerme, innamorato di Maria Lobbs

MR POTT, polemico direttore della Gazzetta di Eatanswill

MRS POTT, moglie di Mr Pott, donna prepotente, soggetta a crisi isteriche

MR PRICE, giovanotto rozzo e volgare, trattenuto nell'ufficio di Mr Namby

PRUFFLE, domestico di un anziano signore con il pallino della scienza

MR RADDLE, marito spaurito di Mrs Raddle

MARY ANN RADDLE, padrona di casa di Bob Sawyer a Lant Street; sorella di Mrs Cluppins

MRS ROGERS, inquilina di Mrs Bardell

TOM ROKER, secondino della Fleet

MRS SUSANNAH SANDERS, amica grassa di Mrs Bardell; ha un gran faccione

BOB SAWYER, rumoroso studente di medicina; in seguito titolare di uno studio a Bath

FRANK SIMMERY, signore che ama scommettere

DOTTOR SLAMMER, medico del 97° reggimento, caserma di Chatham

Onorevole SAMUEL SLUMKEY, di Slumkey Hall, candidato Blu per il Parlamento

MR SLURK, direttore dell'Indipendente di Eatanswill

TOM SMART, viaggiatore di commercio per la ditta Bilson e Slum, amico dello zio del commesso viaggiatore

JOHN SMAUKER, lacchŹ di Angelo Cyrus Bantam, M.C.

MR SMOUCH, aiutante scalcagnato di Mr Namby

AUGUSTUS SNODGRASS, aspirante poeta, ex pupillo di Mr Pickwick

Avvocato SNUBBIN, difensore di Mr Pickwick

MR STARELEIGH, giudice nella causa Bardell contro Pickwick

Reverendo MR STIGGINS, vicepastore dal naso rosso

Tenente TAPPLETON, il secondo del dottor Slammer

MISS TOMKINS, direttrice del convitto per signorine

JOB TROTTER, domestico di Mr Jingle

MR TRUNDLE, genero di Mr Wardle, marito di Isabella

MR TUCKLE (Tizzone Ardente), lacchŹ a Bath

TRACY TUPMAN, robusto e romantico scapolo di mezz'etą

MR WARDLE, generoso e ospitale proprietario di Manor Farm, Dingley Dell

MRS WARDLE, madre di Mr Wardle, saltuariamente sorda

EMILY WARDLE, vivace e civettuola figlia di Mr Wardle

ISABELLA WARDLE, simpatica e attraente figlia di Mr Wardle, moglie di Mr Trundle

RACHAEL WARDLE, sorella zitella di Mr Wardle, di etą incerta

SAMUEL WELLER, lustrascarpe nella locanda del Cervo Bianco in seguito domestico di Mr Pickwick

SUSAN CLARKE WELLER, seconda moglie di Tony Weller, matrigna di Sam Weller, padrona della locanda Marchese di Granby a Dorking

TONY WELLER, omaccione dalla faccia rossa, padre di Sam Weller, vetturino

MR WHIFFERS, lacchŹ in livrea arancione

MR WINKLE senior, mercante di Birmingham

NATHANIEL WINKLE, sportivo dilettante

MISS WITHERFIELD, signorina di mezza etą con i bigodini gialli

 

I • I MEMBRI DEL CIRCOLO PICKWICK

 

 

 

       Il primo raggio di luce che dissipa l'oscuritą e tramuta in fulgido chiarore le tenebre - fitte, fitte - intorno agli albori della carriera pubblica dell'immortale Pickwick, scaturisce da una riflessione sulla seguente relazione allegata agli Atti del Circolo Pickwick. E tale relazione il curatore di queste pagine si compiace in massimo grado di proporre ai lettori, a testimonianza dell'accuratezza scrupolosa, dell'indefesso studio, del ponderato discernimento che hanno contraddistinto le ricerche fra la gran massa di documenti a lui affidati.

       «12 maggio, 1827. Presidente Joseph Smiggers, Esquire, VPPMCP. All'unanimitą viene votata la seguente risoluzione:

       «Con illimitato compiacimento e incondizionato plauso questa Associazione prende atto della relazione di Samuel Pickwick, Esquire. PGMCP, dal titolo: Riflessioni sulle scaturigini degli stagni di Hampstead con alcune note sulla teoria dei lumaconi. Al detto Samuel Pickwick, Esquire, PGMCP, questa Associazione porge i piĚ sentiti ringraziamenti per quanto sopra.

       «Questa Associazione, attenta e profondamente sensibile ai vantaggi che verranno alla scienza dalla succitata relazione - nonché dalle indefesse ricerche condotte da Samuel Pickwick, Esquire, PGMCP, a Hornsey, Highgate, Brixton, Camberwell - non puė esimersi dall'esprimere profonda soddisfazione per gli inestimabili benefici di cui, senza dubbio, si avvarranno il progresso della conoscenza e la diffusione della cultura se questo illustre dotto amplierą l'ambito della propria ricerca speculativa, estenderą la portata dei suoi viaggi, allargherą, di conseguenza, il proprio raggio di osservazione.

       «Visto quanto sopra, questa Associazione ha attentamente valutato la proposta avanzata dal detto Samuel Pickwick, Esquire, PGMCP, e da altri tre soci del Circolo, qui di seguito indicati, per costituire una nuova sezione di Pickwickiani Uniti, denominata «Inviati speciali del Circolo Pickwick».

       «Questa Associazione autorizza e approva tale proposta.

       «Con il presente atto viene perciė costituita la sezione degli Inviati speciali del Circolo Pickwick e vengono eletti e nominati membri della stessa Samuel Pickwick, Esquire, PGMCP, Tracy Tupman, Esquire, MCP, Augustus Snodgrass, Esquire, MCP, Nathaniel Winkle, Esquire, MCP. I citati soci si impegnano a inoltrare, di volta in volta, al Circolo Pickwick, con sede a Londra, rapporti vidimati e autenticati che attestino i viaggi fatti e le ricerche svolte, che riportino i giudizi su uomini e costumi a illustrazione delle avventurose esperienze da loro vissute, nonché rapporti verbali e documenti scritti ispirati dall'ambiente naturale e dalla varietą sociale.

       «Questa Associazione si dichiara lieta di sottoscrivere il principio in base al quale alle spese di viaggio provvedono in proprio gli stessi Inviati speciali. L'Associazione stessa, inoltre, non ha obiezioni a che, ferme restando le suddette condizioni, i membri della citata sezione svolgano le loro ricerche per tutto il tempo che riterranno opportuno.

       «Questa Associazione, nel valutare la proposta, formulata dai membri della citata sezione di Inviati speciali, di tenere a proprio carico le spese postali e di trasporto dei pacchi si compiace di accoglierla e delibera che ne sia data comunicazione agli interessati, come di fatto avviene, con il presente atto. Questa Associazione ritiene tale proposta degna delle nobili menti che l'hanno ispirata e con il presente atto significa la propria incondizionata adesione alla stessa».

       Un osservatore casuale, aggiunge il segretario, ai cui appunti noi dobbiamo la relazione che segue, un osservatore casuale probabilmente non avrebbe notato nulla di straordinario nella testa pelata e negli occhialetti tondi puntati diritti su di lui (il segretario) mentre era intento a leggere le suddette delibere; ma per chi sapeva che dietro quella fronte era al lavoro il gigantesco cervello di Pickwick e che dietro quelle lenti brillava ammiccante lo sguardo radioso di Pickwick, lo spettacolo era davvero di grande interesse. Lď era assiso l'uomo che aveva scoperto le scaturigini degli insondabili stagni di Hampstead e aveva messo in subbuglio la comunitą scientifica con la sua «teoria dei lumaconi»; lď se ne stava, calmo e imperturbabile, come le profonde acque degli uni in una giornata di gelo, o come il solitario esemplare degli altri nei riposti recessi di un vaso di argilla. E quanto piĚ interessante si fece lo spettacolo quando, animandosi tutto, quell'uomo illustre nel pieno rigoglio delle proprie energie vitali, lentamente salď sulla sedia Windsor che l'aveva accolto assiso, e si rivolse ai soci del Circolo da lui stesso fondato, mentre i suoi seguaci prorompevano nell'ovazione «Pickwick». Che occasione per un artista quella scena cosď intensa! L'eloquente Pickwick! Una mano nascosta con grazia dietro le code della giacca, l'altra ondeggiante nell'aria a dar vigore alle sue ispirate parole, in una posizione sopraelevata che rivelava allo sguardo le brache attillate e le ghette - del tutto insignificanti se avessero rivestito un uomo qualunque, incutevano invece timore reverenziale e rispetto, quando a rivestir loro, se ci Ź lecito usare questa espressione, era Pickwick - attorniato dagli uomini che si erano offerti di condividere i pericoli del viaggio ed erano destinati a partecipare alla gloria del trionfo derivante dalle sue scoperte! Alla sua destra sedeva Mr Tracy Tupman, il sensibilissimo Tupman che all'avvedutezza del giudizio e all'esperienza dell'etą matura univa l'entusiasmo e l'ardore di un ragazzo nella piĚ avvincente e perdonabile delle debolezze umane: l'amore. Il tempo e qualche peccatuccio di gola avevano espanso quella forma una volta romantica; il panciotto di seta nera si era andato vieppiĚ sviluppando; sotto, centimetro dopo centimetro, la catena d'oro dell'orologio era scomparsa dal campo visivo di Mr Tupman; un po' alla volta, il voluminoso mento aveva sconfinato oltre la cravatta bianca: ma l'animo di Tupman non era mutato, e l'ammirazione per il bel sesso era ancora la passione dominante. Sulla sinistra del grande maestro sedeva il poetico Snodgrass e, vicino a lui, lo sportivo Winkle: il primo, liricamente avviluppato in una misteriosa giacca blu con un collare di pelle canina; il secondo, addobbato in modo da dare ancora piĚ lustro a un giaccone verde da caccia, a una sciarpa scozzese di lana e a un paio di attillatissimi calzoni da cavallerizzo.

       L'orazione che Mr Pickwick pronunciė in questa circostanza, unitamente al dibattito che ne seguď, risulta dai verbali del Circolo. Entrambi presentano profonde somiglianze con gli interventi di altre insigni associazioni e, poiché Ź sempre di sommo interesse mettere in luce le affinitą che esistono nel modo di procedere dei grandi uomini, riportiamo in queste pagine il documento.

       Mr Pickwick richiamė l'attenzione di tutti (cosď attesta il segretario) sul fatto che ad ogni essere umano sta a cuore la fama. Stava a cuore dell'amico Snodgrass la fama poetica; stava a cuore dell'amico Tupman la fama di seduttore, il desiderio di conquistarsi la fama negli sport della terra, dell'aria, dell'acqua era vivissimo nel cuore del suo amico Winkle. Lui (Pickwick) non negava di essere guidato dalle passioni umane e dai sentimenti umani (applausi) - e, chissą, anche dalle debolezze degli uomini (grida di «No») - ma una cosa gli premeva mettere in chiaro ed era che, se anche la fiamma della vanitą gli avvampava in petto, a estinguerla con grande efficacia sorgeva il desiderio di essere, anzitutto, di beneficio al genere umano. Il desiderio del trionfo era brama irruenta, l'amore per gli uomini era lungimirante saggezza (calorosi applausi). Si era sentito avvampare di orgoglio - lo ammetteva senza riluttanza: che i nemici sfruttassero pure quella confessione - sď, aveva provato grande orgoglio quando aveva offerto e illustrato al mondo intero la sua «teoria dei lumaconi»; forse sarebbe diventata famosa, forse no. (Un grido: «Lo Ź» seguito da fragorosi applausi). Faceva sua l'affermazione dell'onorevole socio che si era appena espresso: sď, la teoria era celebre; ma se pure la fama del trattato si fosse estesa fino agli estremi confini del mondo, la fierezza derivante dalla consapevolezza di essere autore di quell'opera sarebbe stata nulla se paragonata all'orgoglio che, nel guardarsi intorno, sentiva in quel momento, il piĚ glorioso della sua vita. (Applausi). Sapeva di essere uomo umile, oscuro. («No, no»). Eppure sapeva di essere stato prescelto per un grande compito non immune da pericoli. Mettersi in viaggio era impresa rischiosa: vi regnavano condizioni gravemente perturbate: irrequieti erano gli spiriti dei postiglioni. Bastava guardarsi intorno per rendersi conto di quanto accadeva. Diligenze che si rovesciavano, cavalli che si impennavano, battelli che colavano a picco, caldaie che scoppiavano: dappertutto. (Applausi; una voce: «No»). No! (Applausi). Che l'esimio socio che ha gridato «No» si faccia avanti e ribadisca il suo no, se ci riesce. (Applausi). Chi ha gridato «No»? (Applausi frementi). Era forse un uomo fatuo e deluso - non osava definirlo mercante da strapazzo (fragorosi applausi) - che, invidioso del riconoscimento tributato - forse immeritatamente- alle sue (di Pickwick) ricerche, crucciato sotto la censura che aveva colpito i suoi inutili tentativi di rivaleggiare, ora adottava quel sistema vile e calunnioso di...

       Si alzė a parlare Mr Blotton (di Aldgate). Forse l'esimio collega alludeva a lui? (Grida di «Ordine», «Presidente», «Sď», «No», «Andate avanti», «Piantatela», ecc.).

       A Mr Pickwick non andava giĚ di farsi tappare il becco ovvero la bocca. Sď, la sua allusione era diretta all'esimio gentiluomo. (Grande agitazione).

       Mr Blotton allora desiderava far presente che respingeva con profondo sdegno l'accusa falsa e scurrile dell'onorevole gentiluomo. (Grandi applausi). L'on. gent. era un ciarlatano. (Caos totale, indicibile confusione e grida di «Presidente» e «Ordine»).

       Si alzė a parlare Mr A. Snodgrass. (Attacco alla presidenza). Chiedeva l'intervento del presidente. (Sentite). Desiderava sapere se fosse il caso di lasciar continuare quel deplorevole battibecco fra due membri del Circolo. (Sentite, sentite).

       Il presidente si dichiarava sicuro che l'on. socio avrebbe ritirato l'espressione or ora usata.

       Con tutto il dovuto rispetto per la presidenza, Mr Blotton si dichiarava sicuro del contrario.

       Il presidente riteneva suo dovere imprescindibile chiedere all'esimio signore se l'espressione sfuggitagli andava intesa nella comune accezione.

       Mr Blotton non ebbe alcuna esitazione a dire che no, che lui aveva usato la parola in senso pickwickiano. (Sentite, sentite). Riteneva doveroso precisare che, personalmente, nutriva la massima considerazione e stima per l'esimio personaggio; la definizione di ciarlatano andava intesa in senso squisitamente pickwickiano. (Sentite, sentite).

       Mr Pickwick si dichiarava soddisfatto della spiegazione leale, franca ed esauriente dell'onorevole amico. Che fosse ben chiaro: le sue stesse osservazioni andavano interpretate in chiave pickwickiana. (Applausi).

       Qui termina il verbale dell'assemblea, e, senza dubbio, visto che l'intesa raggiunta era soddisfacente e inequivocabile, qui ebbe fine anche il dibattito. Non possediamo documenti ufficiali sui fatti che il lettore troverą riferiti nel capitolo successivo, ma sono stati accertati sulla base di lettere e fonti manoscritte cosď inconfutabilmente autentiche da giustificarne la narrazione in forma continua.

 

 

 

 

II • PRIMO GIORNO DI VIAGGIO E PRIMA SERATA DI AVVENTURE CON TUTTO QUEL CHE NE CONSEGUŪ

 

 

 

       Il sole, puntuale servitore di tutti i mestieri, si era appena levato e aveva cominciato a risplendere sulla mattinata del tredici maggio milleottocentoventisette, quando Mr Samuel Pickwick, destatosi come un secondo sole dal sonno, balzė in piedi, aprď la finestra della stanza da letto e volse lo sguardo sul mondo sottostante. Ai suoi piedi si stendeva Goswell Street, alla sua destra - fin dove giungeva la vista - proseguiva Goswell Street, sulla sinistra ancora Goswell Street, e di fronte, al di lą della strada, ecco l'altro tratto di Goswell Street. «Anguste», pensė Mr Pickwick, «anguste sono le vedute di quei filosofi che, paghi dell'apparenza delle cose, non ricercano la veritą che vi si cela dietro. Anch'io potrei accontentarmi di contemplare per sempre Goswell Street, senza fare il minimo sforzo di penetrare le contrade nascoste che la circondano da tutte le parti». E avendo cosď tradotto in parole questa bellissima riflessione, Mr Pickwick si accinse a infilar se stesso in alcuni abiti e a infilarne altri nella valigia. Di rado accade che i grandi uomini si diano molta pena ad abbigliarsi; donde ne derivė che le operazioni di radersi, vestirsi, sorbire il caffŹ furono portate a termine in poco tempo, e in capo a un'ora Mr Pickwick, con la valigia in mano, il telescopio nella tasca del cappotto e in quella del panciotto il quadernetto degli appunti pronto a ricevere le scoperte degne di essere annotate, si trovė alla stazione delle diligenze in St Martin's-le-Grand.

       «Carrozza!», chiamė Mr Pickwick.

       «Pronto, signore!», gridė uno strano esemplare di razza umana con indosso un mantello di sacco, un grembiulone della stessa tela e, intorno al collo, una targhetta di ottone con un numero, che gli dava l'aria di essere sbucato dal catalogo di una collezione di raritą. Era l'addetto al posteggio con la mansione di bagnare i cavalli. «Agli ordini, signore! Su, sotto con la prima carrozza!». E quando il primo vetturino fu tirato fuori da una bettola dove si era messo a fumare la prima pipa della giornata, Mr Pickwick e la sua valigia furono scaraventati nella vettura.

       «Golden Cross!» ordinė Mr Pickwick.

       «Poca grana! Corsa da uno scellino, Tommy!», brontolė il cocchiere di cattivo umore, a titolo di informazione per il compare, mentre la carrozza si avviava.

       «Quanti anni ha quel cavallo, amico mio?», indagė Mr Pickwick strofinandosi il naso con lo scellino che aveva messo da parte per pagare la corsa.

       «Quarantadue», rispose il cocchiere sbirciandolo.

       «Cosa!», esclamė Mr Pickwick, mettendo mano al taccuino di appunti. Il cocchiere ribadď la precedente dichiarazione. Mr Pickwick lo guardė fisso in faccia ma, vedendo l'espressione impassibile, si decise ad annotare il fatto.

       «Quante ore di fila lo fate lavorare?», chiese Mr Pickwick, alla ricerca di altre informazioni.

       «Due o tre settimane».

       «Settimane!», fece eco Pickwick sbalordito - ed ecco di nuovo saltar fuori il taccuino di appunti.

       «Pentonville, Ź lą che sta di stalla», spiegė il vetturino, «ma ce lo portiamo raramente perché Ź debole».

       «Debole!», ripeté Pickwick perplesso.

       «Patumfete che stramazza a terra quando lo stacchiamo! Ma attaccandolo, lo mettiamo stretto, stretto e corto di briglia, cosď non gli capita di cascare per terra facilmente. E poi noi, sulla carrozza, abbiamo montato un paio di ruote che vanno d'incanto e che, come lui si muove, gli corrono dietro; non gli resta che andar avanti - non c'Ź verso!».

       Nel suo taccuino Mr Pickwick trascrisse questo discorso parola per parola con l'intento di darne comunicazione al Circolo: singolare esempio che attesta la tenacia dell'istinto vitale nella specie equina in circostanze tanto avverse. Aveva appena finito di scrivere il suo appunto che eccoli arrivati a Golden Cross. GiĚ dalla carrozza saltė d'un balzo il vetturino, e fuori sbucė Mr Pickwick. Intorno, per dargli il benvenuto, gli si assieparono i signori Tupman, Snodgrass e Winkle.

       «Ecco i soldi della corsa», disse Mr Pickwick porgendo lo scellino.

       Ma quale fu lo sbalordimento del grande dotto quando quell'imprevedibile personaggio, buttati per terra i soldi, in un linguaggio figurato moLo colorito gli chiese di poter avere il piacere di saldare il conto facendo a pugni con lui (Pickwick)!

       «Siete matto», disse Mr Snodgrass.

       «Oppure ubriaco», ipotizzė Mr Winkle.

       «Oppure tutti e due», suggerď Mr Tupman.

       «Su, avanti!», incitė il vetturino, cominciando a menar pugni a destra e a sinistra come una marionetta. «Avanti! Tutti e quattro!».

       «Che spasso!», gridarono una mezza dozzina di cocchieri. «Forza, Sam!», e con giubilo festoso si misero tutto intorno al gruppetto.

       «Che cos'Ź questo tafferuglio, Sam?», chiese un gentiluomo in maniche di camicia di cotone nero.

       «Tafferuglio!», ripeté il vetturino. «Perché ha voluto prendere il mio numero?».

       «E chi vuole il vostro numero?», chiese attonito Mr Pickwick.

       «Perché lo avete preso, allora?», interrogė l'altro.

       «Non mi sono mai sognato di prenderlo», protestė Mr Pickwick indignato.

       «Ci credereste», proseguď il vetturino appellandosi alla folla, «ci credereste? E una spia! Se ne va in giro nella carrozza di un galantuomo e non gli basta prendere giĚ il numero: scrive anche parola per parola quello che dice!». (Mr Pickwick ebbe un lampo: il libriccino di appunti!).

       «Ha fatto questo?», chiese un altro vetturino.

       «Sissignore che l'ha fatto», confermė il primo, «e non contento, per mettermi nei guai dicendo che ero io a voler saltare addosso a lui, si Ź trovato tre testimoni. Ma se mi becco sei mesi, gli faccio sputare l'anima, gli faccio. Fatevi sotto!». E scaraventato per terra il cappello, dimostrando assoluta noncuranza per i propri beni, con un pugno fece saltare via gli occhiali di Mr Pickwick, proseguď assestandogli un colpo sul naso e un altro ancora sul petto; un terzo pugno atterrė sull'occhio di Mr Snodgrass e un quarto, tanto per amor di varietą, finď sul panciotto di Mr Tupman; poi a passo di danza il vetturino saltellė in mezzo alla strada per tornare subito sul marciapiede a togliere dal corpo di Mr Winkle l'intera riserva di aria che conteneva: il tutto in mezza dozzina di secondi.

       «Polizia! Dov'Ź la polizia?», implorė Mr Snodgrass.

       «Metteteli con la testa sotto la pompa», suggerď un venditore ambulante che friggeva ciambelle.

       «Ve ne pentirete», ansimė Mr Pickwick senza fiato.

       «Spie!», insultė la folla.

       «Fatevi sotto!», incitava il vetturino che per tutto il tempo non aveva smesso di roteare i pugni.

       Fino a quel momento quella gran accozzaglia di gente se ne era rimasta a guardare, passiva, lo spettacolo, ma non appena si diffuse la voce che i pickwickiani erano spie, quei gentiluomini cominciarono a esaminare con vivace interesse l'opportunitą di metter in atto il suggerimento del friggitore che friggeva dalla voglia di menar le mani. Non c'Ź modo di sapere a quali eccessi di violenza si sarebbe arrivati se, a porre termine a quel parapiglia, non fosse sopraggiunto un altro personaggio.

       «Che Ź questa gazzarra?», chiese, sbucando dal deposito delle carrozze, un giovanotto magro, piuttosto alto, con addosso un mantello verde.

       «Spie!», venne l'urlo della folla.

       «Non Ź vero! », ruggď Mr Pickwick con un tono di voce che avrebbe convinto uno spettatore imparziale.

       «Non lo siete? Non Ź vero?», chiese il giovanotto, rivolgendosi a Mr Pickwick e aprendosi un varco fra la folla con l'infallibile metodo di prendere a gomitate i membri dell'assembramento.

       Con poche concitate parole, il dottissimo gentiluomo spiegė come stavano le cose.

       «Venite con me, allora», disse il signore in verde, trascinandosi dietro a viva forza Mr Pickwick e continuando a parlare ininterrottamente. «Ecco qui, No. 924, mettete i soldi in tasca e le gambe in spalla - vero galantuomo - lo conosco bene - tutte sciocchezze - da questa parte, signore, - dove sono i vostri amici? - tutto un equivoco, chiaro - non importa - cose che capitano - anche nelle migliori famiglie - mai buttarsi giĚ - tenersi su - spedirlo al fresco - fargliela ingoiare - come uno zuccherino - maledetti mascalzoni». E con una sfilza di frasi che non finiva piĚ, tutte a spizzichi e bocconi, snocciolate in gran fretta, lo sconosciuto fece strada fino alla sala d'attesa, seguito alle calcagna da Mr Pickwick e dai suoi discepoli.

       «Cameriere!», urlė lo sconosciuto, agitando il campanello con grande energia. «Da bere per tutti. Brandy e acqua, caldo e forte e dolce e in abbondanza - male all'occhio, signore? Cameriere! Una bistecca cruda da mettere sull'occhio del signore - niente di meglio della bistecca cruda per curarsi i lividi; ottimo allo scopo anche un lampione freddo, ma poco pratico - che ridere starsene in strada per mezz'ora con l'occhio contro un lampione! Niente male questa, ah ah!». E lo conosciuto, senza fermarsi a prendere fiato, ingollata d'un sol sorso mezza pinta del suo esplosivo miscuglio di brandy e acqua, si buttė su una sedia, placido e tranquillo, come se niente fosse accaduto.

       Mentre i suoi tre amici erano indaffaratissimi a profondersi in ringraziamenti con il nuovo personaggio, Mr Pickwick ebbe tutto l'agio di esaminarne abbigliamento e aspetto.

       Era di media statura ma, magro come un chiodo e con due trampoli di gambe, sembrava molto piĚ alto. Al tempo in cui andavano di moda i mantelli a coda di rondine, il suo pastrano verde era stato un capo assai elegante, ma era anche evidente che a quell'epoca aveva abbigliato un uomo molto piĚ piccolo dello sconosciuto, perché le maniche, macchiate e stinte, gli arrivavano a mala pena ai polsi. Lo teneva abbottonato fino al mento, con il pericolo che si spaccasse sulla schiena; ad abbellire il collo, c'era un cravattone senza che ci fosse traccia di un colletto. I calzoni neri striminziti, che esibivano qui e lą chiazze lucide ad attestare un lungo servizio, erano allacciati molto stretti intorno a un paio di scarpe rattoppate e risuolate, quasi a voler nascondere i calzini bianchi sporchi, che erano tuttavia visibilissimi. Da sotto un cappello vecchio e malconcio, dal cocuzzolo ammaccato, sfuggivano, su entrambi i lati, riccioli neri arruffati, e fra l'orlo dei guanti e i polsini del cappotto sbucavano i polsi nudi. Il volto era magro e smunto, eppure l'uomo aveva un'aria di disinvoltura impudente, di assoluta padronanza di sé.

       Questo era l'individuo che Pickwick scrutava attraverso i suoi occhialetti (che fortunatamente aveva recuperato), e a lui Mr Pickwick, non appena i suoi amici ebbero finito di ringraziarlo, rivolse, in un linguaggio molto forbito, l'espressione piĚ sentita della sua gratitudine per l'aiuto offerto poco prima.

       «Non merita parlarne», disse lo sconosciuto tagliando corto il discorsetto di Mr Pickwick, «basta cosď- non occorre dir altro. Tipo in gamba quel vetturino - li sapeva usar i pugni, eccome; ma se mi fossi trovato nei bei panni del vostro amico - accidenti a me! - in testa gliele avrei date - potete scommetterci- e anche a quello delle frittelle- senza tante storie».

       Questo consequenziale discorso fu interrotto dall'entrata del postiglione della diligenza diretta a Rochester, che annunciė l'imminente partenza del Commodoro.

       «Il Commodoro!», esclamė lo sconosciuto. «La mia vettura - posto prenotato - un posto all'esterno - lascio a voi di pagare il brandy e l'acqua - ci vuole il resto per una moneta da cinque - soldi falsi in giro - bottoni, non monete - non servono a niente - meno che niente- eh?», e scosse la testa con l'aria di saperla lunga.

       Ora accadde che Mr Pickwick e i suoi tre amici avessero deciso di fare la prima sosta proprio a Rochester e, annunciato che ebbero alla nuova conoscenza di essere anche loro diretti verso la stessa cittą, furono tutti d'accordo di occupare il sedile sul retro della vettura per poter star seduti vicini.

       «Oplą!», esclamė lo sconosciuto aiutando Mr Pickwick a montare sull'imperiale con tanta solerte precipitazione da compromettere seriamente la dignitosa compostezza del gentiluomo.

       «Bagagli, signore?», chiese il vetturino.

       «Chi? Io? Questo pacco in carta marrone, ecco tutto - il resto del bagaglio, spedito per nave - bauli inchiodati - grandi come case - e pesano, dannazione!, come il piombo», rispose lo sconosciuto mentre cercava di ficcarsi in tasca, piĚ in giĚ che poteva, il pacco avvolto in carta marrone, il quale pacco faceva sospettare da molti indizi di contenere soltanto una camicia e un fazzoletto.

       «La testa, la testa, attenti alla testa!», gridė quel loquace giovanotto mentre i passeggeri sbucavano da sotto la bassa arcata che in quei giorni costituiva l'accesso al deposito delle diligenze. «Posto tremendo - lavoro pericoloso - l'altro giorno - cinque bambini - la madre - bella donna, slanciata - mangiava un panino - non si ricorda che l'arco Ź basso - uno schianto - un tonfo - i bambini si guardano intorno - via che salta la testa della madre - il panino ancora stretto in mano - non c'Ź piĚ la bocca dove metterlo - alla testa di una famiglia - terribile, terribile! Guardate Whitehall, signore? Bel posto - piccola finestra - altra testa che Ź saltata lď, eh, signore? - non ha fatto attenzione, neanche lui- eh, signore eh?».

       «Stavo riflettendo sulla mutevolezza delle cose umane», disse Mr Pickwick.

       «Ah! Capisco! Sull'altare oggi, nella polvere domani. Filosofo, signore?».

       «Osservatore della natura umana, signore».

       «Ah, anch'io. Lo sono quasi tutti quando hanno poco da fare e meno da ricavare. Poeta, signore?».

       «Il mio amico, Mr Snodgrass, possiede un temperamento poetico molto spiccato», precisė Mr Pickwick.

       «Ce l'ho anch'io. Poema epico - diecimila versi - sulla rivoluzione di luglio - composto lď per lď - Marte di giorno, Apollo di notte - un colpo di cannone, un accordo sulla lira».

       «Avete assistito a quel glorioso avvenimento, signore?», chiese Mr Snodgrass.

       «Assistito! Potete giurarci; un colpo di moschetto, un colpo di genio, a precipizio in una taverna - scrivo tutto - di nuovo nella mischia - bing, bang - altro colpo di genio - torno nella taverna - penna e inchiostro - ancora nella lotta - di punta e di taglio - tempi eroici, signore. Siete uno sportivo, signore?», chiese rivolgendosi tutto d'un tratto a Mr Winkle.

       «Un po', signore», rispose quel gentiluomo.

       «Nobile vocazione, signore - nobile vocazione. Cani, signore?».

       «In questo momento no».

       «Ah! Dovreste averli, i cani, splendidi animali- creature intelligenti - il mio cane una volta - un pointer - istinto meraviglioso - un giorno, a caccia - entro in una riserva - fischio - il cane si blocca - fischio di nuovo - Ponto - non serve - immobile che pareva un masso - lo chiamo ancora- Ponto, Ponto - non ne vuol sapere di muoversi - inchiodato - sguardo fisso su un cartello- alzo gli occhi, leggo una scritta - «Il guardacaccia ha l'ordine di sparare su tutti i cani che entrano in questa riserva» - non oltrepassa - fantastico cane - impagabile - davvero».

       «Circostanza davvero singolare», osservė Mr Pickwick. «Mi consentite di prenderne nota?».

       «Certamente, signore, certamente - cento altri aneddoti sullo stesso animale. - Bella ragazza, signore», (queste ultime parole rivolte a Mr Tracy Tupman che aveva dedicato varie occhiate assai poco pickwickiane a una giovane donna in piedi sull'altro lato della strada).

       «Molto bella!», concordė Mr Tupman.

       «Le ragazze inglesi meno carine delle spagnole- nobili creature - capelli color dell'ebano - occhi neri - corpi stupendi- creature dolcissime - incantevoli».

       «Siete stato in Spagna, signore?», chiese Mr Tupman.

       «Vissuto lď- tantissimo tempo».

       «Molte conquiste, signore?», si informė ancora Mr Tupman.

       «Conquiste! A migliaia. Don Bolaro Fizzgig - Grande di Spagna - Donna Christina - splendida creatura - mi amava alla follia - padre geloso - figlia di animo nobilissimo - un bell'inglese - Donna Christina disperata- acido prussico - sonda gastrica in valigia - lavanda gastrica - il vecchio Bolaro ebbro di gioia - acconsente alla nostra unione - si congiungono le mani, scorrono le lacrime - storia romantica - davvero».

       «La nobildonna Ź in Inghilterra adesso, signore?», chiese Mr Tupman, profondamente colpito dalla descrizione di tanta affascinante bellezza.

       «Morta, signore - morta», disse lo sconosciuto portandosi all'occhio destro il brandelluccio di un vecchio fazzoletto di batista. «Mai recuperata la sonda gastrica - fragile costituzione- ne fu vittima».

       «E il padre?», domandė il poetico Snodgrass.

       «Rimorso e dolore. Sparisce all'improvviso - ne parlano tutti in cittą - si cerca a destra e a sinistra- niente da fare - nella piazza centrale la fontana smette di zampillare - passano settimane - si assoldano operai per ripulirla - cavano l'acqua - trovano il suocero con la testa conficcata nella conduttura principale, nello stivale destro una piena confessione- lo tirano fuori - e la fontana riprende a zampillare come prima».

       «Mi consentite, signore, di prendere nota di questa storia d'amore?», chiese Mr Snodgrass profondamente commosso.

       «Certamente, signore, certamente - ne ho altre cinquanta, che posso raccontarvi se vi compiacete di ascoltare - strana vita la mia - vicende piuttosto curiose - non straordinarie, ma poco comuni».

       Su questo tono, scolandosi ogni tanto, a mo' di parentesi, un bicchiere di birra quando la diligenza si fermava per cambiare i cavalli, lo sconosciuto continuė a parlare fino a che non giunsero al ponte di Rochester; nel frattempo i libriccini di Pickwick e di Snodgrass si erano riempiti di episodi tratti dalle sue avventure.

       «Stupende rovine!», esclamė, al vedere il bel castello antico, Mr Snodgrass con il poetico fervore che lo contraddistingueva.

       «Che occasione per un archeologo!», furono le parole che uscirono dalla bocca di Mr Pickwick, mentre si portava all'occhio il cannocchiale.

       «Ah! Bel posto», prese a dire lo sconosciuto, «fantastica mole- mura arcigne- archi pericolanti - bui recessi- scalinate in rovina. - Anche l'antica cattedrale - odor di terra - gradini consumati dal gran camminare dei pellegrini- minuscole porte di epoca sassone - confessionali che paiono botteghini di teatri - strani tipi quei monaci - Papi e Grandi Tesorieri e vecchietti di tutte le risme con faccioni rossi e nasi rotti, ogni giorno ce n'Ź qualcuno che salta fuori - giacche di cuoio - archibugi - sarcofago - bel posto - antiche leggende - strane storie: di prim'ordine», e lo sconosciuto continuė in questo suo soliloquio fino a che non arrivarono alla locanda del Toro in High Street, dove la diligenza si fermė.

       «Scendete qui, signore?», si informė Mr Winkle.

       «Qui - io no - ma a voi conviene - buon albergo - buoni letti - l'altro albergo, il Wright, caro - carissimo - ti trovi a pagar un conto di mezza corona se solo dai un'occhiata al cameriere - se pranzi da un amico, chissą come, paghi di piĚ che se resti a cenar lď - strani tipi - sul serio».

       Mr Winkle si girė verso Mr Pickwick per sussurrargli qualche parola; il mormorio di Mr Pickwick si trasmise a Mr Snodgrass, da Mr Snodgrass a Mr Tupman; ci furono cenni di assenso. Mr Pickwick si rivolse allo sconosciuto.

       «Questa mattina ci avete reso un prezioso servizio, signore. Ci concedete il privilegio della vostra compagnia a cena a piccolo segno della nostra gratitudine?».

       «Grande piacere - non per essere prepotente, ma pollo alla griglia e funghi - roba di prim'ordine! Che ora?».

       «Vediamo un po'», rispose Mr Pickwick consultando l'orologio, «sono circa le tre. Diciamo alle cinque?».

       «Mi sta benissimo», commentė lo sconosciuto, «cinque in punto - fino a quel momento, statemi bene». E sollevando di pochi pollici il cappello ammaccato e rimettendoselo sbadatamente tutto pencolante da una parte, lo sconosciuto, con il pacco in carta marrone che gli sporgeva per metą dalla tasca, attraversė a passo rapido il cortile e svoltė in High Street.

       «Lo si capisce subito: un uomo che ha viaggiato in molti paesi, un attento osservatore di uomini e cose», disse Mr Pickwick.

       «Mi piacerebbe vedere il suo poema», disse Mr Snodgrass.

       «Mi sarebbe piaciuto vedere quel cane», disse Mr Winkle.

       Mr Tupman non fiatė; ma il suo pensiero corse a Donna Christina, alla lavanda gastrica, alla fontana e gli occhi gli si riempirono di lacrime.

       Prenotata una saletta privata, ispezionate le camere da letto, ordinata la cena, il gruppetto uscď per visitare cittą e dintorni.

       Da un'attenta lettura delle note scritte da Mr Pickwick su Stroud, Rochester, Chatham, Brompton, giungiamo alla conclusione che le sue impressioni su queste quattro cittą e su come si presentano non differiscono dalle opinioni espresse da altri viaggiatori che hanno calcato lo stesso suolo. ť facile riassumere la descrizione generale che ne fa.

       «I prodotti principali di queste cittą sono, a quanto pare, soldati, marinai, ebrei, gesso, gamberi, ufficiali, portuali. In vendita nelle strade si vedono soprattutto articoli marinari, croccanti, mele, sogliole, ostriche. Le vie cittadine si presentano vivaci e animate, il che Ź dovuto in gran parte alla socievolezza dei militari. Nel vedere tanti prodi barcollare, sopraffatti dagli ardenti spiriti - di natura animale e alcolica-, l'animo del filantropo si rallegra, e il diletto Ź tanto piĚ intenso quanto piĚ ci sovviene che schiamazzare, seguendoli in codazzo, Ź il divertimento innocente e poco dispendioso della popolazione giovanile. Nulla», aggiunge Mr Pickwick, «uguaglia il buon umore di costoro. Soltanto il giorno prima del mio arrivo, uno di loro aveva subito gravissimo oltraggio in un locale pubblico. La cameriera si era rifiutata con decisione di dargli ancora da bere; al che quello - tanto per scherzare - tirata fuori la baionetta, aveva ferito la ragazza a una spalla. Ebbene fu proprio il giovanotto - animo squisito - a presentarsi per primo alla locanda il giorno successivo e a dichiararsi disponibile a lasciar correre la faccenda e a metterci una pietra sopra.

       «ť da presumere che in queste cittą il consumo di tabacco» prosegue Mr Pickwick, «sia ingentissimo: l'odore che pervade le strade deve riuscire sommamente gradito a quanti hanno la passione del fumo. Un viaggiatore superficiale forse troverebbe da ridire sul lerciume che le caratterizza in modo tanto precipuo, ma chi considera lo sporco sicuro indizio di traffici e prosperitą commerciale ha tutte le ragioni per sentirsi giustamente soddisfatto».

       Alle cinque in punto, ecco arrivare lo sconosciuto e subito dopo ecco arrivare la cena. Si era sbarazzato del pacco avvolto in carta marrone, ma l'abbigliamento non risultava mutato in nulla, e il giovanotto era, se possibile, piĚ loquace di prima.

       «Che cos'Ź?», indagė mentre il cameriere scoperchiava uno dei piatti.

       «Sogliole, signore».

       «Sogliole - ah! - pesce di prim'ordine - arriva da Londra - Le imprese di trasporto per diligenza organizzano incontri e cene fra uomini politici - vagoni di sogliole - cesti a dozzine - la sanno lunga, quei furbacchioni. Un bicchiere di vino, signore».

       «Con piacere», acconsentď Mr Pickwick, e lo sconosciuto, con la stessa rapiditą con cui parlava, prima bevve con lui, poi con Mr Snodgrass, poi con Mr Tupman, poi con Mr Winkle, poi con tutti loro insieme.

       «Baraonda del diavolo sulle scale, cameriere», disse lo sconosciuto. «Panche portate su, falegnami che vengono giĚ, lampade, bicchieri, arpe. Che succede?».

       «Un grande ballo, signore», spiegė il cameriere.

       «Una festa privata, eh?».

       «No, signore, non una festa privata. Un ballo di beneficenza, signore».

       «Che voi sappiate, ci sono molte belle donne in questa cittą?», si informė Mr Tupman con vivo interesse.

       «Stupende - di prim'ordine. ť il Kent, signore - chi non conosce il Kent? - mele, ciliegie, luppolo e donne. Vino, signore?».

       «Con piacere», rispose Mr Tupman. Lo sconosciuto se ne riempď uno e lo scolė.

       «Desidererei molto parteciparvi», disse Mr Tupman, riprendendo l'argomento del ballo, «molto davvero».

       «I biglietti sono in vendita al bar, signore», intervenne il cameriere, «a mezza ghinea l'uno, signore».

       Mr Tupman espresse ancora il vivo desiderio di partecipare alla festa; ma non trovando riscontro nello sguardo offuscato di Mr Snodgrass né in quello distratto di Mr Pickwick, si dedicė con grande interesse al vino di Porto e al dessert che erano stati appena portati in tavola. Il cameriere si ritirė e li lasciė a godersi in pace quel paio di ore deliziose che coronano i pasti.

       «Chiedo perdono, signore», prese a dire lo sconosciuto, «bottiglia ferma - fatela girare - direzione del sole, dalla parte delle asole - fino all'ultima goccia». Si scolė il bicchiere che aveva riempito due minuti prima e se ne versė un altro con l'aria di chi quell'abitudine ce l'ha nel sangue.

       Il vino venne fatto girare e fu subito ordinata una nuova scorta. L'ospite chiacchierava, i pickwickiani ascoltavano. In Mr Tupman, a ogni istante che passava, cresceva la voglia di andare al ballo. Mr Pickwick, raggiante, trasudava benevolenza da tutti i pori; Mr Winkle e Mr Snodgrass dormivano della grossa.

       «Fra poco comincia la festa al piano di sopra», disse lo sconosciuto. «Che comitiva! Ascoltate - ecco i violini, li accordano - adesso l'arpa - fra poco si buttan nelle danze». I suoni che arrivavano fino al piano di sotto annunciavano l'inizio della prima quadriglia.

       «Quanto mi piacerebbe andarci! », esclamė ancora Mr Tupman.

       «Anche a me», disse lo sconosciuto, «maledetto bagaglio - barche pesanti, lente - niente da mettermi- che iella!».

       Ora c'Ź da dire che una delle caratteristiche dominanti della filosofia pickwickiana era la solidarietą verso tutti, e nessuno, piĚ di Mr Tupman, si distingueva per lo zelo con cui metteva in pratica cosď nobile principio. Incredibile quante volte - gli episodi risultano tutti dagli Atti del Circolo - quell'uomo eccellente abbia dirottato verso la casa di altri membri persone alla ricerca di abiti smessi o bisognose di aiuto pecuniario.

       «Sarei lietissimo di prestarvi un cambio di abiti per l'occasione», disse Mr Tracy Tupman, «ma voi siete piuttosto magro, mentre io...».

       «Piuttosto grasso - un Bacco attempato con i pampini recisi - giĚ dalla botte, dentro la maglia di lana, eh? - non doppio distillato, ma doppio filato - ah! ah! - passatemi il vino».

       Che Mr Tupman fosse rimasto indignato dal tono perentorio con cui gli veniva espresso il desiderio di far passare il vino - il quale vino poi con gran rapiditą lo sconosciuto faceva passar a miglior vita - oppure che si sentisse, a ragione, scandalizzato per essere stato ignominiosamente paragonato - lui influente membro del Circolo Pickwick - a un Bacco smontato dalla botte, non Ź fatto del tutto accertato. Gli porse comunque il vino, tossicchiė un paio di volte e fissė sullo sconosciuto per parecchi secondi uno sguardo di severa intensitą; ma siccome quell'individuo non si lasciava affatto smontare e, sotto l'occhiata indagatrice dell'ospite, rimaneva imperturbabile, un po' alla volta Mr Tupman si rilassė e riprese l'argomento del ballo.

       «Volevo farvi notare, signore, che, mentre i miei indumenti vi sarebbero troppo larghi, forse vi andrebbe a pennello l'abito del mio amico, Mr Winkle».

       Con un'occhiata lo sconosciuto valutė la taglia di Mr Winkle, quindi con volto raggiante di contentezza, disse: «Quello che ci vuole».

       Mr Tupman si guardė intorno. Il vino, che aveva esercitato un'influenza soporifera su Snodgrass e Winkle, aveva insidiato anche i vigili sensi di Mr Pickwick. Questo degno gentiluomo aveva attraversato tutte le fasi che precedono lo stato di letargo prodotto dalla cena, e aveva sperimentato tutte le conseguenze: la consueta transizione dai vertici dell'allegria conviviale agli abissi dell'infelicitą, e dagli abissi dell'infelicitą ai vertici dell'allegria conviviale. Proprio come succede ai lampioni a gas quando c'Ź aria nella tubatura, si era illuminato per un momento di un fulgore innaturale, quindi, sprofondando, si era illanguidito; poi, dopo un breve intervallo, aveva avuto un improvviso guizzo; successivamente la fiamma che ardeva dentro di lui aveva cominciato a vacillare tremolando con luce incerta, per spegnersi infine del tutto. La testa, penzolante sul petto, vi affondava; un russare ininterrotto, intervallato di tanto in tanto da un rantolo strozzato, era l'unico segno percettibile ad attestare la presenza del grand'uomo.

       La tentazione di partecipare al ballo per documentarsi sulla bellezza delle donne del Kent era molto forte in Mr Tupman. Altrettanto forte era la tentazione di portarsi dietro lo sconosciuto. Non sapeva nulla né del luogo né dei suoi abitanti, mentre quel giovanotto, a quanto pareva, conosceva entrambi bene come se in quel posto ci fosse nato e cresciuto. Mr Winkle era sprofondato nel sonno, e Mr Tupman aveva accumulato sufficiente esperienza al riguardo per sapere che, non appena si fosse svegliato, avrebbe seguito il normale corso della natura, andando a rotolare nel suo letto. Era incerto.

       «Riempitevi il bicchiere e passatemi il vino», chiese l'infaticabile ospite.

       Mr Tupman obbedď, e la carica datagli da quell'ultimo bicchiere lo fece decidere.

       «La stanza da letto di Mr Winkle Ź attaccata alla mia», cominciė Mr Tupman. «Se lo svegliassi ora, non riuscirei a fargli capire quello che voglio, ma so che in una sacca tiene un abito da sera. Se lo indossate per il ballo e ve lo togliete al ritorno, posso rimetterlo al suo posto senza dover scomodare Mr Winkle».

       «Ottimo piano - di prim'ordine - bizzarra situazione, diavolo! - quattordici vestiti nei bauli ed essere costretto a metter l'abito di un altro- ridicolo - sul serio».

       «Dobbiamo comperare i biglietti» disse Mr Tupman.

       «Non conviene cambiare una ghinea. Tiriamo a sorte chi deve pagare per tutti e due, buttiamo la monetina. Io scelgo, voi lanciate - un solo colpo - donna, donna, fatale donna», ed ecco cade la moneta - una sovrana - con in alto il Drago (che, per cortesia, la gente chiamava donna).

       Mr Tupman suonė il campanello, acquistė i biglietti e ordinė due candelieri per andare in camera. Un quarto d'ora dopo, lo sconosciuto era perfettamente agghindato nel completo di Mr Nathaniel Winkle.

       «ť un abito nuovo», disse Mr Tupman mentre l'altro si rimirava compiaciuto nello specchio a bilico. «Il primo con il bottone del nostro circolo». E richiamė l'attenzione del suo interlocutore sul grande bottone dorato che nel bel mezzo sfoggiava il busto di Mr Pickwick e, sui lati, le iniziali C.P.

       «C.P.», osservė lo sconosciuto. «Bizzarro ornamento - somiglia al vecchietto - e C.P. - che cosa voglion dire? Capo peculiare, eh?».

       Con crescente indignazione e molto sussiego Mr Tupman si sprofondė in una spiegazione del mistico simbolo.

       «Piuttosto corto di vita, no?», commentė l'altro, contorcendosi tutto per vedersi dietro nello specchio e notando che i bottoni gli salivano fino a mezza schiena. «Pare la divisa di un capopostino - strani indumenti, quelli- forniture appaltate - niente misure - misteriose leggi della Provvidenza nelle assegnazioni - i bassi si beccano le divise lunghe - gli alti si pigliano quelle corte». Continuando su questo tono, il nuovo compagno di Mr Tupman si diede un'aggiustata al vestito, o meglio al vestito di Mr Winkle, e, insieme a Mr Tupman, imboccė la scala che portava alla sala da ballo.

       «Chi devo annunciare, signore?», chiese l'uomo all'entrata. Mr Tupman si fece avanti per proclamare i suoi titoli, ma intervenne lo sconosciuto a trattenerlo.

       «Niente nomi», poi sussurrando spiegė: «Meglio non dare nomi - non abbastanza celebri - buoni nel loro genere, perė non famosi - di prim'ordine per riunioni ristrette, ma di scarso effetto in grandi ricevimenti - in incognito, ecco il segreto - gentiluomini che vengono da Londra - gente distinta - roba del genere». La porta si spalancė e nel salone fecero il loro ingresso Mr Tracy Tupman e lo sconosciuto.

       Salone lungo, con divanetti tappezzati in color cremisi e candele di cera nei candelabri di vetro. Su una pedana i musici, rigorosamente recintati; i ballerini, disposti in file ordinate, intenti a eseguire con metodica diligenza le quadriglie. Nell'adiacente stanza da gioco erano stati predisposti due tavoli intorno ai quali un paio di vecchie gentildonne con altrettanti tarchiati gentiluomini erano impegnati in una partita di whist.

       Conclusa la danza, i ballerini presero a passeggiare per il salone, mentre, dal canto loro, Mr Tupman e il suo compagno, m un angolo, osservavano la gente.

       «Donne incantevoli», commentė Mr Tupman.

       «Un po' di pazienza, il bello deve venire - non ci sono ancora i pezzi grossi - strano posto. - I grandi armatori ignorano i piccoli armatori - i piccoli armatori ignorano la piccola nobiltą - la piccola nobiltą ignora i commercianti - l'alto commissario ignora tutti».

       «Chi Ź quel ragazzino biondo, con gli occhi tutti arrossati, vestito in maschera?», si interessė Mr Tupman.

       «Zitto, per caritą - occhi rossi - vestito strano - ragazzino - sciocchezze- alfiere del 97° - Sua Eccellenza Wilmot Snipe - grande famiglia, gli Snipe - sul serio».

       «Sir Thomas Clubber, Lady Clubber, le signorine Clubber!», annunciė l'uomo alla porta con voce stentorea. E mentre facevano la loro entrata un signore alto in abito blu e bottoni luccicanti, una signora monumentale in raso blu e due signorine di analoga stazza, in vestiti alla moda dello stesso blu, la sala fu percorsa da un fremito di sensazione.

       «Alto commissario - capoarsenale - grand'uomo - grand'uomo veramente», bisbigliė lo sconosciuto parlando nell'orecchio di Mr Tupman, mentre il comitato di beneficenza faceva strada in corteo, fino in fondo alla sala, a Sir Thomas Clubber e famiglia. Sir Thomas Clubber, impettito, si mise a guardare con possente e maestoso cipiglio al di sopra della cravatta nera tutta quella gran riunione di gente, Sua Eccellenza Wilmot Snipe e altri distintissimi gentiluomini si affollarono intorno per rendere omaggio alle signorine Clubber.

       «Il signor Smithie, la signora Smithie, le signorine Smithie», rimbombė un altro annuncio.

       «Chi Ź Mr Smithie?», indagė Mr Tupman.

       «Pezzo grosso dell'arsenale», rispose lo sconosciuto. Mr Smithie fece un deferente inchino a Sir Thomas Clubber il quale accolse l'omaggio con condiscendente consapevolezza. Attraverso l'occhialetto, Lady Clubber ebbe una visione telescopica della signora Smithie e famiglia; a sua volta la signora Smithie squadrė la signora Chissachď il cui marito non apparteneva neppure all'arsenale.

       «Il colonnello Bulder, la signora Bulder, la signorina Bulder», furono i successivi.

       «Capo della guarnigione», illustrė lo sconosciuto in risposta allo sguardo interrogativo di Mr Tupman.

       La signorina Bulder fu calorosamente accolta dalle signorine Clubber; i saluti fra la gentile signora Bulder e Lady Clubber fu quanto di piĚ affettuoso sia dato di descrivere; il colonnello Bulder e Sir Thomas Clubber, scambiandosi le tabacchiere, parevano due Alessandri Selkirk: «Signori assoluti fin dove giunge lo sguardo».

       Mentre in tal guisa, a un capo del salone, gli aristocratici del luogo - i Bulder, i Clubber, gli Snipe - tutelavano la dignitą del loro rango, in altri angoli della sala, le altre classi sociali si davano da fare per imitarne l'esempio. Gli ufficiali del 97°, di aristocrazia meno prestigiosa, dedicavano le loro attenzioni alle famiglie dei funzionari meno altolocati dell'arsenale. Le legittime consorti dei procuratori legali insieme all'altrettanto legittima consorte del mercante di vini capeggiavano un altro gruppo (la moglie del birraio veniva ricevuta dai Bulder); pareva che, da parte sua, la signora Tomlinson, titolare dell'ufficio postale, fosse stata scelta, per unanime consenso, a rappresentare il partito dei commercianti.

       Fra gli altri, un ometto grasso con una corona di capelli neri, dritti, dritti, intorno al cocuzzolo calvo dava l'impressione di essere il piĚ popolare nella cerchia dei suoi pari. Dottor Slammer, si chiamava, medico-chirurgo del 97°. Il dottore fiutava tabacco insieme a tutti, chiacchierava con tutti, rideva, ballava, scherzava, giocava a whist, faceva di tutto ed era dappertutto. A queste attivitą, varie e molteplici come erano, il piccolo dottore ne aggiungeva una che gli stava piĚ a cuore di ogni altra: era infaticabile nell'attestare, con assidua solerzia una devozione incondizionata a una vedovella piuttosto attempata. L'abito opulento e la profusione di ornamenti la designavano quale ambitissimo supplemento a integrazione di una modesta entrata.

       Proprio sul dottore e sulla vedovella erano rimasti puntati per qualche tempo gli occhi di Mr Tupman e del suo compagno; ad un tratto questi ruppe il silenzio.

       «Sacco di quattrini - pollastrella un po' attempata- borioso, quel dottore - niente male l'idea - uno spasso», furono le espressioni intelligibili che uscirono da quelle labbra. Mr Tupman gli rivolse uno sguardo interrogativo.

       «Ballerė con la vedova», annunciė lo sconosciuto.

       «Come si chiama?», chiese Mr Tupman.

       «Non ne ho idea - mai vista in vita mia - gliela faccio vedere all'ometto - in gamba, diamoci da fare!». E, senza por tempo in mezzo, lo sconosciuto, attraversato il salone e appoggiatosi al caminetto, cominciė a fissare con uno sguardo di ammirazione languida e rispettosa il viso grassottello dell'attempata vedovella.

       Mr Tupman osservava sgranando gli occhi. Lo sconosciuto bruciė le tappe: l'ometto - il dottore - ballava con un'altra signora; la vedova lasciė cadere il ventaglio, lo sconosciuto lo raccolse e glielo porse - un sorriso - un inchino - una riverenza - breve scambio di frasi. Intrepido lo sconosciuto va dal maestro di cerimonie, torna con lui subito dopo; breve pantomima di presentazione: lo sconosciuto e la signora Budger prendono posto nella quadriglia.

       Grande fu la sorpresa di Mr Tupman davanti a quella sommaria procedura, ma neanche paragonabile allo sbalordimento del dottore. Lo sconosciuto era giovane, la vedova si sentiva lusingata. La vedova ignorė le attenzioni del dottore; l'imperturbabile rivale non si scompose minimamente davanti alla sua indignazione. Il dottor Slammer rimase di stucco: lui, dottor Slammer, del 97°, sbaragliato in men che non si dica da un tizio che nessuno aveva visto prima e che nessuno conosceva neppure in quel momento! Il dottor Slammer... il dottor Slammer del 97° respinto! Impossibile! Non poteva essere! Eppure era proprio cosď: eccoli h quei due! Cosa! Presentava l'amico! Non credeva ai suoi occhi! Tornė a guardare e si trovė nella penosa necessitą di dover ammettere la veridica esattezza di quello che gli trasmettevano i nervi ottici: la signora Budger ballava con Mr Tracy Tupman, non c'erano possibilitą di equivoco. La vedova in carne e ossa- e quanta ce n'era di carne - gli saltellava davanti, di qua e di lą, con insolito entusiasmo; Mr Tracy Tupman sgambettava intorno con un'aria di intensa e solenne concentrazione, ballando - tanta gente lo fa - come se la quadriglia non fosse una faccenda amena, bensď una dura prova cui immolare i propri sentimenti e da affrontare con inflessibile determinazione.

       In silenzio, con pazienza sopportė il dottore tutto questo, e non solo questo, ma anche il resto: l'offerta di bicchieri colmi di negus, e la ricerca dei bicchieri, e il fare a gara per offrire i pasticcini, e le civetterie. Ma non appena lo sconosciuto si fu dileguato per accompagnare alla carrozza la signora Budger, il dottore- fino a quel momento aveva compresso l'indignazione che gli ribolliva dentro e si manifestava in goccioloni di sudore appassionato - schizzė come una saetta fuori del salone. Lo sconosciuto tornė; gli era accanto Mr Tupman. Parlava a bassa voce e rideva. Il piccolo dottore era assetato di sangue. Quello esultava. Assaporava il trionfo.

       «Signore!», chiamė il dottore con voce terribile, esibendo un biglietto da visita e ritraendosi in un angolo del corridoio. «Mi chiamo Slammer, dottor Slammer, signore - 97° reggimento - caserma di Chatham - il mio biglietto, signore, il mio biglietto». Avrebbe aggiunto dell'altro, ma si sentiva soffocare dallo sdegno.

       «Ah!», replicė lo sconosciuto con freddezza, «Slammer - molto obbligato - cortese premura - nessuna malattia, Slammer, per il momento - se mi ammalo, verrė a bussare da voi».

       «Voi... siete un mascalzone! Signore», gorgogliė rabbioso il dottore, «vigliacco... codardo... bugiardo... che cosa devo fare per avere il vostro biglietto, signore!».

       «Capisco! Chiaro, chiarissimo», disse lo sconosciuto parlando per metą fra sé. «Troppo forte il negus che fanno qui - accoglienza generosa - che imprudenza - davvero - molto meglio bere limonata - ambienti surriscaldati - uomini anzianotti - stanno male il mattino dopo - un peccato - un peccato», e si allontanė di un passo o due.

       «Siete alloggiato in questo albergo, signore», continuė il piccolo dottore con indignazione. «Adesso siete ubriaco, ma avrete mie nuove domattina, signore. Vi stanerė, signore, vi tirerė fuori».

       «Meglio fuori che dentro», rispose l'altro impassibile.

       Nel ficcarsi sdegnato il cappello in testa, il dottor Slammer sprizzava indicibile ferocia; dal canto loro, lo sconosciuto e Mr Tupman salirono nella stanza di quest'ultimo per riporre il piumaggio preso in prestito dall'ignaro Mr Winkle.

       Il quale Mr Winkle dormiva della grossa. Ben presto tutto fu rimesso a posto. Lo sconosciuto era in vena di scherzare; confuso dal vino, dal negus, dalle luci, dalle gentildonne, Mr Tracy Tupman era anche lui dell'opinione che l'intera faccenda fosse uno scherzo gustosissimo. Il suo nuovo amico se ne andė; dopo aver sperimentato qualche difficoltą nell'azzeccare il pertugio del berretto da notte, destinato originariamente ad accogliere la sua testa, e dopo aver rovesciato il candeliere durante la lotta per infilarselo, Mr Tupman riuscď a cacciarsi nel letto con una serie di complicate manovre: subito dopo era sprofondato nel sonno. La mattina successiva, l'ultimo rintocco delle sette era appena scoccato quando, per il gran chiasso fatto da qualcuno che bussava alla porta della sua camera l'immane cervello di Mr Pickwick emerse dallo stato di incoscienza nel quale lo aveva precipitato il sonno.

       «Chi Ź?», chiese Pickwick con un sobbalzo nel letto.

       «Lustrascarpe, signore».

       «Che cosa volete?».

       «Per favore, signore, sapete dirmi chi nel vostro gruppo possiede una marsina blu acceso con un bottone dorato inciso con le iniziali C.P.?».

       «L'hanno data da ripulire», penso Pickwick, «ed ora quest'uomo si Ź dimenticato a chi appartiene». «Mr Winkle», disse ad alta voce, «due porte piĚ in lą, sulla destra».

       «Grazie, signore», disse il lustrascarpe allontanandosi.

       «Che succede?», gridė Mr Tupman mentre dei forti colpi alla sua porta lo facevano sobbalzare dall'oblio del sonno.

       «Posso parlare con Mr Winkle, signore?», rispose il lustrascarpe restando fuori.

       «Winkle! Winkle!», chiamė Mr Tupman urlando nella direzione della stanza interna.

       «Siiiď!», squittď una voce debole da sotto le coperte.

       «Vi cercano ... qualcuno alla porta...», e dopo lo sforzo per articolare il messaggio, Mr Tracy Tupman si rigirė e riprese a dormire della grossa.

       «Mi cercano! », esclamė Mr Winkle, saltando fuori del letto e mettendosi addosso qualche indumento. «Mi cercano! Lontano da casa... chi mai puė cercarmi?».

       «Un gentiluomo nel caffŹ, signore», rispose il lustrascarpe, mentre Mr Winkle apriva la porta e si affacciava. «Il gentiluomo assicura di non volervi trattenere piĚ di qualche attimo, ma dice che non puė accettare un rifiuto».

       «Molto strano!», disse Mr Winkle. «Scendo immediatamente».

       Avvoltolatosi in gran fretta in una coperta da viaggio e in una vestaglia, scese da basso. Una vecchia e un paio di camerieri pulivano la sala e, accanto alla finestra, un ufficiale in uniforme che indicava un basso rango guardava fuori. Come Mr Winkle entrė, quello si volse e chinė la testa in un rigido inchino. Ordinė agli attendenti di ritirarsi e, con grande circospezione, chiuse la porta. «Mr Winkle, suppongo?».

       «Mi chiamo Winkle, signore».

       «Non sarete sorpreso, signore, nell'apprendere che mi sono presentato qui, questa mattina, su incarico del mio amico, il dottor Slammer del 97°».

       «Il dottor Slammer?».

       «Il dottor Slammer. Mi ha chiesto di significarvi che, a suo avviso, ieri sera vi siete comportato in modo inqualificabile anzi - ha aggiunto - in modo indegno di un gentiluomo».

       Lo sbalordimento di Mr Winkle era troppo tangibile e troppo palese per passare inosservato all'amico del dottor Slammer, il quale pertanto proseguď: «Su precise istruzioni del mio amico, il dottor Slammer, aggiungo quanto segue: Ź sua ferma convinzione che durante parte della serata voi foste in preda ai fumi dell'alcol e probabilmente inconsapevole dell'oltraggio di cui vi siete macchiato. Mi ha incaricato di dirvi che qualora, a giustificazione del vostro comportamento, voi decideste di invocare l'ebbrezza, egli acconsentirebbe ad accettare un atto di scuse scritte, redatto di vostro pugno sotto mia dettatura».

       «Scuse scritte! », ripeté Mr Winkle con accenti che esprimevano sommo stupore.

       «Naturalmente sapete benissimo quale Ź l'alternativa», replicė il visitatore con freddezza.

       «Vi Ź stato affidato questo messaggio per me personalmente?», chiese Mr Winkle le cui capacitą intellettuali erano state assai scombussolate dall'incredibile colloquio.

       «Non ero presente di persona», rispose il visitatore. «A seguito del vostro fermo rifiuto di dare al dottor Slammer il biglietto da visita, sono stato pregato da questo gentiluomo di identificare colui che indossava un abito molto inconsueto - un completo azzurro con un bottone dorato con sopra inciso un busto e le lettere C.P.».

       Davanti a quella minuziosa descrizione della sua tenuta, Mr Winkle vacillė attonito. L'amico del dottor Slammer proseguď: «Dalle indagini or ora svolte nel caffŹ, sono giunto alla conclusione che il proprietario dell'abito in questione Ź arrivato qui in compagnia di tre gentiluomini ieri pomeriggio. Immediatamente mi sono sentito indirizzare verso colui che dalle descrizioni appariva essere il capo del gruppo, ed Ź stato questi che mi ha diretto a voi».

       Se la torre principale del castello di Rochester si fosse sollevata dalle fondamenta e, preso a camminare, si fosse posata davanti alla finestra del caffŹ, la sorpresa di Mr Winkle sarebbe stata niente a paragone del profondo stupore con il quale ascoltė quel messaggio. La prima reazione fu che l'abito gli era stato rubato.

       «Potete aspettarmi per un attimo?», chiese.

       «Certamente», acconsentď il malaugurato visitatore.

       Mr Winkle di tutta fretta si precipitė al piano di sopra e con mano tremante aprď la borsa. Eccolo l'abito al solito posto ma, a un attento esame, chiare tracce attestavano che era stato usato la sera prima.

       «Deve essere andata cosď», si disse Mr Winkle lasciando cadere l'abito. «Ho bevuto troppo dopo cena e ho il vago ricordo di aver gironzolato per le strade e di essermi fumato un sigaro. La realtą Ź che ero troppo ubriaco... devo essermi cambiato di abito... finito chissą dove... insultato qualcuno... Ź andata cosď, di sicuro. Questa ambasciata ne Ź la terribile conseguenza». E cosď dicendo, Mr Winkle ritornė sui suoi passi verso la sala con l'animo devastato dallo strazio, deciso ad accettare la sfida del bellicoso dottor Slammer e affrontare chissą quali funeste conseguenze.

       A questa decisione Mr Winkle fu indotto da una serie di considerazioni: prima fra tutte, la reputazione di cui godeva nel Circolo. Era sempre stato considerato un'autoritą in tema di pratica e destrezza sportiva - offensiva, difensiva, inoffensiva che fosse - e se, messo alla prova la prima volta, si fosse sottratto al confronto, sotto gli occhi del loro maestro, il suo nome e il suo prestigio ne avrebbero irrimediabilmente sofferto. Inoltre, ricordava di aver sentito spesso i profani in tali materie congetturare che, per tacito consenso dei secondi, le pistole venivano di rado caricate con proiettili. Per di piĚ, rifletteva, se avesse chiesto a Snodgrass di fare da secondo e avesse dipinto i pericoli a tinte adeguatamente fosche, quel gentiluomo ne avrebbe forse parlato con Mr Pickwick, e questi- ne era sicuro - non avrebbe, certo, perso tempo a trasmettere l'informazione alle autoritą locali prevenendo, in tal modo, l'uccisione o il ferimento di un suo fedele.

       Tali erano i suoi pensieri mentre ritornava verso la sala ad annunciare che intendeva accettare la sfida del dottore.

       «Potete mettermi in contatto con un vostro amico per concordare l'ora e il luogo dell'incontro?», chiese l'ufficiale.

       «Non Ź necessario. Ditemi dove e quando; provvederė a procurarmi l'assistenza di un amico».

       «Diciamo allora... al tramonto questa sera?», suggerď l'ufficiale con indifferenza.

       «Benissimo», replicė Mr Winkle pensando in cuor suo che, in realtą, andava malissimo.

       «Conoscete Fort Pitt?».

       «Sď, l'ho visto ieri».

       «Se vi darete la pena di voltare nel campo che costeggia il fossato e, arrivato all'angolo della fortezza, di imboccare il sentiero sulla sinistra, proseguendo diritto finché non mi vedrete, vi farė strada io fino a un luogo appartato dove potrete sistemare la faccenda senza paura di essere interrotti».

       "Paura di essere interrotti!", pensė Mr Winkle.

       «Tutto chiaro, credo», aggiunse l'ufficiale.

       «Mi pare proprio di sď. Buon giorno».

       «Buon giorno», rispose l'ufficiale intonando, nell'allontanarsi a gran passi, un allegro motivetto.

       Quella mattina, la colazione si trascinė con penosa lentezza. Mr Tupman non era nelle condizioni di alzarsi dopo l'inconsueta bisboccia della sera precedente; dal canto suo, Mr Snodgrass si contorceva in preda a una poetica depressione dell'animo; perfino Mr Pickwick esibiva un'insolita predilezione per il silenzio e l'acqua di soda. Trepidamente Mr Winkle aspettava che gli si presentasse l'occasione: l'attesa non si protrasse a lungo. Mr Snodgrass propose di andare a visitare il castello e, siccome Mr Winkle era l'unico del gruppo disposto a fare una camminata, i due uscirono insieme.

       «Snodgrass», esordď Mr Winkle quando si trovarono lontani dalla strada principale, «Snodgrass, amico mio, posso contare sulla vostra discrezione?». E, nel dire ciė, sperava ardentemente e fervidamente di non poterlo fare.

       «Sď, vi giuro...».

       «No, no», lo interruppe l'altro terrorizzato all'idea che l'amico, inconsapevole, si impegnasse sull'onore a non propalare l'informazione, «non giurate, non giurate; Ź del tutto superfluo».

       Mr Snodgrass lasciando cadere la mano che, nel fare la suddetta invocazione, aveva levato con slancio poetico verso le nubi, assunse un'aria molto compassata.

       «Caro amico, mi serve il vostro aiuto in una questione d'onore».

       «L'avrete», rispose solenne Mr Snodgrass afferrando la mano dell'amico.

       «Si tratta di un dottore... il dottor Slammer del 97°», proseguď Mr Winkle ansioso di dare alla faccenda tutta la solennitą che gli riusciva. «Una questione con un ufficiale che ha per secondo un altro ufficiale, questa sera al tramonto, in un prato solitario oltre Fort Pitt».

       «Vi assisterė», promise Mr Snodgrass.

       Era sbalordito, ma non sgomento. Incredibile come tutti, tranne l'interessato, mantengano la calma in casi del genere. Mr Winkle se ne era dimenticato. Aveva valutato i sentimenti dell'amico sulla base dei propri.

       «Le conseguenze possono essere spaventose».

       «Spero di no».

       «Il dottore Ź un eccellente tiratore, immagino».

       «Lo sono quasi tutti i militari», osservė Mr Snodgrass. «Lo siete anche voi, vero?».

       Mr Winkle assentď, ma, consapevole di non aver messo abbastanza in allarme l'amico, cambiė tattica.

       «Snodgrass», esordď con voce rotta dall'emozione, «se cadrė sul campo dell'onore, troverete in un pacchetto che voglio affidare alle vostre cure una lettera per... per mio padre».

       Ma anche questa manovra si mostrė perdente. Mr Snodgrass, commosso, assunse l'impegno di consegnare la lettera con la stessa celeritą che se fosse stato un corriere postale.

       «Se cadrė sul campo dell'onore, oppure se a cadere sarą il dottore, voi, mio caro amico, sarete processato come complice e favoreggiatore del fatto. Ho forse io il diritto di esporre un amico al rischio di essere deportato... ai lavori forzati a vita?».

       Mr Snodgrass ebbe un breve sussulto, ma la sua lealtą era eroica. «In nome dell'amicizia sono disposto a sfidare tutti i pericoli», esclamė con fervore.

       Quali imprecazioni non rivolse dentro di sé per qualche minuto Mr Winkle al senso di amicizia del compagno, mentre camminavano, fianco a fianco, in silenzio, ciascuno immerso nei propri pensieri! Il mattino stava volgendo verso mezzogiorno; era disperato.

       «Snodgrass», cominciė fermandosi all'improvviso, «non ostacolatemi in questa faccenda... non informate le autoritą locali... non rivolgetevi a uno dei tanti ufficiali di pace per íar arrestare me o il dottor Slammer del 97° Reggimento, attualmente di stanza nella caserma di Chatham, e in tal modo impedire che si faccia il duello. Mi raccomando: non fatelo».

       «Per niente al mondo!», rispose con trasporto Mr Snodgrass afferrando calorosamente la mano dell'amico.

       Mr Winkle si sentď percorrere tutto da un brivido di orrore mentre si faceva strada in lui la convinzione che, non potendo contare sulla paura dell'amico, era ineluttabilmente destinato a diventare un bersaglio vivente.

       Dopo aver spiegato con le dovute forme a Mr Snodgrass come stavano le cose e un bel po' di cose aver noleggiato da un armaiolo di Rochester - pistole da duello per rendere soddisfazione e un soddisfacente armamentario comprendente polvere, proiettili, capsule - i due amici fecero ritorno alla locanda: Mr Winkle a rimuginare sull'imminente scontro e Mr Snodgrass a sistemare le armi della guerra, mettendole bene in ordine in modo che fossero pronte all'uso.

       Era una serata uggiosa, di nebbia, quando insieme i due si incamminarono verso la funesta meta. Per non essere notato Mr Winkle si era intabarrato in un enorme mantello, sotto il suo Mr Snodgrass nascondeva gli strumenti di morte e distruzione.

       «Avete preso tutto?», chiese Mr Winkle agitato.

       «Tutto. Munizioni in abbondanza qualora i colpi dovessero far cilecca. C'Ź un quarto di libbra di polvere nell'astuccio, e in tasca ho due giornali che ci serviranno a caricare».

       Erano manifestazioni di amicizia davanti alle quali chiunque avrebbe dovuto sentire profonda gratitudine. ť da presumere che Winkle, sopraffatto dalla riconoscenza, non riuscisse a esprimerla a parole perché, senza fiatare, continuė a camminare... piuttosto lentamente.

       «Siamo puntualissimi», osservė Mr Snodgrass mentre superavano la staccionata del primo campo. «Il sole sta per scendere». Mr Winkle diede un'occhiata all'astro morente e con doloroso sgomento gli venne da pensare che fra non molto anche lui rischiava di far la stessa fine.

       «Ecco l'ufficiale», esclamė Mr Winkle dopo qualche minuto.

       «Dove?», chiese Mr Snodgrass.

       «Lď... il gentiluomo con il mantello blu». Mr Snodgrass guardando nella direzione verso la quale puntava l'indice dell'amico, vide una figura tutta intabarrata, come aveva descritto l'altro. Facendo un breve cenno della mano, l'ufficiale diede segno di aver notato la loro presenza e, mentre quello li precedeva, i due amici si misero a seguirlo.

       La foschia si infittiva, un vento struggente sibilava sui campi deserti, simile al grido lontano di un gigante che richiama il suo cane. La tristezza di quello spettacolo gettava un'ombra di cupo presagio sui pensieri e i sentimenti di Mr Winkle. Nel superare l'angolo del fossato, ebbe un sobbalzo: gli parve di vedere un'enorme tomba.

       All'improvviso l'ufficiale abbandonė il sentiero e, dopo aver superato uno steccato e scalato una palizzata, si avventurė verso un campo isolato. C'erano due gentiluomini in attesa: uno era un ometto grasso con i capelli scuri; l'altro - un personaggio maestoso in un soprabito con alamari- se ne stava seduto calmissimo su un seggiolino da campo.

       «L'avversario con un chirurgo, immagino», disse Mr Snodgrass. «Bevete un goccio di cognac». Afferrata la borraccia offertagli dall'amico, Mr Winkle ingollė una lunga sorsata dell'inebriante liquido.

       «Il mio amico, Mr Snodgrass, signore», esordď Mr Winkle mentre l'ufficiale si avvicinava. L'amico del dottor Slammer fece un inchino e produsse un astuccio simile a quello di Mr Snodgrass.

       «Non abbiamo altro da aggiungere, signore, credo», osservė quello con freddezza nell'aprire l'astuccio. «Le scuse sono gią state respinte in modo risoluto».

       «Nient'altro, signore», replicė Mr Snodgrass sempre piĚ a disagio.

       «Volete fare un passo avanti?», chiese l'ufficiale.

       «Certamente», rispose Mr Snodgrass. Misurarono il terreno e concordarono i preliminari.

       «Troverete che queste sono migliori delle vostre», intervenne l'altro padrino esibendo le pistole. «Mi avete visto che le caricavo. Avete niente da obiettare a servirvene?».

       «No, certamente», acconsentď Mr Snodgrass. Quell'offerta gli era di grande sollievo e lo toglieva da grave imbarazzo perché le sue nozioni di come si fa a caricare una pistola erano piuttosto vaghe e confuse.

       «E ora di piazzare i nostri uomini, mi pare», osservė l'ufficiale con assoluta indifferenza come se i duellanti fossero pedine su una scacchiera e loro due, i secondi, fossero i giocatori.

       «Penso di sď», convenne Mr Snodgrass pronto ad accettare qualsiasi proposta perché non aveva idea di come andavano fatte le cose. L'ufficiale si avvicinė al dottor Slammer e Mr Snodgrass ritornė vicino a Mr Winkle.

       «E tutto pronto», disse porgendogli la pistola. «Datemi il mantello».

       «Avete il pacchetto, mio caro amico, vero?», bisbigliė il povero Winkle.

       «Certamente. Siate fermo e colpitelo».

       A Mr Winkle venne in mente il consiglio che in un tafferuglio fra monelli gli astanti non mancano di dare al piĚ fragile e debole. «Buttati e dagliele!»: mirabile incoraggiamento se solo si sapesse come fare. In silenzio, si tolse, rassegnato, il mantello - ci voleva sempre molto tempo per sbottonarlo, quel mantello - e prese la pistola. I padrini si ritrassero, lo stesso fece il gentiluomo appollaiato sul seggiolino da campo, i belligeranti si avvicinarono.

       Mr Winkle si era sempre distinto per un grande senso umanitario. La congettura Ź che, nel prendere posto nel punto fatale, la riluttanza a far volutamente del male a un proprio simile gli abbia fatto chiudere gli occhi e che l'aver gli occhi serrati gli abbia impedito di osservare l'incredibile, inaudito, inspiegabile comportamento del dottor Slammer. Il quale gentiluomo ebbe un sobbalzo, si mise a fissare, fece un passo indietro, si strofinė gli occhi, riprese a fissare e, alla fine, proruppe in un urlo: «Fermatevi, fermatevi! Che scherzo Ź mai questo?», chiese il dottor Slammer mentre il suo amico e Mr Snodgrass arrivavano di corsa. «Non Ź lui!».

       «Non Ź lui!», annunciė il secondo del dottor Slammer.

       «Non Ź lui!», annunciė Mr Snodgrass.

       «Non Ź lui!», annunciė il gentiluomo con in mano il seggiolino da campo.

       «Non Ź lui, ne sono sicuro», ribatté il dottore. «Non Ź la persona che mi ha insultato ieri sera».

       «Inaudito!», esclamė l'ufficiale.

       «Davvero», disse il gentiluomo con il seggiolino da campo. «Il problema che si pone Ź se questo gentiluomo, che ora si trova sul campo, non debba essere considerato, da un punto di vista formale, l'individuo che ha insultato il nostro amico, dottor Slammer, ieri sera, a prescindere dal fatto che lo sia veramente». E, fornita questa spiegazione con aria molto saputa e misteriosa, il signore con il seggiolino da campo, messosi a fiutare una cospicua presa di tabacco, si guardė intorno con l'aria di essere un'autoritą in tale materia.

       Ora, nel sentire l'avversario annunciare la cessazione delle ostilitą, Mr Winkle aveva riaperto gli occhi e aperto le orecchie, e, intuendo da quanto quello aveva aggiunto subito dopo, che c'era stato, senza possibilitą di dubbio, un errore in tutta la faccenda, immediatamente si rese conto del gran vantaggio, sul piano della reputazione, che gli sarebbe venuto dal celare il vero motivo della sua presenza sul campo. Perciė fece spavaldamente un passo in avanti e proclamė:

       «ť vero: non sono io. Lo so».

       «Ecco un affronto al dottor Slammer», prese a dire l'uomo con il seggiolino. «Motivo sufficiente per procedere sull'istante».

       «Per favore, Payne, state calmo» intervenne il padrino del dottore. «Perché non mi avete chiarito la situazione questa mattina, signore?».

       «Appunto... proprio cosď», commentė indignato l'uomo con il seggiolino.

       «Vi prego di non interloquire, Payne», disse l'altro. «Volete che ripeta la domanda, signore?».

       «Perché, signore», prese a dire Mr Winkle, che aveva avuto il tempo di decidere come rispondere, «perché, signore, avete osato dare dell'ubriaco e dello screanzato a una persona con indosso l'abito che non ho soltanto l'onore di portare, ma che ho anche inventato... l'uniforme da me proposta al Circolo Pickwick di Londra. Mi sento obbligato a difendere quell'onore ed Ź per questo che, senza chiedere altro, ho accettato la sfida che mi avete lanciato».

       «Mio caro signore», disse il dottore facendosi avanti giulivo con la mano tesa, «rendo omaggio al vostro valore. Consentitemi, signore, di significarvi la piĚ alta stima per come vi siete comportato e mi rammarico profondamente del contrattempo causato da questo incontro non necessario».

       «Vi prego, signore, di non darvene nessuna pena», disse magnanimo Mr Winkle.

       «Sono orgoglioso di aver avuto il privilegio di incontrarvi, signore», disse il dottore dall'alto della sua bassa statura.

       «Conoscervi Ź stato per me un grandissimo piacere, signore», rispose Mr Winkle. E a suggellare queste parole si strinsero la mano il dottore e Mr Winkle, poi Mr Winkle e il tenente Tappleton, (il secondo del dottore), poi Mr Winkle e l'uomo con il seggiolino, e, da ultimo, Mr Winkle e Mr Snodgrass, sopraffatto dall'ammirazione per la nobile condotta dell'eroico amico.

       «Ritengo che ci sia lecito considerare tutto sospeso», disse il tenente Tappleton.

       «Certamente», aggiunse il dottore.

       «A meno che», intervenne l'uomo con il seggiolino, «a meno che non sia Mr Winkle a sentirsi offeso dalla sfida, nel qual caso, Ź mia opinione che abbia diritto ad aver soddisfazione».

       Dando prova di grande abnegazione, Mr Winkle si dichiarė gią pienamente soddisfatto.

       «O ancora», precisė l'uomo con il seggiolino, «puė essere che sia il padrino del gentiluomo a sentirsi insultato da alcune osservazioni che mi sono sfuggite all'inizio di questo incontro: se Ź cosď sarė lieto di dargli soddisfazione immediatamente».

       Con grande solerzia Mr Snodgrass si dichiarė obbligatissimo per la cortese offerta del gentiluomo che aveva appena parlato, la quale offerta egli non poteva che declinare, essendo assolutamente soddisfatto per come si era svolta l'intera procedura. I due padrini rimisero a posto gli astucci, e l'intero gruppo si allontanė dal terreno con animo e modi assai piĚ allegri di quanto avessero avuto nel raggiungere quel luogo.

       «Vi fermate qui a lungo?», si informė il dottor Slammer rivolto a Mr Winkle, mentre insieme proseguivano trattandosi con grandissima cordialitą.

       «Credo che partiremo dopodomani», fu la risposta.

       «Confido di avere il piacere di vedervi nei miei appartamenti insieme al vostro amico e di trascorrere in vostra compagnia una gradevole serata, dopo questo imbarazzante equivoco» disse il dottore. «Siete libero da impegni questa sera?».

       «Abbiamo degli amici qui», rispose Mr Winkle, «e mi dispiacerebbe lasciarli stasera. Forse voi e il vostro amico vorrete raggiungerci alla locanda del Toro».

       «Con grande piacere», disse il dottore. «Le dieci non Ź troppo tardi per una breve visita di una mezz'ora?».

       «Santo cielo, no!», esclamė Mr Winkle. «Sarė felicissimo di presentarvi ai miei amici. Mr Pickwick e Mr Tupman».

       «Sarą certamente un grande piacere per me, ne sono certo», rispose il dottor Slammer, lontanissimo dal sospettare chi fosse Mr Tupman.

       «Verrete sicuramente?», chiese Mr Winkle.

       «Senza dubbio».

       Avevano raggiunto nel frattempo la strada. Si scambiarono cordiali commiati e il gruppo si separė. Il dottor Slammer e i suoi amici rientrarono nella caserma; Mr Winkle, accompagnato dal suo amico, Mr Snodgrass, fece ritorno alla locanda.

 

III • UNA NUOVA CONOSCENZA. RACCONTO DI UN GUITTO. SGRADEVOLE INTERRUZIONE E SPIACEVOLE INCONTRO

 

 

 

       L'inconsueta assenza dei due amici aveva suscitato qualche apprensione in Mr Pickwick, e il loro misterioso comportamento durante tutta la mattinata non aveva contribuito affatto ad alleviarla. Con piĚ slancio del solito, quindi, al vederli entrare, si alzė per salutarli e con un interesse piĚ vivo del consueto si informė sul motivo che li aveva tenuti lontani. In risposta alle sue domande, Mr Snodgrass si accingeva a fornire un resoconto storico delle circostanze or ora riferite in tutti i particolari, quando all'improvviso lo trattenne il vedere, oltre a Mr Tupman e al vicino di diligenza del giorno prima, un nuovo personaggio dall'aspetto altrettanto singolare. Con il volto gialliccio e gli occhi profondamente infossati, resi ancora piĚ impressionanti di quanto fossero di per sé da una chioma nera e irta che gli scendeva arruffata e in disordine fino a metą faccia, lo sconosciuto pareva devastato dall'angoscia. Gli occhi acutissimi brillavano di uno scintillio innaturale; gli zigomi erano alti e prominenti; la mascella protuberante e ossuta dava, a guardare quel volto, l'impressione che, per qualche contrazione muscolare, avesse risucchiato la carne delle guance, se la bocca semiaperta e l'espressione attonita non avessero indicato che quello era l'aspetto normale. Le punte larghe di uno scialle verde intorno al collo, sbucando a tratti attraverso le asole del vecchio panciotto, gli pendevano in disordine sul petto. Completava l'abbigliamento un lungo soprabito nero da sotto il quale spuntavano larghi pantaloni grigiastri e stivaloni al limite dell'usura.

       Su questa persona dall'aspetto tanto sciatto si posarono gli occhi di Mr Winkle, e Mr Pickwick tese la mano annunciando: «Un amico del nostro amico. Abbiamo scoperto questa mattina - anche se non Ź suo desiderio farlo sapere in giro - che il nostro amico ha qui dei contatti con il mondo del teatro. Questo gentiluomo Ź seguace della medesima professione. Quando siete entrati, si accingeva a onorarci raccontando un piccolo aneddoto sull'ambiente degli artisti».

       «Aneddoti a non finire», dichiarė l'amico del giorno prima, avvoltolato nel suo cappotto verde, avanzando verso Mr Winkle e apostrofandolo con voce bassa e confidenziale. «Tipo bislacco - ruoli faticosi - non attore protagonista - strano uomo - tutte le disgrazie - Jemmy il Mesto lo chiamiamo noi del giro». Con estrema cortesia Mr Winkle e Mr Snodgrass accolsero il gentiluomo, elegantemente designato come Jemmy il Mesto e, ordinando brandy e acqua, a imitazione degli altri membri del gruppo, si assisero intorno alla tavola.

       «Ora, signore», invitė Mr Pickwick, «vi saremo obbligati se procederete con il racconto».

       Estraendo dalla tasca un rotolo di carta sporco e rivolgendosi a Mr Snodgrass che aveva appena tirato fuori il suo libriccino di appunti, il lugubre personaggio, con voce cupa in perfetta sintonia con l'aspetto, chiese: «Siete voi il poeta?».

       «Io... io mi arrangio un pochino», rispose Mr Snodgrass preso alla sprovvista da quella domanda brusca e diretta.

       «Ah! La poesia Ź per la vita quello che per il palcoscenico sono le luci e la musica: strappate all'uno i falsi ornamenti e all'altra le illusioni, e che cosa rimane per cui valga la pena di vivere o affannarsi?».

       «Parole sacrosante, signore», fu il commento di Mr Snodgrass.

       «Essere alla ribalta», riprese il tetro personaggio, «Ź come trovarsi in mezzo a un grandioso spettacolo di corte ad ammirare le sontuose vesti di seta della brigata... Stare dietro le quinte significa essere di coloro che creano tutto quello sfarzo, gente sconosciuta, anonima di cui nessuno si preoccupa, abbandonata a se stessa, destinata ad annegare o a restare a galla, a vivere una vita di stenti o di agi, a seconda di come gira la fortuna».

       «Proprio cosď», disse Mr Snodgrass che, sentendo puntati su di sé quegli occhi incavati, si sentiva in obbligo di dire qualcosa.

       «Va' avanti, Jemmy», disse il viaggiatore spagnolo, «fa come Susan dagli occhi neri... giĚ nel baratro... senza gracchiare... dizione chiara... in gamba».

       «Volete bere un altro bicchiere prima di dare inizio, signore?», chiese Mr Pickwick.

       Il mesto individuo colse l'occasione al volo e, dopo aver mescolato un bicchiere di brandy e uno di acqua e averne ingollata la metą, svoltolė il rotolo di carta e si mise a riferire, in parte leggendo, in parte narrando, il racconto che segue e che troviamo agli atti fra i documenti del Circolo sotto il titolo Racconto di un guitto.

 

 

RACCONTO DI UN GUITTO

 

       «Non c'Ź niente di meraviglioso in quello che mi accingo a raccontare», esordď il triste figuro. «Non c'Ź neppure nulla di straordinario nella mia storia. In molti momenti dell'esistenza, bisogno e malattia sono troppo ordinari per meritare piĚ attenzione di quella che di solito si accorda alle consuete vicissitudini della vita. Ho messo insieme queste poche note perché da anni conoscevo il protagonista. A passo a passo l'ho seguito nelle sue traversie fino a quando non si trovė sprofondato in quell'abisso di degradazione dal quale non si sarebbe piĚ risollevato.

       «L'uomo del quale vi parlo era un clown, un attorucolo da pantomima, e, come molti che fanno lo stesso mestiere, un alcolizzato cronico. Nei suoi giorni migliori, quando ancora non l'aveva devastato una vita dissoluta e non l'aveva segnato la malattia, il salario che percepiva era buono e, se si fosse dimostrato attento e prudente, forse avrebbe continuato a percepirlo per qualche anno. Non per molti tuttavia; questi sono uomini che vanno incontro a una morte precoce, oppure, sfruttando in modo innaturale le loro energie, perdono prematuramente quel vigore fisico che Ź l'unica fonte di sussistenza. Ben presto il vizio inveterato del bere lo asservď a tal punto che fu impossibile utilizzarlo in teatro. Taverne e osterie esercitavano su di lui un fascino irresistibile. Malattie trascurate e una povertą senza via di scampo erano ineluttabili quanto lo era la morte, se continuava su quella strada; eppure perseverė con i risultati che si possono immaginare. Non riusciva a ottenere scritture e aveva bisogno di mangiare.

       «Tutti coloro che hanno una qualche familiaritą con il mondo dello spettacolo sanno quale branco di disperati in miseria graviti intorno al palcoscenico di un grande teatro: non sono attori con contratto regolare, ma ballerini, comparse, saltimbanchi, ingaggiati finché in cartellone c'Ź una pantomima oppure una rappresentazione pasquale, per essere subito dopo licenziati fino al momento in cui la produzione di un grosso spettacolo non fa nascere l'occasione di ricorrere ancora ai loro servizi. Cosď viveva il nostro uomo e, interpretando qualche particina in questo o quel teatrino di second'ordine, riusciva ancora a mettere insieme quei pochi scellini che gli consentivano di soddisfare la vecchia abitudine. Ben presto gli venne a mancare anche questa risorsa; le sue sregolatezze erano troppo clamorose per permettergli di guadagnare perfino un'insignificante miseria. Di fatto venne a trovarsi sull'orlo della fame; solo di tanto in tanto riusciva a procurarsi un po' di soldi chiedendoli in prestito a qualche vecchio amico oppure ottenendo una scrittura in qualche teatro di infimo ordine. I pochi quattrini che riusciva a racimolare li spendeva nel solito modo.

       «Tempo fa, circa di questa stagione, quando gią da un anno viveva chissą come, mi capitė di lavorare per un breve periodo in un teatro nel Surrey, sul Tamigi, e qui lo rividi dopo un lungo intervallo: avevo viaggiato in provincia, mentre lui era rimasto a bazzicare nei vicoli e nei bassifondi di Londra. Vestito con gli abiti di ogni giorno, stavo attraversando il palcoscenico per andarmene, quando mi sentii battere sulla spalla. Mai piĚ dimenticherė lo spettacolo ripugnante che, nel girarmi, si offrď al mio sguardo. Indossava il costume di scena con tutta la sua incongruitą. Neppure le spettrali figure che compaiono nella Danza della Morte, neppure le forme piĚ spaventose rappresentate sulla tela dai grandi maestri hanno un aspetto tanto sinistro. Il corpo gonfio e le gambe rattrappite - deformitą, questa, che il costume fantasioso esaltava mille volte, - l'occhio vitreo in grottesco contrasto con lo spesso strato di cerone bianco spalmato sul volto; la testa decorata con assurdi ornamenti, scossa da un continuo tremore come se fosse stato colpito da paralisi; le mani ridotte a pelle e ossa, dipinte con il gesso bianco - tutto contribuiva a dargli un aspetto innaturale e rivoltante, che nessuna descrizione riesce a rendere adeguatamente e che, ancor oggi, mi fa tremare al solo pensarci. Mi chiamė da parte; con voce tremula e sorda, a parole spezzate, mi raccontė una lunga storia di disgrazie e di privazioni, che si concluse, come al solito, con la richiesta di un prestito urgente per una misera somma di danaro. Gli misi in mano qualche scellino e, nell'allontanarmi, sentii il rimbombo della risata che accoglieva il suo primo capitombolo sul palcoscenico.

       «Alcune sere dopo, un ragazzo mi infilė in mano un sudicio brandello di carta con sopra poche parole scarabocchiate a matita: annunciavano che l'uomo era gravemente malato e mi chiedevano di recarmi da lui, dopo lo spettacolo, in una certa strada - ho dimenticato il nome - non molto lontano dal teatro. Promisi di andarci non appena mi fosse stato possibile assentarmi, e quando il sipario calė, mi misi in cammino per la melanconica spedizione.

       «Era tardi perché ero stato impegnato nell'ultimo spettacolo e, siccome si era trattato di una serata di beneficenza, la recita si era protratta fino a un'ora insolitamente inoltrata. La notte era fredda; sibilava un vento gelido e umido, che faceva scrosciare la pioggia contro le finestre e le facciate delle case. Nelle stradine poco frequentate si erano formate grandi pozzanghere, e, poiché i rari lampioni erano stati quasi tutti spenti dalla violenza del vento, camminare non era soltanto difficoltoso, ma anche assai malsicuro. Imboccata comunque la direzione giusta, riuscii, con qualche incertezza, a trovare la casa - un deposito di carbone con un primo piano. Qui, nella stanza sul retro, giaceva l'individuo che cercavo.

       «Una donna smunta, la moglie, mi venne incontro sulle scale; dicendomi che il marito si era appena assopito, mi fece strada silenziosamente e accanto al letto mise una sedia per me. Il malato giaceva con il volto girato verso il muro; non diede segno di accorgersi della mia presenza e questo mi consentď di guardarmi in giro.

       «Era disteso su una vecchia branda, di quelle che durante il giorno si ripongono, dopo averle piegate. A capo del letto era steso un drappo, ormai a brandelli, di una stoffa a quadri, per proteggere il malato dal vento che tuttavia, penetrando nella stanza attraverso le numerose fessure della porta, gonfiava la tenda in continuazione. Nel focolare, sulla griglia traballante e tutta arrugginita, ardeva un fuocherello striminzito; vicino c'era un tavolo triangolare, macchiato, con sopra alcuni flaconi di medicine, un bicchiere sbeccheggiato, qualche suppellettile domestica. Su un letto di fortuna, sistemato sul pavimento, dormiva un bambino; accanto a lui sedeva la donna. Su alcune mensole erano appoggiati piatti, piattini, scodelle; sotto pendevano un paio di scarpe da scena e alcune sciabole. Salvo qualche mucchietto di stracci e alcuni fagotti gettati sbadatamente qua e lą negli angoli della stanza, erano l'unico arredo di quel tugurio.

       «Ebbi il tempo di notare questi particolari e di percepire il pesante ansito dell'infermo e i brividi dovuti alla febbre, prima che lui si rendesse conto della mia presenza. Mentre tentava irrequieto di trovare un punto per appoggiare la testa, sporse un braccio e la sua mano cadde sulla mia. Sussultando mi guardė con intensa fissitą.

       «"ť Mr Hutley, John", disse la moglie. "Mr Hutley che hai mandato a chiamare stasera, ricordi".

       «"Ah!", esclamė il malato, passandosi la mano sulla fronte. "Hutley... Hutley... fammi pensare". Per qualche secondo, parve che facesse un grande sforzo a raccogliere i propri pensieri, poi, afferrandomi il polso e stringendo forte, disse: "Non lasciarmi... non lasciarmi, amico mio. Quella ha intenzione di uccidermi; sono sicuro che lo farą".

       «"ť da molto in questo stato?", chiesi rivolgendomi alla moglie in lacrime.

       «"Da ieri notte. John, John, non mi riconosci?".

       «"Non permetterle di venirmi vicino", disse l'uomo con un fremito mentre la moglie si chinava su di lui. "Portala via; non sopporto che mi stia vicino". Le lanciė un'occhiata di odio, mentre nel suo sguardo si leggeva una apprensione mortale e poi mi sussurrė nell'orecchio: "La picchio, Jem; l'ho picchiata ieri e molte altre volte. Le ho fatto patir la fame, a lei e al bambino; adesso sono malato, indifeso, Jem, mi ammazzerą per quello che le ho fatto. Ne sono sicuro. Se avessi sentito le sue urla, mi daresti ragione. Tienila lontano". Allentė la stretta e si abbandonė esausto sul cuscino.

       «Sapevo benissimo quel che voleva dire tutta quella storia. Se mai, per un solo istante, avessi avuto qualche dubbio, mi sarebbe bastato dare un'occhiata al volto smunto e al corpo devastato della donna per rendermi conto di come stavano le cose. "Meglio se non vi avvicinate", dissi a quella poveretta. "Non potete aiutarlo. Forse, se non vi vede, si acquieterą". Lei si allontanė sottraendosi alla vista del marito. Dopo qualche secondo, l'infermo aprď gli occhi e si guardė ansiosamente intorno.

       «"Se ne Ź andata?", chiese speranzoso.

       «"Sď... sď, non ti farą del male".

       «"Ti dirė una cosa, Jem", cominciė a voce bassa, "lei di male me ne fa. Qualcosa nei suoi occhi risveglia in me terribili angosce; mi sembra di diventare pazzo. La scorsa notte, quel viso pallido Ź rimasto vicino al mio e quegli occhi dilatati erano puntati su di me. Se mi giravo, quello sguardo mi seguiva; se mi riscuotevo dal sonno, me la trovavo al capezzale intenta a fissarmi". Mi tirė ancora piĚ vicino, mentre con voce profonda e inquieta bisbigliava: "Jem, deve essere uno spirito maligno... un diavolo! Sssss! Ne sono sicuro. Se fosse una creatura in carne ed ossa, ormai sarebbe morta da tempo. Nessuna donna avrebbe potuto sopportare quello che ha patito lei".

       «Mi sentii male al pensiero delle infinite vicissitudini di crudeltą e di avvilimento che lo avevano portato a sperimentare quelle impressioni. Non riuscii a rispondere nulla; chi poteva ispirare speranza o dare consolazione all'essere miserabile che mi stava davanti?

       «Rimasi lď due ore, e per tutto quel tempo lui non fece che agitarsi e dimenarsi, gemendo per il dolore o lamentandosi con insofferenza, gettando senza posa le braccia da una parte e dall'altra, voltandosi in continuazione ora su un lato ora sull'altro. Alla fine sprofondė in quello stato di parziale incoscienza, quando la mente, non piĚ controllata dalla ragione ma non ancora in grado di sfuggire all'indefinibile senso di sofferenza in atto, vaga rievocando questa o quella immagine, questo o quel luogo. Dal suo farneticare incoerente capii che si era proprio giunti a quel punto e, sapendo che, con ogni probabilitą, la febbre non si sarebbe aggravata almeno per il momento, lo lasciai, dopo aver promesso all'infelice moglie di ritornare la sera successiva e, se necessario, di fermarmi a vegliarlo durante la notte.

       «Mantenni la promessa. Le successive ventiquattro ore produssero un mutamento terribile. Negli occhi, pur infossati e appesantiti, splendeva un bagliore spaventoso da sostenere. Le labbra erano aride e screpolate, l'epidermide secca e indurita scottava bruciante; sul viso dell'uomo si leggeva un'ansia sfrenata che attestava con violenza gli effetti devastanti della malattia. La febbre era altissima.

       «Presi il sedile che avevo occupato la notte precedente e lď rimasi seduto per ore, con l'orecchio teso ad ascoltare quei suoni che non possono non toccare nel profondo il cuore perfino dell'uomo piĚ indurito: il rantolo di una creatura che muore. Da quanto avevo appreso della diagnosi del medico, sapevo che non c'era piĚ speranza: ero seduto al capezzale di un moribondo. Quel corpo che appena poche ore prima era tutto contorto per far ridere un pubblico chiassoso ora si dibatteva sotto i miei occhi torturato da una febbre bruciante; sentivo la risata stridula del clown spegnersi nel cupo ansito del morente.

       «ť sempre straziante vedere un uomo che con la mente insegue le normali occupazioni del vivere e si prefigge i comuni scopi di quando era sano, giacere debole e inerme, ma quando le sue occupazioni e i suoi intenti erano di una natura piĚ di ogni altra avversa all'idea della morte o incompatibile con pensieri solenni, l'impressione che se ne trae Ź infinitamente piĚ profonda. Teatro e taverna: ecco i temi principali di quel vaneggiare disperato. Era sera - farneticava - doveva recitare quella notte; era tardi e doveva uscir di casa all'istante Perché lo trattenevano e gli impedivano di andare via? Avrebbe perso i soldi... doveva uscire No, Non lo lasciavano Nascose il volto fra le mani che scottavano per la febbre, con voce flebile si lamentava della propria debolezza e della crudeltą dei suoi aguzzini. Una breve pausa, e si mise a declamare urlando alcuni versi burleschi... gli ultimi che aveva imparato Si tirė su nel letto, si mise in piedi sollevando le membra rattrappite e cominciė a brancolare muovendosi in modo scomposto: recitava... era a teatro. Un attimo di silenzio e cominciė a canticchiare il ritornello di una canzone triviale. Era finalmente arrivato alla vecchia locanda: che caldo lď dentro! Era stato ammalato, molto malato, ma ora era guarito e contento. Riempitegli il bicchiere. Chi, chi glielo aveva strappato dalle labbra? Lo stesso persecutore che lo aveva gią seguito. Cadde riverso sul cuscino e gemette forte. Pochi istanti di incoscienza ed eccolo aggirarsi in un labirinto di sale dal soffitto a volta basso, incombente; cosď basso che a tratti Ź costretto a strisciare carponi per procedere; il luogo Ź buio, chiuso, e dietro ogni angolo si para un ostacolo che gli impedisce di andare avanti. Tutto intorno brulicano esseri ripugnanti che riempiono l'aria e lo guardano con occhi fissi: nella fitta oscuritą del luogo luccicano orribili. Pareti e soffitto pullulano di rettili - la volta si dilata diventando enorme... forme raccapriccianti svolazzano di qua e di lą... e fra queste occhieggiano i volti di uomini che conosce, contorti in smorfie di scherno, deturpati dal disprezzo: lo ustionano con ferri roventi, con corde gli stringono la testa fino a far sprizzare il sangue, e lui si dibatte disperatamente per salvarsi.

       «Alla fine di uno di questi attacchi parossistici, dopo che con grande difficoltą lo ebbi trattenuto sul letto, il mio amico sprofondė in una sorta di pesante torpore. Sopraffatto dalla fatica e dalla veglia, per qualche minuto chiusi gli occhi, quando all'improvviso mi sentii afferrare una spalla. Mi svegliai all'istante. Si era sollevato sul letto in modo da essere seduto, ... un orribile mutamento gli stravolgeva il viso, ma era ritornato in sé e mi riconobbe. Il figlioletto, che da ore non riusciva a prendere sonno, tenuto sveglio dai rantoli, scese dal lettino e corse verso il padre, piangendo per la paura. La madre rapida se lo prese fra le braccia, per tema che nel furore che gli sconvolgeva la mente l'uomo non avesse a fargli del male, ma, nel vederlo cosď stravolto, rimase paralizzata accanto al letto. L'infermo mi stringeva la spalla in modo convulso e, battendosi il petto con l'altra mano, faceva disperati tentativi di articolare qualche parola. Fu inutile: con il braccio teso verso di loro, fece un ultimo sforzo violento. Dalla gola uscď un rantolo sordo; negli occhi comparve uno sguardo intenso... un ultimo gemito soffocato e ricadde indietro... morto!».

 

       Sarebbe per noi fonte di grande letizia riportare il giudizio di Mr Pickwick su tale racconto e non abbiamo motivo di dubitare che avremmo potuto farlo, se non fosse intervenuta una inopportuna interruzione.

       Mr Pickwick, appoggiato sul tavolo il bicchiere che aveva tenuto in mano durante le ultime fasi del racconto, si accingeva a parlare - che avesse di fatto aperto la bocca ce lo conferma l'autorevole fonte rappresentata dal taccuino di appunti di Mr Snodgrass - quando il cameriere entrė nella stanza ad annunciare: «Ci sono dei gentiluomini, signore».

       Secondo certe indiscrezioni, Mr Pickwick, quando fu cosď interrotto, stava per rilasciare alcune dichiarazioni che avrebbero rischiarato il mondo, se non il Tamigi: infatti fissė severamente il cameriere in faccia, poi diede un'occhiata tutto intorno alla compagnia quasi in attesa di essere ragguagliato sui nuovi venuti.

       «Oh!», esclamė Mr Winkle alzandosi. «Si tratta di alcuni miei amici... fateli entrare. Persone molto perbene», aggiunse dopo che il cameriere si fu ritirato. «Ufficiali del 97°; li ho conosciuti in circostanze molto inconsuete questa mattina. Vi piaceranno molto».

       Mr Pickwick riacquistė subito la serenitą: il cameriere, presto di ritorno, introdusse tre gentiluomini nella stanza.

       «Tenente Tappleton», presentė Mr Winkle, «tenente Tappleton, Mr Pickwick; dottor Payne, Mr Pickwick; Mr Snodgrass che gią conoscete; il mio amico, Mr Tupman, e il dottor Payne, il dottor Slammer, Mr Pickwick; Mr Tupman, il dottor Slam...».

       A questo punto Mr Winkle si interruppe bruscamente: il volto di Mr Tupman e anche quello del dottore esprimevano intensa emozione.

       «Ho gią incontrato questo signore», disse il dottore con enfasi.

       «Davvero!», esclamė Mr Winkle.

       «E... anche quell'individuo, se non vado errato», proseguď il dottore gettando un'occhiata inquisitrice sullo sconosciuto avviluppato nel cappotto verde. «Ieri sera ho inoltrato a quell'individuo un invito molto pressante, invito che lui ha ritenuto di dover declinare». E nel dire queste cose, il dottore, squadrando con nobile sdegno lo sconosciuto, sussurrė qualcosa al suo amico, tenente Tappleton.

       «Impossibile!», commentė questo gentiluomo a conclusione di quel gran bisbigliare.

       «Proprio cosď, invece!», rispose il dottore.

       «Siete tenuto a prenderlo immediatamente a calci», mormorė con gran sussiego il proprietario del seggiolino da campo.

       «State calmo, Payne», si interpose il tenente. «Signore, mi consentite di chiedervi», riprese, rivolto a Mr Pickwick alquanto perplesso davanti a quel parlottare assai poco cortese, «mi consentite di chiedervi, signore, se quell'individuo Ź uno dei vostri amici?».

       «No, signore», spiegė Mr Pickwick, «Ź un ospite».

       «Appartiene al vostro club o mi sbaglio?», chiese ancora il tenente con aria inquisitoria.

       «No, certamente».

       «E non usa mai il bottone del vostro club?».

       «No... mai!», rispose Mr Pickwick attonito.

       Il tenente Tappleton si girė verso il suo amico, dottor Slammer, stringendosi in modo appena percettibile nelle spalle come a dubitare della precisione dei suoi ricordi. Il piccolo dottore era furente, ma disorientato, mentre, dal canto suo, il dottor Payne lanciava occhiate feroci al volto raggiante dell'ignaro Mr Pickwick.

       «Signore, voi eravate al ballo ieri sera!», sbottė il dottore rivolto a Mr Tupman, con un tono di voce da farlo sobbalzare quasi gli si fosse conficcato un ago nel polpaccio.

       Mr Tupman con una specie di gorgoglio assentď debolmente, senza distogliere lo sguardo angosciato da Mr Pickwick.

       «Quell'individuo era insieme a voi», proseguď il dottore puntando il dito sull'imperturbabile sconosciuto.

       Mr Tupman ammise la circostanza.

       «Ora, signore», continuė il dottore, «vi chiedo ancora una volta, in presenza di questi gentiluomini, se preferite darmi il vostro biglietto ed essere trattato come si conviene a un gentiluomo, oppure se Ź vostra intenzione impormi l'obbligo di infliggervi personalmente un castigo, qui, all'istante?».

       «Fermatevi, signore!», intervenne Mr Pickwick. «Non posso assolutamente permettere che la cosa vada avanti senza prima aver avuto dei chiarimenti. Tupman, raccontatemi i fatti».

       Mr Tupman, apostrofato con tanta solennitą, in poche parole espose l'accaduto; sfiorė appena la faccenda dell'abito preso a prestito; si dilungė a spiegare che tutto era avvenuto dopo cena; concluse con un breve atto di contrizione e lasciė che lo sconosciuto se la cavasse per conto suo come meglio poteva.

       Il quale sconosciuto si accingeva appunto a cavarsela, quando il tenente Tappleton, che lo teneva d'occhio con grande curiositą, intervenne con tono sprezzante. «Non vi ho visto a teatro, signore?».

       «Sicuro», rispose quello impassibile.

       «ť un guitto», spiegė il tenente con sdegno, rivolto verso il dottor Slammer. «Recita nella commedia che gli ufficiali del 52° hanno organizzato al Rochester Theatre. La prima Ź domani sera. Non potete continuare, Slammer... impossibile!».

       «Assolutamente!», confermė Payne con grande dignitą.

       «Desolato di avervi messo in questa spiacevole situazione», continuė il tenente Tappleton rivolgendosi a Mr Pickwick. «Consentitemi di suggerirvi che il modo migliore per evitare in futuro il ripetersi di altri incresciosi episodi simili a questo Ź di usare maggiore discriminazione nella scelta dei vostri ospiti. Buona sera, signore! », e con queste parole il tenente impettito se ne uscď.

       «E a me, signore, consentite di dirvi», intervenne l'irascibile dottor Payne, «che se fossi stato il tenente Tappleton oppure se fossi stato nei panni del dottor Slammer, vi avrei tirato il naso, signore, e avrei tirato il naso a tutte le persone qui presenti. Mi chiamo Payne, signore, dottor Payne del 43°. Buona sera, signore! ». Conclusa questa perorazione, pronunciando le ultime tre parole su una nota molto alta, maestosamente se ne andė dietro l'amico, seguito a breve distanza dal dottor Slammer che non disse nulla, accontentandosi di incenerirli tutti con una occhiataccia.

       Mentre venivano scandite queste frasi provocatorie, il nobile petto di Mr Pickwick si era andato gonfiando per la rabbia e lo sbigottimento fino quasi a far esplodere il panciotto. Rimase immobile, paralizzato al suo posto, con lo sguardo fisso nel vuoto. La porta, nel chiudersi, lo riportė alla realtą. Si precipitė in avanti con occhi di fuoco. La mano afferrė la maniglia: ancora un attimo e si sarebbe stretta intorno alla gola del dottor Payne del 43°, se Mr Snodgrass, acchiappando per le code della giacca l'adorato maestro, non l'avesse trascinato indietro.

       «Trattenetelo!», gridė Mr Snodgrass. «Winkle, Tupman... non deve mettere a repentaglio la sua nobile vita per una causa tanto insignificante».

       «Lasciatemi!», ruggiva Mr Pickwick.

       «Tenetelo stretto!» gridava Mr Snodgrass. E gli sforzi congiunti di tutto quel gruppo riuscirono a condurre Mr Pickwick su una poltrona.

       «Lasciatelo solo», intervenne lo sconosciuto in verde. «Brandy e acqua... vecchietto simpatico... ne ha di fegato... buttate giĚ questo... ah!... roba di prim'ordine». Dopo aver sperimentato le virtĚ di un intruglio preparato da Jemmy il Mesto, lo sconosciuto avvicinė una coppa alle labbra di Mr Pickwick e in men che non si dica il resto scomparve.

       Ci fu una breve pausa; brandy e acqua avevano svolto la loro missione; il gioviale volto di Mr Pickwick ben presto riprese la consueta espressione di amabilitą.

       «Non sono degni della vostra attenzione», sentenziė Jemmy il Mesto.

       «Avete ragione, signore, non la meritano. Mi vergogno di essermi accalorato tanto. Avvicinate la vostra sedia alla tavola, signore».

       Il lugubre personaggio accettė prontamente; si misero intorno alla tavola e tornė a regnare l'armonia. Un po' di disappunto, probabilmente originato dalla sottrazione temporanea del suo abito, ancora indugiava nel petto di Mr Winkle, ma Ź davvero arduo supporre che una circostanza tanto insignificante potesse risvegliare in un cuore pickwickiano del risentimento seppure effimero. A parte questa leggera nube, trionfė il buon umore, e la serata si concluse in quello spirito di convivialitą che ne aveva contraddistinto l'inizio.

 

IV • PARATA MILITARE E PICNIC. NUOVI AMICI. UN INVITO IN CAMPAGNA

 

 

 

       Molti autori sono contrari - il che non solo Ź stolto, ma anche sleale - a rivelare le fonti da cui traggono informazioni preziose. Noi siamo di diverso avviso. Ci sforziamo di far fronte alle responsabilitą connesse alle funzioni editoriali in tutta onestą e, se in altre circostanze abbiamo nutrito l'ambizione di dichiararci autori di queste avventure, il rispetto per la veritą ci vieta di aspirare ad altro merito che non sia quello di aver messo ordine con discernimento nella narrazione e di aver riferito i fatti con equanime obiettivitą. Gli Atti del Circolo Pickwick sono per noi quello che per la cittą di Londra fu l'acquedotto di New River Head; noi possiamo essere paragonati alla societą che gestisce la fornitura d'acqua. Sono stati la fatica e l'impegno di altri a creare l'immenso serbatoio di fatti importanti. Noi ci limitiamo a metterli in ordine, a convogliarli con garbo in un flusso che scorre chiaro attraverso queste puntate a irrorare un mondo assetato di cultura pickwickiana.

       Animati da questo spirito, decisi e determinati a riconoscere il contributo delle fonti da noi consultate, con franchezza e lealtą riconosciamo il nostro debito nei confronti dei taccuini di Mr Snodgrass in merito ai particolari riportati in questo capitolo e nel successivo, particolari che, tolto questo peso dalla coscienza, procediamo a narrare per filo e per segno senza altri commenti.

       Gli abitanti di Rochester e delle adiacenti cittadine saltarono giĚ dal letto, il mattino successivo, in uno stato di fermento ed eccitazione. Ci sarebbe stata una grande parata militare nella piazza d'armi chiamata Lines. Le manovre di una mezza dozzina di reggimenti sarebbero state scrutate dallo sguardo d'aquila del comandante in capo; erano state innalzate barricate, sarebbe stata attaccata e presa la fortezza, sarebbe stata fatta brillare una mina.

       Come forse i nostri lettori avranno dedotto dal breve estratto contenente la descrizione di Chatham, Mr Pickwick nutriva per l'esercito incondizionata ammirazione. Nessun'altra cosa avrebbe potuto rallegrarlo piĚ di quello spettacolo; nessun'altra avrebbe potuto essere piĚ in armonia con lo spirito dei suoi compagni di viaggio. Di conseguenza, sul presto furono tutti in piedi diretti verso il luogo della parata; nella stessa direzione sciamavano da ogni dove torme di popolo.

       Nel grande spiazzo antistante la caserma tutto stava a indicare che la cerimonia sarebbe stata di grandiosa imponenza. C'erano sentinelle impalate a guardia dello spiazzo per le truppe; c'erano domestici vicino alle batterie a tenere il posto per le signore; c'erano sergenti indaffarati a correre avanti e indietro portando sotto braccio volumoni rilegati in cartapecora; c'era il colonnello Bulder che, in gran tenuta, sul suo destriero, galoppava prima di qua e poi di lą: il cavallo arretrava in mezzo alla gente, si impennava, corvettava, mentre lui urlava con voce minacciosa fino a diventar rauco e paonazzo in volto senza che fosse dato di capire l'imperscrutabile motivo di tanta agitazione. C'erano ufficiali che correvano su e giĚ: facevano rapporto al colonnello, poi trasmettevano gli ordini ai sergenti, quindi si dileguavano; perfino i soldati semplici, impettiti nei loro implacabili colletti rigidi, si guardavano intorno con aria compunta e misteriosa, che la diceva lunga sulla specialissima natura della cerimonia.

       Piazzati in prima fila, Mr Pickwick e i suoi tre amici aspettavano pazienti che cominciasse la parata. La folla aumentava ogni minuto; gli sforzi che erano costretti a fare per conservare il posto conquistato tennero occupate le loro energie mentali per due ore di fila. A un tratto un'improvvisa spinta della folla catapultė in avanti Mr Pickwick che diede prova di una rapiditą e di una agilitą incompatibili con il consueto decoro del suo portamento; subito dopo la folla si sentď ordinare di «stare indietro»: al che un moschetto si conficcė nell'alluce di Mr Pickwick per ricordargli l'ordine e affondė nella sua pancia per farglielo eseguire. A questo punto alcuni burloni, sulla sinistra, spingendo di lato come fossero un corpo solo e strizzando Mr Snodgrass fino al limite estremo della tortura che si puė infliggere a un essere umano, gli chiesero «cosa gli saltava in testa di spingere tanto», e non appena Mr Winkle si azzardė a esprimere la propria indignazione per quell'assalto proditorio, qualcuno schiacciandogli il cappello in testa e calandoglielo fino sugli occhi, gli chiese il favore di non ficcare il naso nelle faccende altrui. Queste e altre arguzie, unite alla inspiegabile assenza di Mr Tupman (che, dileguatosi all'improvviso, era introvabile), resero, nell'insieme, la situazione forse piĚ sgradevole che altro.

       All'improvviso un fremito percorre la folla; si diffonde quel brusio che di solito annuncia l'approssimarsi dell'attesissimo momento. Gli sguardi di tutti si volgono verso il cancello della fortezza. Ancora qualche attimo di ansiosa attesa ed ecco bandiere che sventolano allegre nell'aria, armi che brillano lucenti al sole, pattuglie che, una dopo l'altra, si riversano nello spiazzo. I reparti si bloccano e si schierano; un ordine percorre le truppe; un gran fracasso accompagna il presentat'arm; il comandante in capo, seguito dal colonnello Bulder e da molti altri ufficiali, al piccolo galoppo giunge davanti al reggimento. Senza indugio le bande militari attaccano a suonare; i cavalli si impennano, indietreggiano, agitano la coda in ogni direzione; i cani abbaiano; dalla folla sale un boato; le truppe resistono: a perdita d'occhio non si vede altro che una lunga fila di giacche rosse e pantaloni bianchi, fermi, impalati.

       Sballottato di qua e di lą, indaffaratissimo a districarsi in mezzo alle gambe dei cavalli, Mr Pickwick non si era potuto concedere il piacere di osservare quanto si svolgeva sotto ai suoi occhi fino a che lo spettacolo non giunse al punto or ora descritto. Quando finalmente riuscď a mettersi in posizione eretta, la sua soddisfazione e la sua gioia non conobbero limiti.

       «Cosa c'Ź di piĚ bello e affascinante?», chiese a Mr Winkle.

       «Nulla», rispose quel gentiluomo che nell'ultimo quarto d'ora aveva tenuto un ometto su ciascun piede.

       «Vista maestosa e sublime», prese a dire Mr Snodgrass nel cui petto l'ardente fiamma dell'ispirazione poetica era ormai pronta a divampare. «Quale nobile spettacolo offrono gli audaci difensori della patria disposti in scintillante parata al cospetto dei pacifici cittadini. I volti dei guerrieri si accendono, ma la vampa che li illumina non Ź il bagliore della ferocia guerresca, bensď quello di una garbata urbanitą; non il fuoco distruttore del saccheggio o della vendetta, bensď la morbida luce della pietą e dell'intelligenza».

       Mr Pickwick, pervaso dallo spirito di sď alto elogio, non si sarebbe tuttavia sentito in animo di ripeterne ogni espressione alla lettera: la luce dell'intelligenza, infatti, brillava fioca fioca negli occhi dei guerrieri, come poteva avvedersi chiunque si fosse preso la briga di contemplare quel migliaio di occhi, fissi in avanti, assolutamente vacui e inespressivi, nel momento in cui fu dato l'ordine «front!».

       «Siamo in una ottima posizione ora», disse Mr Pickwick guardandosi in giro. La folla si era a poco a poco dispersa ed erano rimasti quasi soli.

       «Ottima!», ripeterono in coro Mr Snodgrass e Mr Winkle.

       «Che cosa faranno?», chiese Mr Pickwick aggiustandosi gli occhialetti.

       «Io... io... sď... credo che si metteranno a sparare», disse Mr Winkle sbiancando in faccia. «Sď, credo che si metteranno a sparare».

       «Sciocchezze!», si affrettė a dire Mr Pickwick.

       «Io... io credo proprio che lo faranno», incalzė Mr Snodgrass un po' allarmato.

       «Impossibile», replicė Mr Pickwick. Non aveva finito di pronunciare questa parola che tutti e sei i reggimenti alzarono i moschetti come se avessero un unico bersaglio e quel bersaglio fossero lui e i suoi amici, facendo esplodere la piĚ micidiale e tremenda scarica di artiglieria che abbia mai scosso la terra fino al suo centro e scentrato un anziano gentiluomo dal proprio.

       Fu in questa ardua situazione, esposto al fitto fuoco di cartucce a salve, tormentato dalle manovre dei militari, un corpo dei quali, fresco fresco, aveva appena cominciato a mettersi in riga sull'altro lato, che Mr Pickwick diede esempio di quella padronanza di sé e di quella compostezza che sono attributi imprescindibili dei grandi uomini. Afferrato Mr Winkle per un braccio e piazzatosi in mezzo fra questi e Mr Snodgrass, con gran fervore li incitė a ricordare che, tranne il rischio di essere assordati dal rumore, in tutta quella sparatoria non c'era alcun immediato pericolo.

       «Ma... ma supponete che per caso uno di loro abbia per errore una cartuccia vera», si lamentė Mr Winkle, impallidendo davanti a quella ipotesi da lui stesso formulata. «Ho sentito un sibilo proprio in questo momento... un fischio acutissimo, mi ha sfiorato l'orecchio».

       «Forse dovremmo buttarci faccia a terra», suggerď Mr Snodgrass.

       «No, no, Ź finito ormai», disse Mr Pickwick. Forse gli tremavano le labbra, forse le guance gli si erano sbiancate, ma non una sola espressione di paura o di preoccupazione sfuggď dalla bocca di quell'uomo immortale.

       Mr Pickwick aveva ragione: il fuoco cessė, ma ebbe appena il tempo di congratularsi con se stesso per la precisione della sua deduzione, quando lungo la schiera si percepď il fremito di una rapida conversione. Un rauco grido di comando la percorse tutta, e prima che si potesse congetturare il significato della nuova manovra, i sei reggimenti, al completo, con le baionette puntate, caricarono a tutta velocitą verso il punto in cui erano piazzati Mr Pickwick e i suoi amici.

       L'uomo Ź soltanto mortale: c'Ź un punto oltre il quale il coraggio umano non puė andare. Per un istante, attraverso i suoi occhialetti, Mr Pickwick fissė la massa che avanzava quindi voltė letteralmente le spalle e... non diremo che schizzė via a gambe levate, anzitutto perché trattasi di espressione infamante, e in secondo luogo, perché la sua sagoma non era assolutamente idonea a quella modalitą di ritirata... trotterellė via svelto svelto a tutta velocitą, cosď fulmineo, invero, che solo troppo tardi capď in che pasticcio si stava cacciando.

       Lo squadrone che, comparso sul lato opposto, aveva suscitato tanta perplessitą in Mr Pickwick pochi attimi prima, si era schierato per controbattere l'attacco simulato alla fortezza. La conseguenza fu che Mr Pickwick e i suoi amici si trovarono all'improvviso chiusi in mezzo a due schieramenti, uno che avanzava a tutta velocitą, l'altro che a pie' fermo, in assetto di battaglia aspettava l'assalto.

       «Ehi!», urlarono gli ufficiali degli attaccanti.

       «Fuori dai piedi!», gridarono gli ufficiali dei difensori.

       «Dove possiamo andare?», strillarono agitatissimi i pickwickiani.

       «Ehi! Ehi! Ehi!», fu l'unica risposta. Attimo di intenso sbigottimento, frastuono di passi, scontro violento, risa represse: gią la mezza dozzina di reggimenti erano a cinquecento yarde di distanza; alte per aria si videro le suole degli stivali di Mr Pickwick.

       Mr Snodgrass e Mr Winkle avevano fatto con notevole agilitą una inevitabile capriola, quand'ecco che il primo oggetto sul quale si posarono gli occhi di quest'ultimo mentre, seduto a terra, si tamponava con un fazzoletto giallo il liquido vitale scolante dal naso, fu il venerato signore e insuperato maestro, occupato a una certa distanza a rincorrere il cappello che, saltellando giocosamente, si allontanava. In pochi momenti della vita un uomo sperimenta cosď grottesco disagio e trova cosď poca comprensione e commiserazione, come quando Ź a caccia del suo cappello. Per afferrarlo sono necessari alcuni requisiti imprescindibili: grande freddezza e molto discernimento. Non si deve essere precipitosi, a rischio di inciamparci sopra nella corsa; né ci si deve lasciar lusingare dall'atteggiamento opposto, ché Ź in agguato il pericolo di perderlo per sempre. La cosa piĚ saggia Ź di circuirlo con garbo, di restare cauti e circospetti, di aspettare l'occasione, di sopravanzarlo a passo a passo, poi tuffarsi rapidamente, afferrarlo per il cocuzzolo e ficcarselo in testa con fermezza: il tutto va eseguito con il sorriso sulle labbra come se, al pari di tutti gli altri, si fosse convinti che si tratta di uno scherzuccio grazioso.

       Spirava una brezza gentile e leggera; il cappello di Mr Pickwick si lasciava sportivamente spingere. Il venticello soffiava, e soffiava Mr Pickwick, il cappello saltellava su e giĚ allegro e giocherellone come un delfino fra i flutti. E in questo modo avrebbe continuato a rimbalzare, ben fuori della portata di Mr Pickwick, se, proprio nel momento in cui il nostro gentiluomo stava per abbandonarlo al suo destino, la sua corsa non fosse stata provvidenzialmente interrotta.

       Mr Pickwick, dicevamo, completamente esausto, era lď lď per abbandonare la caccia quand'ecco una violenta folata spinse il cappello contro la ruota di una carrozza, allineata, insieme a un'altra mezza dozzina di veicoli, proprio in quel punto. Mr Pickwick intuisce immediatamente il vantaggio, schizza svelto in avanti, acciuffa la sua proprietą, se la ficca in testa e si ferma a prendere fiato. Non era lď da neppur mezzo minuto quando sentď il proprio nome pronunciato da una voce eccitata che immediatamente riconobbe per quella di Mr Tupman. Sollevando lo sguardo, ebbe una visione che lo riempď di gioia e stupore.

       In un calesse aperto, cui erano stati staccati i cavalli per sistemarlo meglio in quel luogo tanto affollato, se ne stava un attempato gentiluomo grande e grosso, avvolto in un mantello blu con bottoni lucenti, pantaloni di velluto a coste, stivali alla scudiera, e accanto a lui due distintissime signorine in veli e piume, un giovanotto, altrettanto distinto, che pareva innamorato di una delle due signorine in veli e piume, una gentildonna di etą indefinibile, probabilmente la zia delle suddette, e, infine, Mr Tupman, pacifico e disinvolto, a suo agio come se fosse stato della famiglia fin dalla prima infanzia. Dietro il calesse, era attaccata una cesta di vaste dimensioni - una di quelle ceste che, negli animi dediti alla contemplazione, risvegliano associazioni e analogie con carni fredde, volatili, lingua e bottiglie di vino - e a cassetta sedeva, in uno stato di torpore, un ragazzotto grosso e rosso, che nessun attento osservatore avrebbe mancato, dopo una sola occhiata, di classificare come il dispensatore ufficiale del contenuto della succitata cesta, non appena fossero maturati i tempi per vuotarla.

       Mr Pickwick aveva dedicato a questi interessanti oggetti un'occhiata fuggevole, quando si sentď di nuovo chiamare dal fedele discepolo.

       «Pickwick... Pickwick, salite qui. Affrettatevi».

       «Venite, signore, salite, prego», disse il signore corpulento. «Joe! ...dannazione si Ź addormentato di nuovo... abbassa il predellino». Il ragazzotto rotolė lentamente giĚ da cassetta, abbassė il predellino e tenne la porta della carrozza aperta in modo invitante. In quel momento comparvero Mr Snodgrass e Mr Winkle.

       «Posto per tutti, signori», disse il gentiluomo corpulento. «Due dentro e uno fuori. Joe, fa' spazio a cassetta per uno di questi signori. Salite, signore», e l'omaccione, allungato il braccio, a viva forza tirė su nel calesse Mr Pickwick e subito dopo Mr Snodgrass. Mr Winkle si issė a cassetta; lassĚ si appollaiė, ciondolando, anche il ragazzotto che sull'istante riprese a dormire.

       «Bene, gentili signori», esordď l'omaccione distinto, «lieto di incontrarvi. Vi conosco benissimo, gentili signori, anche se voi forse non vi ricorderete di me. Lo scorso inverno ho passato alcune serate al vostro club... ho scovato qui, questa mattina, il vostro amico, Mr Tupman, e, sď, sono stato felicissimo di vederlo. Bene, signore, come state? Avete un aspetto straordinario, non c'Ź che dire».

       Mr Pickwick, dimostrando di apprezzare il complimento, con gran cordialitą strinse la mano al gentiluomo corpulento ficcato nei suoi stivali da scudiero.

       «Bene, e come state voi, signore?», proseguď l'omaccione rivolgendosi a Mr Snodgrass con paterna sollecitudine. «Benissimo, spero! Bene, bene... E voi, signore (a Mr Winkle), come state? Bene, lieto di sentire che state bene, davvero lieto non c'Ź che dire. Le mie figlie, signori... le mie bambine..., e questa Ź mia sorella, la signorina Rachael Wardle. Signorina, eppure non lo Ź... eh, signore, eh?». E l'omaccione con aria scherzosa conficcė il gomito fra le costole di Mr Pickwick e si mise a ridere di cuore.

       «Ti supplico, fratello mio!», esclamė la signorina Wardle con un sorriso contrito.

       «Vero, vero», rispose quello, «nessuno puė negarlo. Signori, perdonatemi; questo Ź il mio amico, Mr Trundle. E adesso che vi conoscete tutti, stiamo allegri e mettiamoci comodi a vedere quello che succede laggiĚ. Cosď la penso io». Detto ciė l'omaccione inforcė gli occhiali, Mr Pickwick estrasse il binocolo, e tutti, in piedi sul calesse per guardare oltre la spalla del vicino, seguirono le evoluzioni dei militari.

       E che evoluzioni erano quelle! Una schiera sparava al di sopra delle teste di un'altra per poi subito correre via, poi una seconda schiera sparava sopra le teste di una terza e correva via; poi tutti formavano dei grandi quadrati con in mezzo gli ufficiali; poi scendevano nel fossato con scale portatili per risalire subito dopo dal lato opposto sempre con le stesse scale; poi abbattevano barricate di ceste, comportandosi sempre con temeraria prodezza. Alla batteria c'era un tal daffare per pigiare le polveri dentro la bocca di enormi cannoni, con strumenti simili a giganteschi spazzoloni, c'erano tanti preparativi prima di dar fuoco alle polveri e tanto assordante frastuono quando esplodevano che l'aria risuonava degli strilli delle gentildonne presenti. Le signorine Wardle erano cosď spaventate che nel calesse Mr Trundle fu costretto a sorreggere una delle due, mentre Mr Snodgrass sosteneva l'altra; la sorella di Mr Wardle era in uno stato di tale tensione nervosa che Mr Tupman ritenne indispensabile cingerla con il braccio alla vita per tenerla su. Tutti erano eccitatissimi, tranne il ragazzotto che continuė a dormire della grossa come se il ruggito dei cannoni fosse la ninnananna che sempre accompagnava i suoi sonni.

       «Joe,Joe!», chiamė l'omaccione, quando, presa la fortezza, assediati e assediatori andarono a pranzo. «Dannazione a quel ragazzo, si Ź rimesso a dormire. Signore, per cortesia, dategli un pizzicotto... sulla gamba, se non vi dispiace. Solo cosď si sveglia... grazie. Apri il canestro, Joe!».

       Il ragazzotto, efficacemente incitato dalla compressione di una porzione della gamba fra l'indice e il pollice di Mr Winkle, rotolė di nuovo giĚ da cassetta e si accinse a disfare il cesto con maggiore euforia di quanto avrebbe fatto supporre la sua precedente neghittositą.

       «Staremo un po' pigiati», annunciė l'omaccione. Dopo varie battute sul fatto che cosď si sarebbero stropicciate le maniche delle signore e molti rossori alle proposte scherzose di farle sedere sulle ginocchia dei signori, l'intera compagnia si stipė nel calesse. Il gentiluomo corpulento cominciė a porgere a quelli che stavano nella carrozza le cose che gli passava il ragazzotto (il quale, a questo scopo, era salito dietro).

       «Coltelli e forchette, Joe!». Coltelli e forchette furono distribuiti: le gentildonne e i gentiluomini nel calesse, Mr Winkle a cassetta si trovarono in possesso di questi utilissimi strumenti.

       «Piatti, Joe, piatti». La stessa procedura fu seguita per distribuire il vasellame.

       «I volatili, adesso, Joe. Dannazione a quel ragazzo! Si Ź addormentato di nuovo. Joe! Joe!». (Gragnuola di colpi in testa con un bastone e il ragazzotto, con qualche riluttanza, emerge dal letargo). «Su, passaci la roba da mangiare».

       Qualcosa in quest'ultima parola animė il ciccione. Schizzė in piedi: gli occhi grevi, infossati nelle traboccanti guance, si accesero posandosi con avida bramosia sulle vivande che uscivano dal cesto.

       «Sbrigati», ordinė Mr Wardle nel vedere che il ragazzotto indugiava carezzevole su un cappone, dal quale sembrava incapace di separarsi. Con uno struggente sospiro e uno sguardo appassionato alle rotonditą del volatile, lo consegnė di malincuore al padrone.

       «Molto bene... svelto. Lingua, adesso... e adesso il pasticcio di piccione. Attento al vitello e al prosciutto... mi raccomando l'aragosta... tira fuori dal tovagliolo l'insalata... passami il condimento». Erano questi gli ordini che fluivano ininterrotti dalle labbra di Mr Wardle mentre porgeva tutti gli articoli descritti e piazzava in numero illimitato piatti nelle mani e sulle ginocchia di tutti.

       «Che ne dite? Non Ź bello?», chiese quel giovialone una volta avviata la distribuzione.

       «Bellissimo!», confermė Mr Winkle a cassetta addentando un volatile.

       «Vino?».

       «Ottimo».

       «Tenete una bottiglia per voi, lassĚ, vi pare?».

       «Molto gentile».

       «Joe!».

       «Sď, signore». (Non dormiva questa volta, perché era appena riuscito a metter le mani su un tortino di vitello).

       «Bottiglia di vino per il gentiluomo a cassetta. Al nostro incontro, signore! ».

       «Grazie». Mr Winkle, vuotato il bicchiere, appoggiė la bottiglia sul sedile, accanto a sé.

       «Mi consentite l'onore di brindare alla vostra salute, signore?», chiese Mr Trundle rivolto a Mr Winkle.

       «Con il massimo piacere», rispose Mr Winkle a Mr Trundle. I due gentiluomini brindarono, dopo di che bevvero tutti insieme, signore comprese.

       «La nostra cara Emily fa la civetta con quel gentiluomo che non conosciamo», sussurrė a Mr Wardle la zia zitella con invidia tipica da zia zitella.

       «Oh, non importa», replicė quel giovialone. «Naturale, normale, oso dire... niente di strano. Mr Pickwick, un po' di vino, signore?». Mr Pickwick, intento a investigare sul contenuto di un pasticcio di piccione, assentď di buon grado.

       «Emily, mia cara, non parlare tanto forte, tesoro», disse la zia zitella con aria protettiva.

       «Santo cielo, zia!».

       «La zia e il vecchietto vogliono tutto per loro», bisbigliė Miss Isabella Wardle alla sorella Emily. Le due ragazze scoppiarono a ridere, mentre la signorina attempata cercė, senza riuscirci, di aver l'aria divertita.

       «Hanno tanto brio», disse la signorina Wardle a Mr Tupman in un tono di indulgente commiserazione come se il brio fosse merce di contrabbando e possederne, senza autorizzazione, costituisse un grave reato e un'imperdonabile vergogna.

       «Verissimo! Delizioso!», replicė Mr Tupman non dando la risposta che si aspettava da lui.

       «Ehm!», commentė la signorina Wardle perplessa.

       «Permettete», proseguď Mr Tupman carezzevole e soave, sfiorando il polso dell'incantevole Rachael con una mano e con l'altra sollevando delicatamente la bottiglia. «Permettete?».

       «Oh, signore!». Mr Tupman aveva un'aria maliarda; Rachael espresse il terrore che i cannoni riprendessero a sparare, nel qual caso, naturalmente, avrebbe avuto ancora bisogno di essere sorretta.

       «Vi sembrano graziose le mie adorate nipoti?», sussurrė premurosa la zia a Mr Tupman.

       «Altro che! Ma la zia...», rispose prontamente il nostro pickwickiano lanciandole uno sguardo appassionato.

       «Oh, cattivone! Siate serio: non credete che con una carnagione appena un pochino piĚ bella sarebbero ragazze deliziose... viste da lontano?».

       «Sď, forse», rispose Mr Tupman con aria indifferente.

       «Che briccone... so quello che eravate lď lď per dire».

       «Che cosa?», si informė Mr Tupman che, a dir la veritą, non aveva pensato di dire nulla.

       «Stavate per dire che Isabella Ź un po' gobba... lo avevate sulla punta della lingua, lo so... voi uomini siete cosď osservatori. Beh, Ź proprio cosď, non si puė negarlo. Se c'Ź una cosa che piĚ di ogni altra imbruttisce una ragazza Ź proprio lo starsene ingobbita. Glielo dico in continuazione che fra qualche anno sarą orribile. Siete proprio un mattacchione!».

       Mr Tupman non aveva nulla in contrario a conquistarsi quella fama cosď a buon mercato: si guardė intorno con aria saputa sorridendo misterioso.

       «Quanto sarcasmo in quel sorriso!», esclamė con ammirazione Rachael. «Lo riconosco: voi mi fate davvero paura».

       «Paura? Io?».

       «Oh, non potete nascondermi niente... so benissimo cosa vuol dire quel sorriso».

       «Che cosa?», chiese Mr Tupman che non ne aveva la minima idea.

       «Vuol dire», confidė l'affettuosa zia abbassando ulteriormente il tono di voce, «vuol dire che, secondo voi, la gobba di Isabella non Ź peggio del caratteraccio di Emily. ť davvero sfrontata! Non immaginate quanto mi faccia star male a volte - piango per ore e ore di fila. Il mio caro fratello, buono e fiducioso com'Ź, non si accorge mai di nulla. Il giorno che se ne renderą conto gli si spezzerą il cuore. Se almeno fosse solo il suo modo di fare! Speriamolo!». A questo punto la sollecita parente, avvilita, con un sospirone scosse la testa.

       «Scommetto che la zia parla di noi», sussurrė alla sorella Miss Emily Wardle. «Ne sono sicura... ha un'aria perfida».

       «Davvero?», rispose Isabella. «Ehm! Zietta cara!».

       «Sď, tesoro».

       «Sono proprio preoccupata, zietta. Non vorrei che prendessi il raffreddore... Mettiti una sciarpa in testa... cara, cara testolina canuta... Devi riguardarti di piĚ... alla tua etą!».

       La rimbeccata - difficile escogitarne una piĚ velenosa - cadeva di proposito. Chissą come si sarebbe manifestato il livore della zia, se, del tutto inconsapevole, Mr Wardle non avesse sviato il discorso chiamando a gran voce Joe.

       «Dannazione a quel ragazzo! Si Ź addormentato di nuovo».

       «Ragazzo davvero straordinario, questo», intervenne Mr Pickwick. «Dorme sempre tanto?».

       «Dorme! Dorme sempre. Dorme in piedi e russa mentre serve a tavola».

       «Davvero strano!», fu il commento di Mr Pickwick.

       «Sď, strano davvero. Vado orgoglioso di quel ragazzo... mai, per nessun motivo me ne priverei... uno scherzo di natura! Qui, Joe... Joe... porta via questa roba e apri un'altra bottiglia... mi senti?».

       Il ragazzotto si alzė, aprď gli occhi, inghiottď l'enorme boccone di pasticcio che teneva in bocca quando si era abbandonato al sonno l'ultima volta' e con gesti lenti si mise a eseguire gli ordini del padrone... gongolando tutto e gettando sguardi languidi sugli avanzi della festa, mentre toglieva i piatti e li riponeva nel canestro. Un'altra bottiglia venne offerta e ben presto prosciugata; il canestro fu sistemato e assicurato nel vecchio posto, il ragazzotto tornė a cassetta, occhialetti e binocolo furono risistemati, ripresero le evoluzioni della truppa. Sibilo di proiettili e tuono di cannoni, sobbalzi di gentildonne... poi esplose una mina con gran gioia di tutti... e, una volta che la mina se ne fu andata, truppa e compagnia, su quell'esempio, se ne andarono anche loro.

       «Ora fate attenzione», disse il vecchio gentiluomo nello stringere la mano di Mr Pickwick al termine di una conversazione che era andata avanti a spizzichi e bocconi durante la conclusione delle manovre, «ci rivedremo domani».

       «Certamente».

       «Avete l'indirizzo».

       «Manor Farm, Dingley Dell», confermė Mr Pickwick consultando il suo taccuino.

       «Perfetto. Non vi lascerė andare prima di una settimana, attenzione, e mi impegno a mostrarvi tutto quel che vale la pena di vedere. Se volete assaporare le gioie della vita rustica, venite da me e ve ne darė in quantitą. Joe - dannazione a quel ragazzo! Si Ź addormentato di nuovo - Joe, aiuta Tom ad attaccare i cavalli».

       I cavalli furono attaccati, il cocchiere salď a cassetta, il ragazzotto si arrampicė al suo fianco, tutti si scambiarono saluti e il calesse, traballando, si allontanė rumorosamente. Mentre i nostri amici si giravano per dargli un'ultima occhiata, il sole al tramonto illuminė di una luce color porpora i volti degli ospiti che partivano e rischiarė il ragazzotto. Con la testa che gli pendeva sul petto, era ripiombato nel suo torpore.

 

V • BREVE CAPITOLO IN CUI SI NARRA, FRA L'ALTRO, COME MR PICKWICK SI SIA MESSO A CASSETTA E MR WINKLE IN SELLA, E COME ENTRAMBI ABBIANO PORTATO A TERMINE L'IMPRESA

 

 

 

       Luminoso e bello era il cielo, balsamica l'aria, incantevole l'aspetto di ogni cosa intorno, mentre Mr Pickwick, sporgendosi oltre il parapetto del ponte di Rochester, contemplava la natura e aspettava la colazione. Lo spettacolo era tale da incantare spiriti assai meno riflessivi.

       Sulla sinistra dello spettatore spuntavano le mura diroccate: in molti punti avevano ceduto, in altri sporgevano sulla spiaggetta sottostante con protuberanze massicce e informi. Dalle pietre appuntite e corrose, pendevano ciuffi di alghe che fremevano ad ogni folata di vento; l'edera si avvinghiava luttuosa intorno ai merli cupi e in rovina. Al di lą della cinta si innalzava la mole dell'antico castello - le torri in rovina, i massicci spalti in disgregazione - orgogliosa testimonianza di una forza e di una grandezza che, sette secoli prima, fra quelle mura aveva conosciuto il rimbombo fragoroso delle armi e il giubilo delle feste e dei banchetti. Le rive del Medway, ricoperte a perdita d'occhio di campi di grano e pascoli, punteggiate qui e lą da un mulino a vento o da una chiesa, si perdevano all'orizzonte in un paesaggio ricco e vario, reso ancor piĚ bello dalle ombre cangianti che lo percorrevano veloci a seconda di come, nella luce del sole, le nuvole mattutine increspavano leggere il cielo. Scorrendo tranquillo, luccicante e splendente, il fiume rispecchiava l'azzurro chiaro del cielo; i remi dei pescatori si immergevano nell'acqua con uno sciabordio cristallino, mentre le barche massicce e pittoresche scivolavano gravi sulla corrente.

       A riscuotere Mr Pickwick da quello stato di estatica e sognante contemplazione del paesaggio circostante furono un profondo sospiro e un tocco su una spalla. Si girė ed ecco accanto a lui Jemmy il Mesto.

       «Ammirando il panorama?», chiese costui.

       «Sď», rispose Mr Pickwick.

       «Congratulandovi con voi stesso per esservi alzato tanto di buon'ora?». Al che Mr Pickwick assentď con un cenno del capo.

       «Ah! Tutti dovrebbero alzarsi presto, contemplare il sole nella sua sfolgorante bellezza, perché Ź raro che si mantenga radioso nel corso dell'intera giornata. Il mattino del giorno e il mattino della vita sono anche troppo simili».

       «Parlate con accenti di veritą, signore».

       «ť comune il detto «Il mattino Ź troppo bello per durare». Ben lo si puė applicare all'esistenza quotidiana. Dio! Che cosa non darei per ritrovare i giorni dell'infanzia o per dimenticarli per sempre!».

       «Avete conosciuto la sofferenza, signore», disse Mr Pickwick con partecipazione.

       «Sď, molto piĚ di quanto non si possa immaginare al vedermi». Si interruppe per un attimo, quindi chiese in tono brusco: «Vi ha mai sfiorato il pensiero, in una mattina come questa, che annegando si troverebbero felicitą e pace?».

       «Santo cielo, no!», protestė Mr Pickwick, ritraendosi un po' dal parapetto, perché gli si affacciė netta alla mente l'eventualitą che quel mesto individuo lo scaraventasse dall'altra parte tanto per dimostrare di aver ragione.

       «Io ci ho pensato spesso», disse l'altro senza badare al gesto. «Mi sembra che le acque calme, fredde sussurrino invitandomi all'abbandono e al riposo. Un salto, un tonfo, una breve lotta; un effimero gorgo che poco a poco si quieta fino a diventare una fragile increspatura; le acque si chiudono sulla testa, il mondo si chiude sulle miserie e sulle sventure per sempre». Mentre il Mesto parlava, gli occhi infossati brillavano di una luce vivida, ma presto la momentanea eccitazione si placė e, di nuovo calmo, aggiunse: «Ecco tutto... basta con questo argomento. Desidero intrattenervi su un altro punto. L'altra sera mi avete invitato a leggere quel racconto e mi avete ascoltato con attenzione».

       «Sď, ho pensato che...».

       «Non vi ho chiesto un parere», lo interruppe il Mesto, «e non me ne serve uno. Voi viaggiate per divertirvi e per arricchire la vostra cultura. Supponiamo che vi faccia pervenire un curioso manoscritto... attenzione, non curioso perché strava gante o inverosimile, ma curioso come puė esserlo una pagina del grande romanzo della vita vera. Ne dareste lettura al club che citate tanto spesso nei vostri discorsi?».

       «Certamente, se lo desiderate; e verrebbe messo agli atti».

       «Lo avrete. Il vostro indirizzo?». In un taccuinetto tutto unto il mesto personaggio prese nota del presumibile itinerario di Mr Pickwick e, rifiutato il pressante invito a colazione, lo lasciė alla locanda e lentamente riprese la sua strada.

       Mr Pickwick trovė i suoi tre amici in piedi, in attesa del suo rientro per far una colazione che, imbandita, si presentava molto seducente. Si misero tutti a tavola: prosciutto alla griglia, uova, tŹ, caffŹ, leccornie varie sparirono con una velocitą che attestava l'eccellente qualitą della cucina e l'ottimo appetito dei degustatori. «Ora, a Manor Farm come ci andiamo?», cominciė Mr Pickwick.

       «Meglio di tutto chiedere al cameriere», propose Mr Tupman e cosď fu subito fatto.

       «Dingley Dell, signori... quindici miglia, signori... strada secondaria... un calesse, signore?».

       «Un calesse non porta piĚ di due persone», osservė Mr Pickwick.

       «Vero, signore... chiedo scusa, signore... Carrozza a quattro ruote, signore... posto per due dietro... un posto davanti per chi guida... oh! chiedo scusa, signore... c'Ź posto soltanto per tre».

       «Che fare?», chiese Mr Snodgrass.

       «Forse uno di voi, signori, gradirebbe andare a cavallo?», suggerď il cameriere guardando nella direzione di Mr Winkle.

       «Ottimi cavalli da sella, signore, ... a portarlo indietro ci penserą uno degli uomini di Mr Wardle, quando verrą a Rochester, signore».

       «Proprio quel che ci vuole!», disse Mr Pickwick. «Winkle, che ne dite di andare a cavallo a Manor Farm?».

       Nei piĚ riposti recessi del suo cuore Mr Winkle covava serie apprensioni sulla sua vocazione di cavallerizzo ma, non volendo a nessun costo risvegliar sospetti a tal proposito, prontamente, con gran ardimento accettė: «Certamente, ne sarei lietissimo. Non ne vedo l'ora!».

       Mr Winkle si era buttato allo sbaraglio incontro al suo destino; non c'era via di scampo. «Che sia tutto pronto per le undici», concluse Mr Pickwick.

       «Molto bene, signore», rispose il cameriere.

       Il cameriere si ritirė; la colazione finď; i viaggiatori salirono nelle rispettive stanze per preparare un cambio di abiti da portar con sé nell'imminente spedizione.

       Mr Pickwick, terminati i preparativi, se ne stava a contemplare i passanti nella strada da dietro le persiane del caffŹ quando entrė il cameriere ad annunciare che la carrozza era pronta; annuncio questo confermato dal veicolo stesso che comparve davanti alle suddette persiane.

       Si trattava di un curioso trabiccolo verde a quattro ruote; dietro c'era un sedile basso a due posti che pareva una tinozza, e davanti un altissimo trespolo per una persona: il tutto tirato da un immenso cavallo scuro, che sfoggiava una perfetta simmetria scheletrica. Lď accanto, uno stalliere reggeva le briglie di un altro gigantesco cavallo - l'aria era di essere parente stretto dell'animale attaccato alla carrozza - gią sellato per accogliere Mr Winkle.

       «Sull'anima mia!», esclamė Mr Pickwick mentre sul marciapiede aspettavano che venissero caricati i bagagli. «Sull'anima mia! Chi si mette al posto di guida? Non avrei mai immaginato una cosa del genere».

       «Oh, voi, naturalmente!».

       «Naturalmente», confermė Mr Snodgrass.

       «Io!», gemette Mr Pickwick.

       «Niente paura», intervenne lo stalliere. «Garantito: Ź pacifico, signore; saprebbe portarlo un neonato».

       «Non si metterą a scalciare, vero?», si informė Mr Pickwick.

       «Scalciare, signore? Neanche se vede un'orda di scimmie con la coda in fiamme».

       Quest'ultima rassicurazione fu decisiva. Mr Snodgrass e Mr Tupman si sistemarono nel mastello; Mr Pickwick, issato sul trespolo, appoggiė i piedi su un ripiano foderato di stoffa, che stava lď per accogliere le sue estremitą.

       «Su, Brillantina William», disse lo stalliere al sottostalliere, «dą i nastri al signore». Brillantina William - cosď soprannominato probabilmente a causa dei capelli impomatati e del volto untuoso - piazzė le redini nella mano sinistra di Mr Pickwick, mentre lo stalliere di grado superiore gli ficcava una frusta nella destra.

       «Ohhh-o!», gridė Mr Pickwick mentre il gigantesco quadrupede manifestava una decisa inclinazione a rinculare dentro la finestra del caffŹ.

       «Ohhh-o!», echeggiarono le voci di Mr Snodgrass e di Mr Tupman dal fondo della tinozza.

       «Non fateci caso, signore; ha voglia di scherzare», intervenne rassicurante il capostalliere. «Tienilo fermo, William». E mentre il sottostalliere tratteneva la focosa irruenza dell'animale, il capostalliere corse ad assistere Mr Winkle nell'impresa di salire a cavallo.

       «Prego, signore, dall'altra parte».

       «Che mi venga un accidente se quello non aveva intenzione di salirci dalla parte sbagliata», borbottė ghignando un garzone del servizio di diligenza al cameriere che se la spassava un mondo. Cosď edotto, Mr Winkle si arrampicė in sella con la stessa disinvoltura che se avesse dovuto inerpicarsi lungo la fiancata di una corazzata.

       «Va tutto bene?», si informė Mr Pickwick con l'intimo presentimento che andasse tutto male.

       «Tutto bene», venne fioca la risposta di Mr Winkle.

       «Avanti!», urlė lo stalliere. «Corto di briglia, signore!». E via schizzarono la carrozza e il cavallo, con Mr Pickwick appollaiato a cassetta dell'una e Mr Winkle abbarbicato in groppa all'altro, a sollazzo e schiamazzo di tutti gli sguatteri della locanda.

       «Perché va storto?», si informė Mr Snodgrass nel fondo della tinozza, rivolgendosi a Mr Winkle in sella.

       «Non ne ho idea», rispose questi. Era infatti in modo molto misterioso che il suo cavallo arrancava: fianco in avanti, testa verso un lato della strada, coda puntata verso l'altro lato della strada.

       Dal canto suo, Mr Pickwick non aveva modo di osservare queste stranezze: tutte le sue facoltą intellettuali erano concentrate sulla conduzione dell'animale attaccato alla carrozza. Costui esibiva un'ampia gamma di note peculiari che, se di grandissimo interesse per uno spettatore, non erano altrettanto divertenti per chiunque si fosse trovato dietro. Non solo continuava ad alzare e ad abbassare la testa con scossoni improvvisi assai preoccupanti e a dare strattoni alle redini tanto che era un grosso grattacapo per Mr Pickwick riuscire a tenerle, ma aveva anche una spiccata propensione a schizzare verso il bordo della strada, bloccandosi all'improvviso per poi precipitarsi in avanti a una velocitą che era ardua impresa controllare.

       «Forse intende comunicarci qualcosa con questo atteggiamento?», ipotizzė Mr Snodgrass, quando il destriero ebbe eseguito tale manovra per la ventesima volta.

       «Chi lo sa?», rispose Mr Tupman. «Forse Ź imbizzarrito». Mr Snodgrass stava per ribattere quando a interromperlo venne un urlo di Mr Pickwick.

       «Ohhhh-oh! Mi Ź caduta la frusta», annunciė.

       «Winkle, siate buono, raccogliete la frusta», disse Mr Snodgrass rivolto al nostro spericolato cavaliere che, issato sull'alto destriero, procedeva trotterellando, con il cappello scesogli sugli occhi, scuotendosi tutto nell'impeto dell'esercizio, quasi fosse sul punto di spaccarsi in mille pezzi. Mr Winkle tirė le redini fino a diventar nero in faccia per lo sforzo e riuscito finalmente a fermare l'animale, scese, porse la frusta a Mr Pickwick e, acchiappate le redini, si accinse a risalire in groppa.

       Ci sono dei punti oscuri sui quali non Ź possibile giungere a una conclusione definitiva: forse l'alto destriero, giocherellone com'era per natura, ebbe voglia di prendersi un piccolo innocente svago con Mr Winkle, forse al nobile animale balenė in mente che il viaggio lo avrebbe soddisfatto anche senza un cavaliere in groppa, fatto sta che, a prescindere dai motiví che possono averlo ispirato non appena Mr Winkle pose mano alle redini, il cavallo se le fece scivolare sopra la testa con uno scarto all'indietro per tutta la loro lunghezza.

       «Poverino, amico mio», lo apostrofava con dolcezza Mr Winkle, «caro amico, su da bravo!». Il «poverino e caro amico» era inaccessibile alla lusinga e all'adulazione: piĚ Mr Winkle cercava di farglisi vicino, piĚ quello gli sfuggiva e, malgrado tutte le blandizie e le moine, i due continuarono a girar intorno per dieci minuti soltanto per trovarsi, in capo a questo tempo, esattamente nella posizione iniziale: risultato deplorevole in ogni caso, ma disastroso addirittura in una strada deserta dove non c'era modo di procurarsi aiuto.

       «Che cosa devo fare?», implorė Mr Winkle dopo che quel balletto si fu prolungato per un bel po'. «Che cosa devo fare? Non riesco a salir in sella!».

       «Forse conviene portarlo a piedi fino al primo dazio», suggerď Mr Pickwick dall'alto della carrozza.

       «Ma non vuol venire!», ruggď Mr Winkle. «Venite giĚ a tenerlo fermo».

       Mr Pickwick, che era la gentilezza e la pietą umana in persona, lasciė le redini sul dorso del cavallo, scese dal posto a cassetta, scrupoloso condusse il calesse verso la siepe sul lato della strada per tema che potesse sopraggiungere qualche carrozza, e, lasciando Mr Tupman e Mr Snodgrass nella loro tinozza, ritornė sui suoi passi per andare a soccorrere l'amico in difficoltą.

       Non appena il cavallo si accorse che Mr Pickwick, frusta in mano, avanzava verso di lui, decise che era ora di cambiare la traiettoria circolare praticata fino ad allora, dimostrando di preferire un moto rettilineo all'indietro cosď brusco che all'improvviso Mr Winkle, ancora attaccato alle redini, si sentď trascinare nella direzione dalla quale erano venuti a un ritmo piĚ rapido di un sostenuto passo di marcia. Mr Pickwick corse in aiuto e mentre l'uno avanzava, l'altro retrocedeva. Scalpiccio di piedi, rimbombo di zoccoli, polverone: alla fine Mr Winkle, con le braccia quasi scardinate, lasciė andare la presa. Il cavallo si fermė, si guardė intorno, scosse la testa, si girė e a trotto tranquillo si avviė verso casa, a Rochester, lasciando Mr Winkle e Mr Pickwick a fissarsi sgomenti e rassegnati. Uno sbatacchiamento a breve distanza attrasse la loro attenzione. Alzarono lo sguardo.

       «Sull'anima mia! », esclamė Mr Pickwick affranto. «ť l'altro cavallo... sta scappando!».

       Era proprio vero. L'animale si era spaventato per tutta quella confusione, le briglie erano abbandonate sul suo dorso: facile prevedere il risultato. Se l'era data a gambe con la carrozza attaccata dietro, e i signori Tupman e Snodgrass immersi nel mastello. Fu cosa di breve durata: Mr Tupman si tuffė nella siepe; Mr Snodgrass seguď l'esempio; il cavallo, dopo aver mandato la carrozza a sbattere contro un ponte di legno, con la conseguenza che il veicolo si sganciė dalle ruote e la tinozza dal trespolo, alla fine si bloccė a contemplare immobile il disastro.

       La prima cura dei due amici intatti fu di districare i compagni dal letto di biancospino: procedura questa che consentď loro di scoprire con indicibile soddisfazione che non c'era stato danno, salvo qualche abito strappato e qualche graffio di rovi. Subito dopo, dovettero procedere a togliere i finimenti al bestione e, quando anche questa procedura fu esaurita, i quattro si avviarono lentamente a piedi, conducendo il cavallo e lasciando la carrozza al suo destino.

       Un'ora di cammino li portė fino a una piccola locanda sul margine della strada: sullo spiazzo antistante c'erano due olmi, una mangiatoia, un'insegna; uno o due covoni di fieno sghimbesci sul retro; un orto su un lato e, tutto intorno, appiccicate l'una all'altra, tettoie cadenti e fatiscenti capanne. Nell'orto lavorava un uomo rosso di capelli, e a lui Mr Pickwick rivolse un cordiale: «Ehi! Salve! ».

       Quel pel-di-carota si erse e, riparandosi gli occhi con una mano, li fissė a lungo con assoluta indifferenza.

       «Ehi! Salve!», ripeté Mr Pickwick.

       «Salve», rispose quello.

       «C'Ź molto ancora fino a Dingley Dell?».

       «PiĚ di sette miglia».

       «La strada Ź buona?».

       «No». E dopo aver dato questa concisa risposta ed essersi tolto la soddisfazione di squadrarli da capo a piedi una seconda volta, l'uomo riprese a lavorare.

       «Vogliamo lasciare qui questo cavallo», cominciė Mr Pickwick. «Non ci sono difficoltą, vero?».

       «Ah, Ź cosď, eh! Lasciar qui il cavallo, eh?», ripeté l'uomo appoggiandosi alla vanga.

       «Proprio cosď», confermė Mr Pickwick che nel frattempo, tenendo il cavallo per le briglie, si era avvicinato al cancello dell'orto.

       «Padrona!», muggď pel-di-carota, saltando fuori dall'orto e dando un'occhiataccia al cavallo. «Padrona!».

       In risposta a quel richiamo sbucė una donna alta e secca - dritta che pareva avesse ingoiato un manico di scopa - intabarrata in una palandrana blu di stoffa grezza, con la cintura che saliva a qualche pollice dalle ascelle.

       «Gentile signora, possiamo lasciare qui questo cavallo?», si fece avanti Mr Tupman, esprimendosi nei toni piĚ seducenti possibile. La donna squadrė il gruppo dall'alto in basso, mentre pel-di-carota le sussurrava qualcosa nell'orecchio.

       «No», dichiarė quella dopo averci pensato per un attimo. «Ho paura».

       «Paura!», esclamė Mr Pickwick. «Di cosa ha paura?».

       «Troppi guai l'altra volta», spiegė lei volgendosi per tornare in casa. «Non voglio aver niente a che farci, io».

       «Mai capitata una cosa simile», commentė attonito Mr Pickwick.

       «Io... io... credo», sussurrė Mr Winkle agli amici che gli si erano fatti intorno, «sď, ...secondo me, quelli pensano che noi ci siamo procurati il cavallo in modo illecito».

       «Cosa!», tuonė Mr Pickwick in un impeto di indignazione. Mr Winkle con aria sommessa ribadď il concetto.

       «Ehi, amico!», proruppe furibondo Mr Pickwick. «Credete che questo cavallo noi l'abbiamo rubato?».

       «Sicuro!», rispose quello accompagnando la risposta con un sogghigno che gli solcė la faccia da un organo dell'udito all'altro. E detto questo, entrė in casa, sbattendosi la porta alle spalle.

       «Mi sembra di sognare», gemette Mr Pickwick. «Un sogno orribile. Andarsene in giro tutto il giorno con un maledetto cavallo che non si riesce a piazzare da nessuna parte: un incubo! ». I quattro, alquanto abbacchiati, si allontanarono malinconicamente con quel cavallone- ormai lo aborrivano implacabili - che li seguiva lento alle calcagna.

       Era pomeriggio avanzato quando i quattro con il quadrupede imboccarono il sentiero che conduceva a Manor Farm: perfino in prossimitą della meta del loro viaggio, á smorzare il piacere che altrimenti avrebbero sperimentato, interveniva la riflessione di quanto fosse bizzarro il loro aspetto e assurda la situazione. Strappi sui vestiti, graffi sui volti, scarpe impolverate, un'aria disfatta e, soprattutto, il cavallo. Quante maledizioni gli lanciė Mr Pickwick; di quando in quando gli aveva saettato occhiatacce sature di rancore e assetate di vendetta; piĚ di una volta si era trovato a calcolare quanto gli sarebbe costato tagliargli la gola; in quel momento la tentazione di annientarlo o di piantarlo al suo destino, decuplicata di intensitą, lo assalď con forza. A distoglierlo da questo cupo rimuginare apparvero, a una svolta del sentiero, due figure: Mr Wardle e il suo fido servitore, il ragazzotto ciccione.

       «Santo cielo! Dove siete stati? ť tutto il giorno che vi aspetto. Non c'Ź che dire: avete proprio l'aria stanca. Cosa! Graffi! Non vi sarete fatti male, spero... eh? Beh, mi fa piacere... sď sono contento. Cosď vi siete ribaltati? Non importa. Capita spesso da queste parti. Joe... eccolo che si Ź riaddormentato!... Joe, prendi il cavallo e portalo nella stalla».

       Il ragazzotto arrancava pesantemente dietro a loro tenendo l'animale; rammaricandosi bonario con gli ospiti per le loro avventure, anzi per quella parte delle vicissitudini che questi ritennero opportuno narrare, l'anziano signore li condusse verso la cucina.

       «Vi rimetteremo a nuovo e poi vi presenterė agli altri in salotto. Emma, porta il cherrybrandy; tu, Jane, porta ago e filo; acqua e asciugamani, Mary. Su, ragazze, alle vostre faccende! ».

       Tre o quattro ragazze prosperose si allontanarono di tutta fretta in cerca delle cose richieste, mentre un paio di garzoni - teste grosse e faccioni tondi- uscendo dal cantuccio accanto al caminetto (era una serata di maggio, ma l'attaccamento al bel fuoco di legna non era meno caloroso che se fosse stato Natale), si ficcarono in qualche oscuro nascondiglio dal quale ben presto emersero con una bottiglia di lucido da scarpe e mezza dozzina di spazzole.

       «Su, su, datevi da fare!», incalzava il vecchio signore, ma l'incitamento non era necessario: una ragazza gią versava il cherrybrandy, un'altra portava gli asciugamani, uno degli uomini, afferrato Mr Pickwick per la gamba, a rischio di fargli perdere l'equilibrio, spazzolava gli stivali con tanta energia che al nostro eroe i calli erano diventati incandescenti, mentre l'altro, armato di una spazzola durissima del tipo che serve a ripulire gli abiti pesanti, strofinava Mr Winkle, abbandonandosi, nel corso di tale operazione, a suoni sibilanti simili a quelli prodotti dagli stallieri quando strigliano i cavalli.

       Terminate le sue abluzioni, Mr Snodgrass con la schiena al fuoco fece girare lo sguardo intorno alla stanza, sorseggiando soddisfatto il suo cherrybrandy. Descrisse un vasto ambiente, con il pavimento di cotto e un enorme caminetto; la decorazione del soffitto consisteva in prosciutti, pancette, cespi di cipolle. Sulle pareti spiccavano numerose fruste da caccia, due o tre briglie, una sella, un archibugio arrugginito con sotto un'iscrizione minacciosa che avvertiva «Carico», e probabilmente - come sarebbe risultato da un attento esame della stessa attendibile fonte - lo era da mezzo secolo. In un angolo un orologio a pendolo, placido e solenne, di quelli che si caricano una volta alla settimana, scandiva il tempo con un grave ticchettio; da uno dei tanti uncini che ornavano la credenza pendeva un orologio d'argento altrettanto antico.

       «Pronti?», chiese l'attempato gentiluomo quando i suoi ospiti furono lavati, aggiustati, spazzolati, brandizzati.

       «Sď», assentď Mr Pickwick.

       «Seguitemi, allora», e il gruppetto, dopo aver attraversato vari corridoi immersi nell'oscuritą e dopo essere stato raggiunto da Mr Tupman, rimasto indietro per rubare un bacio a Emma, che lo aveva ricompensato, come si conviene, con spinte e graffi, arrivė sulla soglia del salotto.

       «Siate i benvenuti», disse l'ospitale padron di casa spalancando la porta e avanzando di un passo per annunciarli. «Siate i benvenuti, signori, a Manor Farm».

 

VI • UNA PARTITA DI CARTE COME AI VECCHI TEMPI. LA POESIA DEL PASTORE. LA STORIA DEL RITORNO DEL FORZATO

 

 

 

       Quando Mr Pickwick e i suoi amici entrarono nel vecchio salotto, a salutarli si alzarono molti ospiti, e mentre veniva eseguita la cerimonia delle presentazioni - per benino, con tutte le formalitą che ci vogliono - Mr Pickwick ebbe agio di osservare le persone lą raccolte e di almanaccare sui loro caratteri e ambizioni, costume questo nel quale indulgeva con piacere, come spesso i grandi uomini.

       Il posto d'onore, l'angolo a destra del caminetto, era occupato da una decrepita gentildonna con una imponente cuffia e un abito di seta sbiadito: nientemeno che la madre di Mr Wardle. Ad attestare che da giovane era stata educata come si deve e che, da vecchia, mai si era discostata da quei sani principi, erano appesi alle pareti, a mo' di ornamento, alcuni ricami risalenti a epoca remota, paesaggi al piccolo punto di pari antichitą, copriteiere di seta rossa di periodo piĚ recente. Si affollavano intorno alla sua poltrona, facendo a gara nell'accudirla con zelante sollecitudine e ininterrotta attenzione, la zia zitella, le due signorine e Mr Wardle: chi reggeva il cornetto acustico, chi un'arancia; chi le porgeva la bottiglietta con i sali, chi si affaccendava a picchiettare e stropicciare i cuscini che la sostenevano. Dall'altro lato del caminetto sedeva un anziano signore calvo, con un viso che esprimeva buon umore e benevolenza: il pastore di Dingley Dell. Accanto a lui c'era la moglie, una signora florida, ben piantata, che, almeno a giudicar dall'aria, conosceva l'arte e i segreti non solo di produrre con le proprie mani cordiali per la gioia altrui, ma anche di assaggiarli di tanto in tanto per la gioia propria. In un angolo un ometto dall'aria cocciuta e la faccia rubizza come una mela di Ribston era immerso in conversazione con un vecchio signore grasso; altri due o tre distinti gentiluomini piuttosto attempati, con altre due o tre distinte gentildonne, anche loro piuttosto avanti negli anni, sedevano impettiti e immobili, fissando con sguardo severo Mr Pickwick e i suoi compagni di viaggio.

       «Mr Pickwick, mamma», urlė con quanto fiato aveva in gola Mr Wardle.

       «Ah!», disse la vecchia signora scuotendo la testa. «Non ti sento».

       «Mr Pickwick, nonna», strillarono le due signorine in coro.

       «Ah!», esclamė l'attempata gentildonna. «Beh, non importa. Non ci bada a una vecchia come me, vi pare?».

       «Vi assicuro, mia gentile signora», disse Mr Pickwick afferrandole la mano e parlando con voce cosď tuonante che per lo sforzo il benevolo viso gli si colorė di una sfumatura violacea «vi assicuro, mia gentile signora, che nulla mi riesce piĚ gradito del vedere una gentildonna giunta giovanile e in forma alla vostra stagione della vita e a capo di una famiglia cosď bella».

       «Ah!», disse quella dopo una breve pausa. «Chissą che complimenti, ma non ho capito una parola».

       «La nonna Ź un po' agitata», intervenne la signorina Isabella Wardle a voce bassa, «ma tra poco vi rivolgerą la parola». Con un cenno di assenso, Mr Pickwick si dichiarė disponibile a rallegrare gli acciacchi dell'etą, quindi con i membri del suo club si unď alla conversazione generale.

       «Delizioso», commentė Mr Pickwick.

       «Delizioso», echeggiarono le voci dei signori Snodgrass, Tupman e Winkle.

       «Sď, lo penso anch'io», confermė Mr Wardle.

       «In tutto il Kent non si trovano terreni migliori di questi», intervenne il signore cocciuto dalla faccia rossa come una mela. «Non ce ne sono, signore,... sono sicuro». Il signore cocciuto si guardė intorno con aria trionfante, come se, contraddetto da qualcuno, alla fine, ad aver la meglio, fosse stato lui.

       «In tutto il Kent non si trovano terreni migliori di questi», ripeté con cocciutaggine dopo una pausa.

       «Salvo i campi di Mullins», osservė il signore grasso dall'aspetto solenne.

       «I campi di Mullins!», rimbeccė l'altro con profondo disprezzo.

       «Buon terreno, quello, niente da dire», si intromise un altro signore grasso.

       «Proprio cosď, sicuro», confermė un terzo signore grasso.

       «Lo sanno tutti», disse il corpulento padron di casa.

       Il signore cocciuto si guardė dubbioso intorno, ma, trovandosi in minoranza, prese un'aria di mesto compatimento e non aggiunse altro.

       «Di cosa parlano?», chiese a una nipote, con voce tutt'altro che sommessa, la vecchia signora, perché, come succede a molte persone sorde, non le saltava in mente che gli altri la sentissero benissimo.

       «Di terreni, nonna».

       «Che hanno da dire sui terreni? Non ci sono guai, vero?».

       «No, no. Mr Miller diceva che i nostri terreni sono migliori di quelli di Mullins».

       «Come fa a saperlo?», indagė la vecchia signora con aria indignata. «Miller Ź un bellimbusto che si dą un sacco di arie. Va' pure a riferirgli che sono stata io a dirlo». E con questo, l'anziana gentildonna, del tutto inconsapevole di aver parlato con voce che non era proprio un sussurro, si rizzė impettita e rivolse a quello sciagurato cocciuto un'occhiataccia da incenerirlo.

       «Su, su», intervenne il padron di casa ansioso di cambiare argomento. «Che ne direste di una partita di whist, Mr Pickwick?».

       «Ne sarei davvero lieto ma, per favore, non fate un tavolo apposta per me!».

       «Oh, vi assicuro che a mia madre piace moltissimo», spiegė Mr Wardle, «vero, mamma?».

       L'anziana signora, che al riguardo era assai meno sorda che su qualsiasi altro argomento, ne diede conferma.

       «Joe, Joe!», chiamė Mr Wardle. «Joe... dannazione... ah, eccolo! Prepara i tavoli da gioco».

       Quel letargico giovanotto, senza ulteriori incitamenti, fece lo sforzo di apprestare due tavoli: uno di papessa Giovanna, l'altro di whist. Giocavano a whist Mr Pickwick e l'anziana gentildonna; Mr Miller e il gentiluomo grasso. Il resto della compagnia si dispose intorno all'altro tavolo.

       Il gioco si svolse con quella gravitą di portamento e compostezza di modi che soli si addicono alla nobile occupazione che va sotto il nome di whist: rito solenne al quale - almeno cosď sembra a noi - Ź stata appioppata la definizione di «gioco» solo per irriverenza e sfrontatezza. Dal canto loro, i giocatori seduti all'altro tavolo erano cosď allegri e facevano tanto chiasso da interferire con le elucubrazioni di Mr Miller che, non concentrandosi come avrebbe dovuto, combinė una serie di gravissimi crimini e misfatti, scatenando il furore del gentiluomo grasso e suscitando in ugual misura il buon umore della vecchia gentildonna.

       «Ecco fatto!», esclamė trionfante quello sciagurato di Miller alla fine di una mano. «Gioco perfetto. Me ne compiaccio veramente: impossibile giocar meglio!».

       «Miller avrebbe dovuto giocare i quadri, vero, signore?», commentė la vecchia signora.

       Mr Pickwick assentď.

       «Giocare quadri?», fece eco quello sventurato appellandosi incerto al suo compagno di gioco.

       «Proprio cosď», rispose il signore grasso con voce tonante.

       «Ne sono desolato», disse quello, prostrato.

       «Non serve a niente!», ruggď il signore grasso.

       «Due di onori e abbiamo otto punti», disse Mr Pickwick.

       Un'altra mano.

       «Potete chiudere?», chiese l'anziana signora.

       «Sď», rispose Mr Pickwick. «Doppio, singolo, cappotto».

       «Mai visto una fortuna simile», disse Mr Miller.

       «Mai visto carte simili», disse il signore grasso.

       Silenzio solenne: Mr Pickwick allegro; la vecchia signora compunta; il gentiluomo grasso stizzoso; Mr Miller spaurito. «Raddoppio!», annunciė l'anziana gentildonna e, a suggellare la memorabile circostanza, con aria di trionfo mise sotto il candeliere una moneta da sei pence e un mezzo penny assai malconcio.

       «Ha raddoppiato, signore», fece osservare Mr Pickwick.

       «Lo so benissimo, signore», rispose quello piccato.

       Un'altra partita con analogo risultato vide l'infelice Miller dimenticarsi di giocar colore pur avendo le carte in mano: al che il gentiluomo grasso fu preso da smanie di furore che durarono fino alla fine. A quel punto si ritirė in un angolo e, per un'ora e ventisette minuti, rimase in uno stato di assoluto mutismo, dopo di che, emergendo dall'isolamento, offrď a Mr Pickwick una presa di tabacco da fiuto con l'aria di chi decide di rispondere alle offese con cristiana caritą. L'udito della vecchia signora era molto migliorato e lo sfortunato Miller pareva un pesce fuor d'acqua.

       Nel frattempo, all'altro tavolo, il gioco procedeva fra l'allegria generale. Facevano «coppia» la signorina Isabella Wardle e Mr Trundle; la signorina Emily Wardle e Mr Snodgrass; perfino Mr Tupman e la zia zitella partecipavano con quote di fiches e galanterie. Il vecchio Mr Wardle era al vertice dell'allegria: lui era cosď divertente nel tenere il banco, le attempate gentildonne si accanivano tanto per vincere che intorno al tavolo c'erano continui scoppi di risa e un gran buonumore. Una delle gentildonne si trovava a ogni giro con una mezza dozzina di carte da pagare, al che tutti scoppiavano a ridere; lei allora si indispettiva, e gli altri giĚ a ridere ancora di piĚ, fino a che lei stessa non si rasserenava mettendosi a ridere piĚ forte di tutti. Se, poi, alla zia zitella capitavano le carte del «matrimonio», le signorine scoppiavano a ridere da capo. La zitella, pronta a sbottare impermalita, alla stretta di mano di Mr Tupman sotto il tavolo, rischiarandosi tutta, prendeva un'aria saputa come se il matrimonio in realtą non fosse quell'ipotesi remota che alcuni davano mostra di ritenere: e giĚ di nuovo tutti a ridere, soprattutto Mr Wardle che apprezzava gli scherzi non meno dei giovani. Dal canto suo, Mr Snodgrass era assai occupato a sussurrare parole poetiche all'orecchio della sua compagna di gioco, il che stuzzicava in un vecchio signore un po' malizioso battute e giochi di parole accompagnate da strizzatine d'occhio e risolini, sul fatto di essere accoppiati nel gioco e nella vita: tutti scoppiavano a ridere, soprattutto la moglie del vecchio pastore. Mr Winkle tirė fuori un paio di barzellette che, risapute in cittą, erano nuove di zecca in campagna: siccome tutti ridevano di cuore, dicendo che erano spiritosissime, Mr Winkle si sentiva circonfuso da un alone di gloria e di onore. L'affabile pastore li guardava con lieta benevolenza, perché i volti raggianti intorno al tavolo lo rallegravano e, sebbene a volte chiassoso, il buonumore scaturiva dal cuore e non dalle labbra: dopo tutto, Ź questo il modo giusto di essere contenti.

       La serata trascorse rapida in mezzo a tanto divertimento, e finita che fu la cena di piatti semplici ma sostanziosi, e tutti si furono riuniti a chiacchierare intorno al fuoco, Mr Pickwick si trovė a riflettere che mai in vita sua era stato cosď contento e cosď incline a cogliere, traendone il massimo della gioia, l'attimo fuggente.

       «Ecco», disse il generoso padron di casa, seduto accanto alla poltrona della vecchia signora, con la mano di lei stretta nella propria, «ecco, cosď Ź bello... vicino a questo vecchio caminetto ho trascorso i momenti piĚ felici della mia vita. Sono cosď affezionato a questo angolo che ogni sera tengo acceso un fuoco scoppiettante fino a quando non fa troppo caldo per resistere. Quando era bambina, la mia povera vecchia mammetta se ne stava seduta qui, su quel seggiolino. Non Ź vero, mamma?».

       Le lacrime che spuntano spontanee, quando all'improvviso si Ź sopraffatti dal ricordo del tempo che fu e della felicitą passata, solcarono il volto della vecchia signora, mentre lei scuoteva la testa con un sorriso malinconico.

       «Dovete scusarmi se parlo cosď di questo vecchio posto, Mr Pickwick», riprese il padron di casa dopo una breve pausa, «ma io gli sono molto affezionato e non ne conosco altri... la vecchia casa e i campi li sento come amici, esseri vivi; anche la chiesa con la sua edera Ź cosď per me... A proposito, sulla chiesa e sull'edera che l'avvolge il nostro eccellente amico qui

       presente, quando Ź venuto a vivere fra noi, ha scritto una

       poesia. Mr Snodgrass, il vostro bicchiere Ź pieno?».

       «Sď, grazie», rispose il gentiluomo incuriosito dalle ultime parole del loro ospite. «Chiedo scusa, ma avete accennato a una poesia sull'edera».

       «Chiedete all'amico che vi siede di fronte», rispose il padron di casa con l'aria di saperla lunga, indicando con un cenno della testa il pastore.

       «Posso dirvi che sarei lieto di sentirvela recitare ancora?», chiese Mr Snodgrass.

       «ť davvero poca cosa», rispose il pastore. «A mia sola giustificazione per aver perpetrato tale misfatto Ź che a quel tempo ero giovane. Ad ogni modo, se lo desiderate, sentirete i miei versi, cosď come sono».

       La risposta fu naturalmente un mormorio di curiositą, e il vecchio gentiluomo, aiutato qui e lď dalla moglie che interveniva a suggerire, si accinse a declamare i versi in questione. «Il titolo Ź», disse:

 

 

       L'edera verde

 

       Pianta delicata Ź l'edera verde

       che serpeggia sulle antiche rovine!

       Pasti scelti, no, non perde

       nella sua cella gelida, piena di spine.

       Il muro Ź un rudere, la pietra caduca,

       per appagare la sua voglia acuta.

       Polvere distruttiva negli anni deposta

       Ź una succulenta, ghiotta crosta.

              Strisciando dove non c'Ź vita

              la rara, vecchia edera verde in alto Ź salita.

 

       Monta rapida pur senz'ali,

       con il vecchio cuore robusto.

       Si avvinghia, si allaccia senza pali

       all'enorme quercia dal grande fusto.

       Si dirama insidiosa sul terreno,

       le foglie fa ondeggiar in un baleno.

       Gioiosa avvince e addosso piomba

       lą dove si apre una cupa tomba.

              Strisciando dove passa la morte,

              la vecchia edera verde Ź davvero forte.

 

       Intere etą sono trascorse, molto Ź stato distrutto,

       i popoli si sono disseminati,

       ma la forte edera non conosce lutto,

       né i suoi rami sono rovinati.

       La vecchia, audace pianta nei giorni solitari

       si ciberą dei tempi che furono amari.

       L'opera dell'uomo piĚ orgogliosa

       serve soltanto a renderla rigogliosa.

              Strisciando dove il tempo gią fu

              la vecchia edera verde non marcisce piĚ.

 

       Mentre il vecchio gentiluomo recitava i versi una seconda volta per consentire a Mr Snodgrass di trascriverli, Mr Pickwick studiava con vivo interesse l'espressione della sua faccia. E quando il vecchio pastore ebbe finito di dettare e Mr Snodgrass ebbe riposto in tasca il suo taccuino, Mr Pickwick disse:

       «Scusatemi, signore, per quanto vi chiederė, pur conoscendovi da cosď poco tempo, ma Ź mia convinzione che a un uomo come voi non possano essere mancate, nel corso della sua esperienza quale ministro di Dio, occasioni di osservare fatti ed eventi degni di nota».

       «ť vero, sono stato testimone di eventi e ho conosciuto molte persone, ma si Ź sempre trattato di esperienze comuni, non certo fuori dell'ordinario, nell'ambito di una sfera di azione limitata come Ź sempre stata e tuttora Ź la mia».

       «Su John Edmunds, perė, avete scritto qualcosa, vero?», intervenne Mr Wardle desideroso di far uscire dal guscio il suo amico a edificazione degli ospiti.

       Il vecchio signore assentď e stava per volgere la conversazione su altro argomento, quando Mr Pickwick intervenne:

       «Scusate, signore, ma mi Ź consentito chiedervi chi era John Edmunds?».

       «Proprio quello che stavo per domandare anch'io», interloquď Mr Snodgrass con entusiasmo.

       «Ormai siete in ballo», commentė gioviale il padron di casa. «Prima o poi dovrete soddisfare la curiositą di questi gentiluomini. Vi conviene approfittare dell'occasione e farlo subito».

       Il vecchio signore, sorridendo benevolo, tirė avanti la sedia, e tutti gli altri avvicinarono le loro, in particolare Mr Tupman e la zia zitella che erano fuori portata d'orecchio; il cornetto della signora fu sistemato; Mr Miller, che durante la recita della poesia si era addormentato, emerse dal torpore a seguito di un pizzicotto ammonitore, appioppatogli sotto il tavolo dall'ex compagno di gioco, il solenne signore grasso. Senza altri convenevoli, l'anziano pastore diede avvio al seguente racconto al quale ci siamo presi la libertą di apporre il titolo:

 

 

Il ritorno del forzato

 

       «Quando venni a stabilirmi in questo villaggio - venticinque anni fa, ormai - la persona piĚ famigerata fra tutti i miei parrocchiani era un uomo di nome Edmunds, affittuario di una piccola fattoria non lontano da dove siamo in questo momento. Uomo scontroso, violento, malvagio; di abitudini futili e viziose; di temperamento crudele e selvatico. Suoi soli amici erano un paio di vagabondi fannulloni e sbandati: con loro sprecava il tempo andando a zonzo per i campi oppure ubriacandosi nelle osterie; oltre a costoro, non un amico, non un conoscente. Nessuno si dava la pena di rivolgere la parola a un individuo che molti temevano e tutti aborrivano. E cosď non c'era chi non schivasse Edmunds.

       «Aveva moglie e un figlio, un ragazzo di circa dodici anni all'epoca. Delle sofferenze di quella donna, della bontą e perseveranza con cui le sopportava, della sollecitudine e abnegazione con cui allevava quel ragazzo, nessuno potrą mai farsi adeguata idea. Se il mio Ź un sospetto ispirato da scarsa caritą il cielo mi perdoni, ma dentro di me, nel fondo del mio animo, sono convinto che, per anni e anni, quell'uomo cercė sistematicamente di spezzarle il cuore. Ma lei, per amore del bambino, e, per quanto possa sembrare strano, anche per amore verso il padre del bimbo, sopportava tutto. Sď, era trattata con brutale crudeltą, ma un tempo gli aveva voluto bene e il ricordo di ciė che lui era stato risvegliava nel suo petto, al di lą della sofferenza, sentimenti di rassegnata dedizione che solo le donne conoscono fra tutte le creature di Dio.

       «Erano poveri - come avrebbe potuto essere altrimenti, viste le abitudini dell'uomo? - ma l'assidua, incessante fatica, dall'alba al tramonto, di mattina, di pomeriggio, di sera, riusciva a sottrarli all'indigenza. Tanto lavoro veniva mal ripagato. Coloro che alla sera passavano accanto all'abitazione- a volte perfino nel cuor della notte - riferivano di aver sentito i singhiozzi e i gemiti della donna disperata e il suono delle percosse; piĚ di una volta, ben dopo la mezzanotte, il bambino andė a bussare a]la porta dei vicini per sfuggire alla furia di quel padre snaturato.

       «Per anni e anni, pur con i segni delle percosse e dei maltrattamenti che non riusciva a nascondere del tutto, quella poveretta fu una parrocchiana assidua. Eccola ogni domenica, mattina e pomeriggio, al solito posto con il bambino al suo fianco; pur con abiti dimessi, vestita peggio di molti altri che versavano senz'altro in condizioni piĚ misere, era sempre linda e pulita. Tutti avevano per la «povera signora Edmunds» una parola gentile e tutti le riservavano un gesto di amicizia. Talvolta, se alla fine del servizio religioso si fermava a scambiare poche parole con qualche vicino davanti al portico della chiesa nel vialetto fiancheggiato di olmi, oppure indugiava a osservare, con orgoglio e affetto materno, il suo ragazzo che, sano e robusto, vicino a lei, giocava con i compagni, il volto segnato dalla sofferenza le si illuminava di una luce che stava a indicare una gratitudine profonda e autentica e, pur senza mostrarsi allegra e felice, era per lo meno tranquilla e serena.

       «Trascorsero cinque o sei anni; il bambino si fece un giovanotto gagliardo e vigoroso. Il tempo, che aveva rafforzato e temprato la fragile corporatura infantile e aveva trasformato le deboli membra del bimbo nella possente struttura dell'uomo, aveva curvato il dorso della madre e indebolito i suoi passi; ma il braccio che avrebbe dovuto sostenerla, non si allacciava piĚ al suo; il volto che avrebbe dovuto allietarla non volgeva piĚ lo sguardo su quello di lei. La donna continuava a sedersi allo stesso posto, ma nessuno le era accanto. Reggeva la Bibbia con la stessa attenzione di sempre; con uguale cura rintracciava i versetti e ripiegava le pagine, ma non c'era nessuno che l'accompagnasse nella lettura: le lacrime le scendevano copiose sul libro e offuscavano le parole. I vicini continuavano a essere gentili come un tempo, ma la poveretta evitava il loro saluto volgendo la testa. Non indugiava piĚ fra gli olmi; non albergava piĚ nel suo cuore l'attesa gioiosa della felicitą. Quella sventurata abbassava la cuffia per nascondere il viso e in gran fretta si allontanava.

       «ť proprio necessario dirvelo? Il giovane che, riandando ai giorni dell'infanzia fino a dove giungevano memoria e consapevolezza e ripercorrendo tutto quell'itinerario con il ricordo fino al momento presente, non avrebbe potuto rintracciare nulla che in qualche modo non fosse collegato a una lunga serie di privazioni volontariamente sopportate dalla madre per amor suo, con insulti, violenze, maltrattamenti, tutti sostenuti per lui, costui - inutile che ve lo dica - senza nessuna considerazione per il cuore tormentato dell'infelice madre e con deliberata, irriconoscente indifferenza per tutto ciė che lei aveva fatto e subito per lui, si era messo con uomini depravati e perversi, avventurandosi su una strada funesta destinata a portare morte a lui e onta a lei. AhimŹ, la natura umana! Avete gią da tempo capito.

       «Ormai la donna stava per bere fino alla feccia il calice dell'infelicitą e della sciagura. Nel vicinato erano stati commessi vari crimini. I colpevoli rimanevano sconosciuti e sempre piĚ cresceva la loro impudente arroganza. Una rapina di incredibile audacia e particolarmente grave condusse a una maggiore vigilanza e a indagini piĚ rigorose che i rei non avevano previsto. I sospetti caddero sul giovane Edmunds e su tre suoi compagni. Fu catturato, incarcerato, processato, condannato a morte.

       «Mi sembra di sentire ancora risuonare l'urlo selvaggio, penetrante di una voce femminile che echeggia nel tribunale, quando viene pronunciata la terribile sentenza. Fu quel grido a toccare il cuore del colpevole che né processo, né condanna, neppure la prossimitą della morte, erano riusciti a smuovere. Le labbra, fino a quel momento serrate in un ostinato, astioso silenzio ebbero un fremito e si aprirono involontariamente; il volto gli si fece di un pallore cinereo mentre da ogni poro trasudava sudore freddo; il colpevole tremė sulle robuste gambe e vacillė al banco degli imputati.

       «Il primo impulso di quella donna tormentata e devastata dall'angoscia fu di gettarsi in ginocchio ai miei piedi, supplicando il Signore onnipotente, che fino a quel momento l'aveva sostenuta in tutte le sue sventure, di prendere lei da questo mondo di infelicitą e di affanni, di risparmiare la vita dell'unico figlio. Subito dopo, un'esplosione di dolore, una lotta violenta, quale spero di non vedere mai piĚ. Capivo che il cuore le si stava spezzando, ma da quelle labbra non sfuggď né un lamento né un gemito.

       «Era uno spettacolo doloroso vederla, giorno dopo giorno, nel cortile della prigione tentando con fervore e sollecitudine, con la forza dell'amore e delle suppliche, di intenerire il cuore spietato dell'irriducibile figlio, ma fu inutile: l'uomo rimase ostinato, astioso, inflessibile. Non riuscď ad attenuare la cupa asprezza del suo atteggiamento neppure la commutazione, non sollecitata, della condanna capitale nella deportazione ai lavori forzati per quattordici anni.

       «Lo spirito di rassegnazione e abnegazione, che per tanto tempo aveva sostenuto la donna, cedette alla malattia e alla prostrazione. Ancora una volta quella sventurata si alzė dal letto per trascinarsi vacillante fino al cospetto del figlio, ma le forze l'abbandonarono e, affranta, si afflosciė a terra.

       «In quel momento furono davvero messe a dura prova l'ostentata freddezza e l'indifferenza del giovane; la dura punizione che si abbatté su di lui quasi lo fece impazzire. Trascorse un giorno e sua madre non arrivė; un altro passė e lei non venne; giunse la sera del terzo giorno e ancora non comparve; fra ventiquattro ore sarebbe andato lontano, si sarebbe separato da lei... forse per sempre. Oh! come gli si affollarono alla mente i ricordi degli antichi giorni a lungo ricacciati, mentre con frenesia andava su e giĚ per l'angusto carcere, quasi che la furia potesse portargli sue nuove e, quando apprese la veritą, quanta amarezza e desolazione lo assalirono! Sua madre, l'unico affetto che avesse mai conosciuto, giaceva malata - forse in punto di morte- poco lontano, meno di un miglio da dove si trovava lui. Se fosse stato libero e senza ceppi, in pochi minuti avrebbe potuto essere al suo capezzale. Si precipitė verso il cancello e, afferrando le sbarre di ferro con la forza della disperazione, si mise a scuoterlo fino a farle risuonare, si buttė contro il massiccio muro quasi volesse aprirsi un varco attraverso la pietra, ma la possente mole si fece beffe dei suoi deboli sforzi: giunse le mani e scoppiė a piangere come un bambino.

       «Fui io a portargli in carcere il perdono e la benedizione della madre, e al capezzale della malata a portare il solenne giuramento di pentimento e la fervida supplica di perdono. Con pena e pietą ascoltai quell'uomo contrito escogitare mille progetti per darle, al ritorno, benessere e sollievo, ma assai prima che lui raggiungesse la sua destinazione, sua madre non sarebbe piĚ stata di questo mondo, ne ero certo.

       «Partď di notte; poche settimane piĚ tardi l'anima della povera donna prese il volo verso un luogo di eterna beatitudine e pace, cosď ardentemente spero e fermamente credo. Il servizio funebre lo officiai io stesso. Le sue spoglie mortali giacciono nel piccolo cimitero adiacente alla chiesa. Non c'Ź lapide sulla sua tomba. Gli uomini conobbero i suoi affanni; Dio conobbe le sue virtĚ.

       «Prima di partire, Edmunds si era messo d'accordo con me che, non appena gli fosse stato dato il permesso, avrebbe scritto alla madre indirizzando a me la lettera. Fin da quando il figlio era stato arrestato, il padre aveva decisamente rifiutato di vederlo, e non gli importava affatto sapere se fosse vivo o morto. Trascorsero molti anni senza che del forzato si sapesse nulla e, quando fu passato piĚ di metą del periodo della condanna e nessuna lettera mi era stata recapitata, mi persuasi che fosse morto, anzi quasi me lo auguravo.

       «Era accaduto che, arrivando nel penitenziario, Edmunds fosse stato mandato in una regione interna di quel lontano paese: ecco perché delle tante lettere inviate nessuna era mai giunta. L'uomo era rimasto nello stesso luogo per tutti i quattordici anni e, quando ebbe scontata la pena, tenendo fede all'antica decisione e alla promessa fatta alla madre, fece ritorno fra mille avversitą in Inghilterra e a piedi raggiunse il paese natale.

       «In una bella sera di agosto - una domenica - John Edmunds arrivė nel villaggio che, con ignominia e infamia, aveva lasciato diciassette anni prima. La via piĚ breve attraversava il cimitero. Nel varcare il cancello, il cuore gli si gonfiė in petto. Filtrando tra i rami dei vecchi olmi giganteschi, i raggi del sole al tramonto gettavano una luce morbida sul sentiero ombroso, risvegliando nell'uomo antichi ricordi. Si vide bambino, aggrappato alla mano della madre, mentre andava tranquillo in chiesa. Rammentava il suo volto pallido, gli occhi umidi di pianto; rammentava le lacrime che tiepide gli avevano bagnato la fronte, quando lei si era chinata a baciarlo, e allora anche lui era scoppiato in singhiozzi, pur incapace di capire l'amarezza della madre. Pensava a quante volte fosse corso felice giĚ per quel sentiero con qualche compagno di giochi, voltandosi a guardare, di tanto in tanto, per cogliere il sorriso materno o sentire la voce gentile; allora gli parve che un velo si levasse dalla memoria: si affollarono i ricordi di parole di bontą rimaste senza risposta, di ammonimenti disprezzati, di promesse non mantenute fino a che, incapace di sopportare oltre, si sentď mancare il cuore.

       «Entrė nella chiesa, ancora aperta sebbene fosse finita la funzione serale e i parrocchiani fossero rientrati nelle loro case. Sotto le volte basse echeggiavano sordi i suoi passi, ed egli ebbe quasi paura a essere solo: c'era tanto silenzio e c'era tanta pace. Si guardė intorno, non era cambiato nulla. La chiesa gli sembrava piĚ piccola, ma c'erano ancora le antiche tombe sulle quali si era posato migliaia di volte il suo sguardo sgomento; c'era il piccolo pulpito con il cuscino stinto; il banco della comunione davanti al quale aveva tante volte ripetuto i comandamenti che, bambino, aveva rispettato e, uomo, aveva dimenticato. Si avvicinė al posto dove aveva avuto l'abitudine di stare insieme alla mamma; non vi ritrovė il cuscino né la Bibbia, sembrava freddo e desolato. Forse sua madre era costretta a usare un sedile piĚ umile; forse era troppo malata per recarsi in chiesa. Non osava formulare nella mente il pensiero che lo terrorizzava. Un brivido gelido lo percorse tutto, e, nell'allontanarsi, fu preso da un tremito violento.

       «Quando raggiunse il portico, un vecchio ci stava entrando. Edmunds indietreggiė con un sobbalzo nel riconoscerlo; molto spesso era rimasto a guardarlo mentre scavava le fosse. Che cosa avrebbe detto quel vecchio al forzato di ritorno a casa?

       «Il vecchio levė lo sguardo sul volto dello sconosciuto, gli rivolse la buona sera e lentamente si allontanė: non lo aveva riconosciuto.

       «Scese lungo la collina, si spinse fino al villaggio. L'aria era tiepida; la gente era seduta sul limitare delle porte, oppure gironzolava nei giardinetti delle case, assaporando la dolcezza della sera e il riposo dalla fatica. Molti occhi si puntarono su di lui al suo passaggio; molti sguardi incerti egli gettė a destra e a sinistra per accertarsi se, riconosciuto, veniva scansato. In quasi ogni casa vide volti sconosciuti: in alcune riconobbe vecchi compagni di scuola - ragazzi quando li aveva visti per l'ultima volta - ora uomini fatti, appesantiti, circondati da schiere di bambini cinguettanti; in altre, seduti in poltrona sulla soglia, scorse dei vecchi deboli, malati: il ricordo rimandava l'immagine di uomini che erano stati un tempo lavoratori vigorosi e gagliardi. Lo avevano dimenticato tutti, ed egli li oltrepassė senza essere riconosciuto.

       «Quando l'uomo giunse davanti alla sua vecchia casa - la casa della sua infanzia - verso la quale, nei lunghi anni di prigionia e di dolore, il suo cuore si era proteso con struggente nostalgia, gli ultimi raggi del sole calante cadevano morbidi sulla terra, avvolgendo di un denso alone purpureo i covoni di frumento giallo e allungando le ombre degli alberi carichi di frutti negli orti. La staccionata, tutto intorno, era bassa, e gli sovvenne il tempo in cui gli era parsa un muro altissimo guardė dall'altra parte verso il vecchio giardino. C'erano piĚ pianticelle e fiori piĚ colorati di quanti non ce ne fossero stati un tempo, ma gli alberi erano ancora lď - uno in particolare svettava alto: nella sua ombra mille volte si era sdraiato stanco di giocare al sole, e aveva sentito il sonno tranquillo dell'infanzia spensierata gentilmente avvolgerlo. Si sentivano voci provenire dalla casa. Si mise in ascolto, ma gli erano estranee e non le riconobbe. Erano voci spensierate. Ben sapeva che non poteva trattarsi della sua povera, vecchia madre: non sarebbe stata cosď felice con lui lontano. La porta si aprď, e ne saltellė fuori uno stuolo di ragazzini, gridando e ruzzando spensierati. Sulla soglia apparve il padre: il piĚ piccolo in braccio; gli altri, intorno, battendo le manine e tirandolo per farlo giocare. Si affacciarono al suo ricordo le mille volte che era indietreggiato in quello stesso cantuccio alla vista di suo padre; ripensė a quando tremante, aveva nascosto la testa sotto le coperte e sentito le parole aspre, le frustate, i gemiti della madre. Nell'allontanarsi, l'uomo sopraffatto dal dolore singhiozzava forte; il pugno si strinse, i denti si serrarono in preda a un furore intenso e travolgente.

       «Ecco che cosa voleva dire ritornare! Si era immaginato quel momento per tanto tempo, anni uggiosi e duri; nell'attesa aveva sopportato indicibili sofferenze. Su nessun volto un sorriso di benvenuto, uno sguardo di perdono; nel suo vecchio villaggio non c'era una casa pronta ad accoglierlo, una mano tesa ad aiutarlo. Che cos'era al confronto la solitudine di una foresta selvaggia, dove l'uomo non metteva mai piede!

       «Capď che nella terra lontana della sua infamia e prigionia si era sempre figurato il villaggio natale come era stato al momento della sua partenza, e mai come sarebbe stato al suo ritorno.

       «La triste realtą gli si strinse gelida intorno al cuore e il coraggio lo abbandonė. Non ebbe l'ardire di chiedere nulla, né di presentarsi alla sola persona che lo avrebbe accolto con bontą e compassione. Riprese a camminare, come un colpevole evitė la strada principale e si inoltrė verso un prato che ricordava bene: coprendosi il volto con le mani, cadde sull'erba.

       «Non si era accorto che accanto a lui, sul pendio, giaceva un uomo. Questi si volse per gettare un'occhiata furtiva sul nuovo venuto, i suoi abiti frusciarono: Edmunds alzė la testa.

       «L'uomo si era messo seduto: era molto curvo, il volto giallo e rugoso. Il vestito che indossava lo diceva uno dei ricoverati nell'ospizio; l'aspetto era quello di un vecchio, ma la decrepitezza sembrava piĚ frutto della malattia e del vizio che della tarda etą. Rivolse allo sconosciuto un'occhiata diffidente, e, sebbene dapprima il suo sguardo fosse opaco e torbido, dopo averlo fissato per un breve momento, assunse un'espressione innaturale e allarmata fíno a che gli occhi non sembrarono schizzare dalle orbite. Edmunds lentamente si tirė sulle ginocchia, scrutando il volto del vecchio con crescente intensitą. Rimasero a guardarsi in silenzio.

       «Il vecchio era pallido come un morto. Ebbe un fremito di orrore e barcollando si mise in piedi. Edmunds si alzė d'un balzo. Il vecchio indietreggiė di alcuni passi; Edmunds si fece avanti.

       «"Parla! Voglio sentir la tua voce", disse il forzato con voce rotta, rauca.

       «"Via! Via di qui!", urlė l'uomo accompagnando le parole con una orribile bestemmia. L'altro gli si accostė.

       «"Via! Via di qui!", gridė l'uomo, e, impazzito dal terrore, sollevė il bastone e colpď con forza Edmunds sul volto.

       «"Padre... demonio!", mormorė il forzato fra i denti. Si slanciė in avanti con furia selvaggia e lo prese per la gola... ma era suo padre e il braccio gli ricadde inerme.

       «Il vecchio emise un grido altissimo che risuonė attraverso i campi deserti simile al lamento di uno spirito dannato. Il volto gli divenne nero; dal naso e dalla bocca uscď un fiotto di sangue che tinse l'erba di un intenso color rosso, vacillė e cadde. La stretta gli aveva rotto un vaso sanguigno: prima che il figlio potesse sollevarlo, era morto.

       «Nell'angolo del cimitero», riprese il vecchio gentiluomo, dopo un breve attimo di silenzio, «nell'angolo del cimitero, che ho nominato prima, Ź sepolto un uomo. Dopo i fatti or ora narrati, rimase al mio servizio per tre anni: un uomo mortificato dal dolore, pentito, umile, come non ne ho mai visti. Finché visse, nessuno, tranne me, seppe chi fosse o da dove venisse: era John Edmunds, il forzato».

 

VII • COME MR WINKLE, INVECE DI SPARARE AL PICCIONE E UCCIDERE LA CORNACCHIA, ABBIA SPARATO ALLA CORNACCHIA E FERITO IL PICCIONE; COME LA SQUADRA DI CRICKET DI DINGLEY DELL ABBIA GIOCATO CONTRO LA SQUADRA Dl MUGGLETON UNITA E COME QUEST'ULTIMA ABBIA CENATO A SPESE DI QUELLA Dl DINGLEY DELL, OLTRE A VARIE ALTRE COSE INTERESSANTI E ISTRUTTIVE

 

 

 

       Forse furono le sfibranti avventure di quella giornata o forse fu la soporifera influenza del racconto del pastore ad avere un effetto tanto potente sulla naturale vocazione al sonno di Mr Pickwick, fatto sta che, neppur cinque minuti dopo aver visto il letto, piombava in un torpore letargico profondo e senza sogni, dal quale lo svegliarono soltanto i raggi del sole mattutino che, con aria di rimbrotto, dardeggiavano brillanti nella stanza. Mr Pickwick non era affatto un poltrone e come l'ardimentoso guerriero balza fuori dalla sua tenda, cosď lui balzė giĚ dal letto.

       «Bella, dolce campagna», sospirė quel gentiluomo pieno di entusiasmo nell'aprire le persiane a traliccio della finestra. «Chi resiste a vivere contemplando mattoni e tegole, se una sola volta ha sperimentato il fascino di una scena come questa? Chi riesce a vivere lą dove gli unici galletti sono quelli delle banderuole? Non Cerere, ma cenere, non foreste, ma giungla urbana. Chi potrebbe trascinare una miserabile esistenza in siffatto luogo? Chi, chiedo, potrebbe sopportarlo?». E, dopo aver interrogato a fondo il vuoto della solitudine campestre, secondo la piĚ autorevole tradizione e la piĚ consolidata prassi, Mr Pickwick si guardė intorno.

       Alla sua finestra giungeva l'aroma intenso e dolcissimo dei covoni di fieno; l'aria era pregna dei mille profumi del giardinetto sottostante; i prati verdissimi scintillavano nella rugiada mattutina che luccicava sulle foglie tremule nella brezza delicata; gli uccelli cantavano come se ogni perla lucente di quel nettare fosse fonte di ispirazione.

       Mr Pickwick si abbandonė a fantasticherie deliziose, piene di incanto.

       «Salve!», risuonė una voce distogliendolo da quei sogni ad occhi aperti.

       Guardė a destra, ma non scorse nessuno; il suo sguardo vagė a sinistra, scrutando l'orizzonte, si levė al cielo, ma nessuno lo voleva lď; infine fece ciė che una mente comune avrebbe fatto subito: guardė nel giardino ed ecco lď Mr Wardle.

       «Come state?», chiese quel simpatico personaggio gią senza fiato al pensiero delle tante cose piacevoli che lo aspettavano. «Mattinata stupenda, vero? Contento di vedervi alzato cosď di buon'ora. Affrettatevi a scendere, gią pronto per uscire. Vi aspetto qui».

       Mr Pickwick non se lo fece dire due volte. Dieci minuti gli bastarono per completare la sua toeletta e in men che non si dica fu a fianco del vecchio gentiluomo.

       «Salve!», rispose Mr Pickwick ricambiando il saluto al padron di casa che imbracciava un fucile e un altro ne teneva pronto h vicino. «Che cosa si fa?».

       «Ebbene, il vostro amico ed io abbiamo deciso di andar a caccia di cornacchie prima di colazione. Ha una mira infallibile, vero?».

       «Ho sentito dire che Ź un tiratore di prim'ordine, ma non l'ho mai visto in azione».

       «Bene, non vedo l'ora che arrivi. Joe... Joe!».

       Il ragazzotto, che sotto l'influenza eccitante di quella mattinata pareva addormentato soltanto a tre quarti e un pochino, ma non di piĚ, sbucė dalla casa.

       «Va' su a chiamare il signore e digli che mi troverą insieme a Mr Pickwick nel boschetto delle cornacchie. Mostragli come ci si arriva, hai capito?».

       Il ragazzotto si allontanė per eseguire la missione, e il padron di casa, imbracciando due fucili come un secondo Robinson Crusoe, fece strada.

       «Eccoci arrivati», disse fermandosi in un vialetto alberato, dopo qualche minuto di marcia. Informazione, questa, del tutto superflua perché l'incessante gracchiare indicava con sufficiente precisione dove se ne stavano le ignare cornacchie.

       Il vecchio gentiluomo, posato a terra un fucile, si mise a caricare l'altro.

       «Eccoli che arrivano», disse Mr Pickwick mentre in lontananza si profilavano le sagome di Mr Tupman, di Mr Snodgrass e di Mr Winkle. Il ragazzotto, non del tutto sicuro quale fosse il signore che gli era stato ordinato di chiamare, a scanso di equivoci, con grande sagacia aveva convocato tutti e tre.

       «Affrettatevi!», gridė il vecchio gentiluomo rivolto a Mr Winkle. «Un tiratore del vostro livello dovrebbe essere in piedi da tempo, anche se si tratta di modesta impresa».

       Mr Winkle, per tutta risposta, scucď un sorriso forzato e prese il fucile di riserva con una compunzione degna di una cornacchia metafisica in preda al cupo presentimento dell'incombente fine violenta. Chissą? Forse era la passione a renderlo cosď teso, ma l'impressione che dava era quella di un profondo sgomento.

       Il vecchio signore fece un cenno con la testa, al che due ragazzi tutti sbrindellati, convogliati sul posto dal Lambert in erba, detto fatto, si arrampicarono sugli alberi.

       «Cosa fanno quei ragazzi?», proruppe Mr Pickwick. Era allarmatissimo: che le difficoltą in cui si dibatteva l'agricoltura - ne aveva sentito parlare tanto spesso! - avessero costretto quei ragazzetti legati alla terra a guadagnarsi da vivere in modo tanto rischioso e precario, facendo di se stessi bersaglio vivente a uso e consumo dei cacciatori dilettanti?

       «Per far alzare la selvaggina», spiegė Mr Wardle ridendo.

       «Per... cosa?», indagė Mr Pickwick.

       «In poche parole, per spaventare le cornacchie».

       «Oh, tutto qui?».

       «Soddisfatto?».

       «Completamente».

       «Benissimo. Comincio io?».

       «Prego», disse Mr Winkle, felice tutte le volte che si prospettava un rinvio.

       «Indietro, allora. In guardia!».

       Il ragazzo, lanciando un urlo, si mise a scuotere un ramo con sopra un nido. Una mezza dozzina di cornacchiette, distolte da una fittissima conversazione, uscirono dal nido per vedere cosa stesse accadendo. Il vecchio gentiluomo in risposta sparė. GiĚ cadde un uccello e via volarono gli altri.

       «Raccoglilo, Joe», ordinė il vecchio gentiluomo.

       C'era un sorriso sulla faccia del ragazzotto mentre avanzava: davanti ai suoi occhi si profilava la vaga visione di un bel pasticcio di cornacchia. Nel tornare portando la preda, rideva: pennuto ben pasciuto!

       «A voi, Mr Winkle! Sparate!», invitė ricaricando il fucile.

       Mr Winkle si fece avanti, imbracciė il fucile. Mr Pickwick e i suoi amici si ritrassero involontariamente per proteggersi dal pericolo della gragnuola di cornacchie provocata dai devastanti proiettili di quel fucile. Solenne momento di raccoglimento, urlo, sbatter d'ali, debole clicchettio.

       «Ehi!», esclamė il vecchio signore.

       «Non ha sparato?», si informė Mr Pickwick.

       «Fatto cilecca», dichiarė Mr Winkle pallidissimo, forse per la delusione.

       «Stranissimo», disse il vecchio gentiluomo prendendo il fucile. «Mai accaduto prima che facesse cilecca. Come; Non vedo la capsula della cartuccia».

       «Santo cielo! Ho dimenticato la cartuccia, lo confesso» ammise Mr Winkle.

       Si rimediė subito a quell'insignificante omissione. Mr Pickwick tornė ad acquattarsi. Risoluto e fiero avanzė Mr Winkle; da dietro un albero fece capolino Mr Tupman. Il ragazzo urlė; quattro uccelli presero il volo. Mr Winkle fece fuoco. Un urlo di straziante dolore - l'urlo di un uomo, non di una cornacchia! Beccandosi nel braccio sinistro parte dei proiettili, Mr Tupman aveva salvato la vita di innumerevoli pennuti innocui e innocenti.

       Impossibile descrivere la confusione che seguď: Mr Pickwick, nell'impeto dell'emozione, si rivolge a Mr Winkle chiamandolo «Infame!»; Mr Tupman rimane inanime per terra; Mr Winkle, inorridito, si inginocchia accanto a lui; Mr Tupman nel delirio invoca un nome femminile, poi apre prima un occhio e, subito dopo, l'altro per ricadere indietro e richiuderli tutti e due. Impossibile, dunque, descrivere tutto questo nei particolari; altrettanto arduo sarebbe narrare come lo sfortunato eroe lentamente si riprendesse, come il suo braccio venisse legato con un fazzoletto e come fosse riportato indietro a passo lento, sorretto dagli angosciati amici.

       Si avvicinarono a casa. Al cancello del giardino, ad attenderli per la colazione c'erano le signore. Apparve la zia zitella; sorrise e fece cenno loro di affrettarsi. Non sapeva nulla del disastro, era evidente. Poverina! Ci sono momenti in cui l'ignoranza Ź benedizione.

       Si avvicinarono.

       «Cosa Ź successo al vecchietto?», cominciė Isabella Wardle. La zia zitella non diede peso all'osservazione; era convinta che si riferisse a Mr Pickwick. Ai suoi occhi Mr Tracy Tupman era un giovanotto: guardava gli anni con un cannocchiale capovolto.

       «Niente paura! », gridė da lontano il padron di casa temendo di allarmare le figlie. Facevano tutti tanta ressa intorno a Mr Tupman che non si riusciva a capire la natura dell'incidente.

       «Niente paura!», ripeté Mr Wardle.

       «Cosa Ź successo?», strillarono le signore.

       «Mr Tupman ha avuto un piccolo incidente, solo questo».

       La zia zitella emise un grido acutissimo, scoppiė in una risata isterica e cadde all'indietro fra le braccia delle nipoti.

       «Buttatele addosso acqua fredda», fu il consiglio del vecchio gentiluomo.

       «No, no», bisbigliė la zia zitella. «Mi sento meglio. Bella, Emily,... un chirurgo! ť ferito? Morto? ť... ah, ah, ah!». E la zia zitella ebbe un secondo attacco convulso di risa isteriche inframmezzate da strilli.

       «Calmatevi! », intervenne Mr Tupman, commosso fino quasi alle lacrime da tanta partecipazione alle sue sofferenze. «Cara, cara signora, calmatevi!».

       «La sua voce!», esclamė la zia zitella, e subito si manifestarono i sintomi dell'attacco numero tre.

       «Non agitatevi, vi supplico, gentile signora», disse Mr Tupman con dolcezza. «Una ferita leggerissima, vi assicuro».

       «Allora non siete morto! », proruppe la gentildonna isterica. «Oh, ditelo che non siete morto!»

       «Piantala con le scemenze, Rachael!», intervenne Mr Wardle in un tono brusco poco in sintonia con la natura poetica della scena. «Cosa diavolo significa dire di non essere morto?».

       «No, no, non sono morto», disse Mr Tupman, «ho bisogno soltanto che mi stiate vicino. Posso appoggiarmi al vostro braccio?». E in un sussurro aggiunse: «Oh, signorina Rachael!». L'agitata femmina si fece avanti e gli offrď il braccio. Entrarono nella sala dove li attendeva la colazione. Mr Tracy Tupman con garbo le baciė una mano e stramazzė sul divano.

       «Siete debole? Vi sentite svenire?», chiese ansiosamente Rachael.

       «No, non Ź nulla. Starė subito meglio». E chiuse gli occhi.

       «Dorme», mormorė la zia zitella. (Gli organi della vista dell'infortunato erano chiusi da circa venti secondi). «Caro... caro... Mr Tupman!».

       Mr Tupman schizzė su... «Oh, ditelo ancora!».

       La gentildonna ebbe un sussulto. «Non avrete sentito le mie parole!», disse ritrosa.

       «Sď, invece! Ripetetemele. Se volete che guarisca, ripetetemele! ».

       «Silenzio!», disse la gentildonna. «Mio fratello».

       Mr Tracy Tupman riprese la posizione di prima, e nella stanza entrė Mr Wardle insieme al chirurgo.

       Il medico ispezionė il braccio, curė la ferita e dichiarė che si trattava di poca cosa; placata l'apprensione, tutti procedettero a placare l'appetito con volti che erano ritornati a essere lieti e allegri. Soltanto Mr Pickwick, silenzioso, se ne stava sulle sue. L'espressione del viso tradiva dubbio e sospetto. I fatti del mattino avevano scosso - gravemente scosso - la fiducia che riponeva in Mr Winkle.

       «Siete un giocatore di cricket?», chiese Mr Wardle all'infallibile tiratore.

       In altre circostanze Mr Winkle avrebbe dato risposta affermativa, ma, percependo la delicatezza della situazione, con modestia rispose: «No».

       «E voi, signore?», si informė Mr Snodgrass.

       «Lo sono stato tanto tempo fa; oggi non lo sono piĚ», spiegė il padron di casa. «Sono socio del circolo del cricket, ma non gioco piĚ».

       «Oggi si gioca la finale del torneo, credo», disse Mr Pickwick.

       «Sď. Scommetto che vi piacerebbe vederla», osservė il padron di casa.

       «Signore», dichiarė Mr Pickwick, «per me Ź sempre un grande piacere assistere a manifestazioni sportive alle quali ci si possa dedicare senza rischio e nelle quali i goffi tentativi di persone inesperte non mettano in pericolo la vita umana». Mr Pickwick fece una pausa e squadrė con fermezza Mr Winkle che, sotto l'occhio scrutatore del maestro, si striminzď tutto. Dopo qualche minuto, il grande uomo, distogliendo lo sguardo, chiese: «Saremo scusati se affideremo alle cure delle signore l'amico infermo?».

       «Non potete affidarmi a mani migliori», fu la risposta di Mr Tupman.

       «Proprio cosď: assolutamente impossibile», confermė Mr Snodgrass.

       Fu pertanto convenuto: Mr Tupman sarebbe rimasto a casa, lasciato alle cure femminili; gli altri ospiti, guidati da Mr Wardle, avrebbero raggiunto il campo dove si sarebbe svolta quella esibizione di bravura e di abilitą che aveva scosso dal torpore tutta Muggleton e iniettato la febbre dell'entusiasmo nel club di Dingley Dell.

       Percorsero non piĚ di due miglia lungo vialetti ombrosi e sentieri appartati, e la conversazione decantava il delizioso paesaggio tutto intorno, tanto che, giunti sulla via principale della cittadina di Muggleton, Mr Pickwick ebbe quasi a rammaricarsi di aver finito la passeggiata.

       Tutti coloro che hanno il bernoccolo della geografia sanno che Muggleton Ź un comune con tanto di sindaco, consiglieri ed elettori, e chiunque studi gli appelli del sindaco agli elettori, o degli elettori al sindaco, o di entrambi al consiglio comunale, o di tutti e tre al Parlamento, apprende qualcosa che avrebbe gią dovuto sapere: cioŹ che Muggleton Ź una circoscrizione antica e leale; che la zelante osservanza dei principi cristiani si fonde armoniosamente con un devoto attaccamento alle prerogative del commercio; che, a riprova di ciė, sindaco, consiglio comunale e abitanti hanno presentato a piĚ riprese non meno di millequattrocentoventi petizioni contro il perpetuarsi della schiavitĚ dei negri in paesi all'altro capo del mondo e analogo numero per protestare contro ogni interferenza nell'organizzazione del lavoro nelle fabbriche in patria; sessantotto petizioni a favore della vendita dei benefici della Chiesa e ottantasei proteste contro i mercati rionali alla domenica.

       Nella via principale di questa illustre cittadina Mr Pickwick si fermė a guardarsi intorno con curiositą non disgiunta da vivo interesse. C'era la piazza del mercato e in mezzo una grande locanda; l'insegna della facciata raffigurava un oggetto molto comune nel mondo dell'arte, ma raramente rintracciabile nel mondo della natura: un leone blu con tre gambe storte in aria, in bilico sulla cima dell'artiglio centrale della quarta zampa. Rientravano nel suo campo visivo, inoltre, un ufficio di aste pubbliche, un'agenzia di assicurazioni contro gli incendi, un negozio di granaglie e uno di stoffe, un sellaio, una distilleria, un droghiere e un negozio di scarpe, quest'ultimo si prestava anche alla distribuzione di cappelli, cuffie, indumenti, ombrelli di cotone, informazioni utili. C'era una casa di mattoni rossi con davanti un cortiletto lastricato, facilmente riconoscibile per quella del procuratore; c'era inoltre un'altra casa di mattoni rossi con veneziane alle finestre e una grande targa d'ottone sulla porta ad annunciare a chiare lettere che quella era proprietą del medico-chirurgo. Alcuni ragazzi si stavano avviando verso il campo da cricket; due o tre negozianti se ne stavano sulla soglia della loro bottega con l'aria di rimpiangere di non poter andare nella stessa direzione, come, stando alle apparenze, avrebbero potuto benissimo fare senza per questo perdere uno sciame di clienti. Dopo la sosta necessaria a fare tutte queste osservazioni che avrebbe trascritto in momento piĚ opportuno, Mr Pickwick si affrettė a raggiungere gli amici che, lasciata la via principale, erano ormai giunti in vista del campo di battaglia.

       Erano state piantate le porte e anche le tende per offrire riposo e ristoro alle parti in lizza. La partita non era ancora cominciata. Due o tre dingleydelleri e muggletoniani si sollazzavano con aria compunta, a passarsi di mano la palla. Numerosi altri gentiluomini vestiti tutti uguali - cappelli di paglia, giacche di flanella, pantaloni bianchi - tenuta, questa, che li faceva assomigliare a muratori dilettanti- erano sparpagliati intorno alle tende. E verso una di queste si diresse il gruppo capeggiato da Mr Wardle.

       Un intrecciarsi di «Come state?» accolse l'arrivo del vecchio gentiluomo; ci furono le presentazioni dei suoi amici - gentiluomini di Londra ansiosi di assistere agli eventi della giornata che, non aveva nessun dubbio al riguardo, li avrebbe divertiti moltissimo - seguite da un levarsi di cappelli di paglia e piegarsi in avanti di giacche di flanella.

       «ť opportuno che andiate sotto la tenda, signore», disse un omaccione corpulento che pareva, torace e corpo, un gigantesco rotolo di flanella sistemato su due federe gonfiate.

       «Vi troverete molto meglio, signore», incalzė un altro gentiluomo che avrebbe potuto essere benissimo l'altra metą del suddetto rotolo di flanella.

       «Siete molto gentili», fu il commento di Mr Pickwick.

       «Da questa parte», intervenne il signore che aveva parlato per primo. «Qui si segnano i punteggi... il posto migliore nel campo», e il giocatore fece strada sbuffando e ansimando fino al padiglione dei rinfreschi.

       «Bellissimo gioco - sport di prim'ordine - buon esercizio - davvero», furono le parole che giunsero all'orecchio di Mr Pickwick nel metter piede sotto la tenda. Ed ecco che la prima cosa su cui si posarono i suoi occhi fu l'amico intabarrato nel cappotto verde conosciuto sulla diligenza per Rochester, intento a pontificare a edificazione e diletto di un gruppo sceltissimo di eletti muggletoniani. Leggermente migliore era il suo abito e ai piedi portava stivali, ma era lui, non c'era dubbio.

       Riconobbe subito gli amici e, schizzando in avanti per afferrare la mano di Mr Pickwick, lo trascinė verso una sedia con la sua consueta esuberanza, chiacchierando fitto, fitto come se tutta l'organizzazione dipendesse dalla sua supervisione e dalle sue direttive.

       «Da questa parte - da questa parte - gran spasso - birra a fiumi - barili di ettolitri - girello di bue - manzo - mostarda - a carrettate - stupenda giornata - mettetevi comodi - fate come a casa vostra - gran bella cosa vedervi - davvero».

       Mr Pickwick si sedette adeguandosi all'invito, Mr Winkle e Mr Snodgrass si conformarono alle direttive del misterioso amico. Mr Wardle se ne stava a guardare stupito e in silenzio.

       «Mr Wardle... un amico», presentė Mr Pickwick.

       «Un vostro amico! Mio caro signore, come state? Un amico del mio amico... qua la mano, signore», e lo sconosciuto afferrė la mano di Mr Wardle con il fervore di una intima amicizia di lunghi anni; poi indietreggiė di un passo o due come se volesse imprimersi bene in mente la faccia e la figura, quindi con ancora maggiore calore di prima gli strinse di nuovo la mano.

       «Bene! Come siete arrivato qui?», chiese Mr Pickwick con un sorriso nel quale la benevolenza combatteva con la sorpresa.

       «Arrivato», cominciė a spiegare lo sconosciuto, «sceso alla locanda Corona. Corona di Muggleton - conosciuto un gruppo - giacche di flanella - pantaloni bianchi - tartine con le acciughe - rognoncino alle spezie - ragazzi fantastici - stupendi».

       Mr Pickwick ormai ne sapeva abbastanza di quei sistemi stenografici di comunicazione per dedurre da quel messaggio veloce e sconnesso che, in un modo o nell'altro, lo sconosciuto aveva incontrato i giocatori della Muggleton Unita e, attraverso una procedura che gli era tipica, aveva trasformato quell'incontro casuale in un cameratismo foriero di un invito. Soddisfatta in tal modo la curiositą, Mr Pickwick, inforcati gli occhialetti, si accinse a guardare la partita ormai prossima a iniziare.

       Toccava a Muggleton di battere per prima, e quando Mr Dumkins e Mr Podder, due fra i piĚ illustri membri di quell'insigne squadra, mazze in mano, si avviarono verso le rispettive porte, l'interesse si fece accesissimo. Il fiore all'occhiello della Dingley Dell, Mr Luffey, doveva lanciare contro il formidabile Dumkins, e Mr Struggles fu scelto per far lo stesso contro l'invitto - fino a quel momento - Podder. In vari punti del campo furono piazzati giocatori per «far da vedetta», dopo di che si misero tutti in posizione: mani sulle ginocchia, chini in avanti quasi a offrir la schiena a un principiante nel gioco della cavallina. Tutti i giocatori che si rispettino fanno cosď: Ź infatti convinzione generale che sia impossibile vedere stando in altra posizione.

       Dietro le porte si piazzarono gli arbitri; i giudici di gara erano pronti a segnare i punti: tutti con il fiato sospeso, non si sentiva volar una mosca. Mr Luffey indietreggiė di qualche passo dietro la porta di Podder che restava fuori gioco e per parecchi secondi si tenne la palla applicata all'occhio destro. Sicuro di sé, Dumkins aspettava di battere senza perdere di vista neppure un gesto di Luffey.

       «Gioco!», gridė all'improvviso il lanciatore. La palla gli sfrecciė di mano con una traiettoria diritta e fulminea verso il paletto centrale della porta. Il vigile Dumkins era all'erta, la palla andė a finire sulla punta della mazza e rimbalzė lontana oltre la testa delle vedette che si erano abbassate per farla volare sopra di loro.

       «Corri... corri... un'altra. Ecco, in alto, lancia in alto... fermo lď... un'altra... no... sď... no... in alto, lancia in alto!». Queste erano le grida che risuonarono dopo il primo colpo, a conclusione del quale i muggletoniani avevano segnato due punti. Né si puė dire che Podder stesse indietro nel meritarsi allori per incoronare se stesso e la sua squadra. Bloccava le palle dubbie, non si curava di parare quelle cattive, prendeva quelle buone mandandole a volare in tutte le direzioni. Quelli di vedetta erano accaldati e stanchi; altri lanciatori subentrarono e si diedero da fare fino ad avere le braccia indolenzite, ma Dumkins e Podder rimasero invitti. Se un giocatore anzianotto cercava di fermare la palla, se la trovava che gli rotolava fra le gambe e gli scivolava fra le dita. Se un giocatore smilzo si dava da fare per acchiapparla, gli piombava sul naso e rimbalzava allegra lontano con raddoppiata violenza, mentre gli occhi dell'impavido si riempivano di lacrime e lui si contorceva tutto per le fitte lancinanti Qualcuno la gettava diritta verso la porta, ed ecco Dumkins che vi arrivava prima della palla. Per farla breve: quando Dumkins fu eliminato e Podder messo fuori gioco, Muggleton aveva segnato cinquantaquattro punti, mentre il tabellone dei dingleydelleri era bianco come i loro volti. Il vantaggio era troppo per essere annullato. Invano il prode Luffey e l'esuberante Struggles fecero tutto quanto suggeriscono perizia ed esperienza per riguadagnare il terreno che la squadra di Dingley Dell aveva perduto nell'incontro. Fatica sprecata: alle prime battute dello scontro decisivo il Dingley Dell si arrese davanti alla superioritą di Muggleton Unita.

       Lo sconosciuto, nel frattempo, aveva continuato a mangiare, bere, chiacchierare senza mai prendere fiato. Ad ogni buon colpo esprimeva la propria soddisfazione e mostrava di approvare il giocatore con una condiscendenza e un'affabile degnazione che non potevano non essere assai gratificanti per la squadra cui erano dirette, mentre ad ogni mancata presa o tentativo fallito di fermare la palla, scagliava all'indirizzo del reprobo gli strali del proprio personale disappunto sotto forma di accuse del tipo: «Ah, ah! - stupido - dita di burro adesso - cilecca - buono a nulla!», e cosď via, esclamazioni queste che gli meritarono nell'opinione di tutti gli astanti la fama di intenditore e indiscusso giudice dell'arte e dei misteri del nobile gioco del cricket.

       «Ottimo gioco - ben condotto - colpi eccellenti», disse quando alla fine della partita entrambe le squadre si affollarono verso la tenda.

       «Avete giocato a cricket, signore?», chiese Mr Wardle assai divertito da tanta loquacitą.

       «Giocato! Perdiana, se ho giocato! Migliaia di volte - non qui - nelle Indie Occidentali - uno spasso - massacrante- sul serio».

       «In quel clima deve essersi trattato di impresa scottante», osservė Mr Pickwick.

       «Scottante! Incandescente - cocente - da prendere fuoco. Giocata una partita una volta - una sola porta - il colonnello amico mio - Sir Thomas Blazo - chi segna piĚ punti - Testa o croce: vinco io - tocca a me battere per primo - sette di mattina - sei indigeni di vedetta - tira, io paro - caldo torrido - indigeni svenuti tutti - portati via - ordinata un'altra mezza dozzina di freschi- anche questi svenuti- lancia Blazo - sostenuto da due indigeni - non ce la fa a mettermi fuori gioco - svenuto anche lui - portano via il colonnello - non cedo - fedele attendente - Quanko Samba- ultimo rimasto - sole che brucia - mazza si copre di bolle come vesciche - palla abbrustolita, cinquecentosettanta punti- praticamente esausto - Quanko fa appello alle forze che gli rimangono - mi manda fuori gioco - fatto un bagno - uscito a cena».

       «Che ne Ź stato di come-si-chiama?», si informė il vecchio gentiluomo.

       «Blazo?»

       «No... l'altro gentiluomo».

       «Quanko Samba?».

       «Sď, signore».

       «Povero Quanko - mai riavutosi- brutto tiro a me - bruttissimo a sé- tirato le cuoia, signore». A questo punto il narratore affondė il viso in una brocca scura, ma che l'abbia fatto per nascondere l'emozione o per deglutire il contenuto non ci Ź dato di affermare in modo inequivocabile. Sappiamo soltanto che all'improvviso si fermė, tirė un sospirone e rimase a guardare ansioso mentre due dei principali membri del Dingley Dell si avvicinavano a Mr Pickwick e gli dicevano:

       «Ci sarą una cena molto semplice al Leone Blu, signore; confidiamo che voi e i vostri amici vorrete prendervi parte».

       «Naturalmente», disse Mr Wardle, «e fra gli amici Ź compreso Mr...», e guardė verso lo sconosciuto.

       «Jingle», disse quel versatile gentiluomo senza lasciarsi scappare l'occasione. «Jingle... Alfred Jingle, Esquire, signore di Niente, di Villa Nessuna, Chissadove».

       «Ne sarė lusingato» accettė Mr Pickwick.

       «Anch'io», disse Mr Alfred Jingle, prendendo a braccetto Mr Pickwick e Mr Wardle e sussurrando nell'orecchio del primo: «Ottima cena, diavolo! - fredda, ma di prim'ordine - sbirciato in cucina stamattina - polli, pasticcio, roba squisita - gente simpatica - per bene, educata anche- sul serio».

       Non rimanendo altro da fare, in gruppetti di due o tre, tutti si sparpagliarono dirigendosi verso il centro della cittadina, e meno di un quarto d'ora dopo erano seduti nella grande sala della locanda del Leone Blu. Presiedeva la cena Mr Dumkins, mentre Mr Luffey officiava nelle vesti di vice.

       Brusio di voci, acciottolio di coltelli, forchette, piatti; andirivieni di tre camerieri con grossi testoni e rapida sparizione delle sostanziose vivande poste sulla tavola; a tutti questi elementi di confusione presi nell'insieme e a ciascuno in particolare, lo scatenato Mr Jingle dava un contributo corrispondente a quello di almeno sei uomini. Quando tutti ebbero mangiato a crepapelle, i camerieri tolsero la tovaglia e sulla tavola portarono bottiglie, bicchieri, dolci e frutta; quindi si ritirarono per «sparecchiare», vale a dire appropriarsi, a proprio uso e consumo, degli avanzi edibili e bevibili o comunque ingurgitabili.

       In mezzo al chiasso di risa e chiacchiere che seguď, se ne stava zitto un ometto tondo, tondo, con sul viso un'espressione che stava a significare «non dirmi-nulla-altrimenti-dovrėcontraddirti». Di tanto in tanto, quando la conversazione languiva, si guardava intorno come se valutasse l'opportunitą di intromettersi con qualche osservazione di grande sagacia; a tratti tossicchiava con ineffabile sussiego. Alla fine, dopo un attimo di relativo silenzio, a voce alta e in tono assai solenne, l'ometto apostrofė: «Mr Luffey!».

       Tutti zittirono, mentre il personaggio interpellato rispondeva: «Signore!».

       «Vorrei rivolgervi alcune parole, signore, se voi pregherete i vostri amici di riempire i bicchieri».

       Da Mr Jingle venne un incoraggiante: «Ascoltate, ascoltate!», accolto dal resto della compagnia; riempiti i bicchieri, il vicepresidente, con l'aria di un saggio in profondo raccoglimento, disse:

       «Mr Staple, a voi la parola».

       «Signore» disse l'ometto alzandosi, «quello che ho da dire desidero indirizzarlo a voi e non all'esimio presidente perché il nostro esimio presidente in certa misura- anzi in gran misura - costituisce l'argomento di quanto devo comunicare, anzi che devo...».

       «... annunciare», suggerď Mr Jingle.

       «Esatto: annunciare. Ringrazio del suggerimento il degno amico, se mi concede di chiamarlo in questo modo (quattro «Ascoltate», uno dei quali sicuramente di Mr Jingle). Signore, io sono un delleriano, un dingleydelleriano (applausi). Non ho l'onore di essere un cittadino di Muggleton, né signore, lo ammetto con franchezza, aspiro a tanto privilegio, e vi spiegherė perché, signore («Ascoltate»); a Muggleton Unita sono pronto a riconoscere tutti i meriti e le glorie che le spettano: glorie e meriti troppo numerosi per doverli esaltare ed enumerare. Ma, signore, nel ricordare che Muggleton ha dato i natali a un Dumkins e a un Podder, non dimentichiamoci che Dingley Dell puė vantare un Luffey e uno Struggles (applausi scroscianti). Non crediate che voglia sminuire le virtĚ dei primi. Signore, io invidio la loro gioia in questa occasione (applausi). Tutti voi che mi state ad ascoltare conoscete bene la risposta data all'imperatore Alessandro da un individuo che - mi sia consentito di usare una espressione non molto fine- se ne stava accucciato in una botte che gli faceva da casa: «Se non fossi Diogene, vorrei essere Alessandro». Mi Ź facile figurarmi questi signori che dicono: «Se non fossi Dumkins, vorrei essere Luffey; se non fossi Podder, vorrei essere Struggles», (entusiasmo). Ma, signori muggletoniani, Ź soltanto nel cricket che eccellono i vostri concittadini? Avete mai sentito parlare di Dumkins ovvero dell'estinzione dei diritti reali? Vi hanno mai mostrato lo stretto legame fra Podder e il principio di proprietą? (travolgenti applausi). Nel lottare in difesa dei vostri diritti, della vostra libertą, dei vostri privilegi, vi siete mai sentiti, foss'anche per un breve attimo, sull'orlo del dubbio o in preda allo sconforto? In tali momenti di prostrazione il nome di Dumkins non vi ha riacceso in petto la fiamma che si era spenta, e non Ź bastata una parola di quell'uomo a ravvivarla vampante e luminosa come se non avesse mai languito? (fragorosi applausi). Signori, propongo di creare intorno ai due nomi uniti di Dumkins e Podder una gloriosa aureola di ovazioni e di entusiasmo».

       A questo punto l'ometto si interruppe, e a questo stesso punto l'allegra brigata cominciė a vociare e a batter i pugni sulla tavola, il che durė, salvo brevissimi intervalli, per il resto della serata. Si fecero numerosi brindisi. A Mr Luffey e a Mr Struggles, a Mr Pickwick e a Mr Jingle furono, a turno, innalzati panegirici di incondizionato elogio, e ciascuno, a tempo debito, ricambiė ringraziando per l'onore.

       Se potessimo almeno abbozzare un resoconto, seppure approssimativo, di questi brindisi! Ardenti come siamo di entusiasmo per la nobile causa cui ci siamo dedicati anima e corpo, proveremmo un sentimento di lecito orgoglio - ahimŹ, non possiamo manifestarlo! - e avremmo la consapevolezza- purtroppo ne siamo privi! - di aver compiuto impresa degna di essere immortalata. Come era sua consuetudine, Mr Snodgrass prese un'enorme quantitą di appunti che, senza dubbio, ci avrebbero fornito informazioni utili e preziose, se la travolgente eloquenza degli oratori e l'inebriante influenza del vino non avessero compromesso la fermezza della sua mano al punto da renderne la scrittura quasi illeggibile e lo stile del tutto incomprensibile. A forza di pazienti ricerche siamo riusciti a individuare in quei ghirigori dei caratteri ortografici che avevano una vaga rassomiglianza con i nomi degli oratori; siamo perfino in grado di discernere le parole di una canzone (si suppone che a cantarla sia stato Mr Jingle) nella quale ricorrono a brevi intervalli espressioni quali «boccale», «frizzante», «rubino», «scintillante», «vino». Ci sembra di intuire proprio negli ultimi appunti alcuni riferimenti un po' vaghi a «costate alla griglia», e ricorre l'espressione «vini freddi» «non battezzati»: ma poiché qualsiasi ipotesi basata su tali annotazioni necessariamente poggerebbe su mere congetture, non siamo disposti a indulgere - a rischio di provocarla - in nessuna induzione speculativa.

       Ritorneremo pertanto a Mr Tupman non senza, tuttavia, mancare di aggiungere che pochi minuti prima di mezzanotte era possibile sentire il nobile consesso composto dalle squadre di Dingley Dell e di Muggleton Unita cantare con grande trasporto e sentimento, il magnifico e patetico inno:

 

       A casa non andrem fino all'alba,

       A casa non andrem fino all'alba,

       A casa non andrem fino all'alba,

       finché non sorge il sol.

 

VIII • DOVE SI DIMOSTRA IN MODO INCONFUTABILE CHE IL CORSO DEL VERO AMORE NON ť UNA LINEA FERROVIARIA

 

 

 

       L'isolamento e la tranquillitą di Dingley Dell, la presenza di tante rappresentanti del gentil sesso, la sollecitudine, la premura che costoro manifestavano nei suoi confronti, contribuivano tutti a far crescere rigogliosi nel petto di Mr Tupman quei sentimenti di tenerezza che gią vi trovavano terreno fecondo per natura e che ora sembravano destinati ad appuntarsi verso un unico oggetto d'amore. Le signorine erano, sď, graziose, avevano maniere seducenti e caratteri ineccepibili, ma intorno alla zia zitella aleggiava un alone di dignitosa compostezza, nel suo incedere c'era un tocco di squisita inavvicinabilitą, nei suoi occhi splendeva uno sguardo solenne, impareggiabili da parte delle ragazze e che contraddistinguevano la zia da tutte le altre donne conosciute da Mr Tupman. Che fra i loro temperamenti esistesse una profonda affinitą, che nei loro animi albergasse una congeniale identitą di vedute, che nei loro cuori si annidasse una misteriosa attrazione reciproca, tutto questo era chiaro e lampante. Era il suo nome che Mr Tupman, giacendo ferito sull'erba, aveva invocato; era quel nome che gli era salito alle labbra nell'ambascia; sorretto nel suo incedere fino a casa, era stata la risata stridula e isterica di quella donna il primo suono a colpire il suo orecchio. Ma tanta agitazione era da attribuirsi alla sua squisita sensibilitą femminile, alla grazia del suo animo, che si sarebbero manifestate in ogni caso, oppure a provocarla erano stati sentimenti piĚ fervidi e appassionati che lui solo, fra tutti gli uomini viventi, aveva saputo suscitare? Erano questi i dubbi angosciosi che gli turbinavano in testa, mentre se ne stava disteso sul divano; ed erano questi dubbi angosciosi che egli decise di dissipare una volta per tutte.

       Era sera. Isabella ed Emily erano uscite a fare una passeggiata con Mr Trundle; la vecchia signora sorda si era addormentata in poltrona; dalla cucina, pur distante, giungeva il russare del ragazzotto grasso, un gorgoglio sordo e monotono; in prossimitą dell'ingresso laterale riposavano le prosperose e avvenenti servette, intente a godere la dolcezza dell'ora e le gioie del corteggiamento, ancora agli albori, da parte di certi allocchi addetti ai lavori della fattoria; e lď c'era la nostra coppia, cui nessuno badava e che non badava a nessuno, lď, in breve, se ne stavano seduti, simili a un paio di guanti di capretto, accuratamente piegati, pigiati l'uno contro l'altro.

       «Mi sono scordata dei fiori», disse la zia zitella.

       «Bagnateli adesso», consigliė Mr Tupman con voce suadente.

       «Prenderete freddo a uscir al crepuscolo», ammonď con premurosa sollecitudine la zia zitella.

       «No, no, mi farą bene. Lasciate che vi accompagni», disse Mr Tupman alzandosi.

       La gentildonna volle sistemare la fasciatura intorno al braccio sinistro del suo spasimante, quindi, presolo per il destro, lo condusse in giardino.

       In fondo al parco c'era un pergolato protetto da piante rampicanti, profumato di gelsomino e caprifoglio, uno di quegli angolini deliziosi che, spinti da impulsi generosi, gli uomini erigono a esclusivo beneficio dei ragni.

       La zia zitella, raccolto in un angolo un grande annaffiatoio si accingeva ad allontanarsi da quell'ombroso recesso, quand'ecco che Mr Tupman la trattiene e l'attira a sé.

       « Signorina Wardle! ».

       La zitella ebbe un fremito; alcuni sassolini finiti nell'innaffiatoio si misero a tintinnare come un gingillo per bambini.

       «Signorina Wardle, voi siete un angelo!», proseguď Mr Tupman.

       «Mr Tupman!», esclamė Rachael, facendosi rossa, rossa come l'innaffiatoio che teneva in mano.

       «Ebbene, ne sono convinto!», insistette con eloquenza il nostro pickwickiano.

       «Siamo tutte angeli per voi uomini», mormorė la gentildonna in tono civettuolo.

       «Che cosa siete allora? A chi posso paragonarvi, senza peccare di presunzione? Dove Ź mai possibile trovare donna che vi stia a pari? Dove posso sperare di incontrare sď rara sintesi di virtĚ e bellezza? Dove posso cercare... Oh!». A questo punto Mr Tupman, interrompendosi, premette la mano che stringeva l'impugnatura del fortunato innaffiatoio.

       La gentildonna volse il capo da un lato. «Gli uomini sono cosď volubili e bugiardi», sospirė.

       «E vero, Ź vero, ma non tutti», protestė Mr Tupman. «Ce n'Ź uno almeno, sotto questo cielo, che non cambierą mai, un essere che sarebbe felice di dedicare l'intera esistenza alla vostra felicitą, che vive soltanto per un vostro sguardo, che respira soltanto per un vostro sorriso, che sopporta il pesante fardello della vita soltanto per voi».

       «Ah! Trovare uomo siffatto...», sussurrė lei.

       «Certamente che lo si puė trovare!», esclamė con ardore Mr Tupman interrompendola. «L'avete gią trovato! ť qui, signorina Wardle». E prima che la gentildonna si rendesse conto delle sue intenzioni, Mr Tupman era caduto in ginocchio ai suoi piedi.

       «Mr Tupman, alzatevi!».

       «Giammai!», fu l'intrepida risposta. «Oh, Rachael!». E afferrandole la mano abbandonata, se la portė alle labbra e l'innaffiatoio cadde per terra. «Oh, Rachael! Dite di sď, dite che mi amate!».

       «Mr Tupman», disse lei, ritrosa, con il volto girato dall'altra parte, «riesco a malapena a proferir parola... ma... ma ecco... vi dirė che non mi siete del tutto indifferente».

       Non aveva ancora finito di ricevere questa ammissione che Mr Tupman si accinse a fare quello che gli suggeriva l'entusiasmo del cuore e quello che, per quanto ne sappiamo (assai poco, in veritą, perché non abbiamo grande esperienza in materia), in genere fanno tutti coloro che si trovano in simili circostanze. Saltė su e, con le braccia intorno al collo della zia zitella, cominciė a posarle sulle labbra tantissimi baci che, dopo opportuna lotta e resistenza come si conviene in tali casi, lei rimase a ricevere cosď di buon grado che chissą quanti ancora Mr Tupman ne avrebbe appioppati, se la gentildonna con un sobbalzo non avesse esclamato terrorizzata: «Mr Tupman, ci osservano! Siamo scoperti!».

       Mr Tupman si guardė intorno. Ed eccolo lď il ragazzotto ciccione, piantato immobile, con gli occhi tondi fissi a scrutare nell'angolo dove si trovavano loro, con una faccia assolutamente priva di una qualsiasi espressione catalogabile da qualche esperto fisionomista come curiositą, stupore o altra passione umana. Mr Tupman guardė il ragazzotto; il ragazzotto guardė Mr Tupman; piĚ Mr Tupman scrutava quell'espressione imperscrutabile, piĚ si convinceva che quello o non si era accorto o non aveva capito niente di quanto era accaduto. Con questa certezza gli si rivolse in tono molto fermo:

       «Che cosa volete, signore?».

       «E pronta la cena, signore», fu l'immediata risposta.

       «Siete appena giunto, signore?», interrogė Mr Tupman con un'occhiata scrutatrice.

       «Appena», rispose quello.

       Mr Tupman gli lanciė un'occhiataccia, ma non un guizzo in quello sguardo né un barlume su quel volto.

       Porgendo il braccio alla zitella, Mr Tupman si avviė verso la casa; dietro veniva il ragazzotto.

       «Non sa niente di quello che Ź avvenuto», sussurrė Mr Tupman.

       «Niente», rispose lei di rimando.

       Ci fu un suono dietro a loro, una specie di gorgoglio soffocato a stento. Mr Tupman si voltė di scatto: no, non poteva trattarsi del ciccione. Non una scintilla di allegria, soltanto grasso e ingordigia su quel volto.

       «Deve essersi addormentato», bisbigliė Mr Tupman.

       «Non ho il minimo dubbio», confermė la zia zitella.

       Entrambi si misero a ridere di cuore.

       Mr Tupman si sbagliava: il ragazzotto grasso una volta tanto non si era addormentato. Era sveglio, sveglissimo, e aveva capito quello che aveva visto.

       La cena si concluse senza che si registrasse alcun tentativo di intavolare una conversazione generale. La vecchia signora era andata a dormire; Isabella Wardle si dedicava anima e corpo a Mr Trundle; le attenzioni della zitella erano tutte rivolte a Mr Tupman; i pensieri di Emily sembravano monopolizzati da qualcosa di remoto, forse aleggiavano intorno a Mr Snodgrass, lontano ín quel momento.

       Le undici, le dodici, l'una di notte, e ancora gli uomini non tornavano. Costernazione sui volti di tutti. Forse erano caduti in un'imboscata? Forse erano stati derubati? Era il caso di mandare in giro i domestici a cercarli con le torce lungo i sentieri che probabilmente avrebbero percorso per tornare a casa? Oppure si doveva... Zitti! Eccoli! Che cosa li aveva trattenuti fino a quell'ora tarda? Fra le altre, la voce di uno sconosciuto! Chi sarą? Si precipitarono in cucina dove nel frattempo erano giunti quegli scavezzacolli buoni a nulla: bastė un'occhiata per avere un'idea precisa dl come stavano effettivamente le cose.

       Appoggiato contro la credenza, Mr Pickwick, le mani in tasca e il cappello calato sull'occhio sinistro, scuoteva la testa da un lato all'altro e si esibiva in una costante successione di sorrisi, i piĚ indulgenti e benevoli che si possa immaginare, sebbene non ci fosse alcuna causa o pretesto visibile, l'attempato Mr Wardle, con il volto in fiamme, teneva stretta nella sua la mano di uno sconosciuto bofonchiando attestazioni di eterna amicizia; sostenendosi alla pendola che si caricava ogni otto giorni, Mr Winkle invocava morte e distruzione sulla testa di chiunque osasse dire che era ora di ritirarsi per la notte; da ogni lineamento del volto di Mr Snodgrass, sprofondato in una poltrona, spirava l'espressione della piĚ cupa e disperata infelicitą che mente umana possa concepire.

       «ť successo qualcosa?», si informarono le tre gentildonne.

       «No, non Ź successo nulla», rispose Mr Pickwick. «Noi... noi stiamo... benissimo. CioŹ, Wardle, noi stiamo benissimo, vero?».

       «Direi proprio di sď», replicė giovialmente il padron di casa. «Mie care, ecco il mio amico, Mr Jingle... amico di Mr Pickwick, Mr Jingle, incontrato per caso... viene per una breve visita».

       «ť successo qualcosa a Mr Snodgrass?», chiese Emily con ansia.

       «Niente, non gli Ź successo niente», intervenne lo sconosciuto. «La cena dopo la partita di cricket - fantastica- canzoni di prim'ordine - Porto d'annata - vino rosso - buono - ottimo vino, signora - vino».

       «Non Ź stato il vino», gemette con un filo di voce Mr Snodgrass. «Il salmone, Ź stato il salmone». (Per una ragione o l'altra, la colpa non Ź mai del vino in questi casi).

       «Non sarebbe meglio se andassero a letto, signorina?», domandė Emma. «Due dei ragazzi possono portare i signori di sopra».

       «Non intendo andare a coricarmi», si pronunciė risoluto Mr Winkle.

       «Nessun ragazzo al mondo mi porterą», disse Mr Pickwick con fermezza, riprendendo a sorridere come prima

       «Hurrah!», rantolė debolmente Mr Winkle.

       «Hurrah! », bofonchiė di rimando Mr Pickwick togliendosi il cappello, buttandolo per terra e, con decisione davvero insensata, gettando gli occhialetti in mezzo alla cucina. E tutto contento scoppiė a ridere.

       «Beviamoci... un'altra... bottiglia», propose Mr Winkle cominciando con voce tonante e concludendo con un rantolo. Al che la testa gli ricadde sul petto e, farfugliando la propria incrollabile decisione non andare a dormire e bofonchiando il sanguinario rimpianto di non aver «fatto fuori il vecchio Tupman» quella mattina, si addormentė della grossa e, cosď com'era, fu portato nella sua stanza da due giovani giganti sotto la supervisione personale del ragazzotto obeso alle cui sollecite cure poco dopo Mr Snodgrass affidė la propria persona. Mr Pickwick accettė il braccio che gli offriva Mr Tupman e, sorridendo piĚ che mai, sparď in silenzio.

       Dal canto suo, Mr Wardle, dopo aver preso commosso commiato dalla famiglia quasi dovesse affrontare di lď a pochi minuti il plotone di esecuzione, assegnė a Mr Trundle l'onore di convogliarlo al piano di sopra, facendo, nel ritirarsi, il tentativo assolutamente vano di assumere un atteggiamento solenne e dignitoso.

       «Che vergogna!», commentė la zia zitella.

       «Scena di-sgu-sto-sa!», proruppero le signorine.

       «Orribile... orribile!», disse Jingle molto serio: aveva il vantaggio di una bottiglia e mezza sui suoi amici. «Spettacolo orrendo... davvero!».

       «Che uomo a modo! », sussurrė a Mr Tupman la zia zitella.

       «E niente male!», sussurrė Emily Wardle.

       «No, niente male», osservė la zia zitella.

       Mr Tupman corse con il pensiero alla vedova incontrata a Rochester e il suo animo ne fu turbato. Nella mezz'ora che seguď, la conversazione non fu di natura tale da tranquillizzare il suo spirito in pena. Il nuovo ospite era molto loquace, e la ricchezza dei suoi aneddoti era superata soltanto dalla profusione della sua cortesia. Mr Tupman aveva l'impressione che piĚ si rafforzava la simpatia suscitata da Jingle, piĚ lui (Tupman) retrocedeva nell'ombra. Rideva in modo forzato, simulava l'allegria; quando alla fine appoggiė sulle lenzuola le tempie doloranti, pensė con gioia perversa a quanto gli sarebbe piaciuto stringere in quel momento la testa di Jingle fra il cuscino e il materasso.

       L'infaticabile Jingle si alzė di buon'ora il mattino dopo e, mentre i suoi compagni indugiavano a letto, sopraffatti dagli eccessi dissipatori della notte precedente, il nuovo ospite si adoperė al massimo per suscitare l'ilaritą intorno al tavolo della colazione. Cosď riusciti erano i suoi sforzi che perfino la vecchia sorda insistette per farsi raccontare dentro il cornetto acustico una o due delle sue barzellette piĚ divertenti, degnandosi di osservare, rivolta alla zia zitella, che «lui» (riferendosi a Jingle) «era un simpatico sfrontato»: opinione questa sulla quale tutti i famigliari presenti in quel momento furono assolutamente d'accordo.

       Nelle belle mattinate d'estate era abitudine dell'anziana signora ritirarsi in cerca di quiete nella pergola dove gią Mr Tupman aveva dato buona prova di sé. La procedura era la seguente: per prima cosa, il ragazzotto ciccione prendeva, dall'attaccapanni posto dietro la porta della camera da letto della gentildonna, una cuffia di seta nera, un pesante scialle di cotone, un grosso bastone dall'impugnatura larga; quindi, indossati con tutto comodo cuffia e scialle, la vecchia signora, appoggiandosi con una mano sul bastone e con l'altra sulla spalla di Joe, si dirigeva lemme lemme fino al suo rifugio, dove il ciccione la lasciava per mezz'ora a godersi l'aria fresca. In capo a tale intervallo ritornava a prenderla e a ricondurla a casa.

       La vecchietta era molto precisa ed esigente: poiché questo cerimoniale era stato scrupolosamente eseguito per tre estati di seguito senza mai deviare dalla procedura consueta, non si puė dire che fosse poco sorpresa in quella particolare mattina nel vedere il ciccione che, invece di andarsene via dal pergolato, si allontanava di uno o due passi, si guardava circospetto intorno da tutte le parti e ritornava verso di lei con aria furtiva e misteriosa.

       La vecchietta, sempre paurosa di tutto - molte vecchiette lo sono - per prima cosa pensė che quella vescica di grasso volesse aggredirla per derubarla di qualche monetina. Si sarebbe messa a strillare invocando aiuto, ma l'etą e gli acciacchi le avevano da tempo tolto l'energia di gridare. Terrorizzata, rimase quindi a guardare i movimenti di Joe e la sua paura non diminuď di certo quando quello, avvicinatosi, in un tono agitato che a lei parve minaccioso, le sbraitė in un orecchio:

       «Signora! ».

       Ora accadde che proprio in quell'istante Mr Jingle si trovasse a passeggiare in prossimitą del pergolato. Sentendo quel latrato «Signora», si fermė ad ascoltare. Tre sono i motivi del suo comportamento: in primo luogo, era curioso e non aveva niente da fare; in secondo luogo, era del tutto privo di scrupoli; in terzo e ultimo luogo, lo nascondevano alla vista alcuni cespugli in fiore. Rimase quindi lď, immobile, ad origliare.

       «Signora!», si sgolava il ragazzotto.

       «Joe», rispose tremante la vecchietta, «sono convinta di essere stata una buona padrona per te, Joe. Sei sempre stato trattato con generositą. Non hai mai avuto troppo lavoro e hai sempre trovato da mangiare a sufficienza».

       Con quest'ultimo accenno si appellava ai sentimenti piĚ teneri del ciccione. Parve commuoversi perché rispose con enfasi:

       «Avete ragione».

       «Che cosa vuoi allora?», chiese la vecchietta recuperando un po' di coraggio.

       «Voglio farvi venire la pelle d'oca».

       Sembrava un metodo sanguinario per mostrare gratitudine e, siccome la vecchietta non riusciva a capire attraverso quale procedura si sarebbe giunti a quel risultato, fu di nuovo invasa dal terrore.

       «Indovinate cosa ho visto proprio qui ieri sera?», interrogė il ragazzotto.

       «Che il cielo ci benedica! Cosa?», esclamė la vecchietta, allarmata dal tono solenne del ragazzone grasso.

       «Il signore forestiero - quello con il braccio ferito - sbaciucchiava e abbracciava...»

       «Chi, Joe? Non una delle domestiche, spero».

       «Peggio», tuonė il ciccione nell'orecchio della vecchia.

       «Non una delle mie nipoti?».

       «Peggio».

       «Peggio, Joe!», esclamė la vecchietta convinta che quello fosse il limite estremo dell'atrocitą umana. «Chi, Joe? Voglio saperlo. Insisto».

       «La signorina Rachael!».

       «Cosa!», strillė la vecchietta con voce acuta. «Parla piĚ forte! ».

       «La signorina Rachael!», ruggď quello.

       «Mia figlia!». Il ragazzotto assentď piĚ volte con la testa e le sue guance paffute tremolarono come gelatina.

       «E lei lo ha lasciato fare!».

       Un ghigno increspė il volto del ragazzotto mentre diceva:

       «Lo baciava! L'ho vista con i miei occhi!».

       Se dal suo nascondiglio Mr Jingle avesse visto l'espressione della vecchia gentildonna a quell'annuncio, stando al calcolo delle probabilitą, avrebbe tradito la propria presenza scoppiando a ridere. Rimase ad ascoltare attento. Gli giungevano all'orecchio frammenti di frasi irate del tipo: «Senza il mio permesso!», «Alla sua etą!», «Una povera vecchia come me!», «Poteva almeno aspettare che morissi», e cosď di seguito; poi sentď lo scalpiccio degli stivali del ragazzotto sulla ghiaia, mentre si ritirava lasciandola sola.

       Coincidenza straordinaria, eppure vera: la sera prima, cinque minuti dopo essere arrivato a Manor Farm, Mr Jingle aveva raggiunto la decisione interiore di porre, senza indugio, l'assedio al cuore della zia zitella. Era abbastanza perspicace da rendersi conto che i suoi modi disinvolti non erano affatto dispiaciuti al dolce oggetto del suo attacco; dal canto suo, Jingle nutriva il forte sospetto, anzi qualcosa di piĚ, che lei possedesse il piĚ desiderabile di tutti i requisiti: un piccolo patrimonio. In un lampo, gli balenė in mente l'imperiosa necessitą di sbarazzarsi del rivale e, all'istante, senza un attimo di indugio, decise la tattica da adottare per giungere a quello scopo e ottenere quell'oggetto. Fielding ci insegna che ]'uomo Ź fuoco, la donna Ź paglia, il principe delle tenebre Ź la scintilla. Consapevole che per una zia zitella un giovanotto Ź come la miccia accesa sotto la polvere da sparo, Mr Jingle risolse di saggiare, senza por tempo in mezzo, l'effetto dell'esplosione.

       Riflettendo su questa importante decisione, scivolė via dal nascondiglio e, protetto dagli arbusti sopra indicati, riprese la via di casa. Sembrava che la fortuna avesse deciso di favorire il suo piano. Proprio mentre arrivava in vista del giardino, scorse Mr Tupman e gli altri gentiluomini che uscivano dal cancello laterale. Sapeva, inoltre, che subito dopo colazione le due ragazze se ne erano andate per i fatti loro. Via libera, dunque.

       La porta della stanza da pranzo era socchiusa. Sbirciė all'interno. La zia zitella lavorava a maglia. Lui tossď, lei alzė lo sguardo e sorrise. Nel carattere di Mr Alfred Jingle non c'era spazio per l'esitazione Con aria misteriosa si portė un dito alle labbra, entrė, chiuse la porta.

       «Signorina Wardle», esordď con simulata serietą, «perdonatemi l'intrusione - ci conosciamo da poco - non c'Ź tempo per le cerimonie - scoperto tutto!».

       «Signore!», esclamė la zia zitella sbalordita da quella apparizione e non disposta a giurare sulla sanitą mentale di Mr Jingle.

       «Silenzio!», disse Mr Jingle con un sussurro da palcoscenico. «Un ragazzo - un grassone - faccia che pare gnocco - occhi tondi - un mascalzone!». A questo punto scosse la testa in modo significativo con aria d'intesa, mentre la zia zitella si metteva a tremare per l'agitazione.

       «Suppongo che alludiate a Joseph, signore?», chiese facendo uno sforzo per mostrarsi calma.

       «Sď, signora - dannazione a quel Joe! Cane traditore,Joe ha detto tutto alla vecchia - furibonda - rabbiosa - inviperita - nel pergolato - Tupman - sbaciucchiava e stringeva - eccetera eccetera. - Cosď, signora, eh?».

       «Mr Jingle, se siete venuto qui, signore, per insultarmi...».

       «Niente affatto - assolutamente no», replicė quello imperturbabile, «sentita la storia - son venuto ad avvertirvi del pericolo - mettermi a vostra disposizione - prevenire il parapiglia. Non importa - lo prendete per un insulto - me ne vado», e si girė come se avesse l'intenzione di mettere in atto la minaccia.

       «Cosa devo fare?», gemette la poveretta scoppiando a piangere. «Mio fratello sarą furibondo».

       «Questo Ź sicuro», confermė Mr Jingle e dopo una breve pausa: «... fuori di sé».

       «Oh, Mr Jingle, cosa posso fare?», proruppe la zia zitella con un nuovo profluvio di lacrime.

       «Sostenere che ha sognato tutto», rispose Jingle freddamente.

       Al sentire questo suggerimento un raggio di speranza rischiarė l'animo della poveretta. Mr Jingle se ne accorse e volle sfruttare il vantaggio.

       «Bene, bene! - Niente di piĚ facile - lui, un farfallone, voi, bella donna - ciccione preso a frustate - vi credono - fine della faccenda - tutto a posto».

       Se a risultare gradita alla zitellona fosse la probabilitą di sfuggire alle conseguenze di quella inopportuna scoperta, oppure se ad addolcire l'angoscia fossero le parole «bella donna», Ź cosa che non ci Ź dato di sapere. Arrossď leggermente e rivolse uno sguardo di gratitudine a Mr Jingle.

       Quell'adulatore, quel subdolo personaggio emise un profondo sospiro, per un paio di minuti tenne gli occhi fissi sul volto della zitella, ebbe un sussulto melodrammatico e tutto d'un tratto distolse lo sguardo.

       «Mi sembrate triste», disse lei con voce lamentosa. «Mi consentite di mostrarvi la mia gratitudine per il gentile intervento chiedendovi la ragione di tanta tristezza allo scopo di rimuoverne la causa, se possibile?».

       «Ah!», esclamė Mr Jingle sussultando per la seconda volta. «Rimuoverla! Rimuovere la causa della mia tristezza! Voi che avete offerto il vostro amore a un uomo indegno di tanta felicitą, un uomo che, in questo stesso istante, ha in mente un E?iano per far breccia nel cuore della nipote di colei che... no! E un amico, non rivelerė i suoi vizi. Signorina Wardle... addio!». A conclusione di questo appello, il meno sconnesso che avesse mai pronunciato in vita sua, Mr Jingle, portandosi agli occhi un pezzo di quel fazzoletto cui abbiamo gią accennato, si volse per andare alla porta.

       «Fermatevi, Mr Jingle!», proruppe la zia zitella con enfasi. «Avete fatto un'allusione a Mr Tupman... spiegatevi!».

       «Mai!», esclamė Mr Jingle in tono professionale (vale a dire teatrale). aMai!», e per dimostrare che non desiderava essere interrogato oltre, tirė una sedia accanto alla zitellona e si sedette.

       «Mr Jingle, vi supplico... vi imploro! Se Mr Tupman Ź coinvolto in qualche orribile mistero, rivelatemelo!».

       «Posso starmene a guardare», disse Jingle tenendo gli occhi fissi sul volto della zia zitella, «posso starmene a guardare... una dolce creatura... sacrificata sull'altare... di una feroce avarizia! ».

       Per qualche secondo sembrė dilaniato da contrastanti emozioni, poi con voce profonda e bassa aggiunse:

       «Tupman vuole soltanto il vostro danaro!».

       «L'infame!», esclamė la zitellona con vivo sdegno. (I dubbi di Mr Jingle si acquietarono: i soldi, quella, li aveva).

       «E c'Ź di peggio! Ama un'altra donna!».

       «Un'altra donna!», sbottė la zitella. «Chi?».

       «Piccoletta - occhi scuri - vostra nipote Emily».

       Silenzio.

       Ora se in tutto l'universo c'era qualcuno di cui la zitellona fosse mortalmente, visceralmente gelosa, questo qualcuno era proprio sua nipote. Faccia e collo le si fecero paonazzi: in silenzio scrollė la testa con un'aria di indicibile disprezzo. Alla fine, mordicchiandosi le labbra sottili, tutta impettita, disse:

       «Non puė essere. Non ci credo».

       «Osservateli», disse Jingle.

       «Certamente».

       «Osservate i suoi sguardi».

       «Certamente».

       «I suoi sussurri».

       «Certamente».

       «Si siederą vicino a lei a tavola».

       «Si accomodi pure».

       «Le farą complimenti».

       «Si accomodi pure».

       «Le presterą ogni possibile attenzione».

       «Si accomodi pure».

       «Vi pianterą».

       «Piantarmi!», strillė la zitellona. «Lui piantare me! Questa poi!». E si mise a tremare di rabbia e di delusione.

       «Vi convincerete?».

       «Sď»

       «Vi mostrerete donna di carattere? ».

       «Sď».

       «Non vorrete aver piĚ nulla a che fare con lui, dopo?».

       «Mai piĚ».

       «Prenderete un altro?».

       «Sď».

       «Dovete farlo».

       Mr Jingle cadde in ginocchio e cosď rimase nei cinque minuti che seguirono; si alzė in qualitą di corteggiatore della zia zitella a una condizione: che il tradimento di Mr Tupman risultasse chiaro e inequivocabile.

       L'onere della prova incombeva su Mr Jingle e lui la fornď quello stesso giorno, a pranzo. La zia zitella non credeva quasi ai propri occhi. Mr Tupman, seduto accanto a Emily, faceva gli occhi dolci, sussurrava, sorrideva, in gara con Mr Snodgrass. Non una parola, non uno sguardo, non un gesto elargď a colei che la sera prima era stata l'orgoglio del suo cuore.

       "Dannazione a quel ragazzo!", pensava Mr Wardle. Da sua madre era venuto a sapere tutta la storia. "Dannazione a quel ragazzo! Si sarą addormentato. Tutte fantasie".

       "Traditore!", pensava la zitellona. "Quel tesoro di Mr Jingle non mi ha ingannata. Uh! Quanto odio quell'infame!".

       La conversazione che segue servirą a spiegare al lettore come mai Mr Tupman avesse cosď inopinatamente mutato atteggiamento.

       Scena: il giardino; ora: verso sera. Due persone passeggiano in un sentiero laterale: una Ź piccola e tozza, l'altra sottile e snella. Si tratta di Mr Tupman e di Mr Jingle. La figura tozza dą inizio alla conversazione.

       «Come Ź andata?».

       «Splendidamente - di prim'ordine - non avrei potuto far di meglio neanch'io - rifate la parte domani - ogni sera fino a nuovo ordine».

       «Siete sicuro che Rachael voglia cosď?».

       «Naturalmente - non le va - ma inevitabile - allontanare i sospetti - paura del fratello - dice che non c'Ź altro da fare - ancora qualche giorno - quando i vecchi saranno tranquillizzati- coronamento della vostra felicitą».

       «Qualche messaggio?».

       «Amore - tutto l'amore - le espressioni piĚ tenere - immutabile affetto. Devo riferirle niente da parte vostra?».

       «Mio caro amico», replicė Mr Tupman senza l'ombra di un sospetto, afferrando con fervore la mano dell'«amico», «esprimetele tutto il mio amore... ditele quanto mi sia arduo dissimulare... ditele le cose piĚ tenere e gentili: aggiungete che mi rendo conto, capisco la necessitą del suggerimento che, attraverso voi, mi ha fatto pervenire questa mattina. Ditele che plaudo alla sua saggezza e stimo la sua discrezione».

       «Non mancherė. Qualcos'altro?».

       «Niente. Aggiungete soltanto che con tutto il cuore agogno l'istante in cui potrė chiamarla mia e non sarą piĚ necessario fingere».

       «Sicuro, sicuro! Altro?».

       «Oh, amico mio!», disse il povero Mr Tupman, afferrando di nuovo la mano del suo interlocutore. «Ricevete i sensi della mia piĚ profonda gratitudine per la vostra disinteressata bontą. Perdonatemi se mai, anche solo con il pensiero, vi ho fatto il torto di credere che voleste mettervi sulla mia strada. Mio caro amico, potrė mai ripagarvi?».

       «Neanche parlarne!», rispose Mr Jingle. Si fermė di botto come se all'improvviso si fosse ricordato di qualcosa e disse: «A proposito vi crescono dieci sterline - faccenda molto personale - tre giorni e vi pago».

       «Oso dire di sď», rispose Mr Tupman con tutto il trasporto del suo cuore. «Tre giorni, avete detto?».

       «Soltanto tre giorni - tutto sistemato per allora - nessun'altra difficoltą».

       Mr Tupman contė il danaro nella mano del suo compagno il quale lo intascė, moneta dopo moneta, mentre si avvicinavano verso la casa.

       «Fate attenzione», ammonď Mr Jingle. «Non una sola occhiata».

       «Neanche uno sguardo d'intesa».

       «Neanche una sillaba».

       «Neanche un sussurro».

       «Tutte le vostre attenzioni alla nipote - meglio sgarbato che altro nei confronti della zia - unico sistema per ingannare i vecchi».

       «Sarė attentissimo».

       "Lo sarė anch'io", aggiunse fra sé Mr Jingle mentre varcavano la soglia di casa.

       La scena del pomeriggio si ripeté quella sera e nei tre pomeriggi e serate che seguirono. Al quarto giorno il padron di casa era tutto allegro perché - ne era convinto - non c'era motivo di sospettare di Mr Tupman. Altrettanto di buon umore era Mr Tupman: Jingle, infatti, gli aveva detto che fra poco il suo amore sarebbe arrivato al punto cruciale. Tutto contento era Mr Pickwick perché era raro che non lo fosse. Cosď non era invece Mr Snodgrass perché si era fatto geloso di Mr Tupman. Giubilante era la vecchietta perché non faceva che vincere a whist. Esultanti erano Mr Jingle e la signorina Wardle per ragioni cosď importanti in questa storia gią tanto ricca di avvenimenti che ci riserviamo di raccontarle in un altro capitolo.

 

IX • SCOPERTA E INSEGUIMENTO

 

 

 

       La cena era pronta, le sedie erano intorno alla tavola, sulla credenza stavano ben allineate bottiglie, brocche, bicchieri; non c'era cosa che non indicasse l'approssimarsi del momento piĚ conviviale e lieto delle ventiquattro ore di una giornata.

       «Dov'Ź Rachael?», chiese Mr Wardle.

       «Gią! E Mr Jingle?», aggiunse Mr Pickwick.

       «Povero me!», esclamė il padron di casa. «Come ho fatto a non accorgermi della sua assenza? Sono almeno due ore - direi - che non ne sento la voce. Emily, mia cara, suona il campanello».

       Il campanello squillė e comparve il ragazzotto grasso.

       «Dov'Ź la signorina Rachael?». Non lo sapeva.

       «Dov'Ź Mr Jingle, allora?». Non ne aveva idea.

       Stupore generale: era tardi... le undici passate. Mr Tupman se la rideva sotto i baffi: di sicuro erano da qualche parte a parlare di lui. Ah, ah! Buona questa!

       «Non importa», annunciė Mr Wardle dopo una breve pausa. «Salteranno fuori prima o poi, di sicuro. Per niente al mondo farė aspettar la cena».

       «Ottimo principio», dichiarė Mr Pickwick, «ammirevole».

       «Accomodatevi, vi prego», invitė il padron di casa.

       «Sicuro», disse Mr Pickwick, ed eccoli tutti seduti.

       Sulla tavola troneggiava un enorme pezzo di manzo freddo, e Mr Pickwick si ebbe una degna porzione. Con la forchetta all'altezza delle labbra, era lď lď per aprir la bocca a ricevere il boccone, quando dalla cucina venne il brusio di molte voci. Si fermė, mise giĚ la forchetta. Mr Wardle si fermė anche lui e piano piano lasciė andare il coltello che rimase conficcato nella carne. Guardė Mr Pickwick. Mr Pickwick guardė lui.

       Passi pesanti echeggiarono nel corridoio; la porta della stanza si spalancė all'improvviso e si precipitė dentro l'uomo che aveva pulito gli stivali di Mr Pickwick al suo arrivo, seguito dal ragazzotto ciccione e da tutti i domestici.

       «Che diavolo Ź questo fracasso?», chiese il padron di casa.

       «Non avrą preso fuoco il camino della cucina, vero, Emma?», si informė la vecchietta.

       «Santo cielo, no, nonna! No», strillarono insieme le due signorine.

       «Che succede?», ruggď il padron di casa.

       Prendendo fiato, l'uomo con un debole rantolo annunciė:

       «Se la son filata, padrone! Filati via, signore!». (A questo punto si vide Mr Tupman che, bianco come un lenzuolo, metteva giĚ coltello e forchetta.)

       «Chi Ź filato via?», interrogė furibondo Mr Wardle.

       «Mr Jingle e la signorina Rachael, da Muggleton, dal Leone Blu, in carrozza. Mi trovavo lą, non ho potuto fermarli. Sono venuto qui di corsa ad avvertirvi».

       «E io che gli ho pagato le spese!», annunciė Mr Tupman saltando su sconvolto. «Mi ha preso dieci sterline! Fermatelo! Mi ha imbrogliato! Non tollero una cosa simile! Voglio giustizia, Pickwick! Gliela farė vedere!». E con un profluvio di esclamazioni incoerenti di questo tenore, l'infelice gentiluomo si mise a saltellare vorticosamente per la stanza come un matto.

       «Dio ci salvi! », invocė Mr Pickwick sgranando gli occhi con orrore e sorpresa al vedere l'amico. «ť ammattito! Cosa dobbiamo fare?».

       «Fare!», tuonė il padron di casa che aveva colto soltanto le ultime parole. «Attaccate il cavallo al calesse! Al Leone Blu, prenderė una carrozza e li seguirė senza perder tempo. Dove...», sbraitė mentre l'uomo si precipitava a eseguire l'ordine, «dov'Ź quel furfante di Joe?».

       «Eccomi, ma non sono un furfante, io», piagnucolė una voce. Era il ciccione.

       «Aspettate che lo acchiappi, Pickwick!», tuonė Wardle, precipitandosi verso il malcapitato giovanotto, pronto a mettergli le mani addosso. «Si Ź lasciato corrompere da quel mascalzone, da quel Jingle! Una pista falsa mi ha fatto seguire, raccontandomi un sacco di panzane su mia sorella e il vostro amico Tupman! ». (A questo punto Tupman si afflosciė su una sedia). «Aspettate che lo abbia fra le mani!».

       «Fermatelo! », strillarono insieme le donne, e, al di sopra di tutto quel baccano, era udibile chiaramente il piagnucolio del ragazzotto.

       «Nessuno mi fermerą!», urlava Mr Wardle. «GiĚ le mani, Mr Winkle! Mr Pickwick, lasciatemi!».

       In mezzo a tanto trambusto e fracasso, era davvero consolante vedere l'espressione placida, soffusa di saggezza di Mr Pickwick, anche se in faccia era paonazzo per lo sforzo di tenere avvinghiato intorno al pancione il corpulento padron di casa, per fargli sbollire l'accesso di furore. Intanto le donne lď accorse, a strattoni, graffi, spintoni, buttavano fuori della stanza il ragazzotto grasso. Aveva appena allentato la presa, quando arrivė l'uomo ad annunciare che il calesse era pronto

       «Non lasciatelo andar solo! », strillarono le donne. «Ucciderą qualcuno!».

       «Andrė io con lui», dichiarė Mr Pickwick.

       «Siete un brav'uomo, Pickwick» disse il padron di casa afferrandogli la mano. «Emma, dą una sciarpa a Mr Pickwick che se la metta intorno al collo... sbrigati! Occupatevi della nonna, ragazze. ť svenuta. Bene, siete pronto?».

       Sciallone frettolosamente avvolto intorno a bocca e mento, cappello piazzato in testa, pastrano sul braccio, Mr Pickwick rispose di sď.

       Saltarono sul calesse. «A briglia sciolta, Tom», urlė il padron di casa. E via filarono, lungo sentierucoli, sballottati su e giĚ nei solchi della carreggiata, con il calesse che sbatacchiava contro le siepi ai lati della strada, lď lď per andare in mille pezzi.

       «Che vantaggio hanno?», urlė Mr Wardle mentre si fermavano davanti alla porta del Leone Blu, dove si era formato un capannello di gente, pur a quell'ora tarda.

       «Non piĚ di tre quarti d'ora», furono tutti d'accordo nel dire.

       «Un tiro a quattro subito! Fuori con i cavalli! Sistemerete il calesse dopo!».

       «Avanti ragazzi!», gridė il locandiere. «Un tiro a quattro, subito fuori! Sbrigatevi! Forza laggiĚ! ».

       E via corsero gli stallieri e i garzoni. Tremava la luce delle lanterne con tutto quell'andirivieni; sull'acciottolato sconnesso del cortile scalpitavano gli zoccoli dei cavalli; la carrozza rimbombė sul selciato mentre la tiravano fuori della rimessa: dappertutto frastuono e scompiglio.

       «Allora! ť pronta o no la carrozza?», strepitė Mr Wardie.

       «Arriva adesso, signore!», assicurė lo stalliere.

       Fuori venne la carrozza, davanti ci misero i cavalli, sopra saltarono i postiglioni, dentro si cacciarono i viaggiatori.

       «Attenzione: in meno di mezz'ora le sette miglia fino alla prima posta!», urlė Wardle.

       «Avanti! ».

       I postiglioni ce la misero tutta con fruste e speroni, i camerieri gridarono, gli stallieri li incitarono e via schizzarono a tutta velocitą.

       "Bella situazione", si mise a riflettere Mr Pickwick non appena ebbe un attimo per pensare. "Bella situazione per il presidente generale del Circolo Pickwick. Carrozza umida... cavalli bizzarri... quindici miglia all'ora... e tutto questo a mezzanotte!".

       Durante le prime tre o quattro miglia, troppo intenti a riflettere, ciascuno per proprio conto, per aver voglia di rivolgersi al compagno, i due non fiatarono. Ma, percorso quel bel tratto di strada, con i cavalli che, ormai ben riscaldati, cominciavano ad andare davvero di ottima lena, Mr Pickwick, eccitato dalla velocitą della corsa, si sentiva troppo su di giri per testarsene ancora muto come un pesce.

       «Li prenderemo di sicuro», esordď.

       «Lo spero», rispose l'altro.

       «Bella notte», continuė Mr Pickwick guardando la luna che riluceva splendente.

       «Un guaio per noi! Hanno tutto il vantaggio della luna piena per staccarci e noi lo perderemo: fra un'ora tramonterą».

       «Brutto affare correre a questa velocitą nel buio!».

       «Direi proprio di sď», rispose l'altro in tono secco.

       Nel riflettere sui guai e i pericoli di quella spedizione nella quale si era imbarcato in modo tanto precipitoso, Mr Pickwick sentď smorzarsi l'esaltazione che per un po' lo aveva eccitato. A distoglierlo dai suoi pensieri venne l'urlo del cocchiere di testa.

       «IĚ - iĚ - iĚ - iĚ - iuĚ!», gridava il primo.

       «IĚ - iĚ - iĚ - iĚ - iuĚ!», gridava il secondo.

       «IĚ - iĚ - iĚ - iĚ - iuĚ!», strepitė Mr Wardle sporgendosi con la testa e mezzo corpo fuori del finestrino per unirsi al coro con quanto fiato aveva in gola.

       «IĚ - iĚ - iĚ - iuĚ!», incalzė Mr Pickwick, accollandosi l'onere di quell'urlo di cui peraltro ignorava finalitą e significato. E nel bel mezzo degli iuĚiuĚ di tutti e quattro la carrozza venne a fermarsi.

       «Che succede?», si informė Mr Pickwick.

       «Il casello del dazio», spiegė il vecchio Wardle. «Ci diranno qualcosa dei due fuggitivi».

       Dopo circa cinque minuti trascorsi a picchiare sulla porta e chiamare a gran voce, da dentro il casello emerse un vecchio in camicia e pantaloni, che alzė la barriera.

       «Da quanto tempo Ź passata di qui una carrozza?», chiese Mr Wardle.

       «Da quanto tempo?».

       «Sď!».

       «Beh, e chi lo sa! Non Ź da molto e neanche da poco... insomma una via di mezzo, forse».

       «Ma Ź passata di qui una carrozza?».

       «Oh, sď! Una c'Ź stata».

       «Quanto tempo fa, amico mio?», si intromise Mr Pickwick. «Un'ora?».

       «Forse sď», rispose l'uomo.

       «O due ore?», chiese il postiglione in seconda.

       «Beh, puė anche darsi», disse l'altro con aria dubbiosa.

       «Avanti, ragazzi!», gridė stizzito Mr Wardle. «Non perdiamo tempo con quel vecchio scimunito!».

       «Scimunito!», ripeté l'altro con un ghigno standosene nel bel mezzo della strada con la barriera semialzata, a guardare la carrozza che rimpiccioliva in lontananza. «Questo no, quello neanche: dieci minuti avete perso qui e ve ne andate che ne sapete come prima. Se, per guadagnarsi la loro ghinea, gli altri cantonieri per strada faranno come me - anzi basta la metą - non prenderai quella carrozza prima di san Michele, vecchio grassone». E, con un altro bel sogghigno, abbassė la barriera, rientrė in casa e si chiuse alle spalle la porta tirando il catenaccio.

       La carrozza intanto proseguiva, senza mai rallentare, verso la prima stazione di posta. Come Wardle aveva previsto, ;a luna calava rapidamente; cumuli di nubi scure e pesanti, che un po' alla volta avevano invaso il cielo, formavano ora una massa nera sopra la testa; la pioggia ogni tanto scrosciava fitta fitta, contro i finestrini della carrozza, avvertendo i viaggiatori che si stava avvicinando rapidamente una tempesta. Il vento - lo avevano di faccia - spazzava con raffiche violente la strada stretta e ululava lugubre tra gli alberi che la fiancheggiavano. Mr Pickwick si avviluppė ancor piĚ stretto nel pastrano, si rannicchiė, raggomitolandosi tutto, in un angolo della carrozza e cadde in un sonno profondo dal quale lo riscossero, a una sosta, il tintinnare della campana dello stalliere e il grido vigoroso: «Cavalli, presto!».

       Ma ecco un altro ritardo: i cocchieri dormivano cosď della grossa che per svegliarli ci vollero cinque minuti a testa. Chissą come, lo stalliere confuse le chiavi della stalla e, quando alla fine trovė quella giusta, i due aiutanti, che dormivano in piedi, misero i finimenti sbagliati sui cavalli sbagliati e si dovette cominciare da capo l'intera procedura di bardarli. Se Mr Pickwick fosse stato da solo, questi molteplici inconvenienti avrebbero subito troncato la sua ricerca, ma il vecchio Wardle non si lasciava scoraggiare tanto facilmente: si diede da fare con zelo e buona volontą, dando uno scappellotto a questo e uno spintone a quello; fissando una fibbia qui e infilando un anello lď, sicché la carrozza fu pronta assai prima di quanto sarebbe stato ragionevole aspettarsi in mezzo a tutti quei pasticci.

       Ripresero il viaggio; le prospettive non erano affatto incoraggianti. Quindici miglia li dividevano dalla successiva stazione di posta; era buio pesto, soffiava un vento forte, cadeva una pioggia torrenziale. Era impossibile fare molta strada contro tutte quelle difficoltą che si assommavano: era l'una passata e per arrivare alla successiva stazione, ci vollero ben due ore. Qui tuttavia si presentė ai loro occhi qualcosa che riaccese le speranze e rianimė il loro morale a terra.

       «Quando Ź arrivata questa carrozza?», gridė il vecchio Wardle, saltando giĚ dal suo veicolo e puntando il dito su uno tutto coperto di fango fresco, che se ne stava in mezzo al cortile.

       «Meno di un quarto d'ora fa, signore», rispose lo stalliere interpellato.

       «Un uomo e una donna?», si informė Mr Wardle, quasi soffocando per l'impazienza.

       «Sď, signore».

       «Lui uno spilongone in marsina... gambe lunghe... magro?».

       «Sď, signore».

       «Lei anzianotta... faccia magra... ossuta, direi, eh?».

       «Sď, signore.»

       «Perdio, sono loro, Pickwick!».

       «Sď Ź rotta una stanga, sennė arrivavano prima», disse lo stalliere.

       «Sono loro, per Giove!», tuonė Wardle. «Carrozza e cavalli, all'istante! Li acchiapperemo prima della prossima posteria. Ragazzi: una ghinea a testa! Forza, lď! In gamba! Su, svelti!».

       E con questi incitamenti il vecchio gentiluomo, correndo su e giĚ per il cortile, smaniando avanti e indietro agitato, trasmise il suo nervosismo a Mr Pickwick, che, preso nel turbine, si aggrovigliė in un pazzesco garbuglio di finimenti, impicciandosi con ruote e cavalli, convintissimo di accelerare sostanzialmente i preparativi per riprendere la corsa.

       «Dentro! Saltate dentro! », urlė Mr Wardle, arrampicandosi nella carrozza, alzando il predellino e sbatacchiando lo sportello dietro a sé. «Avanti! Presto!». E prima che Mr Pickwick si rendesse conto di quel che succedeva, si sentď ficcare dentro la carrozza attraverso l'altro sportello: uno strattone del vecchio gentiluomo, uno spintone dallo stalliere, e via di gran carriera!

       «Ah! Questo sď che Ź correre!», proruppe esultante Mr Wardle. Che corressero era proprio vero: lo testimoniavano gli urtoni e le zuccate contro il legno della carrozza e il corpaccione del suo compagno.

       «Tenetevi forte!», esortė l'omone, mentre Mr Pickwick affondava la testa nel suo ampio panciotto.

       «Mai stato tanto sballottato in vita mia!».

       «Fa niente, fa niente! Siamo agli sgoccioli. Stretto, tenetevi stretto! ».

       Mr Pickwick si incastrė saldamente nel suo angolino e via sfrecciė la carrozza a precipizio.

       Proseguirono cosď per circa tre miglia, quand'ecco Mr Wardle, che da un paio di minuti non la smetteva di sporgersi dal finestrino, tirar dentro la testa tutta chiazzata di fango e strepitare quasi senza fiato per l'eccitazione:

       «Eccoli!».

       Mr Pickwick pensė bene di sporgersi anche lui. Sď: c'era un tiro a quattro davanti a loro, a breve distanza, che sfrecciava a gran galoppo.

       «Avanti, avanti! », tuonava Mr Wardle. «Due ghinee a testa! Non mollate! Stategli dietro! Stategli dietro!».

       I cavalli dell'altra carrozza correvano a piĚ non posso, dietro galoppavano furiosamente quelli di Mr Wardle.

       «Lo vedo! Ho visto la testa!», urlė con tutta la rabbia che aveva addosso. «Dannazione! Lo riconosco».

       «Anch'io», disse Mr Pickwick. «ť lui».

       Mr Pickwick non si sbagliava. La faccia di Mr Jingle, tutta inzaccherata dal fango sollevato dalle ruote, era chiaramente visibile al finestrino della carrozza; dai movimenti che faceva con le braccia in direzione dei postiglioni si capiva che li incitava a correre di piĚ.

       La tensione era al culmine. Campi, alberi, siepi sfrecciavano accanto a loro con la velocitą di un turbine, tanta era la corsa. Ormai gli inseguitori erano a fianco dell'altra carrozza. Sopra lo strepito delle ruote si sentiva chiaramente la voce di Jingle che incitava i postiglioni. Il vecchio Wardle aveva la bava alla bocca per la rabbia e la tensione. A non finire sbraitava chiamandolo mascalzone e farabutto, stringeva i pugni e li agitava in direzione dell'oggetto del suo sdegno; ma a tutto questo Jingle rispondeva con sorrisi di scherno e rispondeva alle minacce con urla di trionfo, mentre i cavalli, obbedendo agli incitamenti della frusta e degli speroni, acceleravano lasciando indietro gli inseguitori.

       Mr Pickwick aveva appena tirato dentro la testa e lo stesso aveva fatto Mr Wardle, spompato dal gran urlare, quando uno scossone terribile li mandė a sbattere in avanti. Un sobbalzo improvviso, uno schianto assordante: lontano schizzė una ruota, capovolta finď la carrozza. Dopo alcuni istanti di sbalordita confusione, durante i quali si percepirono soltanto lo scalpitio dei cavalli imbizzarriti e lo schianto dei vetri che andavano in mille pezzi, Mr Pickwick si sentď tirar fuori con uno strattone dalla carrozza sfasciata, e, non appena si fu rimesso in piedi ed ebbe districato la testa dalle falde del pastrano, che materialmente gli impediva l'utilizzazione degli occhialetti, poté apprezzare l'entitą immane del disastro.

       Accanto a lui stava Mr Wardle, senza cappello, con gli abiti strappati in piĚ punti; ai loro piedi, sparsi qua e lą i rottami della carrozza. Irriconoscibili per il fango, scompigliati dalla corsa, i cocchieri, dopo aver reciso le tirelle, se ne stavano vicino ai cavalli tenendoli per le briglie. Cento yarde piĚ in lą c'era l'altra carrozza che, nel sentir lo schianto, si era fermata. Standosene in sella, con le facce contratte in un ampio sogghigno, i cocchieri osservavano i rivali; dal finestrino della carrozza, Mr Jingle, contento come una Pasqua, contemplava il disastro. Spuntava ormai il giorno, e nella luce livida dell'alba la scena era visibilissima.

       «Salve! », gridė Jingle con impudenza. «Qualcuno si Ź fatto male? - due vecchietti - per niente leggeri - affare pericoloso - sul serio».

       «Farabutto!», ruggď Wardle.

       «Ah, ah!», fu la risposta di Jingle il quale, strizzando l'occhio con aria d'intesa e indicando con il pollice verso l'interno della carrozza, aggiunse: «Ehi! Sta benissimo - vi porge i suoi omaggi - vi raccomanda di non preoccuparvi - saluti affettuosi a Tuppy - volete salir dietro? Avanti, ragazzi».

       Ripresero il loro posto, e via filė la carrozza con gran strepito, mentre dal finestrino Mr Jingle, per schernirli, sventolava un fazzoletto bianco.

       Nel corso di tutta quell'avventura niente, neppure la carrozza ribaltata, aveva incrinato la calma e la serenitą di Mr Pickwick. Ma la sfrontatezza di abbreviare in Tuppy il nome del fedele pickwickiano, dopo avergli chiesto soldi in prestito, era piĚ di quanto potesse sopportare. Trattenendo il respiro, facendosi paonazzo fino alla cima degli occhiali, con voce lenta e maestosa dichiaro:

       «Se mai incontrerė di nuovo quell'uomo, io...».

       «Sď, sď», tagliė corto Wardle, «tutto bene, ma mentre noi stiamo qui a cianciare, quei due si fanno dare la licenza e si sposano a Londra».

       Mr Pickwick tacque, masticė amaro, inghiottď il rospo.

       «A che distanza si trova la prima posteria?», chiese Mr Wardle a uno dei cocchieri.

       «Sei miglia, vero, Tom?».

       «Forse piĚ che meno».

       «Sei miglia, signore, forse piĚ che meno».

       «Niente da fare, Pickwick, dobbiamo farcele a piedi».

       «Niente da fare», assentď quel grande uomo.

       Cosď, dopo aver mandato avanti un cocchiere per farsi dare cavalli freschi e una carrozza, e aver lasciato sul posto gli altri perché si occupassero di quella rovinata, Mr Pickwick e Mr Wardle, con gli scialli avvoltolati intorno al collo e i cappelli calcati in testa per ripararsi dall'acquazzone che, dopo una breve sosta, aveva ripreso con lena, animati da virile coraggio, si misero in marcia.

 

X • NEL QUALE SI CHIARISCE OGNI DUBBIO, SE MAI ť ESISTITO, SULLA NOBILTň D'ANIMO Dl MR JINGLE

 

 

 

       Esistono a Londra numerose vecchie locande, quartier generale di gloriose diligenze - quando le diligenze viaggiavano con maggior pompa e solennitą di oggi- e ormai degradate a essere poco piĚ di depositi e biglietterie per corriere di campagna. Fra le tante Croci d'Oro, i numerosi Tori e le varie Bocche, che innalzano le loro maestose facciate nelle nuove strade di Londra, tanto piĚ eleganti di quelle di un tempo, il lettore invano cercherebbe le antiche osterie. Se mai volesse trovare uno di questi vecchi posti, dovrebbe dirigere i passi verso piĚ oscuri quartieri della cittą: qui, in qualche angolino fuori mano, ne troverą parecchi, ancora in piedi per una specie di cupa ostinazione, in mezzo alle innovazioni moderne tutto intorno.

       Nel Borough, in particolare, rimangono ancora una mezza dozzina di vecchie locande, immutate nell'aspetto, sfuggite sia al furore dell'intervento pubblico, sia agli abusi della speculazione privata. Eccoli questi edifici: grandi, sconnessi, bizzarri, con gallerie e passaggi e scale, vasti e antiquati quanto basta per fornire materiale a cento storie di fantasmi, se mai ci trovassimo nella penosa necessitą di doverne inventare una, e se mai il mondo durasse abbastanza a lungo da esaurire tutte le innumerevoli leggende veritiere che parlano del Ponte di Londra e adiacenti quartieri sulla riva del Tamigi dalla parte del Surrey.

       Nelle prime ore del mattino successivo agli avvenimenti narrati nel capitolo precedente, nel cortile di una di queste locande - nientemeno che il celeberrimo Cervo Bianco - un uomo era indaffaratissimo a pulire dal fango un paio di stivali. Addosso aveva un vistoso panciotto a righe con maniche di cotone nero e bottoni di vetro blu; brache di colore indefinito e gambali di cuoio. Intorno al collo, in un nodo largo e trasandato, era legato un fazzoletto di un rosso fiammante; piantato con noncuranza di traverso sulla testa portava un vecchio cappello bianco. Davanti erano allineati vari stivali in due ordini, uno di calzature pulite e uno di sporche, e ogni volta che allungava la fila degli stivali puliti, l'uomo faceva una pausa per contemplare con evidente soddisfazione il risultato.

       Non c'erano nel cortile il consueto trambusto e andirivieni che di solito caratterizzano le grandi stazioni di posta. A una estremitą dello spiazzo, sotto un'ampia tettoia, erano in rimessa tre o quattro carrozzoni, alti da arrivare al secondo piano di una casa normale, con pile di merci sotto l'ampio tendone che li ricopriva; una diligenza, che probabilmente doveva mettersi in viaggio quella stessa mattina, era stata trainata all'aperto. Su due lati dell'edificio sbilenco, correvano, in duplice ordine, delimitati da vecchie ringhiere, i ballatoi su cui si affacciavano le stanze da letto. Sopra le porte che si aprivano sul bar e sul caffŹ un tettuccio sghembo proteggeva dalle intemperie una duplice fila di campanelli collegati con le camere. Due o tre calessi e carrozze erano stati sistemati al riparo sotto varie tettoie e in anguste rimesse. Di tanto in tanto, il poderoso scalpitare di un cavallo da tiro o il rumore di qualche catena, provenienti dal fondo del cortile, indicavano a chiunque fosse interessato che la stalla era in quella direzione. Se poi aggiungiamo che su pesanti pacchi, su balle di lana e altri bagagli sparsi fra mucchi di paglia se ne stavano a dormire alcuni garzoni in tuta, avremo descritto con tutta la precisione necessaria l'aspetto che in quella particolare mattina aveva il cortile della locanda del Cervo Bianco, High Street, Borough.

       Una squillante scampanellata fu seguita dall'apparizione di una bella cameriera sul ballatoio del primo piano. La quale cameriera, dopo aver bussato a una porta e aver ascoltato una richiesta proveniente dall'interno, chiamė da sopra la ringhiera:

       «Sam!».

       «Ehilą!», rispose l'uomo con il cappello bianco.

       «Il ventidue vuole gli stivali».

       «Chiedi al ventidue se li vuole subito o se li vuole puliti», fu la risposta.

       «Non far lo scemo, Sam», disse la ragazza con moine, «il signore vuole gli stivali subito».

       «Brava! Ragazza mia, dove credi di essere? A teatro?», ribatté l'altro. «Guarda qui questi stivali... undici paia piĚ una scarpa per il numero sei che ha una gamba di legno. Gli stivali devono esser pronti per le otto e mezza e la scarpa per le nove.

       Cosa crede di essere il numero ventidue che vuol passare davanti a tutti? No, no, rispettare il turno, come diceva il boia legando quelli da impiccare Spiacente di farvi aspettare, signore, ma sarė subito da voi».

       Detto questo, il lustrascarpe si mise a sfregare uno stivalone con ancora piĚ lena.

       Un'altra scampanellata vigorosa, e la vecchia padrona del Cervo Bianco, tutta in faccende, comparve sull'altro ballatoio.

       «Sam, dove ti sei cacciato, fannullone... Sam,... ah eccoti! Perché non rispondi?».

       «Non sta bene togliervi la parola di bocca», rispose Sam scontroso.

       «Sta' a sentire: pulisci subito le scarpe del diciassette e portale nel salottino privato numero cinque, primo piano».

       La padrona buttė giĚ un paio di scarpe da donna e via di gran fretta.

       «Numero cinque», borbottė Sam tirando su le scarpe e, preso un pezzo di gesso dalla tasca, scrisse sulla suola, per ricordarsela, la destinazione di quel paio. «Scarpe da donna e salottino privato! Non Ź arrivata con la diligenza, ci giurerei».

       «ť arrivata stamattina presto», disse forte la ragazza ancora appoggiata alla ringhiera, «con un signore in una carrozza noleggiata. ť lui che vuole gli stivali; sbrigati, Ź meglio! Ecco tutto».

       «Dimmelo subito, no!», brontolė Sam indignato, tirando fuori dal mucchio gli stivali in questione. «Per quel che ne sapevo, quello lď era uno dei soliti morti di fame. Salottino privato! Signora, per di piĚ! Se Ź un gentiluomo, c'Ź da cavarci uno scellino al giorno, senza contare le commissioni».

       Incitato da questa ispirata riflessione, Mr Samuel si diede a spazzolare con tanto piglio che in pochi minuti stivali e scarpe - lustri da scatenar l'invidia nell'animo benevolo di Mr Warren (perché al Cervo Bianco si usava solo il lucido Day and Martin) arrivarono alla porta del numero cinque.

       «Avanti», disse una voce maschile in risposta al leggero bussare di Sam.

       Entrando, Sam esibď il suo miglior inchino alla presenza di una signora e di un signore intenti a far colazione. Dopo aver deposto in modo assai cerimonioso gli stivali, uno a destra e l'altro a sinistra dei piedi del gentiluomo, e le scarpe della gentildonna, una a destra e l'altra a sinistra dei suoi, retrocedette verso la porta.

       «Lustrascarpe», disse il signore.

       «Sď, signore», rispose Sam chiudendo la porta e tenendo la mano appoggiata sul pomolo della maniglia.

       «Sai... come si chiama?... Doctors' Common... l'ufficio di stato civile».

       «Sď, signore».

       «Dov'Ź?».

       «Chiesa di San Paolo, signore; un'arcata bassa dalla parte dove posteggiano le carrozze, su un angolo un libraio, un albergo sull'altro, in mezzo due uscieri che fanno i bagarini delle licenze».

       «Bagarini?».

       «Bagarini, proprio cosď», confermė Sam. «Due tizi in palandrana bianca... si toccano il cappello quando arrivate... «Licenza, signore, licenza?». Strana gente, quella, e anche i padroni, signore... procuratori e avvocati dell'Old Bailey... non c'Ź da sbagliarsi».

       «Che cosa fanno?», chiese il gentiluomo.

       «Fanno! Ti fanno su, signore! Ma non Ź questo il peggio. Loro, quelli lď, mettono idee in testa ai vecchi che questi neanche si sognano. Mio padre, signore, fa il vetturino. Vedovo era, grasso come pochi... insomma grasso che cosď non si vede in giro. La sua metą, si fa per dire, la sua signora muore e gli lascia quattrocento sterline. GiĚ che corre all'ufficio... per veder l'avvocato e ritirar la grana... in ghingheri... stivaloni alla scudiera... fiore all'occhiello... in testa cilindro a larga tesa... sciarpa verde... un vero gentiluomo dalla testa ai piedi. Attraversa l'arcata pensando a come investire i soldi... ed ecco lą il bagarino, si tocca il cappello. "Licenza, signore, licenza?". "Che cos'Ź?", chiede mio padre. "Licenza di matrimonio" spiega il bagarino. "Perbacco!", dice mio padre. "Non ci penso neanche". "Secondo me, voi una la volete", dice il bagarino. Mio padre si ferma e ci pensa su un po'. "No", dice, "dannazione, son troppo vecchio e parecchie taglie troppo largo". "Per niente, signore", dice il bagarino. "Dici di no?" fa mio padre. "Sicuro. L'altro lunedď abbiamo sposato un signore doppio di voi". "Guarda un po'", fa mio padre. "Proprio cosď! Al suo confronto voi siete un bambino... da questa parte, signore... da questa parte!". Cosa Ź, cosa non Ź, fatto sta che mio padre gli va dietro, come una scimmia ammaestrata dietro l'organetto, fin dentro un bugigattolo dove, in mezzo a carte polverose e a barattoli di latta, sta seduto un tizio che fa finta di essere indaffarato. "Accomodatevi, prego", fa l'avvocato, "mentre preparo il documento". "Grazie", fa mio padre e giĚ si mette seduto, guardando, occhi sgranati e bocca aperta, i nomi scritti sui barattoli. "Come vi chiamate, signore?", fa l'avvocato. "Tony Weller", fa mio padre. "Parrocchia?", fa l'avvocato. "La Bella Selvaggia", fa mio padre perché era a quella locanda che si fermava e di parrocchie lui non ne sapeva niente, proprio niente. "Come si chiama la signora?", fa l'avvocato. A mio padre gli viene un colpo. "Diavolo! Non lo so". "Non lo sapete!", fa l'avvocato. "Ne so meno di voi", fa mio padre, "non posso metterlo dopo?". "Impossibile!", fa il leguleio. "Beh", fa mio padre dopo averci pensato su un momento, "scrivete signora Clarke". "Clarke, cosa?", fa il leguleio intingendo la penna nell'inchiostro. "Susan Clarke, locanda Marchese di Granby, Dorking" fa mio padre. "Mi prende son sicuro, se glielo chiedo... mai fiatato con lei, ma mi prende, ci scommetto". Il leguleio scrive la licenza, lei lo prende, eccome!, e quel che Ź peggio non lo molla. Di quelle quattrocento sterline, io, mai vista una, sfortuna maledetta! Chiedo scusa, signore», disse Sam a conclusione di questo discorso, «ma quando mi capita di raccontare questo mio guaio, chi mi ferma? Mi metto a correre come una carriola con le ruote appena ingrassate». Finito che ebbe di parlare, dopo un breve indugio per vedere se avevano ancora bisogno di lui, Sam uscď dalla stanza.

       «Nove e mezza - l'ora giusta - scappo», disse il gentiluomo che non occorre neppure presentare come Mr Jingle.

       «Ora... per cosa?», chiese civettuola la zia zitella.

       «La licenza, angelo dolcissimo- avvertire la chiesa chiamarti mia domani», spiegė Jingle stringendole la mano.

       «La licenza!», ripeté lei arrossendo.

       «La licenza», confermė Mr Jingle.

 

       «Di corsa la licenza vado a cercar

       Di corsa, din don, voglio tornar».

 

       «Come correte», disse Rachael.

       «Correre - niente al paragone delle ore, dei giorni, delle settimane, dei mesi, degli anni quando saremo uniti- correre! Voleranno - scapperanno - se la svigneranno - con la velocitą del treno - un motore di mille cavalli- niente al confronto».

       «Non possiamo... non possiamo sposarci prima di domattina?», chiese Rachael.

       «Impossibile - niente da fare - avvertire la chiesa - la licenza oggi, domani la cerimonia».

       «E se mio fratello ci scopre? Ho il terrore!», disse Rachael.

       «Scoprirci - sciocchezze - troppo scombussolato dal capitombolo - e poi le precauzioni - lasciata la carrozza - fatto un pezzo a piedi - noleggiato un'altra carrozza - venuti al Borough - l'ultimo posto al mondo dove verrą a mettere il naso - ah, ah! - idea magnifica - sul serio».

       «Non state via troppo tempo», disse la zitella con tenerezza, mentre Mr Jingle si ficcava in testa il cappello tutto acciaccato.

       «Troppo tempo lontano da te? Crudele ammaliatrice», e Mr Jingle le si avvicinė saltellando con aria giuliva, le posė un casto bacio sulle labbra e a passi di danza uscď dalla camera.

       «Che tesoro!», disse la zitella mentre quello si chiudeva la porta alle spalle.

       «Stramba vecchietta», disse Mr Jingle incamminandosi per il corridoio.

       ť doloroso riflettere sulla perfidia della specie umana; perciė noi non seguiremo il filo delle meditazioni di Mr Jingle mentre veleggiava verso l'ufficio dello stato civile. Basterą al nostro scopo raccontare come, sfuggendo alle grinfie dei draghi in palandrana bianca messi di guardia all'entrata che conduce in quella terra incantata, raggiunse sano e salvo l'ufficio del vicario generale e, procuratosi una pergamena con sopra un sermoncino assai lusinghiero firmato dall'arcivescovo di Canterbury e indirizzato ai suoi «degni e beneamati Alfred Jingle e Rachael Wardle», con grande cautela si mise in tasca il mistico documento e trionfante riprese i propri passi fino al Borough.

       Era ancora sulla via del ritorno verso il Cervo Bianco, quando due gentiluomini panciuti e un terzo secco secco fecero la loro comparsa nel cortile della locanda e si guardarono intorno alla ricerca di qualche persona autorizzata alla quale rivolgere alcune domande. Accadde che proprio in quel momento Mr Samuel Weller fosse impegnato a lucidare un paio di stivali colorati, proprietą privata di un fattore che, dopo le fatiche del mercato del Borough, si stava ristorando con un pranzetto leggero a base di due o tre libbre di manzo freddo, innaffiato con uno o due boccali di birra scura. Verso Sam avanzė senza esitazione il gentiluomo smilzo.

       «Amico mio», esordď questi.

       "Ecco uno che le informazioni le vuole gratis", pensė Sam, "sennė neanche per sogno sarebbe cosď amico mio tutto di botto". Ma si limitė a dire: «Sď, signore».

       «Amico mio», proseguď il gentiluomo smilzo con un «ehm» conciliante, «c'Ź molta gente all'albergo oggi? Gran daffare, eh?».

       Sam gli gettė un'occhiata in tralice. Era un ometto rinsecchito, con una faccia scura raggrinzita, occhietti neri irrequieti che, ai due lati di un piccolo naso inquisitore, continuavano ad ammiccare e a brillare quasi a giocar a rimpiattino con questo. Era tutto vestito di nero, con stivali luccicanti quanto gli occhi, colletto bianco sottile e linda camicia con una gala increspata. Dal taschino del panciotto pendevano la catena d'oro dell'orologio e alcuni sigilli. I guanti di capretto nero li teneva in mano, non li portava sulle mani; quando parlava, cacciava i polsi sotto le code della giacca con l'aria di chi Ź abituato a rivolgere domande imbarazzanti.

       «Gran daffare, eh?», disse l'ometto.

       «Ci si arrangia», rispose Sam. «Non finiremo sul lastrico e neanche milionari. Mangiamo il bollito senza i capperi, e quando a capita la carne, non ci viene il crepacuore se manca il rafano».

       «Ah», disse l'ometto, «un mattacchione, eh?».

       «Mio fratello maggiore aveva questo malanno. Forse Ź contagioso... io dormivo con lui».

       «Curiosa questa vecchia casa», disse l'ometto guardandosi intorno.

       «Bastava avvertirci che venivate e noi l'aggiustavamo», rispose Sam imperturbabile.

       L'ometto, disorientato davanti a quelle rimboccate, si mise a confabulare con i due gentiluomini paffutelli. A conclusione della consultazione, l'ometto, preso da una scatola d'argento oblunga un pizzico di tabacco, era sul punto di riprendere la conversazione, quando si intromise uno dei signori panciuti, che oltre ad avere un volto gioviale, indossava anche un paio di occhialetti e un paio di ghette nere.

       «Il punto della questione», cominciė il signore dall'aria benevola, «Ź che il mio amico qui (e indicė l'altro signore panciuto) vi darą mezza ghinea se risponderete a una o due...».

       «Un momento, caro signore... un momento», disse l'ometto. «Vi prego, consentitemi, caro signore... in casi del genere il principio da rispettare Ź questo: se la faccenda la mettete nelle mani di un professionista, non dovete in nessun modo interferire sulla procedura. In lui dovete riporre fiducia illimitata. Sul serio, Mr...», quindi, rivolto all'altro signore panciuto, disse: «Non ricordo il nome del vostro amico».

       «Pickwick», intervenne Mr Wardle, perché altri non era che il nostro gioviale personaggio.

       «Ah, Pickwick... sul serio, Mr Pickwick, caro signore, dovete scusarmi... Sarė lieto di ascoltare in privato i vostri suggerimenti che mi darete in qualitą di amicus curiae, ma dovete capire quanto sia inopportuno interferire sulla gestione del caso con un argomento ad captandum qual Ź quello di offrire mezza ghinea. Sul serio, mio caro signore, sul serio», e l'ometto prese un polemico pizzico di tabacco e un'aria molto grave.

       «Signore, il mio desiderio era di portare a conclusione questa spiacevole faccenda con la maggior celeritą possibile», disse Mr Pickwick.

       «Giustissimo... giustissimo», rispose quello.

       «Con tale proposito in mente, sono ricorso a quell'argomento che la mia esperienza degli uomini mi suggerisce essere il piĚ efficace e convincente».

       «Sď, sď, molto giusto, molto bene, davvero, avreste dovuto suggerirlo a me. Mio caro signore, certamente non ignorate quale ampia fiducia dobbiate riporre in coloro che hanno scelto di occuparsi per professione di certe materie. Se Ź necessario invocare autorevoli precedenti su tale punto, permettetemi di rinviarvi al noto caso Barnwell...».

       «Lasciamo stare George Barnwell» intervenne Sam che durante questo breve scambio era rimasto ad ascoltare perplesso. «Lo sanno tutti che razza di processo Ź stato quello. Secondo me, badate bene, alla ragazza, non a lui, dovevano tirar il collo. Ma c'entra come i cavoli a merenda. Volete darmi mezza ghinea: benissimo, ci sto. PiĚ chiaro di cosď: mi son fatto capire, no? (Mr Pickwick sorrise.) E allora vi domando: che diavolo volete da me, come ha detto quel tale quando gli si Ź parato davanti lo spettro?».

       «Vogliamo sapere...», cominciė Mr Wardle.

       «Caro signore, caro signore!», s'impicciė l'ometto.

       Mr Wardle si strinse nelle spalle e rimase zitto.

       «Vogliamo sapere», disse l'omino con solennitą, «ed Ź a voi che rivolgiamo la domanda per non suscitare apprensioni lą dentro, vogliamo sapere chi adesso si trova nella locanda».

       «Chi si trova nella locanda!», esclamė Sam nella cui mente i reclusi erano sempre rappresentati dal particolare capo di vestiario che cadeva nella sua immediata competenza. «C'Ź una gamba di legno al numero sei; un paio di stivali tedeschi al tredici; due paia a mezza gamba nella parte riservata ai commercianti; c'Ź anche questo paio qui, colorato, nel salottino del bar, e altre cinque paia di stivali con risvolto per il caffŹ».

       «Nient'altro?», chiese l'omino.

       «Alt, un istante!», riprese Sam, ricordando all'improvviso. «Sď, al numero cinque: un paio di Wellington consumatissimi e un paio di scarpe da donna».

       «Che tipo di scarpe?», chiese ansioso Wardle che, insieme a Pickwick, era rimasto stupefatto davanti a quel singolare catalogo di ospiti.

       «Manifattura campagnola».

       «Il nome del calzolaio?».

       «Brown».

       «Di dove?».

       «Muggleton»;

       «Sono loro!», esclamė Wardle. «Per Giove, li abbiamo pescati! ».

       «Ssst!», ammonď Sam. «I Wellington se ne sono andati all'ufficio dello stato civile».

       «No!», disse l'ometto.

       «Sď, per la licenza».

       «Siamo arrivati in tempo!», esclamė Wardle. «Mostrateci la stanza; non c'Ź un attimo da perdere».

       «Per favore, caro signore, per favore! Prudenza, prudenza».

       Dalla tasca l'omino tolse un borsellino di seta rossa ed, estraendo una sovrana, gettė a Sam un'occhiata severissima.

       Sam ghignė in modo molto espressivo.

       «Fateci strada fino alla stanza senza annunciarci, ed Ź vostra», disse.

       Sam, gettati in un angolo gli stivali colorati, li precedette attraverso un buio corridoio e su per un'ampia scala. Giunto all'estremitą del secondo corridoio, si fermė e tese la mano.

       «Ecco», bisbigliė il leguleio nel depositare la moneta nella mano della loro guida.

       Questi fece ancora qualche passo, seguito dai due amici e dal consulente legale. Davanti a una porta si fermė.

       «ť questa la stanza?», mormorė l'ometto.

       Sam assentď.

       Il vecchio Wardle e tutti e tre irruppero nella stanza proprio mentre Mr Jingle, appena rientrato, esibiva alla zitella la licenza matrimoniale.

       L a quale zitella emise uno strillo acutissimo e, buttandosi su una sedia, si coprď il viso con le mani. Mr Jingle, appallottolato il documento, se lo ficcė in tasca. I tre nuovi venuti, per niente benvenuti, avanzarono in mezzo alla stanza.

       «Voi... voi siete un fior di farabutto!», esclamė Mr Wardle con voce strozzata per la rabbia.

       «Caro signore, mio caro signore», intervenne l'omino posando il cappello sul tavolo. «Per favore, un po' di considerazione, per favore. Questo Ź oltraggio... azione per danni. Calmatevi, mio caro signore, per favore».

       «Come avete osato strappare mia sorella dalla mia casa?», chiese il vecchio signore.

       «Sď, sď... molto bene», approvė l'ometto. «Questo potete chiederlo. Come avete osato, signore? Eh, signore?»

       «Chi diavolo siete?», si informė Mr Jingle in tono cosď aggressivo che l'omino involontariamente fece un passo o due indietro.

       «Chi Ź! Mascalzone!», intervenne Mr Wardle. «Il mio avvocato, ecco chi Ź! Mr Parker del Gray's Inn. Perker, voglio denunciare questo individuo... lo voglio incriminare... Io... io lo rovinerė. E tu», proseguď rivolto alla sorella, «tu, Rachael, alla tua etą certe cose dovresti saperle! Cosa ti salta in mente di scappartene con un vagabondo, disonorando la famiglia e rovinando te stessa? Mettiti il berretto e vieni via. Ehi voi! Chiamate una carrozza e portate il conto della signora, avete sentito... avete sentito?».

       «Sicuro, signore!» rispose Sam presentandosi all'impetuosa scampanellata di Wardle con una fulmineitą da sembrare miracolosa a chiunque non sapesse che, per tutta la durata del colloquio, aveva tenuto l'occhio sul buco della serratura.

       «Mettiti il berretto», ripeté Wardle.

       «Non fare niente del genere», disse Jingle. «Uscite dalla stanza, signore - non c'Ź nulla che vi riguardi qui -- la signora Ź libera di agire come le pare. - Superato i ventun anni».

       «Ventun anni!», proruppe Wardle con disprezzo. «Superati i quarantuno, se Ź per quello!».

       «Non Ź vero!», disse la zitella che per lo sdegno rinviė la decisione di svenire.

       «Sď, che li hai!», replicė Wardle. «Ne hai cinquanta».

       A questo punto la zitellona, con uno strillo da perforare i timpani, cadde priva di sensi.

       «Un bicchier d'acqua», disse umanitario Mr Pickwick, convocando l'ostessa.

       «Un bicchier d'acqua!», esclamė infuriato Mr Wardle. «Un secchio ci vuole! Buttateglielo addosso! Le farą bene. Se lo merita eccome!».

       «Bruto!», strillė l'ostessa che aveva un cuore tenero. «Povera cara! ». E con varie esclamazioni del tipo «Su, cara... bevete un po' di questo... vi farą bene... non lasciatevi andare in questo modo... l'amore» ecc. ecc., l'albergatrice, con l'aiuto di una cameriera, si diede a spruzzare aceto sulla fronte della zitella, a picchiettarle le mani, pizzicarle il naso, slacciarle il busto, insomma ad amministrarle tutti quei rimedi che di solito le donne misericordiose applicano alle signore occupate a farsi venire un attacco isterico.

       «La carrozza aspetta», annunciė Sam affacciandosi alla porta.

       «Avanti!», gridė Wardle. «La porterė giĚ».

       A questa prospettiva l'isteria si manifestė con raddoppiato furore.

       L'ostessa, Q, lď per protestare violentemente contro quel modo di procedere, aveva gią manifestato la propria indignazione chiedendo a Mr Wardle se credesse di essere il padrone dell'universo, quando di mezzo si mise Mr Jingle.

       «Lustrascarpe, va' a chiamare una guardia».

       «Calma, calma!», intervenne Mr Perker. «Pensateci, signore, pensateci».

       «Neanche per sogno!», rispose Mr Jingle. «Lei Ź padrona di far quel che vuole. Vediamo un po' chi osa trascinarla via! A meno che non sia lei a volerlo».

       «Non voglio essere portata via», mormorė la zitella. «No, non voglio». (A questo punto ci fu una paurosa ricaduta).

       «Mio caro signore», disse l'ometto a bassa voce, prendendo da parte Mr Pickwick e Mr Wardle, «mio caro signore, siamo in una situazione molto delicata. Un caso doloroso... davvero mai capitato uno piĚ grave... ma, caro signore, non abbiamo il diritto di controllare le azioni della signora. Prima di venire qui, mio caro signore, vi ho avvertito che la cosa migliore era cercare un compromesso».

       Breve pausa.

       «Quale sorta di compromesso suggerite?», chiese Mr Pickwick.

       «Ebbene, mio caro signore, il nostro amico si trova in una situazione sgradevole... assai sgradevole. Dovete rassegnarvi ad affrontare una perdita pecuniaria».

       «Sono pronto a tutto pur di non subire quest'onta e non lasciare che, stupida com'Ź, sia infelice per il resto della vita», dichiarė Wardle.

       «Sono incline a credere che la cosa sia fattibile», disse l'infaticabile ometto. «Mr Jingle, volete seguirci nella stanza accanto?».

       Mr Jingle non se lo fece dire due volte, e il quartetto entrė in una stanza vuota.

       «Ebbene signore», disse l'omino, chiudendo accuratamente la porta, «non c'Ź modo di accomodare la faccenda? Venite qui, signore, per un momento... nel vano della finestra, signore, dove siamo soli... lď, signore, lď, prego sedete, signore. Ora, mio caro signore, detto fra noi, voi ed io sappiamo benissimo, mio caro signore, che voi siete scappato con questa gentildonna per i soldi. Non adombratevi, signore, non adombratevi; ho detto: fra noi, noi sappiamo benissimo come stanno le cose. Siamo tutti e due uomini di mondo, e noi sappiamo molto bene che i nostri amici qui non lo sono... eh?».

       A poco a poco il viso di Mr Jingle si rasserenė e per un attimo il suo occhio sinistro ebbe un guizzo che da lontano pareva un segno di intesa.

       «Molto bene, molto bene», disse l'ometto osservando l'impressione che aveva prodotto. «Il fatto Ź che la gentildonna, salvo qualche centinaio di sterline, ha pochissimo, quasi niente fino a che non muore la madre... eccezionale donna, la vecchia signora Wardle, mio caro signore».

       «Vecchia», fu il commento conciso ma assai eloquente di Mr Jingle.

       «Ebbene, sď», disse l'avvocato con un colpetto di tosse. «Avete ragione, mio caro signore, Ź piuttosto vecchia. Viene da una vecchia famiglia, mio caro signore, vecchia in ogni senso della parola. Il capostipite arrivė nel Kent quando Giulio Cesare invase la Britannia; da allora uno solo di tutta quella famiglia non ha raggiunto gli ottantacinque anni: fu decapitato sotto uno degli Enrichi. La nostra vecchietta non ha ancora settantatré anni, mio caro signore». L'ometto si interruppe e si portė al naso un pizzico di tabacco.

       «Allora?», sollecitė Mr Jingle.

       «Allora, mio caro signore... non fiutate tabacco?... fate bene... abitudine dispendiosa... allora mio caro signore, voi siete un giovanotto in gamba, un uomo di mondo... con un po' di soldi potreste sistemarvi, eh?».

       «Allora?».

       «Mi seguite?».

       «Non proprio».

       «Non pensate... mio caro signore, ecco la mia proposta: non pensate che cinquanta sterline e la libertą siano preferibili alla signorina Wardle e all'attesa?»

       «Non bastano... meno della metą!», disse Mr Jingle alzandosi in piedi.

       «No, no, caro signore», protestė l'avvocato afferrandolo per il bottone. «E una bella sommetta, tonda tonda... un uomo come voi potrebbe triplicarla in un batter d'occhio... si fanno un mucchio di cose con cinquanta sterline, mio caro signore».

       «Ancora di piĚ con centocinquanta», replicė freddamente Mr Jingle.

       «Bene, mio caro signore, non staremo qui a perdere tempo con queste inezie», riprese a dire l'ometto. «Diciamo... diciamo settanta».

       «Non bastano».

       «Dove scappate, mio caro signore? Non siate precipitoso! Ottanta, affare fatto! Riempio subito l'assegno».

       «Non bastano».

       «Allora, mio caro signore, allora», proseguď l'altro tenendolo sempre per il bottone, «ditemi voi che cosa basta».

       «Faccenda dispendiosa. Spese vive: noleggio carrozza: nove sterline; licenza, tre... e arriviamo a dodici... indennizzo: cento... centododici. Onore perduto - e donzella perduta.»

       «Sď, sď, mio caro signore», disse l'ometto con un'occhiata d'intesa, «non Ź il caso di toccare questi due ultimi punti. Il che fa centododici... suvvia, diciamo cento!».

       «E venti», soggiunse Jingle.

       «Su, su, scriverė un assegno», disse l'ometto, e giĚ si mise al tavolo per quello scopo.

       «Incassabile dopodomani», disse l'ometto con un'occhiata verso Mr Wardle che assentď con aria accigliata.

       «Cento», disse l'ometto.

       «... e venti», completė Mr Jingle.

       «Mio caro signore!», protestė l'ometto.

       «Dategliele e che sparisca», s'intromise Mr Wardle.

       L'assegno, compilato dall'ometto, fu intascato da Mr Jingle.

       «Andatevene da qui immediatamente!», disse Mr Wardle saltando su. «E badate: niente- neppure il pensiero della famiglia - mi avrebbe fatto accettare questo compromesso, se non sapessi che, appena messo il danaro in quelle vostre tasche, andrete a finir male ancora piĚ in fretta che se non lo aveste ricevuto».

       «Mio caro signore!», implorė di nuovo l'ometto.

       «Zitto, Perker!», riprese Mr Wardle. «Fuori di qui, signore».

       «Non mi faccio pregare», disse impassibile Mr Jingle. «Arrivederci, Mr Pickwick».

       Se durante l'ultima parte di questa conversazione, uno spettatore imparziale avesse osservato le fattezze di quell'uomo illustre, il cui nome costituisce l'elemento di spicco nel titolo di questo libro, sarebbe stato costretto a chiedersi come mai la fiamma di sdegno che divampava nel suo sguardo non fondesse le lenti degli occhiali: tanto era terribile il suo furore. Narici dilatate e pugni serrati spasmodicamente: quello screanzato aveva osato rivolgergli la parola. Ma si trattenne ancora una volta... non volle incenerirlo.

       «Ecco», proseguď quel traditore incallito, gettando la licenza ai piedi di Mr Pickwick, «cambiate il nome- portatela a casa - servirą a Tuppy».

       Mr Pickwick era un filosofo, ma i filosofi, dopo tutto, sono soltanto uomini armati di corazza. Lo strale lo aveva raggiunto, era penetrato attraverso l'armatura, lo aveva colpito al cuore. Nel parossismo della furia, scagliė il calamaio con violenza e su quella scia si slanciė pure lui. Ma Mr Jingle era scomparso e il nostro eroe si trovė acchiappato fra le braccia di Sam.

       «Ehi, signore», commentė quell'eccentrico personaggio, «costa poco il mobilio al vostro paese. Inchiostro-fa-da-sé, questo; c'Ź la vostra firma su quel muro, adesso. Voi, un anziano signore! State calmo, a che serve correre dietro a uno che ha tagliato la corda e a quest'ora Ź dall'altra parte del Borough?».

       Mr Pickwick, come tutti gli intelletti veramente grandi, era incline a farsi persuadere. Era un ragionatore dalle reazioni rapide e dalla logica possente: un istante di riflessione gli bastė a rendersi conto di quanto fosse impotente la sua rabbia. Si placė con la stessa velocitą con cui si era eccitato. Trasse un profondo sospiro e volse sugli amici uno sguardo benevolo.

       Dobbiamo narrare i lamenti che seguirono quando la signorina Wardle venne a sapere che l'infedele Jingle l'aveva abbandonata? Dobbiamo riportare la superba descrizione che Mr Pickwick fece di quella scena straziante? Davanti a noi, aperto, abbiamo il suo libriccino di appunti, macchiato dalle lacrime dell'umana pietą: una parola ed eccolo nelle mani del tipografo. Ma, no! Saremo risoluti! Non torceremo il cuore della gente raccontando tante sofferenze!

       Lentamente, mestamente, i due amici fecero ritorno, il giorno dopo, con la diligenza diretta a Muggleton. Cupa e tenebrosa era scesa tutto intorno la nera ombra della notte estiva quando, di nuovo a Dingley Dell, varcarono la soglia di Manor Farm.

 

XI • CHE RIGUARDA UN ALTRO VIAGGIO E UNA SCOPERTA ARCHEOLOGICA, DOCUMENTA LA DECISIONE DI MR PICKWICK DI PARTECIPARE A UNA ELEZIONE E CONTIENE IL MANOSCRITTO DEL VECCHIO PASTORE

 

 

 

       Una notte di quiete e di riposo nel profondo silenzio di Dingley Dell e, al mattino successivo, l'aria fresca e fragrante del luogo restituirono a Mr Pickwick le energie dopo le ultime durissime fatiche fisiche e le intense ambasce spirituali. Per due intere giornate quell'uomo illustre era rimasto lontano dai suoi amici e seguaci, ed Ź con un piacere e una gioia a stento immaginabili da mente comune che, incontrando di ritorno dalla passeggiata mattutina Mr Winkle e Mr Snodgrass, si fece avanti a salutarli. Il piacere era reciproco: chi infatti avrebbe mai potuto posare gli occhi sulla faccia raggiante di Mr Pickwick senza sperimentare questa sensazione? Eppure sui suoi amici sembrava incombere una nube che quel grande uomo non poteva non percepire, pur non riuscendo a capirne la ragione. Aleggiava intorno a loro un'aria di mistero, inconsueta e quindi tanto piĚ preoccupante.

       «Tupman», chiese dopo che ebbe stretto la mano dei suoi seguaci ed ebbe scambiato calorosi saluti di benvenuto, «Tupman come sta?».

       Mr Winkle, espressamente interpellato, non rispose. Volse la testa con l'aria di chi Ź dominato da tristi pensieri.

       «Snodgrass», chiese allora Mr Pickwick con ansia, «come sta il nostro amico. ť .. Ź malato?».

       «No», rispose Mr Snodgrass e sulla sua palpebra sentimentale una lacrima indugiė tremula come una goccia di pioggia sul vetro di una finestra. «No, non Ź malato».

       Mr Pickwick, arrestandosi, volse lo sguardo sui suoi amici, scrutando prima l'uno, poi l'altro.

       «Winkle... Snodgrass, che accade? Dove si trova il nostro amico? Cosa gli Ź successo? Parlate... vi scongiuro, vi supplico... sď, vi ingiungo: parlate».

       Trasparivano dai modi di Mr Pickwick una solennitą, una dignitą cui non si poteva resistere.

       «Se n'Ź andato», annunciė Mr Snodgrass.

       «Andato! », esclamė Mr Pickwick. «Andato! ».

       «Andato», ribadď Mr Snodgrass.

       «Dove?», proruppe Mr Pickwick.

       «Possiamo solo far congetture sulla base di questo messaggio», rispose Mr Snodgrass tirando fuori dalla tasca una lettera e mettendola in mano a Mr Pickwick. «Ieri mattina quando giunse la lettera di Mr Wardle annunciando che sareste arrivati a casa insieme alla sorella quella stessa notte, la malinconia che per tutto il giorno prima aveva afflitto il nostro amico si acuď visibilmente. Poco dopo scomparve: non lo si vide per tutto il giorno e alla sera questa lettera ci venne recapitata dallo stalliere della locanda Corona di Muggleton. Gli era stata affidata al mattino con la rigorosa ingiunzione di non consegnarcela fino a sera».

       Mr Pickwick aprď l'epistola. La scrittura era quella del suo amico; il contenuto era il seguente:

 

       «Mio caro Pickwick,

       «voi, mio caro amico, vivete in regioni inaccessibili dove sono sconosciute le debolezze e le tentazioni cui soggiace la gente comune. Non sapete che cosa significhi essere di punto in bianco abbandonato da una creatura desiderabile e affascinante e cadere vittima degli artifici di un ribaldo che sotto la maschera dell'amicizia nasconde il ghigno dell'inganno. Spero che non dobbiate sperimentarlo mai.

       «Le lettere indirizzate alla Borraccia, Cobham, Kent, mi verranno inoltrate tutte... se sarė ancora in vita. Rifuggo la vista del mondo diventatomi odioso. Se dovessi rifuggire il mondo stesso, abbiate misericordia... perdonatemi. La vita, mio caro Pickwick, mi Ź divenuta insopportabile. Lo spirito che arde dentro di noi Ź come il panno imbottito che i portatori mettono sulle spalle per alleggerire la fatica: ci serve a sopportare il pesante fardello degli affanni e delle ambasce terrene. Quando questo spirito ci abbandona, il carico Ź troppo greve da sopportare. Ci sfracelliamo sotto il peso. Potete dirlo a Rachael! Ah, quel nome!

       Tracy Tupman»

 

       «Partiremo subito», disse Mr Pickwick ripiegando il messaggio. «Non sarebbe stato comunque opportuno rimanere dopo quanto Ź accaduto. Dobbiamo metterci alla ricerca del nostro amico». E, cosď dicendo, prese la via di casa, seguito dagli altri due.

       Comunicė immediatamente la sua intenzione. Pressanti furono le preghiere perché si trattenesse ancora, ma lui fu inflessibile. Alcuni affari, disse, esigevano il suo immediato intervento.

       Il tutto alla presenza del vecchio pastore.

       «Non ve ne andrete sul serio!», chiese prendendo Mr Pickwick in disparte.

       Mr Pickwick ribadď la decisione presa.

       «Ecco allora un piccolo manoscritto che speravo di leggervi io stesso. L'ho trovato alla morte di un mio amico - un medico che operava nel manicomio della contea - in mezzo a molte carte che avevo la facoltą di distruggere o di conservare a mia discrezione. Mi Ź arduo credere che si tratti di manoscritto autentico, e certamente non Ź di pugno del mio amico. Forse Ź produzione autentica di un pazzo, forse, come credo piĚ probabile, Ź il delirio di una creatura infelice: leggetelo e giudicate da voi».

       Mr Pickwick, preso il manoscritto, si accomiatė dal vecchio e garbato gentiluomo con vive espressioni di stima e di simpatia.

       Impresa piĚ difficile fu congedarsi dagli abitanti di Manor Farm che si erano prodigati con tanta cordiale ospitalitą. Baciė le signorine Wardle - quasi fossero sue figlie, stavamo per dire, ma poiché forse in quel commiato ci mise un po' piĚ di calore, il paragone non reggerebbe; - abbracciė l'anziana signora Wardle con filiale trasporto; con patriarcale solennitą diede un buffetto sulle rosee guance delle cameriere e nelle mani di ciascuna fece scivolare un segno piĚ tangibile della propria soddisfazione. Ancora piĚ sentito e protratto fu lo scambio di saluti affettuosi e cordiali con l'ottimo padron di casa Mr Trundle, e solo dopo che ebbero ripetutamente chiamato Mr Snodgrass, che alla fine emerse da un buio corridoio, seguito a ruota dalla signorina Emily (i cui occhi luminosi sembravano stranamente velati), i tre riuscirono a strapparsi dagli abbracci degli affezionati amici. Nell'allontanarsi lentamente da Manor Farm, si volsero piĚ e piĚ volte; molti baci Mr Snodgrass affidė al vento rispondendo a quanto sembrava un fazzoletto femminile che fluttuava a una delle finestre del primo piano, fino a che una curva del sentiero non nascose alla vista la vecchia casa.

       A Muggleton si procurarono un mezzo di trasporto per Rochester; per quando vi giunsero, l'angoscia si era placata al punto da consentire loro di consumare un eccellente pranzo. Raccolte che ebbero tutte le informazioni sull'itinerario da percorrere, nel pomeriggio i tre amici si rimisero in cammino alla volta di Cobham.

       Passeggiata deliziosa: era un gradevole pomeriggio di giugno, la strada attraversava un bosco fitto e ombroso, accarezzato da una brezza fresca che faceva frusciare delicatamente le folte chiome degli alberi, e rallegrato dalle canzoni degli uccelli appollaiati sui rami. Edera e muschio avvolgevano densi gli antichi tronchi; l'erbetta verde che si stendeva sul terreno pareva un tappeto di seta. Sbucarono in un ampio parco con un antico castello che sfoggiava l'architettura bizzarra e pittoresca dell'etą elisabettiana. Da ogni lato si vedevano infiniti filari di querce e olmi; i daini in branchi pascolavano sull'erbetta fresca; ogni tanto una lepre impaurita guizzava svelta sul prato, rapida come le ombre delle nuvole che, simili al soffio fuggevole dell'estate, attraversavano il paesaggio immerso nel sole.

       «Se tutti coloro che sono afflitti dalle stesse angosce che tormentano il nostro amico, venissero qui, l'arcaico attaccamento alla vita riaffiorerebbe ben presto, immagino», disse Mr Pickwick guardandosi intorno.

       «Sono dello stesso parere», disse Mr Winkle.

       «Davvero», aggiunse Mr Pickwick quando, mezz'ora dopo, raggiunsero il villaggio, «per essere la scelta di un misantropo questo Ź uno dei luoghi piĚ gradevoli e accoglienti che abbia mai visto».

       Su questo giudizio concordavano le opinioni di Mr Winkle e di Mr Snodgrass. Messi sulla giusta strada dalle indicazioni loro fornite, i tre amici entrarono alla Borraccia, una locanda paesana linda e comoda, e qui subito chiesero notizie di un gentiluomo che rispondeva al nome di Tupman.

       «Porta i signori nella sala, Tom», disse la padrona.

       Un ragazzo di campagna, grande e grosso, aprď una porta all'estremitą del corridoio, e i tre amici si trovarono in una stanza lunga, dal soffitto basso, arredata con tante sedie di cuoio dagli alti schienali e dalla forma bizzarra, e impreziosita da vecchi ritratti e stampe antiche colorate in modo primitivo. In fondo alla stanza un tavolo, ricoperto da una tovaglia bianca, traboccava di cibi: pollo arrosto, pancetta, birra e tutti i possibili contorni. A questo tavolo sedeva Mr Tupman: non pareva affatto un uomo che abbia dato l'addio al mondo.

       Al vederli entrare, il gentiluomo, posati coltello e forchetta, si fece loro incontro con un'aria da funerale.

       «Non mi aspettavo di vedervi qui», disse afferrando la mano di Mr Pickwick. «Siete stati molto buoni!».

       «Ah!», disse Mr Pickwick sedendosi e asciugandosi dalla fronte il sudore provocato dalla camminata. «Finite di cenare e poi venite con me. Desidero parlarvi da solo».

       Mr Tupman fece come gli era stato chiesto, mentre Mr Pickwick, rinfrescatosi con una generosa sorsata di birra, aspettava che l'amico terminasse la sua piacevole occupazione.

       La cena sparď ben presto e insieme i due uomini uscirono.

       Per mezz'ora si sarebbero potute vedere le due figure che, avanti e indietro, percorrevano il sagrato della chiesa, mentre Mr Pickwick si adoperava con strenua energia per dissuadere l'amico dal mettere in esecuzione il suo proposito. Inutile ripetere le sue argomentazioni: quale lingua potrebbe convogliare nelle parole l'energia e la forza impressevi dal grande artefice? Forse Mr Tupman era gią stanco del suo romitaggio, forse fu del tutto incapace di resistere all'eloquente appello che gli veniva rivolto: non importa. Il risultato fu che cedette.

       Poco importava, disse, dove avrebbe trascinato gli infelicissimi giorni che ancora gli restavano della sua miserabile esistenza. Poiché il suo amico dava tanto valore alla sua umile compagnia, era disposto a condividerne le avventure.

       Mr Pickwick sorrise; si strinsero la mano e ritornarono dai loro compagni.

       Fu in quel momento che Mr Pickwick fece un'immortale scoperta: orgoglio e vanto dei suoi amici; invidia degli archeologi di questo e di tutti gli altri paesi del mondo. Non ricordando l'esatta ubicazione della locanda, vi passarono accanto e si addentrarono per un tratto nel villaggio. Nel ritornare sui loro passi, lo sguardo di Mr Pickwick si posė su un frammento di pietra, in parte affondato nel terreno, davanti alla porta di una casuccia. Si fermė.

       «Molto strano», disse Mr Pickwick.

       «Cosa Ź strano?», chiese Mr Tupman guardando zelante ogni oggetto tranne quello giusto. «Che Dio ci benedica, cosa succede?».

       Queste ultime parole proruppero a manifestare lo sbigottimento di Mr Tupman nel vedere l'amico che, in ginocchio davanti a una pietra, armato di fazzoletto, nell'entusiasmo della scoperta, si dava da fare per ripulirla dalla polvere.

       «C'Ź un'iscrizione qui», annunciė Mr Pickwick.

       «Possibile?», disse Mr Tupman.

       «Riesco a discernere», proseguď il primo continuando a sfregare con tutta la forza e aguzzando lo sguardo attraverso gli occhialetti, «riesco a discernere una croce, una B e una T. ť importante!», aggiunse alzandosi. «L'iscrizione Ź antichissima, forse anteriore agli ospizi che sorgevano qui. Non si deve perderla».

       Andė a bussare alla porta della casetta e ad aprirla si affacciė un villico. «Sapete dirmi come Ź finita qui questa pietra, brav'uomo?» chiese benevolo Mr Pickwick.

       «No, che non lo so», rispose l'uomo compito. «ť lď da un mucchio di tempo. Da prima di nascere io, anzi, se per quello, da prima che nascano tutti gli altri qui».

       Mr Pickwick gettė un'occhiata di trionfo al suo amico.

       «Voi... voi non ci tenete molto, immagino», aggiunse Mr Pickwick con voce fremente che tradiva l'ansia. «Non vi dispiacerebbe venderla?».

       «E chi vuol comprarla?», si informė l'uomo con un'espressione che, nelle intenzioni, doveva essere di grande astuzia.

       «Vi do subito dieci scellini, se me la tirate su», disse Mr Pickwick.

       ť facile immaginare lo stupore della gente del villaggio quando la pietra, dissotterrata con un solo colpo di vanga, portata alla locanda da Mr Pickwick che si accollė da solo quella faticosa impresa, e lavata con cura, venne posta nel bel mezzo del tavolo. Non appena la pazienza e l'assiduitą dei pickwickiani, il gran sfregare e grattare che fecero furono coronati dal successo, la loro esultanza e il loro gaudio non conobbero limiti. La pietra era irregolare e scabra; le lettere erano storte e irregolari, ma era chiaramente decifrabile il seguente frammento di una iscrizione:

 

              BILST

              UM

              PSSU

              AFIRMA

 

       Quando Mr Pickwick si sedette, tutto gongolante per il tesoro che aveva scoperto, gli occhi gli splendevano di gioia. Aveva coronato uno dei suoi sogni piĚ ambiziosi. In una contea nota per l'abbondanza di reperti archeologici, in un villaggio dove ancora sussistevano testimonianze dei tempi remoti, egli- il presidente del Circolo Pickwick - aveva scoperto una strana e curiosa iscrizione di indubbia antichitą, sfuggita all'attenzione dei tanti studiosi che lo avevano preceduto. Non credeva ai propri occhi.

       «Ho deciso: domani ritorniamo in cittą».

       «Domani!», esclamarono i suoi ammirati seguaci.

       «Domani. Questo preziosissimo reperto deve essere messo al sicuro dove possa essere valutato con attenzione e adeguatamente inteso. Ho anche un altro motivo per fare ciė. Fra qualche giorno ci sarą un'elezione nella circoscrizione di Eatanswill; agente elettorale di uno dei candidati Ź Mr Perker, che ho conosciuto di recente. Andremo a vedere e ad analizzare con attenzione un evento di grande interesse per ogni inglese».

       «Sď, ci andremo», risuonarono appassionate tre voci in coro.

       Mr Pickwick si guardė intorno. L'affetto e il fervore dei suoi seguaci accendevano in lui la fiamma dell'entusiasmo. Era il loro capo e maestro e lo sentiva.

       «Celebriamo questa felice ricorrenza con un brindisi conviviale», suggerď. Questa proposta, come la precedente, ricevette unanime applauso. Dopo aver depositato l'importante pietra in una piccola cassetta di legno di abete, acquistata appositamente dalla padrona della locanda, si piazzė a capotavola in poltrona, e la sera trascorse fra lieti conversari.

       Erano le undici e mezza - ora tarda per il piccolo villaggio di Cobham - quando Mr Pickwick si ritirė nella camera da letto approntata per riceverlo. Aprď la finestra e, sistemato il candeliere sul tavolo, piombė in una serie di riflessioni sugli incalzanti avvenimenti dei due ultimi giorni.

       L'ora e il luogo favorivano la meditazione; a riscuoterlo dai suoi pensieri fu l'orologio della chiesa che batteva la mezzanotte. Il primo rintocco risuonė solenne ai suoi orecchi, ma quando l'eco dell'ultimo si spense, il silenzio immobile dell'ora gli sembrė insopportabile. Gli sembrava quasi di aver perso un amico. Era nervoso e irrequieto; si svestď in fretta, posė la lampada sul caminetto e si mise a letto.

       Tutti hanno vissuto la sgradevole esperienza di una grande stanchezza fisica che invano lotta contro l'insonnia. Cosď si sentiva in quel momento Mr Pickwick; si girė e rigirė; con ostinata tenacia tenne gli occhi chiusi nel tentativo di persuadere se stesso ad assopirsi. Inutile. Forse erano le estenuanti fatiche affrontate, oppure il caldo, oppure l'alcol, o forse il letto diverso, fatto sta che i suoi pensieri ritornavano, con una sgradevole sensazione di disagio, ai quadri visti al pianterreno e rimuginavano sulle vecchie storie evocate nel corso della serata. Dopo essersi rivoltato nel letto per mezz'ora, giunse alla desolante conclusione che era inutile sforzarsi di dormire. Si alzė e si vestď a metą. Qualsiasi cosa piuttosto che starsene lď disteso ad arzigogolare fantasie ossessionanti, pensė. Guardė fuori della finestra: buio pesto. Girellė per la stanza: era triste e silenziosa.

       Era andato su e giĚ dalla finestra alla porta e dalla porta alla finestra un paio di volte, quando gli venne in mente il manoscritto del pastore. Buona idea, quella. Se non lo avesse trovato interessante, almeno si sarebbe addormentato. Lo prese dalla tasca della giacca e, avvicinando al letto un tavolino smoccolė la candela, inforcė gli occhiali e si accinse a leggere. Era una strana calligrafia; le pagine erano sporche e macchiate. Il titolo lo fece sobbalzare e non poté trattenersi dal gettare tutto intorno uno sguardo ansioso. Riflettendo sull'assurditą di abbandonarsi a quelle sensazioni, smoccolė ancora la candela e iniziė la lettura.

 

 

Manoscritto di un pazzo

 

       «Sď! Di un pazzo! Quanto mi avrebbe impressionato, anni fa, questa parola! Come avrebbe risvegliato il terrore! Quel terrore che a tratti mi soverchiava, mentre nelle vene il sangue pulsava con fremiti martellanti, fino a che la gelida rugiada della paura non mi imperlava la pelle con grandi gocce e per lo spavento le ginocchia tremavano! Oggi quella parola mi piace. E bella. Ditemi se mai cipiglio corrucciato di re ha suscitato piĚ terrore dello sguardo in un pazzo - se mai cappio o mannaia furono piĚ implacabili della stretta di un pazzo. Oh, oh! ť esaltante essere pazzi! Essere guardati di sottecchi attraverso le sbarre di ferro come si guardano i leoni indomiti... digrignare i denti e urlare nella lunga notte silenziosa al tintinnio gioioso di una catena... rotolarsi e contorcersi nella paglia, trasportati da una musica tanto avvincente. Viva il manicomio! Oh, luogo prezioso!

       «Ricordo i giorni nei quali temevo di essere pazzo: mi svegliavo nel sonno, cadevo in ginocchio, pregavo di essere risparmiato dalla maledizione della mia stirpe; fuggivo alla vista della gioia e della felicitą per andare a nascondermi in luoghi solitari dove passavo ore estenuanti a spiare il progredire della febbre che mi avrebbe devastato la mente. Sapevo che di pazzia erano pregni il mio sangue e il midollo delle mie ossa; che una generazione era rimasta indenne dalla pestilenza e che sarebbe riapparsa in me per primo. Doveva essere cosď, lo sapevo: cosď era sempre stato e sempre sarebbe stato. Quando, rintanato nel cantuccio buio di una stanza affollata, vedevo la gente che sussurrava, indicava nella mia direzione, volgeva lo sguardo su di me, sapevo che parlavano dell'uomo destinato a diventar pazzo: allora strisciavo lontano a torturarmi in solitudine.

       «Per anni vissi cosď; lunghi, lunghissimi anni. Qui a volte le notti si trascinano lente, molto lente; ma sono nulla a paragone delle notti irrequiete e degli incubi di un tempo. Rabbrividisco al ricordo. Acquattate negli angoli della stanza se ne stavano grandi figure cupe dai volti sogghignanti e beffardi, e di notte, curve sul mio letto, mi additavano, seducenti, la pazzia. Con lievi sussurri mi dissero che nella vecchia casa dove era morto il padre di mio padre, sul pavimento c'erano le chiazze del suo sangue che, nel furore, egli stesso aveva sparso. Mi tappavo le orecchie con le dita, ma loro mi urlavano nella mente fino a far risuonare tutta la stanza: una sola generazione era rimasta indenne dalla pazzia, ma il nonno di mio padre per anni aveva vissuto con le mani incatenate al suolo perché non si dilaniasse. Dicevano la veritą, lo sapevo... lo sapevo bene. Tutti avevano cercato di nascondermela, ma io l'avevo scoperta anni prima. Ah, ah! Mi giudicavano pazzo, ma ero troppo astuto per loro.

       «Alla fine la pazzia mi invase; mi sorpresi di averne avuto tanta paura. Ora potevo andar nel mondo a ridere e sbraitare con i migliori di loro. Sapevo di essere pazzo, ma nessuno lo sospettava. Con quale esultanza mi compiacevo al pensiero dello scherzo che giocavo a tutti, dopo quel gran sbirciare e additare quando non ero stato pazzo, ma solo terrorizzato di esserlo un giorno! Quanto ridevo al pensiero di come riuscissi a custodire bene il mio segreto e di come se ne sarebbero scappati in fretta i miei buoni amici, se avessero conosciuto la veritą. A volte, cenando a tu per tu con qualcuno di quei gaudenti, avevo voglia di urlare, estasiato al pensiero di come sarebbe impallidito e sarebbe scappato a gambe levate, se avesse saputo che il caro amico sedutogli accanto, intento ad affilare un baluginante coltello, era un pazzo con la forza e quasi il desiderio di affondarglielo nel cuore. Oh, che vita gioiosa!

       «Divenni ricco, il danaro fluiva nelle mie tasche; mi abbandonai a. piaceri che la consapevolezza di quel segreto cosď ben custodito esaltava mille volte. Ereditai una vasta proprietą. La legge, perfino lo sguardo penetrante della legge, si lasciė ingannare e assegnė alle mani di un pazzo migliaia di sterline contese. Dov'era il senno degli uomini sani di mente? Dov'era la scaltrezza degli uomini di diritto attenti a cogliere il minimo errore? L'astuzia del pazzo li aveva ingannati tutti.

       «Avevo danaro. Come ero corteggiato! Spendevo con larghezza. Come mi lodavano! Come si umiliavano davanti a me quei tre fratelli arroganti! Quanta deferenza, quanto rispetto, quanto devoto affetto! Perfino il padre mi adorava, un vecchio con i capelli grigi! Per il vecchio era una figlia, per i giovani era una sorella; tutti e cinque erano poveri. Io ero ricco. Quando la sposai, sui volti dei parenti bisognosi lessi un sorriso di trionfo: pensavano al piano cosď ben riuscito e alla bella ricompensa. Era il mio momento di sorridere. Sorridere! Ridere a squarciagola, strapparmi i capelli, rotolarmi per terra con grida di giubilo. Non avevano idea di averla data in moglie a un pazzo. «Un momento! Se l'avessero saputo, l'avrebbero salvata? La felicitą di una sorella contro l'oro del marito: piuma lieve che fluttua nell'aria contro la bella catena che adorna il mio corpo!

       «In una sola cosa mi ingannai malgrado tutta la mia scaltrezza. Se non fossi stato pazzo - noi pazzi, pur con il nostro acume, a volte, ci confondiamo - avrei capito che quella giovane donna si sarebbe lasciata deporre rigida e fredda in una squallida bara di piombo anziché essere condotta, sposa invidiata, nella mia ricca, splendente casa. Avrei dovuto capirlo: il suo cuore spasimava per il giovane dagli occhi bruni che una volta l'avevo sentita chiamare per nome nel sonno irrequieto, era stata sacrificata a me per alleviare la povertą del vecchio canuto e degli altezzosi fratelli.

       «Non ricordo le sue forme né il suo volto ormai, ma so che era bellissima. Lo so. Nelle luminose notti di luna, quando di soprassalto mi scuoto dal torpore e intorno a me tutto Ź tranquillo, io vedo, quieta e immobile in un angolo di questa cella, una figura esile e devastata, con lunghi capelli neri sparsi sulle spalle che nessun vento terreno potrebbe far ondeggiare, con gli occhi spalancati fissi su di me, senza mai abbassarsi. Silenzio! Mi si gela il sangue nelle vene mentre scrivo: quella figura Ź lei; il volto Ź pallidissimo, gli occhi lucenti come il vetro. Li riconosco. La figura non si muove mai; non aggrotta la fronte né contorce la bocca come fanno a volte quelli che abitano in questo luogo: uno spettacolo orribile, piĚ orribile ancora dei fantasmi che mi perseguitavano anni fa: giunge direttamente dalla tomba ed Ź assai simile alla morte.

       «Per quasi un anno vidi il suo volto farsi sempre piĚ pallido; per quasi un anno vidi le lacrime scorrere furtive sulle sue guance dolenti, senza saperne la ragione. Alla fine, tuttavia, la scoprii. Non mi aveva mai amato; non avevo mai creduto che mi amasse: disprezzava la mia ricchezza, odiava lo splendore che la circondava: questo non me lo ero aspettato. Amava un altro: a questo non avevo mai pensato. Strani sentimenti mi invasero; nel cervello mi vorticavano pensieri evocati da energie misteriose. Non la odiavo, ma odiavo il ragazzo che lei continuava a rimpiangere. Provavo pietą - sď, pietą - per l'infelice vita alla quale l'avevano condannata i parenti egoisti e malvagi. Non sarebbe vissuta a lungo, lo sapevo, ma il pensiero che prima di morire potesse generare un infelice destinato a trasmettere la pazzia ai suoi discendenti mi indusse a prendere una risoluzione: l'avrei uccisa.

       «Per settimane e settimane pensai di avvelenarla, poi di annegarla, poi di bruciarla. Bello spettacolo quello della grandiosa dimora in fiamme e dentro la moglie del pazzo che si tramuta in cenere. Che beffa mettere una taglia e vedere qualcuno sano di mente penzolare dalla forca per un crimine mai commesso, e tutto grazie alla scaltrezza di un pazzo! Questo pensiero mi assaliva spesso, ma alla fine ci rinunciai. Oh, il piacere di affilare il rasoio giorno dopo giorno, saggiando il filo tagliente, beandomi al pensiero dello squarcio inflitto da quella lama sottile e luccicante!

       «Alla fine gli antichi fantasmi, tanto spesso accanto a me, mi sussurrarono nell'orecchio che era venuto il momento e in mano mi posero il rasoio aperto. Lo afferrai saldamente, in silenzio mi alzai dal letto e mi chinai su mia moglie addormentata. Teneva il volto nascosto fra le mani. Le scostai piano, e caddero sul petto inerti. Aveva pianto, sulle guance c'erano ancora le tracce delle lacrime. Il volto era tranquillo e sereno mentre la fissavo, un sorriso beato le illuminė i lineamenti pallidi. Con dolcezza le posai una mano sulla spalla. Ebbe un sussulto... era soltanto un sogno effimero. Mi chinai di nuovo su di lei. Si svegliė con un singulto.

       «Un colpo: e lei non avrebbe mai piĚ emesso grido o suono. Ma ero atterrito e mi ritrassi. I suoi occhi erano fissi nei miei. Non so come sia avvenuto, ma quello sguardo mi spaventė, mi gettė nel panico; arretrai davanti all'espressione di quegli occhi. Si levė dal letto fissandomi con intensa fermezza. Tremavo; in mano avevo il rasoio, ma non riuscivo a muovermi. Si volse verso la porta; come vi fu vicina, si girė e distolse gli occhi dal mio volto. L'incantesimo era spezzato. Con un balzo l'afferrai per il braccio. Urlava, urlava senza fine, poi si abbandonė cadendo a terra.

       «Avrei potuto ucciderla senza incontrare resistenza, ma in casa tutti erano in allarme. Sentivo sulle scale lo scalpiccio di passi. Riposi il rasoio al suo posto nel cassetto, aprii la porta, a gran voce chiamai aiuto.

       «Accorsero, la sollevarono, l'adagiarono sul letto. Per ore giacque priva di sensi; riacquistė vita, vista, parola, ma il senno l'aveva abbandonata: delirava con selvaggio furore.

       «Furono chiamati i medici: luminari che arrivavano alla mia porta in comode carrozze, con bei cavalli e valletti sgargianti. Per settimane rimasero al suo capezzale. Tennero un consulto: si riunirono in un'altra stanza parlando a voce bassa e solenne. Uno di loro, il migliore e il piĚ celebre, mi prese da parte e, preparandomi al peggio, disse - a me che ero pazzo! - che mia moglie aveva perso la ragione. Mi era vicino davanti a una finestra aperta: gli occhi fissi sul mio viso, la mano appoggiata sul mio braccio. Avrei potuto buttarlo nella strada sottostante con un unico spintone. Bel colpo sarebbe stato, ma il mio segreto era in pericolo e lo lasciai andare. Alcuni giorni dopo, mi dissero che dovevo tenerla sotto sorveglianza, che dovevo trovare qualcuno che la vigilasse. Io! Andai in aperta campagna dove nessuno poteva sentirmi e risi fino a far risuonare l'aria intorno!

       «Morď il giorno successivo. Il vecchio dai capelli bianchi l'accompagnė fino alla fossa; gli orgogliosi fratelli versarono lacrime sul suo corpo senza vita, loro che con cuore di pietra l'avevano lasciata soffrire quando era in vita. Di tutto questo si pasceva il mio segreto giubilo; tornando a casa, dietro il fazzoletto bianco che tenevo sul volto, risi fino a che le lacrime non mi salirono agli occhi.

       «Uccidendola, avevo conseguito il mio scopo, ma ero irrequieto, tormentato: sentivo che entro poco tempo il mio segreto sarebbe stato scoperto. Non riuscivo a nascondere l'esultanza inebriante e la gioia che ribollivano nel mio animo e mi inducevano, quando ero solo, a casa mia, a saltare, battere le mani, ballare, ridere fragorosamente. Quando uscivo e vedevo la folla che indaffarata correva per le strade, oppure quando andavo a teatro e sentivo la musica, oppure vedevo la gente che ballava, provavo una tale allegrezza che mi veniva voglia di precipitarmi fra loro, di sbranarli a membro a membro, di urlare nell'esaltazione. Ma digrignavo i denti, battevo i piedi, mi conficcavo le unghie nei palmi: mi trattenevo e nessuno ancora sapeva che ero pazzo.

       «Ricordo - una delle ultime cose che riesco a ricordare perché oggi sogno e realtą si confondono e, con tante cose da fare, ora che qui sono sempre pungolato, non ho piĚ tempo di districarne lo strano guazzabuglio - ricordo come alla fine il mio segreto sia trapelato. Ah, ah! Rivedo i loro volti atterriti provo ancora il sollievo con cui li scacciai lontano da me, agito ancora i pugni contro quelle facce bianche, ricordo di essere fuggito veloce come il vento, lasciandoli alle spalle a strillare e a urlare. Quando penso a tutto ciė, mi sento invadere dalla forza di un gigante. Ecco... guardate come questa sbarra di ferro si piega sotto la mia furia. Potrei spezzarla come un fuscello, ma ci sono lunghe gallerie con infinite porte... non potrei orientarmi. Se anche ci riuscissi, sotto ci sarebbero i cancelli sbarrati e sprangati, ne sono certo. Sono un pazzo lucido, lo sanno, sono orgogliosi di avermi qui per mostrarmi.

       «Fatemi pensare... sď, ero fuori. Quando tornai a casa, era tardi di sera; trovai ad aspettarmi uno dei fratelli, il piĚ orgoglioso dei tre. Affari urgenti, disse: lo ricordo bene. Odiavo quell'uomo come soltanto un pazzo sa odíare. Innumerevoli volte le mie mani avevano desiderato di farlo a pezzi. Era lď, mi dissero. Corsi veloce al primo piano. Doveva parlarmi. Congedai la servitĚ. Era tardi, eravamo soli... per la prima volta.

       «Dapprincipio evitai con cura di guardarlo, perché sapevo una cosa che lui ignorava - inebriante consapevolezza; - nei miei occhi la luce della follia risplendeva simile a una fiamma. Per qualche minuto rimanemmo seduti in silenzio. Fu lui a parlare. La mia condotta dissipata, certe strane osservazioni, a cosď breve tempo dalla morte della sorella, erano un insulto alla sua memoria. Mettendo insieme varie circostanze che dapprima erano sfuggite alla sua attenzione, aveva concluso che non l'avevo trattata bene. Desiderava sapere se fosse corretta la sua deduzione: intendevo screditarne la memoria e disonorarne la famiglia. L'uniforme che indossava gli imponeva di esigere una spiegazione.

       «Costui aveva un grado nell'esercito, un grado acquistato con il mio danaro al prezzo dell'infelicitą della sorella! Era stato lui a promuovere il complotto per attirarmi nella trappola e impossessarsi delle mie ricchezze. Era stato lui a indurla a sposarmi, pur sapendo che il cuore della sorella apparteneva a quel bamboccio. L'uniforme gli imponeva! La livrea della sua degradazione! Volsi gli occhi su di lui - non riuscii a evitarlo - ma non pronunciai parola.

       «Osservai il mutamento che, sotto il mio sguardo, avveniva in lui. Era un uomo audace, ma il colore gli svanď dal volto. Tirė indietro la sedia, avvicinai la mia e, mentre ridevo - mi sentivo davvero felice in quel momento - lo vidi rabbrividire. Percepii la pazzia crescermi dentro. Avevo paura.

       «"Eravate affezionato a vostra sorella quando era in vita", dissi, «molto».

       «Si guardė intorno con imbarazzo, notai che la sua mano si stringeva sulla spalliera della sedia: non rispose.

       «"Furfante!", esclamai. «Vi ho scoperto! So tutto delle vostre diaboliche manovre contro di me. Il suo cuore apparteneva a un altro prima che voi la costringeste a sposare me. Lo so... Io so!».

       «Saltė in piedi, afferrė la sedia e la brandď in alto, ingiungendomi di stare indietro... mentre parlavo, infatti, avevo avuto l'avvertenza di avvicinarmi sempre di piĚ a lui.

       «Non parlavo, urlavo: l'impeto della passione mi travolgeva facendomi ribollire il sangue nelle vene; con i loro sussurri, gli antichi fantasmi mi incitavano a strappargli il cuore.

       «"Maledetto!", urlai balzando in piedi e buttandomi addosso a lui. «L'ho uccisa! Sono pazzo. Morte a te! Sangue, sangue! Sono assetato di sangue!».

       «Con un colpo scansai, gettandola di lato, la sedia che nel suo terrore aveva lanciato contro di me e mi avventai addosso. Con uno schianto crollammo insieme sul pavimento e cominciammo a rotolarci avvinghiati.

       «Fu una bella lotta: un uomo alto e forte che lottava per la vita; un pazzo possente, bramoso di distruggerlo. Sapevo che nessuna forza avrebbe uguagliato la mia, e avevo ragione. Sempre ragione, pur nella mia follia! Il suo attacco si fece piĚ debole. Con le ginocchia sul suo petto afferrai strettamente la gola muscolosa. Il volto gli divenne color porpora; gli occhi schizzavano dalle orbite; protendendo dalla bocca, la lingua sembrava schernirmi. Strinsi ancora di piĚ.

       «Con un gran schianto la porta si spalancė all'improvviso e una marea di gente irruppe dentro urlando di fermare il pazzo.

       «Il mio segreto non era piĚ tale; ormai lottavo per la libertą e la salvezza. Prima che qualcuno mi afferrasse, ero gią in piedi; mi gettai fra gli assalitori, mi aprii un varco spingendo con il braccio possente che pareva armato di una scure pronta ad abbattersi su tutti coloro che mi stavano davanti. Raggiunsi la porta, saltai oltre la balaustra, in un attimo mi trovai in strada.

       «Diritto e rapido corsi senza che nessuno osasse fermarmi. Dietro a me sentivo lo scalpiccio dei piedi; raddoppiai la corsa. Il rumore si fece sempre piĚ debole in lontananza e alla fine si spense del tutto, ma avanti mi lanciai nella mia corsa attraverso pantani e ruscelli, oltre palizzate e muri, con grida selvagge: strane creature che mi volteggiavano intorno da ogni parte raccoglievano il mio urlo, lo ingigantivano fino a che non ne riecheggiė tutta l'aria intorno. Demoni mi trasportarono sulle loro braccia, demoni che guizzavano sul vento, abbattendo argini e siepi, che mi facevano vorticare in un turbine a velocitą inebriante; alla fine mi gettarono lontano con uno strattone violento ed io caddi pesantemente sulla terra. Al risveglio mi trovai qui, in questa grigia cella dove di rado giunge la luce del sole e la luna si introduce furtiva con raggi che servono soltanto a mostrare le ombre cupe intorno a me e quella figura silenziosa nell'angolo. Durante le veglie sento a tratti strane urla e gemiti da punti lontani di questo immenso edificio. Che cosa siano, non lo so, ma non vengono dalla forma esangue né quella se ne dą pena. Dalle prime ombre del crepuscolo fino alle pallide luci che annunciano il mattino, se ne rimane immobile nello stesso luogo: ascolta la musica della catena di ferro che mi avvince e guarda intenta le mie capriole sul giaciglio di paglia».

 

       Alla fine del manoscritto c'era questa nota scritta da altro pugno:

 

       «L'infelice, i cui deliri sono riportati sopra, rappresenta un triste esempio dei perniciosi risultati di energie mal orientate in gioventĚ e di eccessi portati cosď oltre da non potersi riparare alle conseguenze. La folle frenesia, la dissipatezza, la depravazione degli anni giovanili produssero febbre e delirio. Il primo sintomo fu la strana allucinazione, fondata su una teoria medica molto nota, da alcuni difesa energicamente, da altri confutata a oltranza, che nella famiglia esistesse una tara ereditaria. Da qui si sviluppė una malinconia permanente, che con l'andar del tempo divenne uno scompenso morboso e da ultimo sfociė in delirante follia. Abbiamo tutti i motivi di credere che gli avvenimenti narrati, anche se l'immaginazione malata li ha distorti, siano effettivamente accaduti. Coloro che hanno conosciuto gli eccessi viziosi dei suoi anni giovanili si sorprendono che gli impulsi, non piĚ frenati dalla ragione, non lo abbiano portato a commettere fatti ancora piĚ terribili».

 

       Mentre Mr Pickwick completava la lettura del manoscritto del vecchio pastore, la candela si era quasi consumata tutta quand'ecco la fiamma, senza alcun guizzo di avvertimento, si spense all'improvviso. Mr Pickwick con i nervi tesi ebbe un sobbalzo. Strappandosi velocemente di dosso quei capi di vestiario che si era messo quando, irrequieto, si era alzato dal letto, con un'occhiata timorosa tutto intorno, si cacciė di nuovo fra le coperte e ben presto cadde in un sonno profondo.

       Si risvegliė che era giorno fatto e il sole splendeva allegro nella sua stanza. L'umor tetro che lo aveva oppresso la notte precedente si era dileguato con le ombre tenebrose che, come un sudario, avevano avvolto il paesaggio, ed ora i suoi pensieri e le sue sensazioni erano gioiosi e leggeri come il mattino stesso. Dopo una robusta colazione, i quattro gentiluomini si misero in marcia verso Gravesend, seguiti da un uomo che portava, racchiusa nella scatola di legno, la pietra. Raggiunsero quel borgo verso l'una (i bagagli da Rochester li avevano spediti direttamente a Londra) e, avuta la fortuna di trovare dei posti esterni sulla diligenza, quello stesso pomeriggio giunsero a Londra, in buona salute e di buon umore.

       I successivi tre o quattro giorni furono spesi nei preparativi necessari al viaggio che li avrebbe condotti a Eatanswill. Poiché un resoconto di tale importantissima impresa esige un capitolo a parte, possiamo dedicare le poche righe che mancano a concludere questo a narrare, molto brevemente, la storia della scoperta archeologica.

       Dagli Atti del Circolo risulta che Mr Pickwick, in una conferenza sulla sua scoperta tenuta davanti all'Assemblea Generale dei soci del club, convocata la sera successiva al suo ritorno, si addentrė in varie congetture ingegnose ed erudite sul significato dell'iscrizione. Risulta inoltre che un esperto artista eseguď una riproduzione fedele del raro oggetto e che tale disegno, inciso su pietra, venne presentato alla Reale Societą Archeologica e ad altre associazioni di studiosi; che dalle controversie sull'argomento sorsero invidie e dissidi a non finire; che Mr Pickwick stesso compose un opuscolo di novantasei pagine fitte fitte in cui proponeva ventisei diverse letture dell'iscrizione; che tre anziani gentiluomini eliminarono i loro primogeniti dall'asse ereditario, assegnando a ciascuno soltanto uno scellino, per aver dubitato dell'antichitą del documento; che altri, travolti dalla passione, eliminarono se stessi prematuramente per la disperazione di non riuscire a decifrarne il significato. Risulta che per aver fatto quella scoperta Mr Pickwick fu nominato membro onorario di diciassette enti nazionali e stranieri; che nessuno di tali enti riuscď a capire nulla, ma che tutti e diciassette giuravano trattarsi di cosa straordinaria.

       Mr Blotton, in veritą, - sia condannato il suo nome all'eterno disprezzo di coloro che coltivano gli ideali del misterioso e del sublime - Mr Blotton, dicevamo, con la diffidenza e la cavillositą tipiche dell'animo rozzo, ebbe la presunzione di prospettare una spiegazione ignobile quanto assurda. Spinto dal desiderio di offuscare il lustro intorno al nome dell'immortale Pickwick, il citato Mr Blotton si recė personalmente a Cobham e al ritorno, in una orazione rivolta al club, ebbe ad osservare di aver incontrato l'uomo che aveva venduto la pietra. Costui riteneva la pietra antica, ma formalmente negava l'antichitą dell'iscrizione - dichiarava, infatti, di averla incisa lui stesso in un momento di ozio, affermando che le lettere significavano: BILL STUMPS, sua FIRMA, ma non avendo l'abitudine di comporre creazioni originali e piĚ avvezzo a obbedire alla suggestione del suono che ai rigori dell'ortografia, aveva omesso l'ultima "L" del nome.

       Il Circolo Pickwick, come ci si puė aspettare da un'istituzione cosď illuminata, accolse questa dichiarazione con il disprezzo che si meritava, espulse il presuntuoso e perfido Mr Blotton e votė, in segno di fiducia e consenso, di regalare a Mr Pickwick un paio di occhialetti d'oro; per contraccambiare Mr Pickwick si fece fare un ritratto da appendere nella sala del club.

       Mr Blotton, pur espulso, non si diede per vinto. Scrisse un opuscolo, inviandolo alle diciassette associazioni culturali, nazionali e straniere, in cui ribadiva la dichiarazione gią fatta esprimendo l'opinione, senza molte perifrasi, che tutte e diciassette erano costituite da imbroglioni. Ne seguď che, scatenata la virtuosa indignazione delle diciassette associazioni culturali, nazionali e straniere, apparvero numerosi opuscoli: le associazioni culturali straniere cominciarono a corrispondere con quelle nazionali; le associazioni nazionali tradussero in inglese gli opuscoli delle associazioni culturali straniere, le associazioni culturali straniere tradussero in tutte le possibili lingue gli opuscoli delle associazioni nazionali: ebbe cosď inizio quella celeberrima controversia scientifica, nota a tutti sotto il nome di «Controversia Pickwick».

       Questo ignobile tentativo di nuocere a Mr Pickwick si ritorse contro l'autore della calunnia. Le diciassette associazioni culturali all'unanimitą si espressero contro Mr Blotton definendolo un ficcanaso ignorante e si misero subito a redigere piĚ trattatelli che mai. A tutt'oggi la pietra Ź un imperscrutabile monumento alla grandezza di Mr Pickwick e un duraturo trofeo alla meschinitą dei suoi nemici.

 

XII • SI DESCRIVE UNA IMPORTANTISSIMA INIZIATIVA DI MR PICKWICK CHE SEGNA UN'EPOCA NON SOLO DELLA SUA VITA, MA ANCHE DI QUESTA STORIA

 

 

 

       La casa di Mr Pickwick in Goswell Street, seppure di dimensioni contenute, non era soltanto molto dignitosa e comoda, ma anche particolarmente adatta a essere l'abitazione di un uomo del suo genio e della sua perspicacia. Il salotto, al primo piano, si affacciava sulla strada; la stanza da letto, pure sul davanti della casa, era al secondo piano: cosď, in quella strada popolosa non meno che popolare, Mr Pickwick, sia che nel salotto indugiasse alla scrivania, sia che si trovasse di fronte allo specchio nell'ambiente che accoglieva i suoi sonni, aveva pari occasioni di contemplare la natura umana nei suoi molteplici aspetti. La padrona di casa, signora Bardell - vedova ed erede di un doganiere- era una donna simpatica, sempre affaccendata, di bell'aspetto, con un genio naturale per la cucina, che attento studio e costante esercizio avevano trasformato in squisita arte culinaria. Non c'erano bambini, né servitĚ, né pollame. Gli unici altri due abitanti della casa erano un omaccione e un ragazzino: il primo era un inquilino; il secondo un prodotto della signora Bardell. L'omaccione rientrava ogni sera alle dieci in punto, e a tale ora si rattrappiva entro i confini di un lettuccio da nanerottolo nel salotto sul retro; i trastulli e gli esercizi ginnici del signorino Bardell erano rigorosamente confinati ai marciapiedi e ai rigagnoli del vicinato. Lindore e tranquillitą regnavano in ogni angolo della casa, e lď dentro la volontą di Mr Pickwick era legge.

       Chiunque fosse a conoscenza di questi punti fermi nell'organizzazione domestica della casa e avesse dimestichezza con la straordinaria metodicitą della sua mente, avrebbe trovato misteriosi e inspiegabili i modi e il comportamento di Mr Pickwick il mattino precedente a quello fissato per il suo viaggio a Eatanswill. A passo concitato camminava su e giĚ per la stanza, a intervalli di circa tre minuti la sua testa sporgeva dalla finestra, guardava in continuazione l'orologio e manifestava numerosi altri segni di impazienza assai inconsueti in lui. Era evidente che qualcosa di molto importante bolliva in pentola, ma di che cosa si trattasse neppure la signora Bardell in persona era stata in grado di scoprire.

       «Signora Bardell», disse alla fine Mr Pickwick mentre l'amabile donna si apprestava a completare una lunghissima pulizia della stanza.

       «Signore?».

       «Vostro figlio Ź fuori da molto tempo».

       «Beh, c'Ź un bel pezzo di strada fino al Borough, signore», trovė da ridire la signora Bardell.

       «Vero, verissimo! Proprio cosď».

       Mr Pickwick ripiombė nel suo silenzio e la signora Bardell riprese a spolverare.

       «Signora Bardell», ricominciė Mr Pickwick in capo a pochi minuti.

       «Signore?».

       «Secondo voi, costa molto di piĚ essere in due che essere da soli?».

       «Su, Mr Pickwick», rispose lei arrossendo fino all'orlo della cuffia perché le pareva di aver notato un ammiccamento matrimoniale negli occhi dell'inquilino. «Su, Mr Pickwick, che domanda!».

       «Beh, ma cosa mi rispondete?».

       «Dipende», proseguď la signora Bardell avvicinando lo straccio per la polvere al gomito di Mr Pickwick, saldamente piantato sul tavolo, «dipende molto dalla persona- capite, Mr Pickwick - se si tratta di persona attenta e parsimoniosa, signore».

       «Verissimo, ma la persona che ho in mente (a questo punto occhiata di fuoco alla signora Bardell) possiede queste qualitą, credo. Inoltre conosce bene il mondo ed Ź molto perspicace, signora Bardell, il che puė essermi assai utile in pratica».

       «Via, Mr Pickwick», disse la signora Bardell arrossendo fino alla radice dei capelli.

       «Proprio cosď», insistette M Pickwick con energia come era sua consuetudine quando parlava di cosa che gli stava a cuore. «Proprio cosď. E, per dire le cose come stanno, ho gią bel che deciso».

       «Santo cielo!», proruppe la signora Bardell.

       «Vi sembrerą strano», disse amabilmente Mr Pickwick gettando su di lei uno sguardo benevolo, «che non abbia mai chiesto il vostro parere a tal proposito e non ve ne abbia mai parlato fino a questa mattina, quando ho mandato fuori vostro figlio... eh?».

       L'unica risposta che la signora Bardell riuscď a dare fu un'occhiata. Da lungo tempo e da lontano adorava Mr Pickwick, ed ecco che, tutto d'un tratto, si sentiva sollevata ad altezze cui non aveva osato aspirare neppure nei suoi sogni piĚ folli e audaci. Mr Pickwick stava per chiederle la mano - un piano messo a punto con premeditazione - aveva spedito il ragazzino al Borough per non averselo intorno - che premura, che attenzione!

       «Allora, che ne pensate?», chiese Mr Pickwick.

       «Oh, Mr Pickwick», rispose lei tremando tutta per l'agitazione, «siete cosď buono, signore».

       «Vi risparmierą un bel po' di fatica, vero?»

       «Non Ź stato affatto faticoso, signore. Naturalmente sono pronta a lavorare di piĚ per farvi piacere, signore. Siete cosď buono, Mr Pickwick, a prendervi a cuore la mia solitudine».

       «Sicuro! Non ci avevo pensato. Quando sarė in cittą, avrete sempre compagnia. Sicuro, proprio cosď».

       «Sarė una donna felice, ne sono certa».

       «E il vostro bambino...».

       «Che Dio lo benedica!», interruppe la signora Bardell con un sospiro materno.

       «Anche lui avrą un amico», riprese Mr Pickwick, «un amico vivace che gli insegnerą, sono pronto a giurarlo, piĚ birbonate in una settimana di quante potrebbe impararne da solo in un anno». E Mr Pickwick sorrise placido.

       «Oh, amore...», disse la signora Bardell.

       Mr Pickwick ebbe un sobbalzo.

       «Oh, caro, tenero, generoso, divertente», esclamė la signora Bardell e, detto fatto, alzatasi dalla sedia, buttė le braccia intorno al collo di Mr Pickwick, con una cascata di lacrime e un coro di sospiri.

       «Sull'anima mia!», gridė sbalordito Mr Pickwick. «Signora Bardell... mia cara donna... santo cielo, che situazione... per favore, pensate... signora Bardell, non... se dovesse arrivare qualcuno...».

       «Oh, che arrivi chi vuole», esclamė la signora Bardell con frenetico trasporto. «Non ti lascerė mai... mio caro, buono, tenero tesoro», e cosď dicendo, la signora Bardell gli si stringeva addosso sempre di piĚ.

       «Pietą!», invocė Mr Pickwick lottando con violenza. «Sento dei passi sulle scale. No, no, da brava, no!». Ma inefficaci si rivelarono sia le suppliche sia le rimostranze, perché la signora Bardell era svenuta fra le braccia di Mr Pickwick e, prima che avesse avuto il tempo di depositarla su una sedia, era entrato il signorino Bardell, annunciando i signori Tupman, Winkle, Snodgrass.

       Mr Pickwick, muto e immobile, pareva impietrito. Fra le braccia reggeva l'amabile fardello, fissando con sguardo vacuo gli amici, senza neppur un cenno di riconoscimento o di spiegazione. A loro volta quelli rimasero a fissarlo; quanto al signorino Bardell, costui li fissava tUtti.

       Lo sbalordimento dei pickwickiani era cosď intenso e la perplessitą di Mr Pickwick cosď profonda che sarebbero rimasti paralizzati in quella posizione fino a che non fossero ritornati i sensi smarriti della gentildonna, se il ragazzino non avesse fatto un gesto delicato e bellissimo di commosso affetto filiale. Nel suo abituccio stretto di velluto a coste guarnito di grandi bottoni di ottone, dapprima se ne rimase, incerto e attonito, accanto alla porta; poi, un po' alla volta, nella sua zucca non ancora del tutto giunta a maturazione, si fece strada l'impressione che a sua madre fosse stato fatto del male e, convinto che l'aggressore fosse Mr Pickwick, con ululati agghiaccianti e disumani, lanciandosi in avanti a testa bassa, si diede a prendere a pugni e a calci l'immortale gentiluomo sulla schiena e nelle gambe con tutta la violenza che gli era possibile.

       «Portatelo via, questo furfante! ť matto» implorė in mezzo alle sofferenze Mr Pickwick.

       «Che succede?», farfugliarono i tre pickwickiani.

       «Non lo so», rispose Mr Pickwick con aria stizzita. «Portatelo via». (A questo punto Mr Winkle trascinė quell'interessante personaggio, urlante e scalciante, nell'angolo opposto della stanza.) «Ora aiutatemi a portare giĚ questa donna».

       «Sto meglio», disse con voce flebile la signora Bardell.

       «Permettetemi di accompagnarvi di sotto», intervenne Mr Tupman, galante come sempre.

       «Grazie, signore,... grazie», esclamė la signora Bardell con voce isterica. E al piano di sotto venne cosď accompagnata, seguita dall'affezionato figlio.

       «Non riesco a capire...», esordď Mr Pickwick quando rientrarono i suoi amici, «non riesco proprio a capire che cosa le sia capitato. Le avevo detto di aver intenzione di assumere un domestico ed ecco che lei ha quell'attacco di parossismo che avete visto. Davvero incredibile!».

       «Davvero!», fecero i tre in coro.

       «Mi sono trovato in una situazione imbarazzantissima!», proseguď Mr Pickwick.

       «Certamente!» fu la risposta dei suoi fedeli che, con qualche colpettino di tosse, si guardarono l'un l'altro con aria dubbiosa.

       Mr Pickwick non mancė di notare quel modo di fare; percepď la loro incredulitą: era evidente che avevano sospetti su di lui.

       «C'Ź un tale nel corridoio», disse Mr Tupman.

       «L'uomo cui vi ho accennato. L'ho mandato a chiamare stamattina al Borough. Abbiate la bontą di farlo entrare, Mr Snodgrass».

       Mr Snodgrass eseguď, ed ecco farsi avanti Mr Samuel Weller.

       «Vi ricorderete di me, immagino», disse Mr Pickwick.

       «Potete giurarci», replicė Sam ammiccando con aria protettiva. «Strana giornata quella, niente male. Quel tizio forse un po' troppo sveglio per i vostri gusti, eh? Tipo in gamba, una o due misure piĚ del normale, eh?».

       «Non Ź questo il punto», si affrettė a dire Mr Pickwick. «Voglio parlarvi d'altro: sedetevi».

       «Grazie, signore». E Sam senza farselo dire due volte si sedette, dopo aver lasciato il vecchio cappello bianco sul pianerottolo fuori della porta. «Non Ź granché a vederlo», spiegė, «ma va d'incanto addosso. L'ala si Ź staccata ma, prima di andarsene, era un tetto che non finiva piĚ. Adesso perė, pesa meno, tanto per cominciare, e i buchi servono perché ci passa l'aria, tanto per finire... un fior di ventilazione, dico io». E nell'esprimere questi apprezzamenti, Mr Weller rivolse un sorriso cordiale a tutti i pickwickiani lď riuniti.

       «In relazione al punto per il quale io, con il consenso di questi signori, vi ho convocato...», esordď Mr Pickwick.

       «Il punto Ź proprio questo, signorsď», interruppe Sam. «Sputate fuori, come ha detto il papą al ragazzetto che aveva inghiottito un soldo».

       «Vogliamo, per prima cosa, sapere», proseguď Mr Pickwick, «se per qualche motivo non siete soddisfatto della vostra attuale situazione».

       «Prima di rispondere, signori, sono io, prima, a voler sapere, se voi volete offrirmene una migliore».

       Un raggio di placida benevolenza illuminė le fattezze di Mr Pickwick mentre rispondeva: «Avrei quasi deciso di assumervi io stesso».

       «Avete o non avete deciso?», fece Sam.

       Mr Pickwick assentď con la testa.

       «Paga?».

       «Dodici sterline all'anno».

       «Abiti?».

       «Due completi».

       «Lavoro ? ».

       «Farmi da cameriere, viaggiare con me e i signori qui presenti».

       «Affare fatto! Togliete il cartello «disponibile»: ingaggiato da uno scapolo a condizioni dette», rispose con enfasi Sam.

       «Accettate la proposta?», si informė Mr Pickwick.

       «Sicuro, se i vestiti mi vanno bene anche solo la metą di come mi va bene il posto, ci starė dentro d'incanto».

       «Potete fornirmi un benservito, naturalmente?»

       «Chiedete alla padrona del Cervo Bianco, signore», replicė Sam.

       «Potete venire questa sera?».

       «Entro subito nei nuovi panni, se ci sono», disse Sam vivacemente.

       «Vi aspetto alle otto stasera e, se le informazioni saranno soddisfacenti, ve li farė trovar pronti».

       Con la sola eccezione di una storia un po' piccante alla quale aveva contribuito in ugual misura una cameriera, la condotta di Mr Weller era stata cosď impeccabile che Mr Pickwick si sentď perfettamente giustificato a concludere l'accordo quella sera stessa. Con la prontezza e l'energia che caratterizzavano non solo le azioni pubbliche, ma anche la vita privata di quell'uomo eccezionale, Mr Pickwick condusse senza indugio il nuovo cameriere in uno di quegli empori assai convenienti dove si trovano abiti eleganti nuovi e di seconda mano, evitando cosď la formalitą fastidiosa e antipatica di far prendere le misure da un sarto. E prima di sera Mr Weller si ritrovė con un guardaroba che comprendeva un mantello grigio con i bottoni portanti le iniziali CP, un cappello nero con coccarda, un panciotto a righe rosa, brache di color chiaro, ghette e una quantitą di altri addobbi che sarebbe troppo lungo elencare.

       «Bene», disse quel personaggio dopo la trasformazione, mentre il mattino successivo prendeva posto sull'imperiale della diligenza diretta verso Eatanswill, «chissą se farė il lacchŹ, il servitore, il guardiacaccia, il coltivatore. Mi pare di essere una mescolanza di tutti e quattro. Non importa: cambio aria, vedo molto, lavoro poco. E tutto questo mi garba parecchio. Lunga vita ai Pickwick, dico io!».

 

XIII • ALCUNI DATI SU EATANSWILL: SULLA SITUAZIONE DEI PARTITI POLITICI LOCALI E SULL'ELEZIONE DI UN DEPUTATO IN PARLAMENTO IN RAPPRESENTANZA DI QUELL'ANTICA CIRCOSCRIZIONE LEALE E PATRIOTTICA

 

 

 

       Dobbiamo francamente ammettere che, prima di immergerci nei voluminosi incartamenti del Circolo Pickwick, di Eatanswill non avevamo mai sentito parlare; con altrettanto candore riconosciamo di aver invano cercato fino ad oggi prova dell'esistenza di questa localitą. Consapevoli dell'assoluta attendibilitą di ogni appunto e di ogni affermazione di Mr Pickwick, lungi come siamo dalla presunzione di voler porre a confronto quanto sappiamo e ricordiamo con quanto dichiara quel grandissimo personaggio, abbiamo consultato tutte le possibili fonti sull'argomento. Abbiamo controllato tutti i nomi del gruppo A e del gruppo B, senza mai trovare Eatanswill; abbiamo esaminato con tutta la minuzia possibile ogni angolino delle Mappe Tascabili, contea per contea, pubblicate dal nostro esimio editore a beneficio della societą, ma la nostra indagine ha dato gli stessi risultati. Siamo pertanto inclini a credere che Mr Pickwick, animato dal sollecito desiderio di non offendere nessuno, con quel tocco delicato noto a quanti conoscono la sua generositą, abbia di proposito sostituito con un nome fittizio quello vero della localitą nella quale raccolse le sue osservazioni. Ci conferma in questa nostra convinzione una circostanza, insignificante e banale all'apparenza, ma non immeritevole di essere valutata. Nel libriccino di appunti di Mr Pickwick riusciamo a rintracciare una nota in cui si dice che i posti per sé e i suoi seguaci furono fissati sulla diligenza per Norwich; successivamente questa nota venne cancellata, quasi a voler nascondere perfino la direzione nella quale si trova Eatanswill. Ci guarderemo perciė dal formulare ipotesi a tale proposito; proseguiremo invece con il nostro racconto ritenendoci soddisfatti del materiale che i protagonisti ci hanno fornito.

       Risulta dunque che gli abitanti di Eatanswill, come accade in molte altre cittadine, si considerassero molto, molto importanti, tutti personaggi di grande rilievo; non c'era uomo a Eatanswill che, consapevole del peso delle proprie azioni e del proprio esempio, non si sentisse in obbligo di dedicarsi anima e corpo a uno dei due grandi partiti che dividevano la cittą: i Blu e i Gialli. Ora accadeva che mai i Blu si lasciavano scappare l'occasione di dar addosso ai Gialli, e i Gialli mai si lasciavano scappare l'occasione di dar addosso ai Blu, con la conseguenza che in qualsiasi posto si incontrassero - al consiglio municipale, alla fiera o al mercato- scoppiavano litigi e volavano parole grosse. Superfluo dire che con tutti questi battibecchi, ogni cosa a Eatanswill diventava un problema di partito. Se i Gialli proponevano di aprire un lucernaio nel mercato coperto, i Blu radunavano un'assemblea pubblica e denunciavano l'iniziativa; se i Blu proponevano di attivare un'altra fontana in High Street, i Gialli saltavano su come un sol uomo, scandalizzati davanti a tale enormitą. C'erano i negozi dei Blu e i negozi dei Gialli, le locande dei Blu e le locande dei Gialli; perfino in chiesa c'era la navata per i Blu e la navata per i Gialli.

       Di conseguenza era necessario, indispensabile, ineluttabile che questi possenti partiti avessero, ciascuno, il suo organo ufficiale e il suo rappresentante: ne consegue che in cittą c'erano due giornali: La Gazzetta di Eatanswill e L'Indipendente di Eatanswill, il primo volto a propugnare principi Blu; il secondo ispirato a valori decisamente Gialli. Validissimi quotidiani erano! Che articoli di fondo! Che polemiche spiritose e spiritate! «La Gazzetta... ignobile foglio nostro coetaneo»; «L'Indipendente, giornale spregevole e vile»; «Stampa mendace e scurrile, L'Indipendente»; «Vile e vergognoso calunniatore, La Gazzetta». Queste e altre accuse provocatorie rigurgitavano dalle colonne dei due giornali a ogni numero, destando sentimenti di squisita gioia o di profondo sdegno nell'animo dei cittadini.

       Con la lungimiranza e la sagacia che lo contraddistinguevano, Mr Pickwick aveva scelto per recarsi in quel borgo un momento particolarmente propizio. Mai prima si era visto un duello cosď serrato. Il candidato Blu era l'onorevole Samuel Slumkey di Slumkey Hall; a opporglisi, nell'interesse dei Gialli, gli amici avevano convinto Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge presso Eatanswill. La Gazzetta ammoniva gli elettori di Eatanswill che non solo gli occhi dell'Inghilterra, ma di tutto il mondo civile erano puntati su di loro; dal canto suo L'Indipendente chiedeva imperiosamente di sapere se i cittadini di Eatanswill fossero quei gloriosi elettori che tutti avevano sempre creduto, oppure se fossero un branco di schiavi prezzolati, indegni di chiamarsi inglesi e di avere il dono della libertą. Niente aveva mai messo Eatanswill in tanto subbuglio.

       Era sera tardi quando dall'imperiale della diligenza di Eatanswill scesero Mr Pickwick e i suoi amici, aiutati da Sam. Grandi bandiere di seta blu sventolavano alle finestre della locanda Il Gonfalone della Cittą e, attaccati su tutte le finestre, manifesti a lettere cubitali annunciavano che il comitato elettorale dell'onorevole Samuel Slumkey si riuniva lď ogni giorno. Nella strada una folla di oziosi guardava un omone, ormai rauco e paonazzo, che da un balcone si sgolava per conto di Mr Slumkey, ma la forza e l'incisivitą delle sue argomentazioni venivano in certo qual modo compromesse dal costante rollio di quattro enormi tamburi che il comitato di Mr Fizkin aveva piazzato all'angolo della strada. C'era, accanto all'omone rosso, un ometto indaffaratissimo che, a intervalli regolari, si levava il cappello e faceva segno alla gente di applaudire e acclamare, cosa che la gente faceva regolarmente con grande entusiasmo. Siccome il signore paonazzo continuava a sgolarsi diventando ancora piĚ paonazzo, la cosa doveva andargli bene sebbene nessuno sentisse niente.

       Non appena furono scesi dalla diligenza, i pickwickiani si trovarono circondati da un gruppetto isolato di onesti e indipendenti elettori: detto fatto, quel crocchio si lanciė in tre assordanti ovazioni che, fatte proprie da tutto l'assembramento (la folla non sente affatto il bisogno di sapere perché acclama), si gonfiarono in un ruggito di trionfo cosď possente che perfino l'uomo paonazzo si bloccė sul balcone.

       «Urrah!», venne il fragore della marmaglia.

       «Ancora un evviva!», strillė l'ometto che faceva da regista sul balcone e possente si levė di nuovo il ruggito della folla come se tutti avessero polmoni di ferro con rinforzi di acciaio.

       «Viva Slumkey!», fu il boato degli onesti e indipendenti elettori.

       «Viva Slumkey!», fece eco Mr Pickwick togliendosi il cappello.

       «Abbasso Fizkin!», tuonė la folla.

       «Abbasso!», gridė Mr Pickwick.

       «Evviva!». E ci fu un altro boato che pareva il coro dell'intero serraglio quando l'elefante barrisce per reclamare il suo pasto.

       «Chi Ź Slumkey?», chiese in un sussurro Mr Tupman.

       «Non ne ho idea», rispose Mr Pickwick anche lui sottovoce. «Silenzio! Non fate domande. In queste occasioni la cosa migliore Ź comportarsi come gli altri».

       «E se le folle sono due: che fare?», insinuė Mr Snodgrass.

       «Urlare con la maggioranza», rispose Mr Pickwick.

       Un'intera biblioteca non avrebbe potuto essere piĚ esauriente.

       Entrarono nella locanda, mentre la folla si apriva per lasciarli passare, acclamando rumorosamente. La prima cosa era assicurarsi un letto.

       «Ci sono stanze qui?», s'informė Mr Pickwick convocando il cameriere.

       «Non lo so, signore», rispose quello. «Forse Ź tutto pieno, signore... mi informo, signore». E via se ne andė con quell'intento per far subito ritorno a chiedere se lor signori erano Blu.

       Domanda difficile per chi, come Mr Pickwick e i suoi amici, non nutriva un interesse spasmodico per nessuno dei due candidati. Nel dilemma Mr Pickwick si rammentė del nuovo amico, Mr Perker.

       «Conoscete un gentiluomo di nome Perker?», chiese Mr Pickwick.

       «Certamente, signore. ť l'agente dell'onorevole Samuel Slumkey».

       «ť Blu, vero?».

       «Oh sď, signore».

       «Beh, allora noi siamo Blu», dichiarė Mr Pickwick, ma, accortosi che a quell'annuncio l'uomo rimaneva piuttosto dubbioso, gli porse il proprio biglietto da visita, pregandolo di portarlo subito a Mr Perker, se era in albergo. Il cameriere scomparve per riapparire quasi immediatamente e, chiedendogli di seguirlo, condusse Mr Pickwick fino a una grande stanza al primo piano dove, a un lungo tavolo ingombro di libri e carte, se ne stava seduto Mr Perker.

       «Mio caro signore», disse l'ometto facendosi avanti per incontrarlo. «Felicissimo di vedervi, mio caro signore, davvero felicissimo. Accomodatevi, vi prego. Cosď avete messo in atto il vostro progetto. Siete venuto a vedere le elezioni, eh?».

       Mr Pickwick assentď.

       «Scontro durissimo, mio caro signore», disse l'ometto.

       «Ne sono davvero lieto», disse Mr Pickwick sfregandosi le mani. «Mi piace vedere in azione un gagliardo patriottismo, non importa da che parte esploda... Scontro acceso, dunque?».

       «Eccome! Accesissimo! Ci siamo conquistati tutte le locande. Ai nostri avversari sono rimaste soltanto le birrerie... Manovra politica magistrale, mio caro signore». E l'ometto, sorridendo compiaciuto, si concesse una cospicua presa di tabacco.

       «Quale sarą il probabile esito dello scontro?».

       «Risultato incerto, mio caro signore, incerto fino a questo momento. Gli uomini di Fizkin hanno trentatré votanti sotto chiave nella rimessa del Cervo Bianco».

       «Nella rimessa!», esclamė Mr Pickwick stupefatto da quest'altra manovra politica.

       «Li terranno chiusi lď dentro per tutto il tempo che sarą necessario», riprese l'ometto. «Lo scopo, vedete, Ź di non farci arrivare fino a loro. Non servirebbe, comunque, a niente, neanche se potessimo avvicinarli, perché li tengono ubriachi fradici. In gamba, niente da dire, l'agente di Fizkin... davvero m gamba».

       Mr Pickwick sgranava gli occhi, ma non fiatė.

       «Siamo fiduciosi, malgrado tutto», continuė Mr Perker abbassando la voce fino a un sussurro. «Abbiamo dato un tŹ ieri sera; piccola cosa, mio caro signore - quarantacinque donne - e quando se ne sono andate, a ciascuna abbiamo offerto un ombrellino verde».

       «Un ombrellino!».

       «Proprio cosď, mio caro signore, proprio cosď. Quarantacinque ombrellini verdi, a sette scellini e sei pence l'uno. Le donne vanno matte per i fronzoli... un successone quegli ombrellini! Ci siamo assicurati il voto di tutti i mariti e di metą dei fratelli. Mille volte meglio delle calze, della flanella, di roba del genere. Un'idea mia, caro signore, tutta mia. Grandine, pioggia o sole, non fate dieci passi per la strada senza incontrare mezza dozzina di ombrellini».

       A questo punto l'ometto si abbandonė a un'esplosione di entusiasmo che solo l'apparire di un terzo personaggio riuscď a contenere.

       Era un uomo alto, magro, con una testa color sabbia tendente alla calvizie e sul volto un'espressione di solenne importanza mista a imperscrutabile profonditą. Indossava un lungo mantello scuro, un panciotto di tela nera e pantaloni di un colore indefinito. Gli occhialetti gli pendevano dal taschino del panciotto; in testa portava un cappello basso a tesa larga. Il nuovo venuto venne presentato a Mr Pickwick come Mr Pott direttore della Gazzetta di Eatanswill. Dopo alcune frasi preliminari, Mr Pott, rivolto a Mr Pickwick, chiese con aria assai solenne: «Nella metropoli suscita molto interesse questa nostra contesa, signore?».

       «Sď, direi proprio di sď», rispose l'interpellato.

       «Al quale interesse - ho motivo di ritenerlo per certo -» disse Mr Pott guardando in direzione di Mr Perker per averne conferma, «al quale interesse - ho motivo di ritenerlo per certo - ha contribuito in misura non irrilevante il mio articolo di sabato scorso».

       «Non c'Ź il minimo dubbio», avallė l'ometto.

       «La stampa Ź un potente apparato, signore», aggiunse Mr Pott.

       Mr Pickwick espresse incondizionato assenso a questa enunciazione.

       «Confido, tuttavia, di non aver mai abusato dell'enorme potere nelle mie mani. Confido, signore, di non aver mai puntato la nobile arma che impugno contro il sacro petto della vita privata o il tenero cuore della reputazione individuale. Confido, signore, di aver dedicato le mie energie a imprese - per quanto umili, lo so che tali sono, umili imprese- a instillare quei principi dei... quali... che sono...».

       A questo punto, vedendo che il direttore della Gazzetta di Eatanswill si ingarbugliava, Mr Pickwick gli venne in soccorso con un: «Certamente».

       «E qual Ź, signore, consentitemi di chiedere a voi, uomo imparziale, l'opinione pubblica a Londra su questa polemica con L'Indipendente?».

       «C'Ź vivissimo interesse, senza dubbio», si intromise Mr Perker con un'occhiata di furtiva malizia che molto probabilmente era del tutto casuale.

       «Fino a quando avrė la salute, l'energia e quel po' di talento che la natura si Ź compiaciuta di elargirmi, continuerė la lotta. Da questa tenzone, signore, che forse turba la mente degli uomini ed eccita il loro animo, rendendoli incapaci di portare a compimento i doveri quotidiani, non retrocederė mai se prima non avrė sotto il tallone L'Indipendente di Eatanswill. ť mio desiderio che i cittadini di Londra e tutti coloro che abitano in questo paese sappiano, signore, di poter fare affidamento su di me; non mi tirerė mai indietro; ho deciso, signore, di sostenerli fino all'ultimo».

       «Nobilissimo modo di agire, signore», commentė Mr Pickwick afferrando la mano del magnanimo Pott.

       «Voi, signore, lo intuisco, siete un uomo di genio e di buon senso», disse Mr Pott quasi senza fiato dopo la veemente dichiarazione patriottica. «Sono davvero felice, signore, di conoscere un uomo come voi».

       «Ed io, signore», contraccambiė Mr Pickwick, «sono profondamente onorato da queste espressioni della vostra stima. Consentitemi, signore, di presentarvi i miei due compagni di viaggio, anche loro corrispondenti del club che sono orgoglioso di aver fondato».

       «Ne sarė onorato», disse Mr Pott.

       Mr Pickwick uscď per ritornare con i suoi amici che presentė nelle dovute forme al direttore della Gazzetta di Eatanswill.

       «Mio caro Pott», disse il minuscolo Perker, «il problema che ci si pone Ź: cosa possiamo fare per questi nostri amici?».

       «Possiamo alloggiare qui, immagino», suggerď Mr Pickwick.

       «Non un solo letto in tutto l'albergo, non uno, mio caro signore».

       «Increscioso, davvero increscioso», commentė Mr Pickwick.

       «Proprio cosď», fecero eco i suoi compagni di viaggio.

       «Ho un'idea a tal proposito», disse Mr Pott, «che, secondo me, potrebbe essere adottata con grande vantaggio. Ci sono due letti al Pavone; dal canto mio, parlando in nome e per conto della signora Pott, sono in grado di garantirvi che lei sarą felicissima di accogliere Mr Pickwick e uno dei suoi amici, se gli altri due gentiluomini e il domestico non avranno obiezioni a sistemarsi alla meglio al Pavone».

       Dopo ripetute profferte da parte di Mr Pott e ripetute proteste da parte di Mr Pickwick che dichiarava di non poter neppure immaginare di disturbare la gentile signora, fu convenuto che quella era l'unica sistemazione praticabile. E cosď fu fatto: dopo aver cenato insieme al Gonfalone della Cittą, gli amici si separarono: Mr Tupman e Mr Snodgrass ripararono al Pavone; Mr Pickwick e Mr Winkle proseguirono verso la magione di Mr Pott, non senza prima essersi accordati di ritrovarsi tutti al Gonfalone della Cittą il mattino successivo per accompagnare il corteo dell'onorevole Samuel Slumkey fino al luogo delle elezioni.

       La cerchia domestica di Mr Pott era ristretta a lui e alla moglie. Tutti coloro che la genialitą eleva a superbe altezze di solito hanno qualche piccola debolezza, resa piĚ evidente dal contrasto con la personalitą globale del personaggio. Se Mr Pott aveva una debolezza, questa forse andava individuata nella docilitą e sottomissione all'autoritą in qualche modo sprezzante e tirannica della moglie. Non riteniamo di dover sottolineare tale circostanza perché, in questa particolare occasione, la signora Pott mise in atto tutte le sue arti di seduzione per ricevere i due gentiluomini.

       «Mia cara», esordď Mr Pott, «ti presento Mr Pickwick... Mr Pickwick di Londra».

       La signora Pott accolse con soave dolcezza la paterna stretta di mano di Mr Pickwick; Mr Winkle, che non era stato neppure presentato, fece un inchino e scivolė in un angolo buio, senza che nessuno se ne accorgesse.

       «P., mio caro», disse la signora Pott.

       «Vita mia», disse Mr Pott.

       «Ti prego, presentami l'altro gentiluomo».

       «Chiedo mille scuse», disse Mr Pott. «Permettetemi: signora Pott, Mr...».

       «Winkle», intervenne Mr Pickwick.

       «Winkle», fece eco Mr Pott, e la cerimonia delle presentazioni fu completa.

       «Vi dobbiamo molte scuse, signora, per intrometterci nella vostra organizzazione domestica con un preavviso tanto breve», disse Mr Pickwick.

       «Non ne parlate nemmeno, vi prego», rispose con vivacitą la componente femminile di casa Pott. «E un grande piacere, ve lo assicuro, per me che vivo in questa noiosa cittadina giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, senza vedere nessuno».

       «Proprio nessuno, mia cara?», insinuė malizioso Pott.

       «Nessuno tranne te», fu la replica velenosa.

       «Vedete, Mr Pickwick», cominciė a dire il padron di casa a spiegazione delle lamentele della moglie, «noi siamo in qualche modo tagliati fuori dai divertimenti e passatempi cui potremmo in altre circostanze prendere parte. Il mio ruolo ufficiale di direttore della Gazzetta di Eatanswill, la posizione che il giornale detiene nel paese, il costante coinvolgimento nel turbine della vita politica...».

       «P., mio caro», intervenne la signora Pott.

       «Vita mia», esclamė il direttore.

       «Mio caro, vorrei tanto che tu cercassi un argomento di conversazione di qualche interesse per questi signori».

       «Ma amor mio», disse Mr Pott con profonda umiltą, «Mr Pickwick si interessa a questi problemi».

       «Beato lui!», reagď quella con trasporto. «Io non ne posso piĚ della tua politica, dei tuoi battibecchi con L'Indipendente, delle tue scemenze. Sono sbalordita, P., nel vederti conclamare tante assurditą».

       «Ma mia cara!».

       «Oh, sciocchezze, non parliamone piĚ. Giocate a écarté, signore?».

       «Sarė lietissimo di impararlo sotto la vostra guida», disse Mr Winkle.

       «Bene, allora avvicinate quel tavolo alla finestra. Cosď starė lontano da quei noiosissimi discorsi di politica».

       «Jane», ordinė Mr Pott alla cameriera che aveva portato le candele, «scendi in ufficio e portami l'annata 1828 della Gazzetta. Voglio leggervi», aggiunse rivolto a Mr Pickwick, «voglio leggervi alcuni articoli di fondo che ho scritto all'epoca della manovra attuata dai Gialli per nominare un altro esattore al dazio. Vi divertirete, vedrete».

       «Sarė veramente lieto di ascoltare», dichiarė Mr Pickwick.

       Su arrivė l'annata del giornale, e giĚ si buttė a capofitto il direttore con Mr Pickwick al suo fianco.

       Invano abbiamo studiato pagina per pagina i quaderni di appunti di Mr Pickwick nella speranza di trovare almeno una sintesi generale di quegli stupendi scritti. Abbiamo ogni motivo di credere che egli sia rimasto assolutamente incantato dal vigore e dalla freschezza dello stile. Mr Winkle, infatti, ha annotato che durante tutto il tempo della lettura, Mr Pickwick tenne gli occhi chiusi, assaporando il piacere.

       L'annuncio che la cena era pronta pose fine sia alla partita di écarté sia alla ricapitolazione delle gemme della Gazzetta di Eatanswill. La signora Pott era allegra e di ottimo umore. Mr Winkle era a buon punto nelle sue grazie tanto che lei non esitė a confidargli che Mr Pickwick era «un vecchietto incantevole». Espressione, questa, che indica una disinvoltura di linguaggio che pochi intimi si sarebbero permessi di usare con quell'uomo dalla mente colossale. Abbiamo voluto riportarla a riprova - toccante e convincente testimonianza - della stima in cui era tenuto da gente di ogni ceto sociale e della facilitą con cui giungeva al cuore e toccava i sentimenti di tutti.

       Era gią tardi- da molto tempo nei remoti recessi del Pavone Mr Tupman e Mr Snodgrass si erano addormentati- quando i due amici si ritirarono per andare a dormire. Ben presto il sonno avvolse i sensi di Mr Winkle, ma non il suo sentimento che era stato eccitato né l'ammirazione che era stata risvegliata: per molte ore dopo che il sonno lo aveva reso insensibile agli oggetti materiali, il volto e la figura della signora Pott continuavano a riaffacciarsi con persistenza alla sua immaginazione errante.

       Il chiasso e il baccano che li accolsero al mattino erano tali da far passare di mente anche al piĚ romantico visionario qualsiasi pensiero che non fosse collegato in modo diretto alla imminente elezione. Rimbombo di tamburi, squilli di corni e trombe, strepito di uomini, scalpitar di cavalli cominciarono a risuonare ed echeggiare nelle strade fin dalle prime ore dell'alba, uno scontro casuale fra emissari mandati in avanscoperta dai due partiti ebbe subito l'effetto di ravvivare i preparativi e di dar loro un tocco di piacevole varietą.

       «Bene, Sam», disse Mr Pickwick al cameriere che fece la sua apparizione nella stanza da letto proprio mentre lui finiva di prepararsi, «grande animazione oggi, immagino».

       «Tutto per il suo verso, signore», rispose Mr Weller. «C'Ź il raduno dei nostri al Gonfalone della Cittą; sono gią rauchi a forza di urlare».

       «Sono molto attaccati al partito, si direbbe».

       «Mai visto tanto attaccamento in vita mia, signore».

       «Grande entusiasmo, eh?»

       «Incredibile! Mai visto prima gente che mangia e beve tanto. Non hanno paura di scoppiare quelli lą! Chissą come fanno».

       «La malintesa gentilezza della gente di provincia», spiegė Mr Pickwick.

       «Sarą cosď», rispose Sam brusco.

       «Gente simpatica, fresca, col cuore in mano», sentenziė Mr Pickwick gettando un'occhiata dalla finestra.

       «Fresca, potete ben dirlo!», replicė Sam. «Con due camerieri del Pavone, ieri sera, ho messi sotto la pompa gli elettori indipendenti che cenavano lď».

       «Messi sotto la pompa!», strabiliė Mr Pickwick.

       «Proprio cosď. Dormivano nel punto dove erano stramazzati. Li abbiamo trascinati fuori uno alla volta questa mattina e ficcati sotto la pompa. Vispi come grilli, adesso. Uno scellino a testa ci ha pagato il comitato per questo lavoretto».

       «Come possono succedere cose simili! », esclamė Mr Pickwick sbalordito.

       «Dio vi benedica, signore, vivete fra le nuvole? Questo perė Ź niente, proprio cosď: niente».

       «Niente?».

       «Niente, proprio niente, signore. Quando hanno fatto le elezioni qui l'ultima volta, l'altro partito ha pagato la barista del Gonfalone della Cittą per mettere qualche porcheria nel brandy e acqua di quattordici elettori scesi all'albergo, che non avevano ancora votato».

       «Che cosa vuol dire «mettere qualche porcheria» nel brandy?».

       «Metterci laudano. Mi venga un accidente se quelli non hanno dormito per dodici ore filate fino dopo le elezioni. Hanno preso uno che dormiva come un ghiro e l'hanno mandato al seggio con un carro, tanto per vedere, ma non Ź servito: non l'hanno fatto votare. Lo hanno portato indietro e ficcato a letto».

       «Strane consuetudini, queste», fu il commento di Mr Pickwick parlando un po' fra sé, un po' a Sam.

       «Ma non strana strana, come quella - sul serio ha del miracolo - capitata a mio padre, durante le elezioni, proprio qui».

       «Che cosa accadde?».

       «Beh, una volta lui arriva qui con una carrozza; tempo di elezioni. Uno dei partiti gli chiede di portar gli elettori da Londra. La vigilia della partenza, il comitato elettorale dell'altro partito lo manda a chiamare, tutto di nascosto, e via che se ne va lui dietro il fattorino. Entra in uno stanzone... un sacco di gente, tutta perbene, mucchi di carte, penne, inchiostro, insomma c'era tutto. "Ah, Mr Weller", fa il capo, "lieto di vedervi: come state?". "Benissimo, grazie, signore. anche voi, spero". "Non c'Ź male, signore, grazie", fa quello. "Sedetevi, Mr Weller, prego, sedetevi". Cosď mio padre si mette seduto, e lui e l'altro signore si squadrano ben bene. "Non vi ricordate di me?", chiede il signore. "Non credo proprio", fa mio padre. "Io invece vi conosco; vi conosco da quando eravate ragazzino". "Beh, proprio non mi ricordo", fa mio padre. "Davvero strano", fa il signore. "Davvero", fa mio padre. "Avete cattiva memoria, Mr Weller", fa lui. "Sď, cattiva", fa mio padre. "Lo immaginavo". Una parola tira l'altra; gli riempiono un bicchiere di vino, gli raccontano panzane su come guida, lo mettono di buon umore, poi gli ficcano in mano una banconota da venti sterline. "Pessima strada da qui a Londra", dice il signore. "Pesante in qualche punto", fa mio padre. "Soprattutto in prossimitą del canale, mi pare", fa quel signore. "Gran brutto tratto quello", fa mio padre. "Beh, Mr Weller, voi siete un'ottima frusta; coi cavalli ci sapete fare, lo sappiamo. Vi siamo affezionati, Mr Weller, cosď se per caso vi capita un incidente mentre portate questi elettori a votare - nessuno deve farsi male, badate bene! - e vi ribaltate nel canale, beh questo Ź per voi". "Molto gentile, signore", fa mio padre, "berrė un altro bicchiere alla vostra salute". Il che lui fa, intasca i soldi e con un inchino se ne va. Non ci crederete, signore», concluse Sam con una faccia tosta indicibile, «ma proprio il giorno preciso che lui va giĚ con gli elettori, la carrozza si ribalta in quel punto, e tutti finiscono nel canale».

       «Se la cavarono tutti?», si informė ansioso Mr Pickwick.

       «Beh», rispose Sam con voce strascicata, «un vecchio non si Ź piĚ visto, mi pare. So che hanno trovato il cappello, ma se dentro c'era la testa, non ne sono sicuro. A darmi da pensare Ź la coincidenza! Incredibile e straordinaria sul serio. Dopo quello che gli dice quel signore, la carrozza di mio padre si ribalta proprio in quel punto e proprio in quel giorno».

       «Straordinaria coincidenza davvero, senza dubbio», confermė Mr Pickwick. «Spazzolami il cappello, Sam. Sento Mr Winkle che mi chiama a colazione».

       Cosď dicendo, Mr Pickwick scese nel salotto dove la famiglia era gią riunita e la colazione pronta. Ben presto finirono di mangiare; i cappelli dei signori furono decorati con un'enorme coccarda blu, fatta dalle gentili mani della stessa signora Pott; e mentre Mr Winkle si era assunto il compito di scortare la degna gentildonna fino sul tetto di una casa posta nelle immediate vicinanze del palco elettorale, Mr Pickwick e Mr Pott si recarono da soli al Gonfalone della Cittą dove, da una finestra posteriore, un tizio del comitato di Slumkey si rivolgeva a sei bimbetti e a una bimbetta onorandoli, una frase sď e una no, del solenne titolo di «uomini di Eatanswill», al che i suddetti sei bimbetti applaudivano fragorosamente.

       Il cortile davanti alla scuderia mostrava indizi inequivocabili della gloria e del vigore dei Blu di Eatanswill. C'era uno spiegamento di vessilli blu, alcuni sorretti da un'asta, altri da due, che esibivano motti adeguati in caratteri d'oro alti quattro piedi e larghi in proporzione. C'era una grande banda di trombe, grancasse e tamburi, schierata per quattro, decisa a meritarsi la ricompensa fino all'ultimo centesimo, soprattutto i suonatori di tamburo, che erano assai muscolosi. C'era uno schieramento di guardie con mazze blu, venti uomini del comitato elettorale con sciarpe blu, una folla di elettori con coccarde blu. C'erano elettori a cavallo ed elettori a piedi. Per l'onorevole c'era un tiro a quattro aperto; per i suoi amici e sostenitori c'erano quattro tiri a due. Le bandiere garrivano, la banda suonava, le guardie bestemmiavano, i venti uomini del comitato si azzuffavano, la folla urlava, i cavalli recalcitravano, i vetturini sudavano: riuniti lď tutti, e tutto al servizio, vantaggio, onore e gloria, dell'onorevole Samuel Slumkey, di Slumkey Hall, uno dei candidati a rappresentare la contea di Eatanswill alla Camera dei Comuni nel Parlamento del Regno Unito.

       Fragorose si protrassero le grida di giubilo; possente garrď una bandiera blu con su la scritta «Libertą di stampa» quando la folla vide a una finestra la testa color sabbia di Mr Pott; travolgente fu l'entusiasmo quando l'onorevole Samuel Slumkey in persona, cravatta blu e stivaloni alti, si fece avanti, afferrė la mano di Mr Pott e con gesti melodrammatici significė alla folla il suo inestinguibile debito verso La Gazzetta di Eatanswill.

       «Tutto pronto?», chiese l'onorevole Samuel Slumkey a Mr Perker.

       «Tutto, mio caro signore», fu la risposta dell'ometto.

       «Si Ź pensato a tutto, spero», disse l'onorevole Samuel Slumkey.

       «Non si Ź trascurato nulla, mio caro signore... assolutamente nulla. Al portone ci sono venti uomini puliti ai quali stringerete la mano sei infanti tenuti in braccio ai quali dovete dare un buffetto in testa e chiedere quanti anni hanno. I bambini, mio caro signore, mi raccomando i bambini: fanno sempre grande effetto queste cose».

       «Non me ne dimenticherė», assentď l'onorevole Samuel Slumkey.

       «Forse, caro signore», azzardė cauto l'ometto, «forse se poteste- non dico che sia indispensabile- se poteste baciarne uno, farebbe grande impressione sulla folla».

       «Non farebbe lo stesso se a baciarlo fosse uno dei miei collaboratori? ».

       «No, no. Se lo fate voi in persona, la vostra popolaritą andrą alle stelle, ne sono certo.

       «Bene», assentď rassegnato l'onorevole Samuel Slumkey, «il dovere Ź il dovere. Ecco tutto».

       «Avanti in fila», gridarono i venti uomini del comitato.

       Fra gli applausi della folla lą radunata, la banda, le guardie, gli uomini del comitato, gli elettori, i cavalieri, le carrozze presero il loro posto: sui tiri a due, zeppi a non dire, ci stavano quante piĚ persone era possibile. Quello assegnato a Mr Perker conteneva, oltre a Mr Pickwick, a Mr Tupman e a Mr Snodgrass, anche un altra mezza dozzina di membri del comitato.

       Ci fu un momento di profonda trepidazione mentre il corteo aspettava che l'onorevole Samuel Slumkey salisse in carrozza. All'improvviso la folla levė grandi acclamazioni.

       «Eccolo che arriva», disse il piccolo Mr Perker eccitatissimo. Tanto piĚ che erano in un punto da cui non si vedeva niente.

       Altre ovazioni, ancora piĚ fragorose.

       «Eccolo che stringe la mano agli uomini», strillė l'agente.

       Altre acclamazioni piĚ frenetiche che mai.

       «Eccolo che dą un buffetto sulla testa degli infanti», spiegė Mr Perker fremente di ansia.

       Scroscio di applausi che lacerė l'aria.

       «Ha baciato uno degli infanti!», esultė deliziato l'ometto.

       Secondo scroscio di applausi.

       «Ha baciato un altro», ansimė eccitato quel genio dell'organizzazione.

       Terza esplosione di applausi.

       «Li bacia tutti!», giubilė in un delirio di entusiasmo l'ometto.

       Salutato dalle urla assordanti della moltitudine, il corteo si mosse.

       Come e in che modo il corteo degli uni sia venuto a imbattersi nel corteo degli altri, come da quel groviglio siano riusciti a districarsi, trascende le nostre capacitą narrative, tanto piĚ che, quasi subito, Mr Pickwick si trovė con il cappello conficcato in testa fino agli occhi, al naso, alla bocca, dal colpo di un'asta con la bandiera dei Gialli. Quando riuscď a dare una sbirciatina alla scena, si vide circondato da tutte le parti da facce furenti e feroci, da un nuvolone di polvere e da un mucchio di gente che si azzuffava: questo il resoconto.

       Si descrive strappato brutalmente dalla carrozza da una forza invisibile, coinvolto in un incontro di pugilato, ma come, perché o con chi non Ź assolutamente in grado di dire. Si sentď poi spingere su per dei gradini di legno dalla gente che aveva dietro, e, quando finalmente riuscď a togliersi il cappello, si trovė, circondato dai suoi amici, in prima fila, sulla sinistra, in cima alla tribuna elettorale.

       La parte destra era riservata al partito dei Gialli, il centro spettava al sindaco e agli assessori. Uno di questi - il banditore grasso di Eatanswill - agitava un'enorme campanello con l'intenzione di imporre silenzio, mentre Mr Horatio Fizkin e l'onorevole Samuel Slumkey, ciascuno con la mano sul petto all'altezza del cuore, facevano inchini quanto mai abili e cordiali al mare agitato di teste che aveva inondato tutto lo spiazzo antistante e dal quale si levava un rombo temporalesco di grida e urla e strilli e fischi che avrebbe fatto invidia a un terremoto.

       «Ecco Winkle», disse Mr Tupman tirando l'amico per la manica.

       «Dove?», chiese Mr Pickwick inforcando gli occhialetti che per fortuna, fino a quel momento, aveva tenuto in tasca.

       «LassĚ, in cima a quella casa». E proprio lď, sicuro come la morte, sul cornicione di un tetto a tegole, comodamente seduti su due sedie, se ne stavano Mr Winkle e Mrs Pott, sventolando fazzoletti per mostrare che li avevano visti: complimento questo che Mr Pickwick ricambiė mandando con la mano un bacio in direzione della signora in segno di omaggio.

       La procedura elettorale non era ancora cominciata. ť risaputo che quando non ha nulla da fare, la gente tende a essere spiritosa, sicché bastė quel gesto innocente per dar la stura alle battute.

       «Ehi, vecchio sporcaccione!», gridė una voce. «Ti piacciono le ragazze, eh?».

       «Oh, tu, venerabile peccatore», sbraitė un altro.

       «Inforca gli occhiali per guardare le donne sposate!», saltė su un terzo.

       «L'ho visto che le faceva l'occhiolino con sguardo da sudicione», strillė un quarto.

       «Attento a tua moglie, Pott!» muggď un quinto e a quel punto ci fu uno scroscio di risa.

       Quelle battute di scherno erano accompagnate da velenosi paragoni fra Mr Pickwick e un vecchio caprone e da altri lazzi di pari natura. Poiché, come se non bastasse, tendevano a mettere in discussione l'onore di una gentildonna innocente, Mr Pickwick ribolliva di indignazione. In quell'istante, perė, venne l'ordine di far silenzio, sicché dovette accontentarsi di squadrare la folla dall'alto in basso con un'occhiataccia di commiserazione e di pena per quelle menti traviate, al che la marmaglia si mise a sghignazzare piĚ forte che mai.

       «Silenzio!», ruggirono gli assessori.

       «Whiffin, falli stare zitti!», ordinė il sindaco con aria solenne in sintonia con la sua posizione elevata. In ottemperanza a questo comando, il banditore si mise a eseguire un altro concerto con il suo campanellone, al che un gentiluomo della folla cominciė a sbraitare: «Whiffin, Whiffin, pastiffini, pasticcini!», il che scatenė un altro scoppio di risa.

       «Signori», si mise a strillare il sindaco con tutta la forza dei suoi polmoni, «signori, fratelli elettori della circoscrizione di Eatanswill. Siamo qui oggi riuniti con lo scopo di scegliere un rappresentante in sostituzione del compianto...».

       A questo punto il sindaco fu interrotto da una voce nella folla:

       «Viva il sindaco! Che non lasci mai il commercio di chiodi e casseruole che gli ha fruttato fior di quattrini!».

       Tale allusione agli interessi professionali dell'oratore fu accolta con fragoroso entusiasmo che, unitamente allo scampanellio, impedď di sentire una sola parola di tutto il restante discorso, tranne l'ultima frase con la quale il sindaco ringraziava gli astanti per averlo ascoltato con tanta paziente attenzione: espressione di gratitudine, questa, che provocė un'altra esplosione di gaudio della durata di circa un quarto d'ora.

       Subito dopo, un signore alto, magro, con un colletto bianco rigidissimo, ripetutamente sollecitato dalla folla «a mandare qualcuno a casa per vedere se aveva dimenticato la lingua sotto il cuscino», si rivolse ai presenti chiedendo loro di nominare una persona idonea e per bene a rappresentarli tutti in Parlamento. E quando aggiunse che questa persona era Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge, vicino a Eatanswill, i fizkinisti applaudirono e gli slumkisti fischiarono cosď a lungo e con tanto fracasso che lui e il suo sostenitore avrebbero potuto mettersi a cantare canzonette invece di parlare, senza che nessuno se ne accorgesse.

       Finito cosď il turno degli amici di Horatio Fizkin, Esquire, si fece avanti un ometto rosso in faccia, collerico, a proporre un'altra persona idonea e perbene a rappresentare gli elettori di Eatanswill in Parlamento, e tutto sarebbe andato a gonfie vele se il signore dalla faccia paonazza non fosse stato troppo iracondo per percepire in modo adeguato la propensione della folla all'ilaritą. Dopo poche frasi di un'eloquenza molto fiorita, il signore paonazzo si mise a tempestare minacciando di denunciare quelli che lo interrompevano e sfidando quelli della tribuna. Ne saltė fuori un tal schiamazzo che fu costretto a esprimersi a gesti, il che lui fece, per lasciar quindi il palco al successivo oratore che si mise a declamare, leggendolo, un discorso di mezz'ora, e non si sognė di smetterla perché aveva gią spedito la sua orazione, tutta intera, alla Gazzetta di Eatanswill e La Gazzetta di Eatanswill l'aveva pubblicata parola per parola.

       Si presentė a questo punto per rivolgersi agli elettori Horatio Fizkin, di Fizkin Lodge, vicino a Eatanswill. Il che lui si provė a fare, ma la banda dell'onorevole Samuel Slumkey prese a suonare con un'energia da surclassare il vigore mostrato quella mattina. In risposta la massa dei Gialli si mise a picchiare sulle teste e sulle schiene dei Blu, al che la massa dei Blu si diede da fare per togliersi di dosso gli sgradevoli vicini rappresentati dai Gialli. Ne seguď uno spettacolo di gente che si azzuffava, spingeva, si accapigliava, al quale non possiamo rendere giustizia piĚ di quanto non facesse il sindaco, che pur aveva emanato ordini tassativi perché le dodici guardie acchiappassero i caporioni: duecentocinquanta o giĚ di lď. Davanti a quel parapiglia, gli amici di Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge e lo stesso Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge, in persona, si infuriarono e inferocirono al punto che, alla fine, Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge, chiese al suo avversario, l'onorevole Samuel Slumkey di Slumkey Hall se quella banda suonava con il suo consenso. Alla quale domanda l'onorevole Samuel Slumkey si rifiutė di fornire risposta, al che Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge, agitė il pugno in faccia all'onorevole Samuel Slumkey di Slumkey Hall, al che l'onorevole Samuel Slumkey, cui era montato il sangue in testa, sfidė Horatio Fizkin, Esquire, a mortale duello. Davanti a questa violazione di qualsivoglia norma e precedente, il sindaco ordinė che venisse eseguita un'altra fantasia musicale con il campanellone, dichiarando di voler al proprio cospetto Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge, e l'onorevole Samuel Slumkey di Slumkey Hall per costringerli a rispettare la pace. Minaccia terribile che indusse i sostenitori di entrambi i candidati a intervenire e dopo che questi, a due a due, ebbero litigato per tre quarti d'ora, Horatio Fizkin, Esquire, si toccė il cappello in gesto di saluto in direzione dell'onorevole Samuel Slumkey e, a sua volta, l'onorevole Samuel Slumkey si toccė il cappello. La banda fu fermata; la folla in parte acquietata; a Horatio Fizkin fu consentito di proseguire.

       I discorsi dei due candidati, pur diversi sotto ogni altro punto di vista, rendevano generoso omaggio al merito e alle nobili qualitą degli elettori di Eatanswill. Entrambi si dichiararono convinti che mai era esistito al mondo elettorato piĚ indipendente, piĚ illuminato, dotato di maggior consapevolezza politica, di piĚ alto sentire, piĚ disinteressato di quello che aveva promesso di eleggerli; entrambi lasciarono trapelare cupi sospetti che gli elettori avversi dovessero essere affetti da qualche tara o infamante deformitą che li rendeva inadatti a svolgere le importanti mansioni loro affidate. Fizkin dichiarė la propria disponibilitą ad accogliere tutte le richieste; Slumkey annunciė la propria determinazione a non cedere a nessuna richiesta. Entrambi affermarono che piĚ di ogni altro bene terreno avevano a cuore il commercio, le industrie, gli scambi la prosperitą di Eatanswill; ciascuno se la sentiva di dire, con somma fiducia, di essere lui l'uomo che avrebbe vinto.

       Si alzarono le mani: il sindaco decise in favore dell'onorevole Samuel Slumkey di Slumkey Hall. Horatio Fizkin, Esquire, di Fizkin Lodge, chiese uno scrutinio e un seggio venne insediato. Al sindaco per come aveva presieduto le operazioni venne rivolto un voto di ringraziamento, e il sindaco, desiderando ardentemente essere un presidente seduto (era rimasto in piedi per tutta la durata dell'elezione), contraccambiė i ringraziamenti. Si ricostituď il corteo, lentamente le carrozze si allontanarono attraverso la folla, che, a seconda di come dettava il capriccio o il sentimento, applaudiva o fischiava.

       Per l'intera durata dello scrutinio, in cittą ci fu molto fermento. Tutto si svolse alla grande e con allegria. Nelle osterie gli alcolici piĚ tassati erano offerti a prezzi bassissimi, vetture dotate di buone sospensioni giravano per le strade accogliendo quegli elettori colti da temporanei capogiri: disturbo questo che si era diffuso, in modo allarmante, a livello epidemico fra gli abitanti durante la battaglia elettorale, e per effetto del quale capitava di vederne molti distesi sui marciapiedi in uno stato di assoluta incoscienza. Un piccolo gruppo di elettori non si recė alle urne fino all'ultimo minuto. Riflessivi e attenti non si erano lasciati convincere da nessuno dei due candidati, sebbene con tutti e due si fossero incontrati spesso. Un'ora prima della chiusura delle urne, Mr Perker sollecitė l'onore di incontrare a tu per tu questi uomini avveduti, nobili, patriottici. Gli fu concesso. I suoi argomenti furono brevi, ma efficacissimi. Andarono a votare tutti insieme, come un sol uomo quando uscirono dal seggio, l'onorevole Samuel Slumkey usci vittorioso dall'urna.

 

XIV • CHE CONTIENE UNA BREVE DESCRIZIONE DELLA BRIGATA RIUNITA AL PAVONE E UNA STORIA RACCONTATA DA UN COMMESSO VIAGGIATORE

 

 

 

       ť una consolazione volgersi dalla contemplazione della conflittualitą e del tumulto della scena politica alla riposante quiete della vita privata. Mr Pickwick, pur non essendo partigiano di nessuno dei due candidati, si era lasciato contagiare dall'entusiasmo di Mr Pott al punto da dedicare tutto il suo tempo e la sua attenzione agli avvenimenti dei quali il precedente capitolo offre una descrizione ricostruita sulla base dei suoi stessi appunti. Né si puė dire che, mentre lui era cosď affaccendato, Mr Winkle se ne stesse con le mani in mano: ogni minuto del suo tempo lo aveva dedicato a piacevoli passeggiate e brevi gite in campagna con la signora Pott, la quale non si lasciava scappar occasione per cercar sollievo dall'uggiosa monotonia che era il suo costante cruccio. E mentre i due gentiluomini erano ormai perfettamente a proprio agio nella casa del direttore, Mr Tupman e Mr Snodgrass si trovarono a dover fare affidamento sulle proprie risorse. Pochissimo interessati alla vita pubblica, si trastullavano con gli intrattenimenti disponibili alla locanda del Pavone, che si riducevano a un biliardo situato al primo piano e a un gioco di birilli in un angolo appartato del cortile sul retro. Alle regole e alle finezze di tali passatempi, molto piĚ complessi di quanto supponga l'uomo della strada, furono a poco a poco iniziati da Mr Weller, che di tali giochi aveva una conoscenza perfetta. Cosď, per quanto privi del conforto e del beneficio derivanti dalla compagnia di Mr Pickwick, riuscivano a spassarsela, senza lasciare che il fardello del tempo pesasse troppo.

       Era alla sera, tuttavia, che il Pavone offriva attrazioni tali da indurre i due amici a declinare gli inviti del sublime, ma uggioso Mr Pott. Era alla sera che la sala di ritrovo si riempiva di una cerchia di persone i cui modi e comportamenti Mr Tupman aveva la gioia di osservare, e le cui parole e gesti Mr Snodgrass aveva l'abitudine di annotare.

       Tutti, o quasi, sanno che luoghi siano le sale di ritrovo delle locande. Quella del Pavone non differiva, in nessuna caratteristica sostanziale, dalla gran parte degli altri locali del genere: uno stanzone disadorno, con mobili che senza dubbio avevano conosciuto tempi migliori, con un tavolone spazioso al centro e una varietą di tavolinetti agli angoli; un ampio assortimento di sedie di svariate forme e un vecchio tappeto turco che aveva, rispetto alle proporzioni del locale, le dimensioni di un fazzolettino da signora in rapporto alle misure di una garitta. Le pareti erano decorate con un paio di grandi carte geografiche; da una lunga fila di attaccapanni pendevano vari cappottoni consunti e grossolani. La mensola del caminetto sfoggiava un calamaio di legno con un mozzicone di penna e un pezzo di ceralacca, una guida stradale e un annuario, una storia della contea senza la copertina, i resti mortali di una trota in una bara di vetro. L'aria era imbevuta dell'odore di tabacco, le spire e le volute del fumo avevano ricoperto di una patina scura tutta la stanza, ma soprattutto le polverose tende rosse alle finestre. Sul ripiano della credenza erano ammucchiati oggetti disparati, fra cui spiccavano boccette sporche di salsa per pesce, un paio di casse da diligenza, due o tre fruste, altrettanti scialli, un vassoio di coltelli e forchette, la senape.

       Proprio qui, la sera, dopo la conclusione delle elezioni, erano seduti a bere e a fumare insieme a numerosi altri clienti dell'albergo Mr Tupman e Mr Snodgrass.

       «Bene, signori», esordď un personaggio tarchiato, vigoroso, sui quarant'anni, con un occhio solo - un occhio nero, vivissimo che si illuminava ammiccante di una luce furbesca di allegria e buon umore - «alla nostra salute, signori. ť mia abitudine brindare alla compagnia e in particolare rivolgere un brindisi a Mary. Ehi, Mary!».

       «Piantatela, mascalzone!», disse la cameriera che, tuttavia non pareva affatto dispiaciuta del complimento.

       «Non andar via, Mary», disse l'uomo dall'occhio nero.

       «Lasciatemi stare, villanzone!», rispose la damigella.

       «Fa niente», le gridė dietro l'uomo con un occhio solo mentre la ragazza lasciava la stanza. «Fra poco esco anch'io, Mary! Sta' allegra, mia cara» A questo punto intraprese la procedura non molto ardua di ammiccare con il suo unico occhio in direzione della compagnia, con grande gaudio di un personaggio anzianotto che aveva un viso sporco e una pipa di terracotta.

       «Valle a capir le donne», disse l'uomo dalla faccia sporca dopo una pausa.

       «Parole sacrosante!», confermė un signore rosso rosso, parlando da dietro il sigaro.

       A questo breve compendio di filosofia seguď un'altra pausa.

       «Attenti: in questo mondo, a ben pensarci, ci sono cose anche piĚ bizzarre delle donne», disse l'uomo dall'occhio nero riempiendo con gesto lento una capace pipa fornita di un enorme fornello.

       «Siete sposato?», chiese l'uomo dalla faccia sporca.

       «Racconterei storie se dicessi di sď».

       «L'ho capito subito». E a quella sua battuta l'uomo dalla faccia sporca si abbandonė a un'esplosione di allegria, subito seguito da un signore dalla voce affabile e dall'aspetto placido che si faceva un dovere di essere sempre d'accordo con tutti.

       «Signori, le donne, in fondo, sono il puntello e la consolazione della nostra esistenza», intervenne con entusiasmo Mr Snodgrass.

       «Proprio cosď», confermė il signore placido.

       «Quando sono di buon umore», si intromise l'uomo dalla faccia sporca.

       «Verissimo», assentď il placido.

       «Respingo questa limitazione», disse Mr Snodgrass i cui pensieri erano volati a Emily Wardle, «la respingo con sdegno... con indignazione. Mostratemi un uomo che dica qualcosa contro le donne, in quanto tali, ed io gli dirė chiaro e tondo che non Ź un uomo». Mr Snodgrass si tolse dalla bocca il sigaro e con violenza picchiė il tavolo con il pugno serrato.

       «Questo sď che si chiama ragionare», disse il signore placido.

       «Ma contiene un principio che respingo», interruppe quello con la faccia sporca.

       «C'Ź molto di vero anche in quello che dite voi, signore», osservė il placido.

       «Alla vostra salute, signore», disse il commesso viaggiatore guercio, con un magnanimo cenno di approvazione verso Mr Snodgrass.

       Mr Snodgrass ringraziė.

       «Mi piace ascoltare una bella discussione, sottile e intelligente come questa», continuė il commesso viaggiatore. «ť molto istruttivo. Il dibattito sulle donne mi ha riportato alla memoria una storia che ho sentito raccontare da un vecchio zio. Proprio il ricordo di questa storia mi ha fatto dire che a volte ci si imbatte in cose piĚ bizzarre delle donne».

       «Mi piacerebbe sentire questa storia», disse l'uomo rosso rosso che fumava il sigaro.

       «Davvero?», si limitė a dire il commesso viaggiatore continuando a fumare accanito.

       «Anche a me», disse Mr Tupman prendendo per la prima volta la parola. Era sempre desideroso di arricchire il proprio bagaglio di esperienze.

       «Davvero? Beh, allora ve la racconterė. No, non lo farė. So che non ci crederete», disse il signore dallo sguardo scaltro, che in quel momento si fece ancora piĚ scaltro.

       «Se dite che la storia Ź vera, io ci crederė», affermė Mr Tupman.

       «Se Ź cosď, ve la racconterė. Avete mai sentito parlare della grande societą commerciale di Bilson e Slum? In realtą non importa che la conosciate o meno, perché due titolari si sono ritirati dal commercio da molto tempo. Sono passati ottant'anni da quando a un commesso viaggiatore di quella ditta accaddero le cose che vi racconterė. Era un amico molto caro di mio zio, e fu mio zio a narrarmi quei fatti. ť un titolo curioso quello che mio zio dava alla storia, ma lui la chiamava

       La storia del commesso viaggiatore

ed era solito raccontarla piĚ o meno in questo modo.

 

       «Una sera d'inverno, verso le cinque, proprio mentre scendeva il crepuscolo, forse si sarebbe potuto scorgere un uomo che sul suo calesse spronava il cavallo lungo la strada che, attraverso le colline di Marlborough conduce a Bristol. Dico che forse si sarebbe potuto scorgere, e non ho dubbio che sarebbe accaduto senz'altro se qualcuno - non un cieco, beninteso! - si fosse trovato a passare in quella direzione, ma il tempo era cosď brutto e la sera cosď fredda e con tanta pioggia, che pareva ci fosse soltanto acqua lď fuori. Il viaggiatore procedeva sobbalzando nel mezzo della strada, solo e triste. Sarebbe bastata una sola occhiata a quel calessino con la cassa color terra e le ruote rosse, che pareva lď lď per spaccarsi, alla cavalla baia, bisbetica e bizzosa, con in corpo una fretta del diavolo, precisa in tutto e per tutto a un incrocio fra il cavallo del macellaio e il ronzino del servizio postale, perché uno del mestiere capisse subito che quel viaggiatore altri non era che Tom Smart della grande societą Bilson e Slum, con sede in Cateaton Street, nella City. Ad ogni modo, poiché in giro non c'era nessun commesso viaggiatore a guardare, nessuno neppure ne sapeva niente. Cosď Tom Smart e il suo calesse color terra con le ruote rosse e la bizzosa cavalla con la fretta addosso, proseguirono insieme, conservando il segreto: e nessuno era per questo piĚ furbo.

       «Perfino in questo squallido mondo ci sono luoghi piĚ piacevoli delle colline di Marlborough quando tira vento forte; se poi, per giunta, ci mettete la cupa serata invernale, la strada fangosa e melmosa, la pioggia che scrosciava martellante - tanto per vedere che effetto fa, provate di persona - sperimenterete la forza di questa osservazione.

       «Il vento ululava: non in faccia o di schiena, il che Ź gią abbastanza sgradevole, ma di fianco, spingendo la pioggia di traverso come le righe che un tempo si usavano tracciare sui quaderni di scuola per far scrivere i ragazzi con una bella calligrafia inclinata. A tratti la furia si quietava, e il viaggiatore gią si beava nell'illusione che, sfinito dal furore di poco prima, il vento si fosse messo tranquillo a riposare, quand'ecco - uouu! - lo si sentiva brontolare e sibilare di lontano, investire impetuoso la cima dei colli, spazzare la pianura, sempre piĚ violento a mano a mano che si avvicinava, finché non imperversava con un rabbioso turbine contro uomo e cavallo, sferzando la pioggia nelle orecchie e penetrando fino dentro le ossa con il suo soffio gelido e bagnato, quindi sfogarsi lontano, lontano, con un ruggito assordante, quasi a deridere la loro fragilitą ed esaltarsi nella consapevolezza della propria forza e potenza.

       «Con le orecchie basse la cavalla baia avanzava sguazzando fra il fango e l'acqua; scuoteva di tanto in tanto la testa quasi volesse significare il proprio disgusto verso gli elementi che si comportavano con tanta villania ma, malgrado tutto, teneva una buona andatura fino a che una raffica piĚ furiosa delle altre non le fece piantare saldamente gli zoccoli per terra, costringendola a fermarsi all'improvviso per non essere travolta. E una grande fortuna che abbia fatto cosď, perché se fosse stata travolta, - la cavalla bisbetica era tanto leggera, e il calessino era tanto leggero, e per giunta Tom Smart era tanto leggero- si sarebbero messi a rotolare tutti insieme fino a raggiungere i confini del mondo o fino a che non fosse caduto il vento. In entrambi i casi, le probabilitą sono che né la cavalla bisbetica né il calessino color terra con le ruote rosse né Tom Smart sarebbero piĚ stati buoni per nessun servizio.

       «"All'inferno basette e cinture", brontolė Tom Smart (Tom a volte veniva preso dalla brutta voglia di imprecare). "All'inferno basette e cinture! Che gusto! Soffia, su, soffia!".

       «Probabilmente mi chiederete perché Tom, che era gią stato ben ben sventolato, esprimesse il desiderio di essere di nuovo sottoposto a quella procedura. Questo non posso dirlo: tutto quello che so Ź che Tom Smart disse proprio cosď... o, almeno, ha sempre raccontato a mio zio di averlo fatto, il che Ź la stessa cosa.

       «"Soffia, soffia!", disse Tom Smart e la cavalla nitrď come se fosse stata esattamente dello stesso parere.

       «"Su, su, zitellona", disse Tom, dandole dei colpetti sul collo con l'estremitą della frusta. "Inutile impuntarsi in una notte cosď. Alla prima casa ci fermiamo: piĚ corri, piĚ in fretta arrivi. Suuuu, vecchia mia... forza, forza!".

       «Forse la bisbeticona conosceva bene il tono della voce di Tom per capirne il significato, forse le sembrava di soffrire il freddo di piĚ a star ferma che ad andar avanti: questo, naturalmente, non ve lo posso dire. Posso invece dirvi che Tom non aveva ancora finito di parlare che quella, rizzando le orecchie, si mise a correre di buzzo cosď buono che il calessino color terra traballava talmente da far pensare che i raggi rossi delle ruote sarebbero schizzati sull'erba delle colline di Marlborough. Perfino Tom, buona frusta com'era, non ce la faceva a tenerla o a fermarla: alla fine, quando le garbė, venne ad arrestarsi davanti a una locanda sul ciglio destro della strada, circa a un quarto di miglio da dove terminano le colline.

       «Mentre gettava allo stalliere le redini e infilava la frusta a cassetta, Tom diede una sbirciata verso la sommitą dell'edificio. Era una casa vecchia, strana, costruita con listelli intarsiati, per cosď dire, da grosse travi, con finestre a torretta molto sporgenti sopra il passaggio viabile e un basso portico buio; si giungeva alla soglia scendendo un paio di ripidi gradini e non, come Ź di moda oggi, salendo su per una mezza dozzina di gradini bassi.

       «Aveva l'aria di essere un posto comodo: una luce brillante splendeva alla finestra del bar illuminando la strada fino alla siepe sul ciglio opposto. All'altra finestra si vedeva una luce rossa guizzante, appena percettibile a momenti e in altri momenti vivace e splendente attraverso le tende tirate, il che stava a indicare che dentro scoppiettava un bel fuoco. Cogliendo tutti questi indizi con l'occhio esercitato di chi Ź abituato a viaggiare, Tom scese con tutta l'agilitą concessagli dalle membra semicongelate ed entrė.

       «Neanche cinque minuti dopo Tom se ne stava comodo comodo nella saletta di fronte al bar - quella stessa dove aveva pensato che ardesse il fuoco - davanti a un caminetto con una bella fiamma ruggente: a tenerla cosď vispa contribuivano non meno di uno staio di carbone e sufficiente legna per fare una mezza dozzina di cespugli di uva spina, ammucchiata ben bene a metą altezza del caminetto, e quella divampava e crepitava con un suono che avrebbe riscaldato il cuore di chiunque con sale in zucca. Una consolazione! Ma non finiva lď: una ragazza linda e immacolata, sguardo luminoso e caviglia sottile, era intenta a stendere sulla tavola una tovaglia candida. Tom, con i piedi infilati nelle pantofole e sistemati sulla grata del caminetto e con la schiena alla porta aperta, aveva, riflessa nello specchio, una bella visuale del bar: deliziose bottiglie verdi con tanto di etichette dorate, tutte bene in fila, e vicino vasi di sottaceti e salsine, e formaggi e prosciutti cotti e fette di manzo, ben sistemati su scaffali, nella piĚ deliziosa e seducente delle esposizioni. Beh, anche questo era una vera consolazione, ma non era ancora finita: perché nel bar, intenta a prendere il tŹ, seduta al piĚ grazioso tavolinetto che si possa immaginare, davanti al fuoco piĚ vivace che si possa immaginare, c'era un'appetitosa vedova di quarantotto anni o giĚ di lď, con un viso che consolava quanto il bar: la padrona, era evidente, di tutto quel ben di Dio. C'era un unico particolare stonato nell'armonia del quadro: un omone alto - davvero altissimo- con un cappotto scuro e i bottoni di metallo lavorato color oro, basette nere e capelli neri ondulati, intento a prendere il tŹ insieme alla vedova e - non ci voleva molto intuito per capirlo - intento anche a convincerla a non restare piĚ vedova, ma a conferirgli l'onore di sedersi a quel bar per tutto il resto dei giorni che gli rimanevano da vivere.

       «Tom Smart non era assolutamente irritabile o invidioso di carattere, ma per qualche ragione quel perticone intabarrato in un cappotto scuro con i bottoni luccicanti di metallo lavorato riuscď a eccitare quel po' di suscettibilitą insita nella sua natura al punto che si sentď profondamente indignato: tanto piĚ che dal suo posto davanti allo specchio notava a tratti certi piccoli gesti affettuosi che i due si scambiavano e che stavano a indicare come lo spilungone occupasse nelle grazie della vedova un posto adeguato alla sua statura. Tom andava matto per il punch caldo - azzardo a dire che ne andava proprio matto - e, una volta assicuratosi che la cavalla bisbetica avesse mangiato a sazietą e avesse avuto tutto lo strame per star comoda, e dopo aver assaporato fino all'ultimo boccone la cenetta calda che la vedova gli aveva improvvisato con le sue stesse mani, ne ordinė un boccale tanto per vedere come era.

       «Ora, se in tutta la gamma delle arti domestiche c'era cosa che la vedova sapeva creare meglio di ogni altra, questa era proprio il punch. Il primo bicchiere si confaceva con tanta assoluta perfezione al suo gusto che Tom, senza star a pensarci, ne ordinė un secondo. Il punch caldo, signori miei, Ź cosa piacevole- cosa piacevolissima in ogni e qualsiasi circostanza - ma in quel vecchio salottino accogliente e comodo, davanti alla vampa ruggente del fuoco, mentre fuori il vento ululava da far tremare tutta la vecchia casa, Tom Smart lo trovava proprio paradisiaco. Ordinė un altro boccale e un altro ancora - non sono sicuro se non ne abbia ordinato ancora un altro dopo - ma piĚ punch mandava giĚ, piĚ ci pensava allo spilungone.

       «"Che faccia tosta, maledizione a lui!", diceva fra sé. "Che ci sta a fare in un bar cosď? Un mascalzone brutto per giunta! Se la vedova avesse un minimo di gusto, potrebbe prendersi qualcuno un po' meglio di quello lď". A questo punto il suo occhio dal vetro dello specchio passė a quello del bicchiere sul tavolo e, siccome si sentiva diventare sempre piĚ sentimentale vuotė il quarto boccale e ne ordinė un quinto.

       «Ora, signori, Tom era uomo che al rispetto sociale ci teneva molto. Da tempo coltivava l'ambizione di starsene in un bar tutto suo, con una palandrana verde addosso, pantaloni alla zuava di velluto a coste, stivali con i risvolti. Sedersi a capotavola in un banchetto era cosa che teneva in gran considerazione, e spesso pensava come gli sarebbe riuscito bene di indirizzare la conversazione in un locale suo e quale esempio illustre avrebbe dato ai suoi clienti quando si fosse venuti al bere. Tutto questo gli passė rapidamente per la testa mentre se ne stava seduto accanto al fuoco ruggente a bersi il punch caldo, e provė giusta e sacrosanta indignazione all'idea che lo spilungone fosse cosď prossimo a ottenere quell'ottima locanda, mentre lui, Tom Smart, ne era tanto lontano. Perciė, dopo aver dibattuto sugli ultimi due boccali se avesse o no il diritto di attaccar briga con lo spilungone perché si era arrabattato per entrare nelle grazie dell'appetitosa vedovella, Tom Smart alla fine giunse alla soddisfacente conclusione di essere un individuo perseguitato e sfortunato e che tanto valeva andarsene a letto.

       «Lungo una scala larga e antica la linda servetta fece strada a Tom, con la mano davanti alla fiamma della candela per proteggerla dalle correnti d'aria che in quella vecchia casa sconnessa avrebbero trovato spazio in quantitą per sbizzarrirsi, senza dover per forza spegnere la candela. La quale candela, tuttavia, si spense, dando cosď ai nemici di Tom il pretesto di affermare che, a spegnerla, era stato lui e non il vento, e che, mentre fingeva di volere rintuzzare la fiamma, in realtą si dava da fare a baciare la ragazza. Sia come sia, la candela fu riaccesa e Tom fu accompagnato attraverso un groviglio di stanze e un labirinto di corridoi fino alla camera che era stata preparata per accoglierlo; qui giunti, la ragazza, auguratagli la buona notte, lo lasciė solo.

       «Era una stanza bella e spaziosa, con due grossi armadi e un letto che avrebbe potuto accogliere un'intera scolaresca, per non parlare di due cassettoni di quercia che avrebbero contenuto il bagaglio di un piccolo esercito, ma a colpire la fantasia di Tom fu una strana seggiola dall'aria truce e la spalliera alta, con fantasiosi ghirigori, un cuscino foderato di damasco a fiori, i pomelli tondi dei piedi accuratamente avvolti in una stoffa rossa quasi avessero la gotta. Di qualsiasi altra poltroncina bislacca Tom si sarebbe contentato di dire che era bizzarra e sarebbe finita lď, ma intorno a quel particolare seggiolone c'era qualcosa di cosď strano - senza saper dire di che si trattasse- di cosď strampalato, di cosď diverso da ogni altro mobile visto prima, che lui ne fu affascinato. Seduto accanto al fuoco, se ne rimase a fissarla per mezz'ora, quella seggiola! Che il diavolo se la prenda! Un vecchio aggeggio cosď strambo che non riusciva a staccarne gli occhi.

       «"Beh", si disse spogliandosi lentamente con gli occhi fissi sulla sedia che se ne stava misteriosa vicino al letto, "mai visto niente di tanto bislacco in vita mia. Davvero strano", disse Tom che con tutto il punch caldo si era fatto molto filosofo. "Davvero strano". Scosse la testa con aria di grande saggezza e guardė ancora la sedia. Non riuscď a venir a capo di nulla, ragion per cui si mise a letto, si rimboccė le coperte e cadde addormentato.

       «Mezz'ora dopo si svegliė di soprassalto da un sogno confuso popolato di spilungoni e boccali di punch: la prima cosa che si parė davanti alla sua immaginazione in procinto di destarsi fu la seggiola bizzarra.

       «"Non voglio piĚ guardarla", si disse serrando le palpebre e cercando di convincersi che stava per riaddormentarsi. Niente da fare: davanti ai suoi occhi non facevano che danzare seggiole bizzarre, che scalciavano con le gambe, saltavano sugli schienali l'una dell'altra, facevano pagliacciate di ogni tipo.

       «"Tanto vale guardare una sedia sola invece che vederne a dozzine con la fantasia", disse Tom tirando la testa fuori da sotto le coperte. Ed eccola lď, visibilissima alla luce del fuoco, con un'aria piĚ provocatoria che mai.

       «Tom la fissė e, mentre la guardava, gli parve di notare una straordinaria metamorfosi. Gli intagli dello schienale a poco a poco assunsero l'espressione e i lineamenti di un volto vecchio e raggrinzito; il cuscino di damasco divenne un panciotto a falde, di foggia antica; i pomelli di legno si allungarono fino a diventare piedi umani infilati in pantofole di stoffa rossa: la sedia finď per assomigliare a un vecchio orribile, di un secolo prima, con le mani sui fianchi e i gomiti in fuori. Tom si mise a sedere sul letto e si stropicciė gli occhi per far sparire quella visione. Niente da fare. La sedia era un vecchio signore bruttissimo e, come se non bastasse, ammiccava verso di lui.

       «Tom era per natura un vecchio volpone, testardo e imperterrito, senza contare che in quella faccenda c'erano di mezzo cinque boccali di punch caldo. Se anche dapprincipio era rimasto un po' confuso vedendo il vecchio che gli strizzava l'occhio e lo sbirciava con tanta maliziosa sfrontatezza, ora sentiva crescere l'indignazione dentro. Alla fine decise che non avrebbe tollerato quella situazione: mentre il vecchio continuava ad ammiccare piĚ che mai, in tono arrabbiato, Tom disse:

       «"Che diavolo hai da strizzar l'occhio?".

       «"Perché mi va di fare cosď, Tom Smart", disse la sedia o, se preferite, il vecchiaccio. Alle parole di Tom, tuttavia, smise di ammiccare, e cominciė a sogghignare come una scimmia decrepita.

       «"Com'Ź che sai il mio nome, vecchio arnese?", si informė Tom Smart, sconcertato, ma con l'aria di sapersela cavare.

       «"Su, su, Tom, non Ź cosď che ci si rivolge a un massiccio mogano spagnolo. Dannazione! Neanche fossi impiallacciato mi tratteresti in questo modo". E nel parlare, aveva un'aria tanto fiera che Tom cominciė ad aver paura.

       «"Non intendevo mancarvi di rispetto, signore", disse Tom in un tono assai piĚ umile di quello usato prima.

       «"Beh, beh, forse no... forse no. Tom...".

       «"Signore...".

       «"So tutto di te, Tom; tutto. Sei molto povero, Tom".

       «"Altro che! Ma come fate a saperlo?"».

       «"Non pensarci. Ti piace troppo il punch, Tom".

       «Tom era lď lď per protestare di non averne assaggiato un solo goccio dal giorno del suo ultimo compleanno ma, incontrando lo sguardo del vecchio, capď che quello sapeva tutto: si fece rosso e stette zitto.

       «"Tom, la vedova Ź una bella donna... bella sul serio... eh Tom?". A questo punto il vecchio alzė gli occhi al cielo, sgranchď una gambetta malandata e prese un'aria cosď stucchevole e romantica che Tom provė disgusto davanti a tanta leggerezza... alla sua etą, per di piĚ!

       «"Veglio su di lei, Tom", spiegė il vecchio.

       «"Davvero?".

       «"Conoscevo sua madre, Tom, e sua nonna. Era innamorata di me... fu lei a farmi questo panciotto, Tom".

       «"Davvero?".

       «"E anche queste pantofole", proseguď quello alzando il piede infilato in una babbuccia di stoffa rossa. "Ma non parliamone, Tom. Non vorrei che si sapesse quanto mi era legata. Rischia di creare dell'imbarazzo in famiglia". Nel dire cosď, quel vecchio filibustiere aveva un'aria tanto impertinente che, come ebbe in seguito a dichiarare Tom Smart, gli si sarebbe seduto sopra senza il minimo rimorso.

       «"Le donne, Tom, mi hanno molto amato ai miei tempi" disse quel vecchio mandrillo debosciato. "Centinaia di belle donne per ore e ore se ne sono state accoccolate sulle mie ginocchia. Che ne dici, eh, briccone?". Il vecchio si accingeva a raccontare altre prodezze di gioventĚ, quando fu preso da un tale attacco di scricchiolii che non riuscď a continuare.

       «"Ben ti sta, vecchio sporcaccione", pensė Tom, ma se ne guardė bene dal fiatare.

       «"Povero me! Questo malanno mi dą un sacco di grattacapi. Sto invecchiando, Tom; ho perso quasi tutte le molle. Ho anche subito un'operazione... mi hanno infilato un pezzo nella schiena... che batosta, Tom!".

       «"Ci credo, signore"

       «"Ma non Ź questo il punto. Tom, voglio che tu sposi la vedova".

       «"Io, signore!".

       «"Tu", ribadď il vecchio.

       «"Benedetta la vostra veneranda canizie", disse Tom (restava poco crine sparso qua e lą), "benedetta la vostra veneranda canizie! Lei non ne vuol sapere di me". E Tom diede in un involontario sospiro, mentre il suo pensiero andava al bar.

       «"No, eh?", disse il vecchio con fermezza.

       «"No, no! C'Ź un altro che le ronza intorno. Un uomo alto... uno spilungone, maledetto... con basette nere".

       «"Non lo prenderą mai, Tom".

       «"Ah, no! Se vi foste trovato nel bar, mi raccontereste tutt'altra storia".

       «"Macché, macché! Conosco benissimo queste cose".

       «"Che cose?"

       «"Gli sbaciucchiamenti dietro la porta, insomma roba del genere, Tom", disse il vecchio, gettandogli un'altra occhiata impudente. Al che Tom provė grande sdegno perché, come voi tutti sapete, signori miei, non c'Ź niente di peggio, davvero niente, di un vecchio che parla cosď, mentre lui da certe faccende dovrebbe esserne fuori.

       «"So tutto di queste cose, Tom. Le ho viste fare tantissime volte ai miei tempi da piĚ gente di quanta abbia voglia di parlare. Finisce tutto in niente".

       «"Dovete averne viste delle belle", disse Tom lanciandogli uno sguardo indagatore.

       «"Puoi ben dirlo, Tom", ribatté il vecchio con una smorfia assai contorta. «Sono l'ultimo della mia famiglia», concluse con un sospiro malinconico.

       «"Eravate in molti?".

       «"In dodici, Tom. Belli, diritti come ce ne sono pochi. Niente a che fare con quegli aborti moderni... tutti con i braccioli, tutti ben lucidati; non dovrei essere io a dirlo ma c'era di che intenerir il cuore a vederci".

       «"Che ne Ź stato degli altri, signore?".

       «Coprendosi gli occhi con il gomito, il vecchio rispose:

       «"Andati, Tom, se ne sono andati tutti. Vita dura, Tom, e non avevano la mia costituzione. Si sono beccati i reumatismi nelle gambe e nei braccioli, sono finiti tutti in cucina, negli ospizi. Uno, dopo lungo, faticoso servizio, Ź ammattito... era cosď fuori di sé che han dovuto bruciarlo. Una cosa terribile, Tom".

       «"Spaventosa!".

       «Per qualche minuto il vecchio tacque, sembrava che lottasse contro l'emozione. Poi aggiunse:

       «"Sto divagando, Tom. Lo spilungone, Tom, Ź un avventuriero, un mascalzone. Sposa la vedova, vende tutti i mobili e chi s'Ź visto s'Ź visto. Cosa succederebbe? Lei si troverebbe senza niente: abbandonata e in rovina; io morirei di freddo nel magazzino di qualche rigattiere".

       «"Sď, ma...".

       «"Non interrompermi. Di te mi son fatto un'opinione molto diversa. So che se ti installi in una locanda, non te ne vai finché dentro c'Ź qualcosa da bere".

       «"Molto obbligato per la vostra buona opinione, signore".

       «"Perciė sei tu che devi sposarla, non lui", concluse quello in tono che non ammetteva replica.

       «"Cosa puė impedirlo?", chiese Tom speranzoso.

       «"Questa rivelazione: Ź gią sposato".

       «"Come faccio a provarlo?", interrogė Tom saltando fuori del letto.

       «Il vecchio scostė un braccio dal fianco, indicė uno degli armadi di quercia e subito riprese la vecchia posizione.

       «"Lui non si sogna neanche di aver lasciato nella tasca destra di un paio di pantaloni, adesso proprio in quell'armadio, una lettera che lo supplica di tornare dalla sconsolata moglie e dai sei - nota bene, Tom - sei bimbetti, tutti piccolini".

       «Diceva queste cose con voce assai solenne, e, nel frattempo, i tratti del suo volto diventavano sempre piĚ incerti e la sua figura sempre piĚ nebulosa. Un velo scese sugli occhi di Tom. Il vecchio sembrava a poco a poco confondersi con la sedia, il suo panciotto di damasco dissolversi nel cuscino, le pantofole rosse contrarsi fino a diventare sacchettini di stoffa rossa. Lentamente la luce svanď, Tom Smart ricadde sul cuscino e sprofondė nel sonno.

       «Il mattino svegliė Tom dal letargo nel quale era precipitato alla scomparsa del vecchio. Seduto nel letto, per qualche minuto cercė invano di ricordare gli avvenimenti della sera prima. All'improvviso questi gli si affollarono alla mente. Guardė il seggiolone: era un mobile bizzarro e tetro, senza dubbio, ma ci voleva una immaginazione molto viva e intraprendente per trovarvi la benché minima somiglianza con un vecchio.

       «"Come stai, vecchio mio?", disse Tom. Alla luce del giorno era assai piĚ disinvolto... la maggioranza degli uomini lo Ź.

       «La sedia rimase immobile, senza fiatare.

       «"Brutta mattina", continuė Tom. Niente da fare: la seggiola non dava segno di voler partecipare alla conversazione.

       «"Che armadio hai detto? Questo puoi ben dirmelo, no?". Macché: non una parola.

       «"Non costa molto aprirlo", disse Tom scendendo dal letto con aria decisa. Si avvicinė a uno. La chiave era nella toppa; la girė e aprď. C'era davvero un paio di pantaloni. Infilė la mano nella tasca e tirė fuori una lettera identica a quella che gli aveva descritto il vecchio.

       «"Strano affare, questo", borbottė Tom Smart guardando prima la sedia, poi l'armadio, poi la lettera, poi, di nuovo, la sedia. «Proprio strano», ripeté. Ma poiché non vedeva nulla che potesse attenuare la stranezza della situazione, tanto valeva vestirsi e sistemare subito la faccenda dello spilungone, pensė... se non altro per non restare nel dubbio.

       «Nello scendere al piano di sotto, Tom ispezionė con l'occhio del padrone le stanze accanto alle quali passava, rimuginando che, chissą?, forse presto quei locali con tutto quello che c'era dentro avrebbero potuto essere suoi. Lo spilungone, le mani dietro la schiena, se ne stava nel piccolo bar caldo e comodo, perfettamente a suo agio. Rivolse a Tom un sorriso indifferente. A trovarsi lď per caso si sarebbe pensato che lo facesse soltanto per metter in mostra i denti bianchi, ma Tom Smart pensė che in quella sede dove avrebbe dovuto alloggiare l'intelletto - se mai lo spilungone ne avesse avuto uno - ora regnava la consapevolezza del trionfo. Tom gli rise in faccia e fece venire la padrona.

       «"Buon giorno, signora", disse Tom, chiudendo la porta del salottino non appena fu entrata la vedova.

       «"Buon giorno, signore", rispose quella. «"Che cosa desiderate per colazione?".

       «Concentrato a decidere come iniziare il discorso, Tom non diede risposta.

       «"C'Ź dell'ottimo prosciutto e dell'eccellente pollo freddo ripieno. Devo farveli mandare, signore?".

       «A queste parole, Tom si distolse dai suoi pensieri. L'ammirazione per la vedova aumentava a mano a mano che lei parlava. Che donna premurosa! Che dispensatrice previdente!

       «"Chi Ź l'uomo nel bar, signora?" si informė Tom.

       «"Si chiama Jinkins, signore", rispose la vedova arrossendo lievemente.

       «"ť ben alto, eh!".

       «"ť una persona molto per bene, signore, un gentiluomo come si deve".

       «"Ah!", fece Tom.

       «"Desiderate altro, signore?", chiese la vedova piuttosto perplessa per il modo di fare di Tom.

       «"Beh, sď. Mia cara signora, volete avere la cortesia di sedervi per un attimo?".

       «La vedova pareva trasecolata, ma si mise a sedere e anche Tom lo fece, mettendosi proprio accanto a lei. Non so come avvenne, signori, - anzi, stando a mio zio, perfino Tom diceva di non sapere come fosse accaduto - fatto sta che, in un modo o nell'altro, la mano di lui si trovė sulla mano di lei e lď rimase per tutto il tempo del suo discorso.

       «"Mia cara signora", esordď - ci teneva molto alle belle maniere - "mia cara signora, vi meritate un marito di prim'ordine... davvero".

       «"Santo cielo, signore!", fu tutto quello che lei riuscď a dire. Si tenga presente come Tom aveva cominciato quella conversazione: un modo, a dir poco, inconsueto, se non strabiliante, dato che non l'aveva mai vista prima della sera precedente. "Santo cielo, signore!".

       «"Non voglio adularvi, mia cara signora. Voi meritate un ottimo marito e, chiunque sia, potrą considerarsi assai fortunato". E nel dir questo, Tom, senza volerlo, guardė dal volto della vedova alle belle cose tutto intorno.

       «La donna, piĚ stupefatta che mai, fece per alzarsi. Tom le strinse gentilmente la mano come per trattenerla e lei rimase seduta. Le vedove, signori, non sono timorose in genere, soleva notare mio zio.

       «"Vi sono molto obbligata, signore, davvero, per la buona opinione che avete di me", disse la formosa locandiera con un mezzo sorriso. "Se mi capiterą di risposarmi... ".

       «"Se", disse Tom, guardandola impertinente con la coda dell'occhio. "Se... ".

       «"Beh", disse la vedova, questa volta mettendosi a ridere senza ritrosia, "quando lo farė, spero di avere un marito bravo come quello che voi mi descrivete".

       «"Vale a dire Jinkins", disse Tom.

       «"Per favore, signore!", esclamė lei.

       «"Oh, non me lo dica! Lo conosco".

       «"Di quanti lo conoscono nessuno ha niente da dire sul suo conto, ne sono sicura", dichiarė lei, risentita dal tono misterioso di Tom.

       «"Ehm!", fece Tom Smart.

       «La vedova ritenne che fosse giunto il momento di mettersi a piangere, perciė tirė fuori il fazzoletto e chiese a Tom se fosse sua intenzione insultarla. Era forse da gentiluomo sparlare alle spalle di un altro gentiluomo? Se aveva da dire qualcosa, gliela dicesse in faccia, da uomo a uomo, invece che gettar nel panico una povera donna indifesa, e cosď via, e cosď via.

       «"Glielo dirė subito. Volevo solo che voi lo sapeste prima".

       «"Di che si tratta?" chiese la vedova fissando Tom in viso.

       «"Vi sbalordirė" disse Tom portando la mano alla tasca.

       «"Se Ź che non ha soldi, questo lo so gią e non occorre che vi prendiate il disturbo"

       «"Puah, sciocchezze! Non vuol dir niente. Neanch'io ho soldi. Non si tratta di questo"

       «"Mio Dio, cosa puė essere?" esclamė la poveretta.

       «"Non spaventatevi" disse Tom Smart tirando fuori la lettera e aprendola. «Non vi metterete a strillare?», chiese dubbioso.

       «"No, no! Mostratemi!"

       «"Mi promettete di non svenire o di far altre sciocchezze del genere?"

       «"No, no" rispose quella in fretta.

       «"Non vi precipiterete fuori a fargli una scenataccia? Ci penserė io a questo; non Ź il caso che vi strapazziate"

       «"D'accordo, lo prometto. Mostratemi la lettera"

       «"Sď" disse Tom mettendogliela in mano.

       «Signori, ho sentito mio zio raccontare quello che Tom aveva raccontato: i lamenti della vedova, a quella rivelazione, avrebbero smosso un cuore di pietra. Tom, che era assai tenero, si sentď toccato fin nel profondo. La vedova, scuotendosi tutta avanti e indietro, si torceva le mani.

       «"Che falsi! Che infami, gli uomini!"

       «"Terribile, mia cara signora, ma trattenetevi!"

       «"Non posso" strillava quella. "Non troverė mai nessuno da amare come lui!".

       «"Lo troverete, lo troverete, mia cara", disse Tom lasciando cadere dei lacrimoni grossi grossi, preso da compassione per le disgrazie della vedova. Nell'impeto della pena per la poveretta, Tom l'aveva cinta con il braccio, dal canto suo la vedova, travolta dalla disperazione, gli aveva afferrato la mano. Alzė il volto per guardare Tom e sorrise attraverso le lacrime; Tom abbassė il volto per guardare lei e sorrise anche lui nel pianto.

       «Non sono mai riuscito a sapere se in quel particolare momento Tom abbia baciato o meno la vedova. A mio zio giurava di non averlo fatto, ma io ho i miei dubbi. Detto fra noi, sono convinto che lo abbia fatto.

       «A ogni modo, mezz'ora dopo Tom mandė via a calci lo spilungone, e un mese dopo sposė la vedova. Se ne andava in giro con il suo calessino color terra e le ruote rosse, la cavalla bisbetica pie' veloce, fino a quando, molti anni piĚ tardi, non si ritirė dagli affari per andarsene in Francia, insieme alla moglie. A quell'epoca la vecchia casa venne demolita».

 

       «Mi consentite di chiedervi che ne Ź stato della seggiola?», si informė il vecchio signore curioso.

       «Ebbene», rispose il commesso guercio, «fu notato che il giorno del matrimonio scricchiolava tantissimo, ma Tom Smart non sapeva dire se fosse per la contentezza o per gli acciacchi. Secondo lui, erano questi ultimi, perché da allora non parlė mai piĚ».

       «Tutti hanno creduto alla storia, vero?», si informė l'uomo dalla faccia sporca riempiendosi ancora la pipa.

       «Tutti, tranne i nemici di Tom. Secondo alcuni, Tom si era inventato tutto di sana pianta; altri dicevano che, ubriaco, si era sognato quella storia e aveva preso i calzoni per sbaglio prima di andare a dormire. Ma nessuno ha mai dato peso a queste chiacchiere».

       «Tom diceva che era tutto vero?».

       «Parola per parola».

       «E vostro zio?».

       «Sillaba per sillaba».

       «Due mattacchioni dovevano essere», commentė l'uomo dalla faccia sporca.

       «Sď, due mattacchioni», confermė il commesso viaggiatore.

 

XV • NEL QUALE SI FA UN RITRATTO FEDELE Dl DUE IMPORTANTI PERSONAGGI E SI DESCRIVE ACCURATAMENTE IL PRANZO UFFICIALE TENUTO NELLA LORO CASA E NEL CIRCOSTANTE PARCO: IL CHE PORTA A RITROVARE UNA VECCHIA CONOSCENZA E A INCOMINCIARE UN ALTRO CAPITOLO

 

 

 

       A Mr Pickwick rimordeva un po' la coscienza per aver trascurato ultimamente i suoi amici alloggiati al Pavone. Si accingeva appunto a porsi in cammino per cercarli- ormai da tre giorni si era conclusa la tornata elettorale- quand'ecco il suo fedele domestico mettergli in mano un biglietto sul quale erano incise le seguenti parole:

 

       «Signora Leo Hunter

       La Tana. Eatanswill».

 

       «Aspetta», annunciė Sam in forma epigrammatica.

       «Chiede di me questa signora, Sam?», si informė Mr Pickwick.

       «Proprio voi in carne ed ossa vuole quello lď, nessun altro, come disse il segretario privato del diavolo portandosi via il dottor Faust», rispose Mr Weller.

       «Quello? Allora si tratta di un uomo?».

       «Se non lo Ź, Ź un'ottima imitazione».

       «Ma questo Ź il biglietto di una signora!».

       «Dato a me da un signore, perė. Aspetta da basso; dice che per vedervi aspetta anche tutto il giorno».

       Nel sentire tanta determinazione, Mr Pickwick scese nel salotto: qui se ne stava seduto un uomo dall'aspetto grave che nel vederlo entrare, balzė in piedi e con aria di profondo rispetto, disse:

       «Mr Pickwick, suppongo».

       «In persona».

       «Concedetemi l'onore di darvi la mano, signore. Consentitemi di stringervela, signore», disse l'uomo, solenne.

       «Certamente».

       Lo sconosciuto strinse la mano che gli veniva tesa, quindi proseguď:

       «La vostra fama Ź giunta fino a noi, signore. L'eco della polemica archeologica Ź arrivata all'orecchio di mia moglie, signora Hunter. Il signor Leo Hunter sono io», a questo punto lo sconosciuto tacque quasi si aspettasse che Mr Pickwick si sentisse sopraffatto da quella rivelazione. Ma vedendo che non si scomponeva, riprese a parlare.

       «Mia moglie, la signora Hunter, Ź orgogliosa di annoverare fra le conoscenze tutti coloro che sono diventati celebri grazie al loro lavoro e al loro ingegno, signore. Permettetemi di aggiungere, in cima a questo elenco, il nome di Mr Pickwick e dei membri del Circolo che da lui deriva il suo nome, signore».

       «Sarą un grande piacere far la conoscenza di una gentildonna cosď, signore».

       «E la farete, signore, la farete. Domattina, signore, daremo una colazione ufficiale - una fźte champźtre - cui parteciperanno molti di coloro che sono diventati celebri grazie al lavoro e all'ingegno. Vogliate concedere alla signora Hunter il privilegio di vedervi alla Tana' signore».

       «Con grandissimo piacere», rispose Mr Pickwick.

       «La signora Hunter Ź solita dare queste colazioni, signore», riprese a dire il nuovo personaggio. «"Feste dell'intelligenza e profusione dell'animo", come qualcuno, con grande originalitą e sensibilitą, ebbe a scrivere in un sonetto dedicato ai ricevimenti della signora Hunter».

       «Anche lui celebre grazie al lavoro e all'ingegno?», si informė Mr Pickwick.

       «Certamente, signore. Tutti gli amici della signora Hunter lo sono. ť sua ambizione e orgoglio non conoscere nessun altro, signore».

       «Nobilissima ambizione».

       «Quando informerė la signora Hunter che tale osservazione viene dalle vostre labbra, signore, ella ne sarą molto fiera. Al vostro seguito, signore, c'Ź, se non vado errato, un gentiluomo che ha scritto deliziose poesie, signore».

       «Il mio amico, Mr Snodgrass, ha viva sensibilitą poetica».

       «Anche la signora Hunter, signore. Arde di passione per la poesia, signore. L'adora; oso dire che la sua anima e la sua mente ne sono tutte avviluppate, intrise. Lei stessa ha scritto alcuni versi bellissimi, signore. Forse vi Ź capitata sotto mano la sua Ode a una rana morente, signore».

       «No, non credo», disse Mr Pickwick.

       «Mi stupisce, signore. Suscitė grande scalpore. Era firmata con una "L" e otto stelline. Apparve la prima volta su una rivista femminile. Comincia:

 

       "Oh, vederti ansimare

       distesa sulla pancia! Come posso non sospirare?

       Oh, vederti rantolare su un ciocco!

       Come restare indifferente,

       oh, rana morente?"».

 

       «Sublime!», disse Mr Pickwick.

       «Bella e tanto semplice».

       «Proprio cosď».

       «L'ultima strofa Ź ancora piĚ toccante. Volete che la reciti?».

       «Ve ne prego».

       «Suona cosď», disse l'uomo grave in tono ancor piĚ grave:

 

       «Avversi giovinastri, con urla scellerate,

       ti han cacciata senza pietate,

       con un cane, dallo stagno lucente

       oh, rana morente».

 

       «Meravigliosamente espresso».

       «Proprio cosď, signore. Ma dovete sentire come li recita la signora Hunter. Lei, sď, rende giustizia a questi versi! Li declamerą, in costume, domattina, signore».

       «Costume?».

       «Di Minerva. Dimenticavo... la colazione Ź in maschera».

       «Povero me!», sospirė Mr Pickwick dando un'occhiata alla propria persona. «Impossibile, assolutamente impossibile...».

       «Impossibile, signore, impossibile! », esclamė Mr Leo Hunter «Solomon Lucas, l'ebreo di High Street, ha migliaia di costumi. Pensate, signore, quante possibilitą, quanti personaggi celebri si offrono alla vostra scelta! Platone, Zenone, Epicuro, Pitagora hanno tutti fondato dei club».

       «Lo so, ma non potendo competere con quei grandi uomini, non oso indossarne il costume».

       L'uomo, grave e compunto, rimase meditabondo per qualche attimo, poi disse:

       «A pensarci bene, signore, forse la signora Hunter sarebbe ancora piĚ lieta se i suoi ospiti vedessero un gentiluomo della vostra fama nei suoi panni anziché in quelli di un altro. Mi azzardo a promettere un'eccezione nel vostro caso, signore,... Sď, sono sicuro di poter azzardare tanto, in nome e per conto della signora Hunter».

       «In tale evenienza sarą con grande piacere che verrė».

       «Vi sto rubando del tempo prezioso, signore», disse l'uomo dall'aria grave, riscuotendosi all'improvviso. «So quanto sia inestimabile ogni minuto signore. Non vi tratterrė oltre. Mi autorizzate allora a comunicare alla signora Hunter che puė fiduciosamente contare sulla presenza vostra e dei vostri illustri amici? Buon giorno, signore, mi sento onorato di aver visto un personaggio tanto eminente... non muovetevi, signore, non dite altro». E, senza aver dato a Mr Pickwick il tempo di protestare o rifiutare, Mr Leo Hunter si allontanė a passi gravi e misurati.

       Afferrato il cappello, Mr Pickwick riparė al Pavone, ma prima di lui, era arrivato Mr Winkle, con la notizia del ballo in maschera.

       «Ci va anche la signora Pott», furono le parole con cui accolse il maestro.

       «Davvero?», chiese Mr Pickwick.

       «In costume da Apollo», rispose Mr Winkle. «Pott, perė, ha da ridire sulla tunica».

       «Ha ragione, ha perfettamente ragione», disse Mr Pickwick con enfasi.

       «Sď... indosserą un abito di raso bianco con lustrini d'oro».

       «Non si capirą chi vuole rappresentare, vi pare?», osservė Mr Snodgrass.

       «Si capirą benissimo», ribatté con sussiego Mr Winkle. «La vedranno con la lira in mano, no?».

       «Giusto; me ne ero dimenticato».

       «Io mi travestirė da bandito», si intromise Mr Tupman.

       «Cosa!», esclamė Mr Pickwick sobbalzando.

       «Da bandito», ribadď Mr Tupman con soave fermezza.

       «Non verrete a dirmi», cominciė Mr Pickwick squadrando con severa solennitą l'amico, «non verrete a dirmi, Mr Tupman, che avete intenzione di ficcarvi in una giacca verde con un codino di due pollici».

       «ť proprio questa la mia intenzione, signore», replicė Mr Tupman, accalorandosi. «Perché non dovrei, signore?».

       «Perché, signore», ribatté Mr Pickwick agitato, «perché siete troppo vecchio, signore».

       «Vecchio!», fece eco Mr Tupman.

       «E se fosse necessario rafforzare l'obiezione», proseguď Mr Pickwick, «siete anche troppo grasso, signore».

       «Signore», disse Mr Tupman, la faccia soffusa di luce violacea, «questo Ź un insulto».

       «Signore», rispose Mr Pickwick ne]lo stesso tono, «non Ź neppure paragonabile all'insulto che voi fareste a me comparendomi davanti con addosso una giacca verde e un codino di due pollici».

       «Signore, siete un fellone».

       «Signore, lo siete anche voi!».

       Mr Tupman, avanzando di urlo o due passi, incenerď con lo sguardo Mr Pickwick. Mr Pickwick restituď l'occhiata, intensificata dalle lenti che la mettevano a fuoco, e sibilė parole di sfida. Mr Snodgrass e Mr Winkle, pietrificati, osservavano tale scena fra titani.

       «Signore», prese a dire Mr Tupman, dopo una breve pausa, a voce bassa e profonda, «mi avete chiamato vecchio».

       «Sď».

       «E grasso».

       «Ribadisco l'accusa».

       «E fellone».

       «Lo siete!».

       Pausa pregna di terrore.

       «Il mio attaccamento alla vostra persona, signore», disse Mr Tupman, con voce che tremava per l'emozione, rimboccandosi nel frattempo i polsini, «Ź grande, grandissimo, ma su questa stessa persona devo fare sommaria vendetta».

       «Avanti, signore!», replicė Mr Pickwick. Stimolato dall'eccitante tono del dialogo, quell'uomo eroico prese un atteggiamento da paralitico che, fiduciosi, i due testimoni interpretarono come posizione di guardia.

       «Cosa!», esclamė Mr Snodgrass, riacquistando tutto d'un tratto la voce che, nello stupore del momento, gli era venuta meno e, precipitandosi fra i due, a rischio di ricevere da un momento all'altro un colpo in testa da parte di entrambi. «Cosa! Mr Pickwick, gli occhi del mondo sono puntati su di voi! Mr Tupman, che insieme a tutti noi, brillate della luce che promana dal nome immortale! Vergogna, signori, vergogna».

       Alle parole del giovane amico, le rughe, davvero insolite che l'impeto della passione aveva disegnato sulla fronte serena e aperta di Mr Pickwick, a poco a poco si spianarono e scomparvero come dileguano i segni neri della matita, cancellati dall'effetto lenitivo della gomma. E prima che Mr Snodgrass finisse il suo discorsetto, gią sul volto gli si leggeva la consueta espressione benevola.

       «Ho agito d'impulso», disse Mr Pickwick, «sď, d'impulso. Qua la mano, Tupman».

       L'espressione cupa sul volto di Mr Tupman svanď, mentre con calore afferrava la mano dell'amico.

       «Anch'io ho agito d'impulso».

       «No, no! Tutta colpa mia. Metterete la giacca verde?».

       «No, no!».

       «Mettetela, per farmi un favore».

       «D'accordo, lo farė».

       Fu quindi stabilito che Mr Tupman, Mr Winkle e Mr Snodgrass si sarebbero vestiti in maschera. Cosď avvenne che Mr Pickwick, indotto dal calore dei buoni sentimenti, accettasse una risoluzione che in altre circostanze il suo buon senso avrebbe rifiutato: difficile concepire prova piĚ eloquente dell'amabilitą del suo carattere, neppure se risultasse che le avventure narrate in queste pagine sono frutto di fantasia.

       Mr Leo Hunter non aveva esagerato le risorse di Solomon Lucas. Un assortimento ricco - ricchissimo - non rigorosamente classico forse, né di roba nuova, e nemmeno conteneva un solo capo che corrispondesse con precisione a una data moda o a una data epoca, ma tutti, quale piĚ, quale meno, erano ornati di lustrini che cosa c'Ź di piĚ grazioso dei lustrini? Si potrebbe obiettare che alla luce del giorno non risaltano e non luccicano se ci sono lampade, come sanno tutti. D'altra parte se qualcuno dą un ballo in maschera di giorno e gli abiti non fanno quella figura che farebbero di notte, la colpa Ź chiaro, lampante, Ź tutta degli organizzatori della festa e in nessun modo Ź imputabile ai lustrini. Era questo il ragionamento impeccabile di Solomon Lucas, e proprio perché convinti da queste argomentazioni, Mr Tupman, Mr Winkle e Mr Snodgrass si accinsero a paludarsi in costumi che il gusto e l'esperienza gli suggerirono di raccomandare perché mirabilmente adatti all'occasione.

       Una carrozza, noleggiata al Gonfalone della Cittą, avrebbe alloggiato i pickwickiani, un calesse, di quella stessa rimessa, avrebbe condotto i coniugi Pott al parco dei coniugi Hunter. Al che, Mr Pott, in segno di gentile ringraziamento per l'invito, aveva gią predetto fiduciosamente nella Gazzetta di Eatanswill che la festa «avrebbe elargito uno spettacolo variegato di magiche delizie - un quadro corrusco di genio e di bellezza - una manifestazione di ospitale opulenza e di prodiga grandiositą - soprattutto, uno splendore coniugato con il buon gusto una decorazione elaborata con perfetta armonia e squisita misura - a paragone della quale la favolosa opulenza del magico Oriente sarebbe sembrata avvolta di colori cupi e funerei, in tutto simili all'animo di quell'essere bilioso e meschino che pretendeva di sciupare con il veleno della sua invidia i preparativi di quella gentildonna di alte virtĚ e animo nobilissimo al cui altare veniva offerto questo umile segno di omaggio e ammirazione». Era quest'ultima allusione una frecciata di graffiante sarcasmo all'Indipendente, che, non essendo stato invitato, in quattro numeri del giornale aveva dileggiato tutta l'organizzazione della festa, usando grossissimi caratteri di stampa, con tutti gli aggettivi scritti maiuscoli.

       Giunse il mattino del ricevimento: era davvero uno spettacolo vedere Mr Tupman in costume da perfetto brigante, con una giacca attillatissima, rigonfia e imbottita sulle spalle e sulla schiena come un cuscinetto puntaspilli; le cosce infilate in calzoncini di velluto e i polpacci fasciati da quelle complicate bende che sono la passione di tutti i banditi. Rallegrava davvero vedere quel suo volto aperto e accorto, addobbato con un gran paio di baffi anneriti con nerofumo, emergere da una camicia dal colletto aperto; contemplare il cappello a pan di zucchero, ornato di nastri multicolori, che doveva tenere sulle ginocchia perché non si conosce veicolo chiuso in grado di ospitare chi voglia portarselo sulla testa. Altrettanto spiritoso e piacevole era l'aspetto di Mr Snodgrass in pantaloni e mantella di raso blu, calze e scarpe di seta bianca e un elmo greco: costume questo - lo sanno tutti o, per lo meno, lo sapeva Mr Solomon Lucas - che era l'abito normale, autentico, quotidiano dei trovatori, dai tempi piĚ antichi fino alla loro scomparsa dalla faccia della terra. Tutto bello e piacevole, ma nulla a paragone dello schiamazzo del popolino, quando la carrozza si avviė dietro il calesse di Mr Pott. Il quale calesse si fermė alla porta di Mr Pott, la quale porta, aprendosi su Mr Pott, lo rivelė acconciato da giudice russo, con in mano un poderoso e temibile knut a simboleggiare, con efficace immediatezza, il potere severo e grandioso della Gazzetta di Eatanswill e le spietate sferzate con cui colpiva i rei.

       «Bravo!», esultarono Mr Tupman e Mr Snodgrass nel corridoio contemplando quell'allegoria ambulante.

       «Bravo! », risuonė la voce di Mr Pickwick nel corridoio.

       «Ur...rah!», schiamazzė il popolino. Fra tante ovazioni Mr Pott, sorridendo con quell'espressione di blando distacco che stava a dimostrare la consapevolezza del potere e della capacitą di esercitarlo, salď sul calesse.

       Ed ecco emergere dalla casa la signora Pott che, se non si fosse messa la tunica, sarebbe davvero stata assomigliante ad Apollo. La scortava Mr Winkle, avvolto in un mantello rosso chiaro: senza dubbio tutti lo avrebbero preso per un cacciatore, se la sua somiglianza a un postino non fosse stata altrettanto perfetta. Ultimo venne Mr Pickwick, che la marmaglia applaudď con pari entusiasmo, probabilmente convinta che calze e brache fossero resti di etą buie. A questo punto i due veicoli si avviarono verso la magione del signor e della signora Leo Hunter. Mr Weller (nella sua qualitą di damigello d'onore) era appollaiato a cassetta della carrozza che portava il suo padrone.

       Al vedere Mr Pickwick avanzare solenne fra il Brigante da un lato e il Trovatore dall'altro, tutti - uomini, donne, ragazzi, ragazze, bambini, affollatisi all'entrata per vedere gli ospiti in maschera - si misero a strillare in un delirio di gaudio. Mai si elevarono grida piĚ alte di quelle che salutarono gli sforzi di Mr Tupman per ficcarsi in testa il cappello a pan di zucchero e fare una degna comparsa nel giardino.

       L'allestimento della festa era davvero su scala grandiosa realizzando in pieno le profezie di Mr Pott, che aveva previsto lo splendore opulento da magica terra d'Oriente, e contraddicendo clamorosamente la malignitą di quelle vipere dell'Indipendente!

       I giardini - un acro e un quarto - erano zeppi di gente! Mai si era visto un tal trionfo di bellezza, eleganza, letteratura. C'era la signorina che «faceva» la poesia per La Gazzetta di Eatanswill, in un paludamento da sultana, al braccio del giovanotto che «faceva» le recensioni, adeguatamente infilato in una uniforme da maresciallo, perfetta in tutto, tranne che negli stivali. C'erano moltitudini di geni di tal fatta; non esiste persona ragionevole che non avrebbe considerato un onore incontrarli. Non basta: partecipava al rinfresco una mezza dozzina di grossi papaveri venuti da Londra - scrittori, scrittori veri, che avevano scritto interi libri e - incredibile! - li avevano anche pubblicati! Ed eccoli lď, che andavano di qua e di lą, come uomini comuni, che sorridevano e parlavano e perfino dicevano, proprio cosď!, un monte di sciocchezze, per benevolenza, senza dubbio, per farsi capire dalla gente normale, ordinaria lď intorno. E c'era anche una banda di suonatori con cappelli di cartapesta, quattro cantanti venuti da chissą dove nel costume del loro paese e una dozzina di camerieri affittati per l'occasione, anche loro in costume nazionale, lercio per sovrammercato. Ma soprattutto c'era la signora Hunter, vestita da Minerva, che accoglieva gli ospiti, sprizzante orgoglio e soddisfazione per aver riunito tanti personaggi celebri.

       «Mr Pickwick, signora», annunciė un servitore, mentre il nostro gentiluomo, cappello in mano, Brigante e Trovatore ai lati, si avvicinava al nume tutelare della festa.

       «Come? Dove?», esclamė la signora Leo Hunter balzando in piedi con un rapimento che simulava sorpresa.

       «Qui», disse Mr Pickwick.

       «Possibile che abbia il privilegio di contemplare Mr Pickwick in persona!».

       «Proprio lui, signora», rispose questi con un profondo inchino. «Mi sia concesso di presentare i miei amici... Mr Tupman... Mr Winkle... Mr Snodgrass all'autrice dell'Ode a una rana morente». Pochissimi, tranne quelli che l'hanno sperimentato, si rendono conto della difficoltą di eseguire un inchino quando si Ź intabarrati in calzoncini di velluto verde, in un giubbetto attillatissimo e un cappello con un'alta cupola, oppure quando si Ź addobbati con pantaloni di raso blu e calze di seta bianche, o ancora ci si trova infilati in stivali alti rovesciati e in brache alla zuava che, lungi dall'essere fatte su misura dello sventurato che si trova a portarle, gli sono state affibbiate senza darsi la minima preoccupazione delle dimensioni rispettivamente sue e dell'abito. Mai tanti contorcimenti avevano stravolto la mole di Mr Tupman nel tentativo di apparire naturale e aggraziato; mai si erano viste pose piĚ ingegnosamente aggrovigliate di quelle esibite dai suoi amici in maschera.

       «Mr Pickwick», annunciė la signora Hunter. «Dovete promettermi di non allontanarvi dal mio fianco per tutta la giornata. Ci sono centinaia di persone qui alle quali devo imperativamente presentarvi».

       «Siete squisita, signora», fu la risposta.

       «Ecco le mie bambine, anzi tutto. Mi ero quasi scordata di loro», dichiarė Minerva indicando distratta due signorine, gią bell'e cresciute: una di circa vent'anni e l'altra con qualche anno in piĚ, vestite con abiti infantili. Se fosse per farle apparire giovani o per far sembrare giovane la loro mamma, Mr Pickwick non ce lo dice con chiarezza.

       «Sono molto belle», commentė Mr Pickwick, quando le giovinette si allontanarono, dopo essere state presentate.

       «Tali e quali la mamma, signore», dichiarė in tono maestoso Mr Pott.

       «Oh, briccone!», esclamė la signora Hunter, dando con il ventaglio scherzosi colpetti sul braccio del direttore. (Minerva con il ventaglio! ).

       «Suvvia, mia cara signora Hunter», disse Mr Pott che alla Tana aveva il compito di sviolinare complimenti. aLo sapete bene, no?, che, l'anno scorso, alla Mostra della Royal Academy, davanti al vostro ritratto, tutti erano curiosi di sapere se foste proprio voi oppure vostra figlia minore. Due gocce d'acqua: impossibile distinguervi».

       «Se anche Ź vero, dovete proprio ripeterlo davanti a persone che non conosciamo?» e diede un altro colpetto sul leone sonnacchioso della Gazzetta di Eatanswill.

       «Conte, conte!», strillė la signora Leo Hunter all'indirizzo di un personaggio in uniforme straniera, con dei gran basettoni, che passava lď vicino.

       «Ah! Chiamate me?», disse il conte girandosi.

       «Desidero presentare l'uno all'altro due grandi uomini Mr Pickwick, ho il grandissimo piacere di presentarvi al conte Smorltork». E bisbigliando in gran fretta aggiunse: «Uno straniero... molto famoso... raccoglie materiale per una grande opera sull'Inghilterra. Ehm, conte Smorltork, Mr Pickwick».

       Mr Pickwick porse al conte i suoi omaggi con tutta la deferenza dovuta a sď grand'uomo, e il conte tirė fuori una serie di foglietti.

       «Come afere detto, signora Hunt?», chiese il conte con un sorriso garbato verso la signora Hunter in brodo di giuggiole. «Pig Vig o Big Vig... come dire voi?... Avvocato... ja? Capisco... ecco: Big Vig». Il conte era in procinto di inserire Mr Pickwick fra le voci dedicate ai professionisti in toga, che dal loro mestiere traggono il proprio nome, quando si intromise la signora Hunter.

       «No, no, conte! ť Pick-wick».

       «Ah, ah, chiarissimo. Peek: nome, Weeks: essere cog-nome. Puono ja, molto puono. Peek Weeks. Como stare foi, Weeks?».

       «Molto bene, vi ringrazio», rispose Mr Pickwick con la consueta affabilitą. «ť da molto che siete in Inghilterra?».

       «Sď... molto tempo... due settimane... un po' di piĚ».

       «Vi fermerete ancora a lungo?».

       «Una settimana».

       «Avrete molto da fare per raccogliere tutto il materiale in cosď poco tempo», osservė sorridendo Mr Pickwick.

       «Cią raccolto, ja».

       «Davvero! ».

       «ť tutto qui», aggiunse il conte toccandosi la fronte con gesto eloquente. «Grande libro scriferė in mia patria... pieno di note... musica, pittura, scienza, pollitica, poesia... tutto».

       «La parola politica, signore, comporta, di per sé, un arduo studio di proporzioni non trascurabili».

       «Ahė!», disse il conte tirando di nuovo fuori i suoi appunti. «Penissimo, ja, pelle parole per cominciare un capitolo. Capitolo quarantasette. Pollitica. La parola pollitica sorprende di per sé...». E giĚ, nero su bianco, nei taccuini del conte Smorltork, andė a finire l'osservazione di Mr Pickwick, con tutte le varianti e aggiunte suggerite dall'esuberante fantasia del conte e causate dalla sua imperfetta conoscenza della lingua.

       «Conte», disse la signora Hunter.

       «Signora Hunt», rispose il conte.

       «Vi presento Mr Snodgrass, amico di Mr Pickwick e poeta».

       «Alt! », esclamė il conte tirando di nuovo fuori i suoi foglietti. «Sezione: poesia... capitolo: amicizie letterarie... nome Snowgrass. Penissimo. Presentato a Snowgrass... grande poeta, amico di Peek Weeks... da signora Hunt il quale afer scritto skvisito poema... como si intitola?... Lana rovente... puonissimo... puonissimo daffero». Il conte, riposti i suoi foglietti, con molti inchini e ringraziamenti si allontanė, compiaciuto di aver arricchito il suo patrimonio di informazioni con aggiunte di grande importanza e significato.

       «Un uomo meraviglioso, il conte Smorltork», disse la signora Hunter.

       «Profondo filosofo», disse Mr Pott.

       «Intelligenza lucida, solido pensatore», aggiunse Mr Snodgrass.

       Gli astanti, unendosi al coro degli encomi per il conte Smorltork, scossero il capo con aria saputa e unanimi dichiararono: «Proprio cosď!».

       L'entusiasmo per il conte Smorltork era all'apice e le lodi al suo indirizzo avrebbero potuto risuonare fino al termine della festa, se i quattro musici, venuti da chissą dove, non si fossero allineati davanti a uno striminzito albero di mele, tanto per avere un tono pittoresco, e non avessero intonato i loro canti nazionali, l'esecuzione dei quali non sembrava affatto difficile poiché il segreto consisteva, da quanto era dato di capire, nel fatto che tre grugnivano e il quarto ululava. Conclusa l'esibizione fra i calorosi applausi di tutti gli ospiti, si fece avanti un ragazzo, il quale prese ad avvinghiarsi fra le traverse di una sedia, poi a saltarci sopra, poi a strisciarci sotto, poi a ruzzolarvi insieme, insomma a far di tutto tranne che a sedercisi, quindi a farsi una cravatta con le gambe, avvoltolandosele intorno al collo, poi a dimostrare con che facilitą si poteva far assomigliare un essere umano a un rospone, intrattenimenti, tutti, che suscitarono grande allegria e contentezza nei presenti. Dopo di che si sentď la signora Pott pigolare flebilmente un qualcosa che la cortesia degli invitati interpretė come canzone: il tutto molto classico e perfettamente intonato perché Apollo era lui stesso compositore e i compositori, si sa, di rado sanno cantare la loro musica e, a dir il vero, neanche quella degli altri. Seguď la signora Hunter che declamė la celebre Ode a una rana morente: il pubblico chiese il bis, e ci sarebbe stato anche un tris, se gli invitati, ormai dell'idea che fosse ora di mangiare, a stragrande maggioranza, non avessero detto che era una vergogna approfittare della bontą della signora Hunter. La quale signora Hunter si dichiarė dispostissima a recitare un'altra volta la sua ode, se non che gli amici, davvero solleciti e gentili, non ne vollero sentir parlare. Il salone dei rinfreschi venne aperto, e tutti coloro che avevano partecipato ad altre feste prima vi si precipitarono in fretta e furia. Era infatti abitudine della signora Hunter mandare cento biglietti d'invito e preparare il rinfresco per cinquanta: insomma di dar da mangiare ai pezzi grossi e lasciar che la minutaglia si arrangiasse.

       «Dov'Ź Mr Pott?», chiese la signora Hunter mentre tutto intorno a sé sistemava i citati pezzi grossi.

       «Eccomi», disse il direttore dalla parte opposta della sala, al di lą di ogni speranza di toccar cibo, a meno che la padrona dí casa non facesse qualcosa per lui.

       «Non volete raggiungerci?».

       «Oh, non badate a lui», intervenne la signora Pott con voce suadente. «Vi date troppa pena senza che ce ne sia bi. sogno, signora Hunter. Non ti manca niente laggiĚ, vero... caro?».

       «No... amore!», rispose Mr Pott con un sorriso mesto. AhimŹ, dov'era il knut! Il braccio muscoloso che lo brandiva con forza poderosa davanti al mondo rimaneva paralizzato sotto lo sguardo imperioso della signora Pott.

       La signora Hunter si guardė intorno trionfante. Il conte Smorltork era indaffaratissimo ad annotare quello che c'era nei piatti; Mr Tupman faceva gli onori di un'insalata di aragosta a varie alte papavere, esibendo un garbo mai prima dimostrato da nessun bandito, Mr Snodgrass, liquidato il giovanotto che liquidava i libri sulle pagine della Gazzetta di Eatanswill, era impegnato a discutere animatamente con la signorina che «faceva» la poesia; dal canto suo, Mr Pickwick si faceva benvolere da tutti. Pareva proprio che non mancasse nulla alla perfezione di quella cerchia sceltissima di persone, quand'ecco Mr Leo Hunter - che in tali momenti, piazzato sulla soglia, intratteneva la gente meno importante- proclamare ad alta voce:

       «Mia cara, Ź arrivato Mr Charles Fitz-Marshall».

       «Oh, cielo! Lo aspettavo con trepidazione. Fate spazio, per favore, lasciate passare Mr Fitz-Marshall. Caro, di' a Mr Fitz-Marshall di venire subito da me: voglio sgridarlo per essere arrivato cosď tardi».

       «Arrivo, cara signora», annunciė una voce, «volo - che folla - stanza gremita - una faticaccia - sul serio».

       Mr Pickwick lasciė cadere coltello e forchetta. Fissė Mr Tupman che, dall'altra parte del tavolo, mollando di mano coltello e forchetta, aveva l'aria di voler sprofondare sotto terra lď per lď.

       «Ah!», gridė la voce, mentre il suo titolare si apriva un varco fra gli ultimi venticinque turchi, ufficiali, cavalieri, Carli II, che ancora si frapponevano fra lui e la tavola, «stiratura come si deve - marca Baker - neanche una grinza sulla giacca dopo questo pigia pigia - stirato e rassettato nel farmi strada - ah, ah! mica male come idea. - Strano, non c'Ź che dire, farsi stirare i panni addosso - roba che mette alla prova - sul serio!».

       Con queste frasi spezzettate, un giovanotto, vestito da ufficiale di marina, avanzė fino alla tavola e ai pickwickiani attoniti si presentė con la forma e i lineamenti di Mr Alfred Jingle.

       Il reo aveva avuto appena il tempo di prendere la mano profferta della signora Hunter, quando i suoi occhi incontrarono le pupille indignate di Mr Pickwick.

       «Ehilą!», esclamė Jingle. «Dimenticavo - gli ordini al postiglione- corro immediatamente- di ritorno fra un minuto».

       «Il domestico oppure Mr Hunter ci penseranno subito, Mr Fitz-Marshall», intervenne la padrona di casa.

       «No, no - ci penso io - non ci vorrą molto - di ritorno in men che non si dica», replicė Jingle e, cosď dicendo, scomparve fra la folla.

       «Mi consentite di chiedervi», cominciė Mr Pickwick agitato, alzandosi dalla sedia, «chi Ź quel giovanotto e dove abita?».

       «Un gentiluomo di grandi mezzi, Mr Pickwick, al quale desidero presentarvi. Il conte sarą deliziato di conoscerlo».

       «Sď, sď», disse l'altro in fretta. «Abita...».

       «Al momento alloggia all'Angelo a Bury».

       «Bury?».

       «Bury St Edmunds, a non molte miglia da qui. Ma caro Mr Pickwick, non vorrete lasciarci. Non vorrete andarvene cosď presto?».

       Ma un bel po' prima che la signora Hunter avesse finito di parlare, Mr Pickwick si era buttato a capofitto in mezzo alla folla ed era arrivato nel giardino, dove subito dopo lo raggiunse Mr Tupman che era stato alle calcagna dell'amico.

       «Inutile», disse Mr Tupman, «se ne Ź andato».

       «Lo so e intendo seguirlo».

       «Seguirlo! Dove?».

       «Alla locanda dell'Angelo a Bury», spiegė Mr Pickwick parlando in fretta. «Chissą chi sta imbrogliando laggiĚ! Ha gią tratto in inganno un uomo di valore una volta e noi siamo stati la causa involontaria. Non lo rifarą, se posso evitarlo. Lo smaschererė! Dove Ź il mio domestico?».

       «Eccomi, signore», disse Weller sbucando da un cantuccio che lo aveva visto impegnato in una discussione con una bottiglia di Madeira, sottratta un paio di ore prima, dalla tavola del rinfresco. «Ecco il vostro domestico, signore. Orgoglioso di questo titolo, come diceva lo Scheletro Vivente quando lo mostravano in giro».

       «Seguimi all'istante», disse Mr Pickwick. «Tupman, se mi fermerė a Bury, ve lo farė sapere: potrete raggiungermi lď. Per il momento, addio».

       Inutili furono le proteste. Mr Pickwick era pronto, irremovibile. Mr Tupman ritornė dai suoi amici e un'ora dopo aveva gią annegato in un'inebriante quadriglia e in un'esaltante bottiglia di champagne il ricordo di Mr Alfred Jingle o di Mr Charles Fitz-Marshall. Nel frattempo, Mr Pickwick e Sam Weller, appollaiati a cassetta di una diligenza, a ogni minuto che passava accorciavano la distanza che li divideva dalla buona vecchia cittadina di Bury St Edmunds.

 

XVI • TROPPE PERIPEZIE PER POTERLE RACCONTARE IN BREVE

 

 

 

       Non c'Ź, in tutto l'arco dell'anno, mese nel quale, come in agosto, la natura indossi abiti tanto belli. La primavera sfoggia molta avvenenza; maggio conosce il rigoglio e la fioritura, e il suo incanto risalta per contrasto con l'inverno. Agosto non gode di questo vantaggio. Giunge quando ci sovvengono soltanto cieli tersi, campi verdi, fiori profumati - quando il ricordo della neve, del gelo, dei venti cattivi si Ź dileguato dalla nostra memoria proprio come Ź scomparso dalla terra - eppure Ź tanto bello! Orti e campi di grano risuonano del brusio del lavoro; gli alberi si piegano sotto il greve carico dei frutti maturi che ne incurvano i rami fino a terra; il frumento, raccolto in leggiadri covoni oppure ondeggiante ad ogni lieve sospiro di brezza che ne accarezza le cime quasi a corteggiare la falce, colora il paesaggio con le sue tonalitą dorate. Si ha la sensazione che su tutta la terra indugi un molle languore: l'incanto della stagione sembra estendersi fino al carro che percorre i campi falciati: il suo lento avanzare Ź percepibile soltanto all'occhio, perché nessun cigolio colpisce l'orecchio.

       Mentre la diligenza corre rapida lungo i campi e i frutteti che fiancheggiano la strada, frotte di donne e bambini, intenti a porre la frutta nelle ceste o a raccogliere le spighe di grano sfuggite qua e lą, sostano per un attimo nella loro fatica e, facendosi schermo ai volti bruciati dal sole con mani ancora piĚ arse, gettano sui viaggiatori uno sguardo curioso ~ e intanto qualche paffuto bimbetto, troppo piccolo per lavorare, ma troppo birba per essere lasciato a casa, si aggrappa all'orlo della cesta dove, per sicurezza, Ź stato messo, e scalcia e strilla allegramente. Il mietitore interrompe il lavoro e, a braccia conserte, guarda il veicolo che gli sfreccia vicino; i poderosi cavalli da tiro gettano un'occhiata sonnolenta a quelli scattanti della diligenza e il loro sguardo, semplice e diretto quanto puė essere lo sguardo di un cavallo, sembra dire: «Assai bello da vedere, ma, dopo tutto, Ź meglio andar piano su un campo pesante che agitarsi tanto su una strada polverosa». Quando poi, imboccando una curva, vi girate a guardare, donne e bambini hanno ripreso il lavoro; il mietitore Ź di nuovo chino nella sua fatica; i cavalli hanno tirato i carri; tutto Ź di nuovo in movimento.

       Il fascino di un simile paesaggio non andė perduto per l'animo sereno ed equanime di Mr Pickwick. Deciso a svelare la vera natura del nefasto Jingle in tutti quegli ambienti nei quali costui perseguisse intenti scellerati, dapprincipio se ne rimase taciturno e meditabondo, a rimuginare con quali mezzi mettere in atto, nel modo piĚ efficace, la sua risoluzione. Ma, a poco a poco, la sua attenzione fu attratta da quanto lo circondava, e andė a finire che da quel viaggio trasse gran diletto come se a intraprenderlo lo avessero spinto motivi assai piacevoli. «Stupendo panorama, Sam», disse Mr Pickwick.

       «Meglio dei comignoli di cittą, signore», commentė Mr Weller toccandosi il berretto.

       «Immagino che in tutta la vita non avrai visto che comignoli, mattoni e calce», disse Mr Pickwick sorridendo.

       «Non sono sempre stato lustrascarpe, signore», disse Mr Weller scuotendo la testa, «ho anche fatto l'apprendista carrettiere».

       «Quando Ź stato?».

       «Quando sono capitato fra capo e collo in questo mondo a giocar a cavallina con i guai. Ho cominciato come facchino, poi ho fatto il carrettiere, poi lo sguattero, poi il lustrascarpe. Oggi faccio il domestico di un signore; chissą che uno di questi giorni non mi trovi a fare il signore, magari con la pipa in bocca e la pergola nell'orto. Non mi meraviglierei!».

       «Sei un filosofo, Sam».

       «Ce l'ho nel sangue, mi pare, signore. Tale e quale mio padre. Se la mia matrigna si mette a sbraitare, lui si mette a fischiettare. Se lei si scalda e gli rompe la pipa, lui va fuori a comprarne un'altra. Lei smania e va fuori di sé, lui fuma placido e tranquillo fino a quando non le Ź passata. ť filosofia, signore, no?».

       «Un ottimo surrogato, per lo meno», rispose Mr Pickwick ridendo. «Deve esserti stata molto utile, Sam, nel corso della tua vita vagabonda».

       «Utile, signore! Altro che! Quando ho lasciato il posto di facchino, prima di diventar carrettiere, per due settimane ho abitato in casa non ammobiliata».

       «Casa non ammobiliata?».

       «Proprio cosď: sotto il ponte di Waterloo, dove Ź asciutto. Niente male per dormirci... dieci minuti a piedi da tutti gli uffici... un difetto, perė: troppe correnti d'aria. Ne ho viste di belle lď!».

       «Lo immagino», disse Mr Pickwick mostrando vivo interesse.

       «Cose che vi trafiggono il cuore e vengono fuori dall'altra parte. Non ci sono i soliti barboni: troppo furbi quelli, si arrangiano meglio. Lď ci vanno, a volte, vagabondi giovani, maschi e femmine, che non hanno fatto carriera nel loro mestiere. Spesso capita di vedere dei disperati, che hanno fame e non hanno casa; si accucciano negli angoli bui dove non c'Ź un'anima. Miserabili che non mettono insieme due penny per la corda».

       «Che corda, Sam? Una corda da due pence?».

       «ť il dormitorio pubblico dove il letto costa due pence per notte».

       «Perché il letto lo chiamano «corda»?».

       «Benedetta la vostra innocenza, signore! Non Ź che il letto lo chiamino corda, no. ť che quando la gentildonna e il gentiluomo si sono messi in affari, i letti li facevano sul pavimento. Ma non conveniva perché i clienti non si accontentavano di una modica dormita da due pence, macché! Quelli se ne stavano lď mezza giornata. Cosď adesso hanno sistemato due corde, a tre piedi dal pavimento e distanti sei fra di loro, che vanno giĚ fino in fondo allo stanzone. Fra le due funi pezzi di sacco sono tirati: ecco i letti».

       «Allora?»

       «Allora si capisce il tornaconto. Alle sei di mattina, sganciano le corde a un capo dello stanzone e giĚ tombolano quelli che ci dormono. Il risultato Ź che sono ben svegli, eccome!, si tiran su senza far storie e via che se ne vanno. Mi scusi, signore», e il loquace Sam interruppe il suo discorso, «non Ź Bury St Edmunds laggiĚ?».

       «Sď», rispose Mr Pickwick.

       Rimbombando sull'acciottolato ben lastricato della graziosa cittadina dall'aspetto lindo e florido, la diligenza andė a fermarsi davanti a una grande locanda, quasi di fronte alla vecchia abbazia, in uno stradone aperto.

       «Ecco la locanda dell'Angelo», disse Mr Pickwick guardando in alto. «Scendiamo qui, Sam, ma attenzione. Fatti dare un salottino privato e non pronunciare il mio nome. Chiaro?».

       «Perfettamente, signore», rispose Weller con un cenno d'intesa e, cavata la valigia di Mr Pickwick dal cassone posteriore dove l'aveva buttata quando a Eatanswill si erano imbarcati sulla diligenza, Mr Weller scomparve per eseguire la sua missione. In men che non si dica il salottino privato fu disponibile e, senza indugio, Mr Pickwick vi scivolė dentro.

       «Adesso, Sam, la prima cosa da fare...».

       «ť ordinare la cena. Si Ź fatto tardi», concluse Mr Weller.

       «Vero», confermė Mr Pickwick guardando l'orologio. «Hai ragione, Sam».

       «E se mi permettete di darvi un consiglio, signore, subito dopo mangiato, andrei a fare una bella dormita per non cominciare a mettere il naso in questo affare prima di domattina. Niente di piĚ rinfrescante di un buon sonno, come disse la servetta prima di bersi un portauovo pieno di laudano».

       «Hai ragione, Sam, ma prima devo accertarmi se alloggia qui e assicurarmi che non cerchi di filarsela».

       «Lasciate fare a me, signore. Vi ordinerė una cenetta coi fiocchi e, mentre la preparano, curioserė qui e lď. In cinque minuti mi farė dire dal lustrascarpe tutti i segreti».

       «Va bene», acconsentď Mr Pickwick, e Weller subito si ritirė.

       Mezz'ora piĚ tardi Mr Pickwick era seduto davanti a una cena assai stuzzicante e, tre quarti d'ora piĚ tardi, Mr Weller fu di ritorno con l'informazione che Mr Charles Fitz-Marshall aveva lasciato detto di tenergli la stanza fino a nuovo ordine. Avrebbe trascorso la serata nei dintorni a casa di gente che conosceva, aveva avvisato il lustrascarpe di restar alzato fino al suo ritorno e si era portato dietro il domestico.

       «Ora, signore», concluse Mr Weller dopo che ebbe finito la sua relazione, «se domattina riesco a far due chiacchiere con questo domestico, gli caverė di bocca tutti gli affari del padrone».

       «Come fai a esserne sicuro?».

       «Che il cielo vi benedica, signore! I domestici lo fanno sempre».

       «Oh, ah, me ne ero dimenticato. D'accordo».

       «Poi voi deciderete sul da farsi e agiremo di conseguenza».

       Era la soluzione migliore e cosď rimasero d'accordo. Col permesso del padrone, Weller si ritirė, libero di trascorrere la serata come meglio credeva: poco dopo, eletto dal coro unanime della brigata a presiedere la mescita di alcolici, si condusse in questa carica con tanta piena soddisfazione dei gentiluomini presenti che il fragore delle risate e del consenso, giungendo fino nella stanza di Mr Pickwick, gli accorciė la durata naturale del riposo di almeno tre ore.

       La mattina successiva, sul presto, mentre era intento a smaltire i fumi della convivialitą della sera precedente attraverso lo strumento di una doccia da mezzo penny (offrendo una moneta di tal valore aveva indotto un giovane gentiluomo, addetto di scuderia, a pompargli acqua sulla testa e in faccia fino a che non si fosse riavuto completamente), Mr Weller notė un giovanotto in livrea color mora di gelso, che, seduto su una panchina del cortile, leggeva con aria di profonda concentrazione quel che pareva un libro di salmi, e ogni tanto lanciava un'occhiata all'individuo sotto la pompa come se, dopo tutto, quella procedura lo interessasse.

       "Bel tipo sei a guardarti", pensė Weller la prima volta che i suoi occhi incontrarono lo sguardo dello sconosciuto in livrea color mora: il quale tipo aveva un faccione brutto e gialliccio, occhi infossati, un testone con folti capelli lisci. "Bel tipo, non c'Ź che dire!", pensė Weller e, cosď pensando, andė avanti a lavarsi e a quello non ci pensė piĚ.

       Eppure l'uomo continuava a guardare ora il libro di salmi ora Sam, ora Sam ora il libro di salmi come se avesse voglia di attaccar discorso. Tanto che alla fine, Sam, per fornirgli l'occasione, disse con un cenno amichevole della testa:

       «Come ve la cavate, eccellenza?».

       «Sono lieto di poter dire che sto bene, signore», disse l'uomo parlando con grande decisione e chiudendo il libro. «Spero che lo stesso valga per voi, signore».

       «Beh, mi par di essere una bottiglia di brandy stamattina; traballo un po' sulle gambe. Alloggiate qui vecchio mio?».

       L'uomo color mora di gelso rispose di si.

       «Com'Ź che non eravate dei nostri ieri sera?», chiese Sam sfregandosi la faccia con un asciugamano, e a bassa voce aggiunse: «Tipo allegro devi essere... mi sembri una trota viva presa all'amo».

       «Ero fuori con il mio padrone ieri sera», spiegė quello.

       «Come si chiama?», si informė Weller diventando tutto rosso perché si sentiva eccitato e perché si era sfregato.

       «Fitz-Marshall», disse l'uomo color mora di gelso.

       «Qua la mano», disse Mr Weller avvicinandosi. «Mi fa piacere conoscervi. Faccia simpatica avete, amico».

       «Strana coincidenza», disse l'uomo color gelso con grande semplicitą. «Anche voi ce l'avete simpatica tanto che mi Ź venuta voglia di parlarvi da subito, da quando vi ho visto sotto la pompa».

       «Sul serio?».

       «Sulla mia parola. Curioso, vero?».

       «Non c'Ź che dire», disse Sam tutto contento per la disponibilitą dello sconosciuto. «Come vi chiamate, patriarca?».

       «Job».

       «Gran bel nome... l'unico senza nomignolo fra tutti quelli che conosco. E di cognome?».

       «Trotter. E voi?».

       Sam, ricordando l'ammonimento del padrone, disse:

       «Mi chiamo Walker, e il mio padrone Wilkins. Vi va un cicchetto stamattina, Mr Trotter?».

       Mr Trotter accettė questa piacevole proposta e, infilato il libro di salmi nella tasca della giacca, accompagnė Mr Weller alla mescita dove ben presto si diedero a dibattere una miscela esilarante ottenuta mischiando in un bricco di peltro una certa dose di gin britannico con fragranti chiodi di garofano.

       «Come va il vostro lavoro?», chiese Sam riempiendo per la seconda volta il bicchiere del compare.

       «Male», disse Job leccandosi le labbra, «molto male».

       «State scherzando?».

       «Magari! Ma il peggio Ź che il mio padrone sta per sposarsi».

       «No! ».

       «Sď. E ancora peggio Ź che sta per filarsela con una ricchissima ereditiera. La farą scappare dall'educandato».

       «Che tipaccio!», disse Sam riempiendogli ancora il bicchiere. «E l'educandato Ź proprio qui, in cittą, eh?».

       Ora questa domanda fu rivolta con la massima disinvoltura e indifferenza, ma Mr Job Trotter diede chiaramente a capire a gesti di essersi accorto che il nuovo amico desiderava con ansia una risposta. Vuotė il bicchiere, scrutė con aria misteriosa il compagno, ammiccė con gli occhi, prima con l'uno, poi con l'altro, alla fine con il braccio fece un movimento che pareva volesse azionare una immaginaria pompa: l'idea era che lui (Trotter) si considerava sottoposto a un pompaggio da parte di Mr Samuel Weller.

       «No, no», disse alla fine, «non si puė dirlo a nessuno. ť un segreto... un gran segreto, Mr Walker».

       E nel dir questo, l'uomo color mora di gelso capovolse il bicchiere per ricordare al compare che non c'era niente dentro per placare la sete. Sam capď l'antifona: apprezzando la delicatezza con cui gli veniva comunicato il messaggio, ordinė di far riempire la brocca di peltro, al che gli occhietti dell'uomo color mora ebbero un guizzo.

       «Ah, Ź un segreto?», fece Sam.

       «Direi proprio di sď», rispose quello sorseggiando il liquore con faccia beata.

       «Scommetto che Ź ricco il vostro padrone».

       Mr Trotter sorrise e, tenendo il bicchiere nella sinistra, con la destra diede quattro colpi sulla tasca dei pantaloni, come a dire che il suo padrone avrebbe potuto far lo stesso gesto senza per questo far sobbalzare nessuno con il tintinnio dei soldi. «Ecco il trucco!».

       L'uomo color mora fece segno di assenso.

       «E non vi salta in testa, amico, che siete un bel farabutto se gli lasciate metter di mezzo quella ragazza?».

       «Lo so», ammise Job Trotter volgendosi all'amico con una faccia profondamente contrita e un flebile gemito. «Lo so, ed Ź proprio questo che mi tormenta. Ma che posso fare?».

       «Fare! Vuotare il sacco con la direttrice e piantare il padrone!».

       «Chi mi crederebbe? La ragazza Ź considerata l'innocenza e la modestia in persona. Direbbe che non Ź vero niente; lo stesso farebbe il mio padrone. Chi mi crederebbe? Perderei il posto, sarei denunciato di complotto o qualche altra malefatta. Ecco quel che ne cavo, se mi do da fare».

       «C'Ź del vero», disse Sam rimuginando, «c'Ź del vero».

       «Se conoscessi qualche gentiluomo come si deve, in grado di prendere in mano la faccenda, forse ci sarebbe qualche speranza di impedire la fuga. Ma qui casca l'asino, Mr Walker: qui non c'Ź nessuno di mia conoscenza e, se anche ci fosse, scommetto dieci a uno che non mi crederebbe».

       «Seguitemi», disse Sam saltando su e afferrando per il braccio l'uomo color mora di gelso. «Il mio padrone Ź l'uomo che fa al caso vostro». E dopo una lieve resistenza da parte di Job Trotter, Sam condusse il nuovo amico nella stanza di Mr Pickwick: glielo presentė e gli fece un breve resoconto della conversazione che abbiamo riportato.

       «Mi dispiace molto tradire il mio padrone, signore», disse Job Trotter portandosi agli occhi un fazzoletto a quadrettoni rosa largo sei pollici.

       «ť un sentimento che vi fa grande onore», sentenziė Mr Pickwick, «d'altra parte compite il vostro dovere».

       «Lo so che Ź mio dovere. Dovremmo cercare tutti di fare il nostro dovere, signore, e umilmente io mi sforzo di compiere il mio, ma Ź dura prova tradire il padrone: lui vi ha dato le vesti che portate e il pane che mangiate, anche se Ź un mascalzone».

       «Siete un brav'uomo, un uomo onesto», disse Mr Pickwick assai toccato.

       «Su, su», intervenne Sam che aveva assistito al pianto di Mr Trotter dando segni di impazienza. «Piantatela di innaffiare intorno. Non serve a un accidente, non serve».

       «Sam», disse Mr Pickwick con aria di rimprovero, «mi addolora scoprire in te cosď scarsa considerazione per i sentimenti di questo poveretto».

       «Niente da dire sui suoi sentimenti, signore. Sono belli e buoni ed Ź un gran peccato se li perde, facendoli evaporare sotto forma di acqua calda, invece di tenerseli stretti dentro tanto piĚ che non serve a niente. Non Ź con le lacrime che si caricano gli orologi o si mandano avanti le locomotive. La prima volta che vi fate una fumatina, amico, caricate la pipa con questo concetto qui, che vi ho spiegato chiaro e tondo. Intanto quel lenzuolo rosa mettetevelo in tasca, non Ź cosď bello da sventolarlo in giro, neanche foste un equilibrista sulla corda».

       «Il mio domestico si esprime in modo semplice, senza pretese e a tratti incomprensibile», disse Mr Pickwick avvicinandosi a Job, «ma ha ragione».

       «Sď, signore, ha perfettamente ragione», ammise Mr Trotter. «Non mi lascerė piĚ andare».

       «Molto bene. Ora dove si trova l'educandato?».

       «Subito fuori cittą; Ź un grande edificio vecchio, di mattoni rossi, signore».

       «E quando dovrebbe aver esecuzione il piano infame? Per quando Ź fissata la fuga?».

       «Stanotte, signore».

       «Stanotte!», esclamė Mr Pickwick.

       «Proprio stanotte. Per questo sono tanto agitato».

       «Bisogna correre ai ripari. Andrė subito a parlare alla gentildonna che dirige quella istituzione».

       «Scusate, signore», disse Job, «ma questa tattica non servirą a nulla».

       «Perché no?», chiese Mr Pickwick.

       «Il mio padrone, signore, Ź un uomo molto astuto».

       «Lo so».

       «Si Ź intrufolato cosď bene nelle grazie della vecchia direttrice, signore, che lei non crederą mai a nessuna accusa contro di lui, neanche se giuraste in ginocchio. Tanto piĚ che l'unica prova Ź la parola del domestico che, a quanto ne sa lei- e il mio padrone non esiterebbe a dirlo - Ź stato licenziato per aver commesso chissą cosa e adesso si vendica».

       «Che cosa conviene fare allora?», chiese Mr Pickwick.

       «Solo cogliendolo in flagrante si riuscirą a convincere la direttrice».

       «Tutte uguali quelle befane: niente da fare finché non vanno a sbattere il muso», osservė Mr Weller a mo' di parentesi.

       «Ma prenderlo in flagrante mentre fugge Ź cosa assai ardua da realizzare, ho paura», fu il commento di Mr Pickwick.

       «Non Ź detto, signore», disse Trotter dopo aver riflettuto per qualche momento. «Forse si puė farlo con facilitą».

       «Come?», chiese Mr Pickwick.

       «Beh, il mio padrone ed io, con l'aiuto di due cameriere, ci infileremo alle dieci in punto in cucina di nascosto. Quando tutti saranno andati a dormire, noi usciremo dalla cucina e la ragazza dalla sua camera. Ci sarą una carrozza in attesa e via fileremo come il vento».

       «E allora?».

       «Allora, signore, pensavo che se vi trovaste nel giardino, da solo...».

       «Da solo? Perché?».

       «Ovvio che la direttrice in questione non sarebbe contenta se una scoperta cosď spiacevole venisse fatta alla presenza di un numero di persone maggiore di quanto non sia strettamente necessario. La ragazza... pensate ai suoi sentimenti, signore».

       «Giusto! Avete ragione. ť un'osservazione che rivela grande delicatezza d'animo. Proseguite, avete ragione».

       «Ebbene, signore, se voi vi trovaste nel giardino da solo ed esattamente alle undici e mezza io vi facessi entrare dalla porta in fondo al corridoio che dą sul giardino, sareste lď proprio al momento buono per mandare all'aria, insieme a me, il piano dello sciagurato che mi ha in pugno». A questo punto Mr Trotter emise un profondo sospiro.

       «Non tormentatevi per questo. Se avesse anche una briciola della delicatezza d'animo che contraddistingue voi pur di umile condizione sociale, non dispererei per lui».

       Job Trotter fece un profondo inchino e, malgrado le precedenti proteste di Mr Weller, le lacrime gli salirono di nuovo agli occhi.

       «Mai visto uno cosď», disse Sam. «Che mi venga un accidente se quello in testa non ha un rubinetto sempre aperto».

       «Sam», intervenne Mr Pickwick con severitą, «tieni la lingua a posto».

       «Signorsď!».

       «Questo piano non mi convince», disse Mr Pickwick dopo lunga meditazione. «Perché non mettersi in contatto con gli amici della signorina?»

       «Perché abitano a cento miglia da qui», replicė Mr Trotter.

       «Niente da fare allora», disse Mr Weller a parte.

       «Il giardino», riprese Mr Pickwick. «Come faccio a entrarci?».

       «Il muro di cinta Ź molto basso, signore, il vostro domestico vi darą una mano a saltarlo».

       «Il mio domestico mi darą una mano a saltarlo», ripeté meccanicamente Mr Pickwick. «Siete sicuro che sarete alla porta di cui mi avete detto?».

       «Impossibile sbagliarsi, signore. C'Ź solo una porta che dą sul giardino. Bussate leggermente quando sentirete battere le ore ed io vi aprirė all'istante».

       «Questo piano non mi convince, ma non vedo altra soluzione. Poiché Ź in gioco la felicitą di una giovinetta, lo adotterė. Sarė al mio posto».

       Cosď, per la seconda volta l'innata bontą di Mr Pickwick lo coinvolse in una avventura dalla quale molto volentieri se ne sarebbe stato alla larga.

       «Come si chiama l'educandato?», chiese Mr Pickwick.

       «Westgate House, signore. Non appena fuori cittą girate leggermente a destra: Ź un edificio isolato, un po' discosto dalla strada principale; sul cancello una targa di ottone porta il nome».

       «Lo conosco. L'ho gią notato una volta quando sono venuto in questa cittą. Fidatevi di me».

       Mr Trotter, con un profondo inchino, si girė per andarsene quando Mr Pickwick gli ficcė in mano una ghinea.

       «Siete un uomo dabbene; ammiro la vostra bontą d'animo. Niente ringraziamenti. Ricordatevi: alle undici in punto».

       «Non me ne dimenticherė, non c'Ź pericolo», assicurė Job Trotter. E con queste parole uscď dalla stanza, seguito da Sam.

       «Ehi, dico», cominciė quest'ultimo, «niente male quella trovata di mettersi a frignare. A condizioni cosď buone, mi metterei anch'io a versar lacrime da far vergognare una grondaia durante un acquazzone. Come ci riuscite?».

       «Viene dal cuore, Mr Walker», rispose Job con sussiego. «Buon giorno, signore».

       "Sei un allocco, ecco quello che sei... tutto ti abbiamo tirato fuori", pensava Mr Weller, mentre l'altro si allontanava.

       Non possiamo stabilire l'esatta natura dei pensieri che passavano nella mente di Mr Trotter perché non abbiamo idea di quali fossero.

       La giornata passė e volse al termine, giunse la sera e, poco prima delle dieci, il rapporto di Sam Weller informava che Mr Jingle e Job erano usciti insieme, che i loro bagagli erano pronti e che avevano ordinato una carrozza. L'esecuzione del piano era avviata come aveva previsto Mr Trotter.

       Arrivarono le dieci e mezza: tempo perché Mr Pickwick intraprendesse la sua delicata missione. Rifiutando di prendere il mantello che Sam gli tendeva per non essere impacciato nello scavalcare il muro, si avviė, seguito dal domestico.

       Era notte di luna, ma le nubi la nascondevano. Una bella notte, asciutta, ma insolitamente buia. Sentieri, siepi, campi, case, alberi erano immersi in una profonda tenebra. L'aria era tiepida e pesante; all'orizzonte guizzavano lampi estivi: gli unici visibili nella cupa oscuritą che avviluppava ogni cosa. Non si percepiva alcun suono tranne il lontano abbaiare di qualche cane da guardia irrequieto.

       Trovarono il collegio, lessero la targhetta di ottone, costeggiarono il muro, si fermarono in prossimitą di quella parte della cinta che li separava dal fondo del giardino.

       «Quando con il tuo aiuto sarė saltato oltre, ritorna alla locanda, Sam».

       «Bene, signore».

       «Aspettami alzato finché non ritorno».

       «Sicuro signore».

       «Prendimi per la gamba e quando dico "su!", sollevami piano».

       «D'accordo, signore».

       Definiti questi preliminari, Mr Pickwick si aggrappė alla sommitą del muro e diede l'ordine «su!» che venne eseguito alla lettera. Forse il suo corpo partecipava in certa misura della elasticitą che caratterizzava la sua mente, forse il concetto che Mr Weller aveva di lieve spinta era in qualche modo piĚ violento di quello di Mr Pickwick, fatto sta che l'immortale gentiluomo finď catapultato oltre il muro, piombando sull'aiuola dall'altra parte e qui, dopo aver spiaccicato tre cespugli di ribes e uno di rose, rimase lungo disteso.

       «Non vi siete fatto male, signore, spero?», chiese Sam con un bisbiglio forte da svegliar un morto, non appena si fu riavuto dalla sorpresa di vedere il suo padrone involarsi misteriosamente.

       «Non sono stato io a farmi male», rispose Mr Pickwick dall'altra parte del muro. «Sei stato tu a far male a me, direi».

       «Spero di no, signore».

       «Non importa; solo un paio di graffi. Va' pure, altrimenti ci sentiranno».

       «Arrivederci, signore».

       «Arrivederci».

       A passi furtivi Sam si allontanė, lasciando Mr Pickwick tutto da solo nel giardino.

       Di tanto in tanto luci comparivano a questa o a quella finestra dell'edificio, oppure occhieggiavano sulle scale a mano a mano che la gente si ritirava per la notte. Non volendo avvicinarsi troppo alla casa prima dell'ora stabilita, Mr Pickwick si accucciė in una rientranza del muro in attesa.

       Era quella una situazione che avrebbe scoraggiato l'animo di molte persone, ma Mr Pickwick non si sentiva scoraggiato né nutriva cupi presentimenti. Aveva la consapevolezza di perseguire uno scopo giusto e riponeva fiducia nella nobiltą d'animo di Job. Era noioso, certo, per non dire desolante, starsene lď, ma una mente contemplativa puė sempre ricorrere alla meditazione. A forza di meditare, Mr Pickwick si trovė assopito e a scuoterlo furono i rintocchi di una chiesa vicina che batteva l'ora: undici e mezzo.

       "ť ora", pensė alzandosi con grande precauzione. Diede un'occhiata alla casa: le luci erano spente, le persiane chiuse... erano tutti a letto, senza dubbio. In punta di piedi si avvicinė alla porta e bussė leggermente. Trascorsero due o tre minuti senza che nulla accadesse; bussė un po' piĚ forte, e poi di nuovo sempre piĚ forte.

       Si udirono infine risuonare dei passi sulle scale e attraverso la serratura guizzė il bagliore di una candela. Ci fu un gran tramestio di paletti e di catenacci e lentamente la porta si schiuse. Ora la porta si apriva verso l'esterno e, a mano a mano che si spalancava, Mr Pickwick indietreggiava a passo a passo. Quale fu il suo stupore nel vedere, sbirciando cauto, che ad aprire la porta non era Job Trotter, ma una servetta con in mano una candela! Mr Pickwick ritrasse la testa con la sveltezza di un Pulcinella in attesa del burattinaio che tiri i fili al suono dell'organetto.

       «Deve essere stato il gatto, Sarah», disse la ragazza rivolgendosi a qualcuno rimasto dentro. «Ps, ps, ps... micio, micio micio».

       Ma siccome nessun animale comparve attratto da quelle lusinghe, la servetta chiuse piano la porta e la sprangė, lasciando Mr Pickwick schiacciato contro il muro.

       "Davvero strano", pensava Mr Pickwick. "Sono rimaste alzate ben oltre l'ora solita, immagino. Bella sfortuna che con tutte le notti abbiano scelto proprio questa per restar su fino a tardi... davvero una sfortuna". E cosď riflettendo, Mr Pickwick si rimpiattď nel cantuccio dove si era nascosto prima, in attesa del momento propizio per ripetere, senza correre rischi, il segnale.

       Era lď da meno di cinque minuti quando il vivido guizzo di un lampo fu seguito dall'assordante fragore del tuono che si allontanė rombando in lontananza con terribile strepito... poco dopo ecco un altro guizzo piĚ abbagliante del primo e un altro schianto piĚ assordante, e poi ecco scrosciare la pioggia, intensa e furiosa, spazzando via tutto.

       Mr Pickwick sapeva benissimo che nei temporali gli alberi sono pericolosissimi. Di alberi ne aveva uno a destra e uno a sinistra, uno davanti e uno dietro. Se rimaneva lď dov'era, rischiava di restar fulminato; se si mostrava nel bel mezzo del giardino, correva il pericolo di essere consegnato a una guardia. Uno o due volte tentė di scalare il muro, ma, questa volta avendo soltanto le gambe fornitegli dalla natura, l'unico risultato dei suoi sforzi disperati fu quello di infliggere a ginocchia e stinchi una varietą di fastidiosi graffi e di ridursi in un bagno di sudore.

       "Che situazione incresciosa!", si disse sostando per asciugarsi la fronte dopo tanti sforzi. Guardė verso la casa: era immersa nell'oscuritą. Dovevano essere andati tutti a letto. Avrebbe ritentato di fare il segnale.

       Camminando in punta di piedi sulla ghiaia bagnata, giunto alla porta, bussė lievemente. Trattenne il respiro per sentire se qualcuno girava la chiave nella serratura. Nessuna risposta: davvero strano. Bussė di nuovo e rimase in ascolto. Ci fu un bisbiglio sommesso all'interno, poi una voce chiamė:

       «Chi va lą?».

       "Non Ź Job", pensė Mr Pickwick, appiattendosi di nuovo in tutta fretta contro il muro. "ť la voce di una donna".

       Aveva appena avuto il tempo di formulare questa conclusione, quando un paio di finestre ai piani si spalancarono e tre o quattro voci femminili chiesero ancora: «Chi va lą?».

       Mr Pickwick non osava muovere neanche un dito. L'intero collegio si era svegliato, era evidente. Decise di restar inchiodato lď fino a che non fosse cessato l'allarme; poi mettendocela tutta, scavalcare il muro o soccombere nel tentativo.

       Come ogni sua decisione, questa era la migliore nelle particolari circostanze, ma si basava, purtroppo, sul presupposto che nessuno si sarebbe azzardato ad aprire la porta. Quale fu il suo sgomento quando sentď togliere paletto e catenaccio e vide l'uscio aprirsi piano piano. A passo a passo si ritirė nel suo cantuccio, ma non c'era niente da fare: la mole della sua persona impediva che la porta si spalancasse completamente.

       «Chi va lą?», strillarono in coro voci tremule che venivano dalla scala all'interno. Erano quelle della zitellona che dirigeva la scuola, di tre insegnanti, cinque domestiche, trenta allieve, tutte vestite a metą, in mezzo a una foresta di bigodini.

       Mr Pickwick naturalmente se ne guardė bene dal dire chi era lą, e allora il ritornello del coro diventė: «Cielo! Che paura!».

       «Cuoca», disse la badessa che si era premurata di restar in cima alla scala e quindi era l'ultima di tutte, «cuoca, perché non vai a dare un'occhiata in giardino?».

       «Scusatemi, signora, non me la sento!», rispose questa.

       «Quanto Ź stupida quella cuoca!», commentarono le trenta allieve.

       «Cuoca», riprese la badessa con grande dignitą, «non rispondere cosď. Va' subito a dare un'occhiata in giardino. Te l'ordino! ».

       A questo punto la cuoca scoppiė a piangere, e la cameriera disse che era «una vergogna!»: per il quale gesto di solidarietą fu licenziata su due piedi (il mese di preavviso vi era gią compreso).

       «Hai sentito, cuoca?», disse la badessa pestando il piede con impazienza.

       «Hai sentito la padrona, cuoca?», dissero le tre insegnanti.

       «Che sfrontata quella cuoca!», dissero le trenta allieve.

       La sfortunata cuoca, sotto tante pressioni, avanzė di un passo o due e, tenendo la candela esattamente in modo da non poter vedere niente, dichiarė che non c'era nessuno e che doveva essere stato il vento. La porta era lď lď per essere di nuovo chiusa quando una allieva un po' curiosa, che era andata a sbirciare fra i cardini, emise uno strillo da far raddrizzare i capelli in testa: in un attimo, cuoca, cameriera e le piĚ avventurose tornarono indietro.

       «Che ha la signorina Smithers?», chiese la badessa mentre la suddetta signorina Smithers cadeva in preda a un attacco isterico da mettere alla prova la forza di quattro donzelle.

       «GesĚ! Signorina Smithers, cara», esclamarono le altre ventinove allieve.

       «Un uomo... un uomo... dietro la porta!», strillė la signorina Smithers.

       Appena sentito quell'urlo, la badessa si era rintanata nella sua stanza da letto, aveva chiuso la porta con doppio lucchetto e quindi in santa pace era svenuta. Ci fu un fuggi fuggi: allieve e maestre e domestiche si lanciarono verso le scale, una addosso all'altra: mai c'erano stati tanti strilli, svenimenti, tafferugli. Nel bel mezzo di tanto guazzabuglio, sbucando dal suo nascondiglio, si fece avanti Mr Pickwick.

       «Damigelle... gentili damigelle! ».

       «Oh, screanzato! Dice che siamo gentili», strillė la maestra piĚ vecchia e piĚ brutta di tutte.

       «Damigelle», ruggď Mr Pickwick disperato per come si erano messe le cose. «Ascoltatemi! Non sono un ladro. Desidero parlare con la direttrice della scuola».

       «Oh, mostro feroce!», strepitė un'altra insegnante. «Vuole la signorina Tomkins».

       A questo punto ci fu un coro di strilli. «Suonate la campana! Date l'allarme!», gridarono una dozzina di voci.

       «No, per caritą, no!», urlava Mr Pickwick. «Guardatemi. Vi sembro un rapinatore? Mie care signore... legatemi mani e piedi, se volete, chiudetemi in un armadio, ma ascoltate quello che ho da dirvi... ascoltatemi!».

       «Come siete entrato nel giardino?», balbettė la domestica.

       «Chiamate la direttrice e spiegherė tutto... tutto», urlė Mr Pickwick con quanto fiato aveva. «Chiamatela... state tranquille, chiamatela e saprete tutto».

       Forse fu l'aspetto di Mr Pickwick, forse furono i suoi modi, forse la tentazione - irresistibile per una donna - di venire a sapere qualcosa tuttora avvolto nel mistero, fatto sta che le piĚ ragionevoli (in numero di quattro), recuperando uno stato di relativa calma, proposero, per mettere alla prova la sua sinceritą, che Mr Pickwick rinunciasse immediatamente alla sua libertą: il nostro gentiluomo acconsentď a conferire con la signorina Tomkins da dentro l'armadio dove le allieve riponevano i berretti e i cestini della merenda e, detto fatto, vi entrė spontaneamente e vi fu chiuso a chiave. Le altre, a questo punto, ripresero coraggio; la signorina Tomkins, tirata su, fu portata giĚ e il colloquio ebbe inizio.

       «Che cosa facevate nel mio giardino, uomo?», chiese la signorina Tomkins con voce flebile.

       «Sono venuto a mettervi sull'avviso che una delle damigelle si preparava a fuggire questa notte», spiegė Mr Pickwick da dentro l'armadio.

       «Fuggire!», esclamarono la signorina Tomkins, le tre maestre, le trenta allieve, le cinque domestiche. «Con chi?».

       «Con il vostro amico, Mr Charles Fitz-Marshall».

       «Mio amico! Non conosco nessuno che si chiama cosď».

       «Mr Jingle, allora!».

       «Mai sentito questo nome in vita mia».

       «Allora mi hanno ingannato e imbrogliato. Sono stato vittima di un raggiro - un raggiro basso e vile. Mandate qualcuno alla locanda dell'Angelo, mia cara signora, se non mi credete. Mandate a chiamare il domestico di Mr Pickwick, vi scongiuro, signora».

       «Deve essere una persona perbene... tiene un domestico», disse la signorina Tomkins alla maestra di calligrafia e di aritmetica.

       «Secondo me, signorina Tomkins», disse la maestra di calligrafia e di aritmetica, «Ź il domestico che tiene lui. ť un matto, io ne sono convinta, e l'altro lo tiene a bada, signorina Tomkins».

       «Avete ragione, signorina Gwynn», rispose la signorina Tomkins. «Mandiamo due cameriere alla locanda e teniamo le altre qui a proteggerci».

       Fu cosď che due domestiche furono spedite all'Angelo a cercare Mr Samuel Weller, e le altre tre rimasero a proteggere la signorina Tomkins, le tre maestre, le trenta allieve. Mr Pickwick, nell'armadio, facendo appello a tutta la filosofia e forza d'animo che riuscď a racimolare, si mise seduto in mezzo a una foresta di cestini, in attesa del ritorno delle messaggere.

       Trascorse un'ora e mezza prima che rientrassero, e quando arrivarono, Mr Pickwick riconobbe, oltre alla voce di Mr Samuel Weller, altre due voci che suonavano, sď, familiari, ma di chi fossero non avrebbe saputo dirlo neanche morto.

       Ci fu un breve scambio di frasi; la porta venne aperta, Mr Pickwick sbucė fuori e chi si trovė davanti? L'intera popolazione della Westgate House, Mr Samuel Weller e... il vecchio Mr Wardle e il suo aspirante genero, Mr Trundle!

       «Caro amico», esclamė Mr Pickwick correndo ad afferrare la mano di Mr Wardle, «mio caro amico, vi supplico, per l'amor del cielo, spiegate a questa gentildonna l'incresciosa e malaugurata situazione nella quale mi trovo. Il mio domestico vi avrą gią messo al corrente, immagino. Caro amico, spiegate, prima di tutto, che non sono né un ladro né un pazzo».

       «Gią fatto, caro amico, gią fatto», rispose Mr Wardle stringendogli la mano destra, mentre Mr Trundle gli stringeva la sinistra.

       «E se qualcuno dice o ha detto una cosa simile», interloquď Mr Weller avanzando di un passo, «dice cosa non vera, anzi tutto il contrario, insomma proprio l'opposto. E se in questa casa o anche nei dintorni c'Ź uno o anche tanti che la pensano cosď, io sarė contento di dimostrare in modo sicuro a lui o a loro che si sono sbagliati. E ci penserė proprio qui, in questo posto, se le gentili signore avranno la bontą di ritirarsi e di metterli tutti quanti in fila per discuterne insieme, uno alla volta». E lanciata questa sfida con gran abbondanza di parole, Mr Weller con una mano serrata a pugno colpď il palmo aperto dell'altra e strizzė l'occhio galantemente in direzione di Miss Tomkins: la quale Miss Tomkins, davanti alla supposizione, sgorgata con tanta disinvoltura, che lď, a Westgate House, collegio per signorine, ci fossero individui di sesso maschile, rimase orripilata.

       Le spiegazioni di Mr Pickwick, gią in parte fatte, terminarono in fretta. Ma né durante il ritorno insieme agli amici, né piĚ tardi, mentre se ne stava seduto vicino a un bel fuoco scoppiettante, davanti a una cena di cui aveva davvero bisogno, Mr Pickwick si lasciė sfuggire parola sull'accaduto. Sbigottito e sconcertato: cosď si mostrava. Una volta, soltanto una volta, si rivolse a Mr Wardle per chiedergli:

       «Come mai eravate qui?».

       «Sono venuto insieme a Trundle, in primo luogo, perché avevo voglia di sparar qualche cartuccia. Arrivati questa sera, abbiamo appreso con stupore dal vostro domestico che anche voi eravate qui. Ne sono contento», aggiunse dandogli una pacca sulla schiena, «davvero contento. Per prima cosa organizzeremo una battuta di caccia e Winkle avrą un'altra occasione... eh, vecchio mio?».

       Mr Pickwick non rispose e non si informė neppure su come stavano i suoi amici di Dingley Dell. Poco dopo si ritirė per andare a dormire, chiedendo a Sam di portargli la candela quando avesse suonato il campanello.

       E cosď fu: non appena Mr Weller sentď trillare, si presentė.

       «Sam», esordď Mr Pickwick guardando da sotto le coperte.

       «Signore».

       Mr Pickwick tacque per un po' e Sam smoccolė la candela.

       «Sam», riprese Mr Pickwick facendo uno sforzo disperato.

       «Signore», disse quello di nuovo.

       «Dov'Ź quel Trotter?».

       «Job, signore?».

       «Sď».

       «Sparito, signore».

       «Con il suo padrone, immagino».

       «Amico, padrone o chissą che altro, Ź sparito con lui. Bei compari, fra tutti e due».

       «Jingle ha subodorato quello che avevo in mente e te l'ha messo alle costole con quella storia. ť andata cosď?», chiese Mr Pickwick quasi strozzandosi.

       «Proprio cosď».

       «Tutto falso, naturalmente?».

       «Da cima a fondo, signore. Niente male come pensata, perė; gran bel trucco».

       «Non credo che la prossima volta se la caverą tanto facilmente. Che ne dici, Sam?».

       «Non lo credo neanch'io, signore».

       «Se mi capiterą di incontrare quel Jingle - non importa dove, non importa quando», dichiarė Mr Pickwick tirandosi su nel letto e assestando al cuscino un colpo tremendo, «gli infliggerė un castigo come dico io e lo smaschererė come si merita. Lo farė quant'Ź vero che mi chiamo Pickwick».

       «E se mi capiterą di metter le mani su quel Giuda coi capelli neri, lo farė frignare sul serio quant'Ź vero che mi chiamo Weller. Buona notte, signore».

 

XVII • NEL QUALE SI DIMOSTRA COME UN ATTACCO DI REUMATISMI AGISCA A VOLTE DA STIMOLANTE DEL GENIO INVENTIVO

 

 

 

       Mr Pickwick, di forte tempra e in grado di sopportare tensioni e fatiche, non uscď tuttavia indenne dagli attacchi che aveva dovuto affrontare nella memorabile notte descritta nel capitolo precedente. Lavato all'aria notturna e asciugato alla buona in uno sgabuzzino: queste vicende pericolose oltre che peculiari confinarono Mr Pickwick a letto con un attacco di reumatismi.

       La forza fisica era, sď, compromessa, ma le energie mentali del grande uomo conservavano la naturale vigoria. Di mentalitą elastica, ritrovė ben presto tutto il suo buonumore. Dal suo animo era sparita l'amarezza derivante dalla recente avventura, e senza ombra di rabbia o di imbarazzo si univa alle schiette risate di Mr Wardle quando si alludeva a quei fatti. C'Ź di piĚ: durante i due giorni che lo videro inchiodato a letto, Sam gli fu sempre accanto. Nel corso della prima giornata si adoperė per intrattenere il padrone chiacchierando e raccontandogli storielle; ma il secondo giorno, Mr Pickwick, chiesta la sua cartella, la penna e l'inchiostro, fino a sera lavorė intensamente. Il terzo giorno, ormai in grado di starsene seduto nella sua stanza, incaricė il domestico di portare un messaggio ai signori Wardle e Trundle: se quella sera avessero voluto venire da lui a bere un po' di vino, ne sarebbe stato lusingato. L'invito venne accolto con grande piacere e, quando furono tutti seduti intorno a una bella bottiglia di vino, Mr Pickwick, non senza arrossire, tirė fuori questo breve racconto, narrato dalla viva voce di Mr Weller in tono genuino, e da lui, Pickwick, «curato» durante la recente indisposizione.

 

 

Il maestro della scuola parrocchiale

Storia di un grande amore

 

       «C'era una volta in una cittadina di provincia, lontano lontano da Londra, un ometto di nome Nathaniel Pipkin. Era il maestro della scuola parrocchiale della cittadina e viveva in un casuccia nella viuzza di High Street, a dieci minuti di cammino dalla chiesetta. Lo si poteva vedere ogni giorno, dalle nove alle quattro, intento a insegnare qualcosina ai ragazzini. Nathaniel Pipkin era una creatura innocua, mite, buona; aveva un naso girato all'insĚ e le gambe girate all'indentro; sguardo un po' strabico e andatura un po' zoppicante. Divideva equamente il suo tempo fra la chiesa e la scuola, nella ferma convinzione che il curato fosse la piĚ brava persona al mondo, la sagrestia la stanza piĚ bella e la sua scuola la migliore di tutte. Una volta, una volta soltanto in vita sua, Nathaniel Pipkin aveva visto un vescovo, un vescovo vero, in carne e ossa, con le braccia infilate in ampie maniche di batista e la testa in un copricapo. Lo aveva visto camminare e lo aveva sentito parlare a una cresima, e in quella occasione era stato sopraffatto da tanta devozione e timore reverenziale che, quando il vescovo gli aveva posato la mano sulla testa, Nathaniel Pipkin era caduto lungo disteso per terra, privo di sensi, ed era stato trascinato fuori della chiesa, a braccia, dal sagrestano.

       «Era stato un avvenimento di grandissima importanza, un momento fondamentale nella vita di Nathaniel Pipkin, l'unico che fosse mai occorso a increspare il tranquillo flusso della sua serena esistenza, finché, un bel pomeriggio, in un attimo di distrazione non alzė gli occhi dalla lavagna sulla quale stava escogitando un terrificante problema di somme composte per un monello insolente e non posė lo sguardo sul volto in fiore di Maria Lobbs, l'unica figlia del vecchio Lobbs, il celebre sellaio che abitava dirimpetto alla scuola. A dir la veritą, gli occhi di Nathaniel Pipkin si erano posati gią molte volte prima sul grazioso viso di Maria Lobbs, in chiesa e altrove, ma mai, come in quel giorno, lo sguardo di Maria Lobbs era stato cosď luminoso e le sue gote cosď colorite. Nessuna meraviglia quindi che Nathaniel Pipkin non riuscisse a distogliere gli occhi da quel volto; nessuna meraviglia quindi che madamigella Lobbs, vedendosi fissata da un giovanotto, si ritraesse dalla finestra alla quale si era affacciata per curiosare, chiudesse i vetri e tirasse giĚ la tenda; nessuna meraviglia che subito dopo Nathaniel Pipkin si lanciasse sullo scavezzacollo disobbediente, gli appioppasse qualche ceffone e gliele desse di santa ragione. Tutto perfettamente normale e non c'Ź di che meravigliarsi.

       «Gran meraviglia, invece, suscita il fatto che da quel giorno un uomo come Nathaniel Pipkin, di carattere chiuso e riservato, di temperamento ansioso e, soprattutto, di risorse limitatissime, osasse aspirare alla mano e al cuore dell'unica figlia del bisbetico vecchio Lobbs: il vecchio Lobbs, il grande sellaio, che con un sol tratto di penna avrebbe potuto comperare l'intero villaggio, senza neppure accorgersi di aver speso quei soldi; il vecchio Lobbs che - lo sapevano tutti - aveva mucchi di quattrini depositati nella banca della cittą vicina; il vecchio Lobbs che - lo dicevano tutti in giro - aveva incommensurabili e illimitate ricchezze, ammassate nella piccola cassaforte di ferro con il grande lucchetto, posta sopra il camino nel salotto sul retro; il vecchio Lobbs che - era risaputo - nei giorni di festa apparecchiava la tavola con una teiera di argento massiccio, una brocchetta per il latte e una zuccheriera, ed era solito vantarsi, nella superbia del suo cuore, che tutti quegli oggetti sarebbero stati di sua figlia quando avesse trovato un uomo di suo gradimento. E davvero cosa straordinaria, lo ripeto, che Nathaniel Pipkin avesse la temerarietą di puntar lo sguardo dritto in quella direzione. Ma l'amore Ź cieco e Nathaniel aveva gli occhi storti: forse queste due circostanze, messe assieme, gli impedirono di valutare la situazione nella luce giusta.

       «Ora se il vecchio Lobbs avesse avuto anche il minimo, il piĚ remoto sentore di quanto avveniva nell'animo di Nathaniel Pipkin, avrebbe raso al suolo la scuola, annientato il maestro senza lasciarne traccia sulla superficie della terra, o avrebbe commesso qualche delitto o atrocitą altrettanto feroce e violenta, perché era una furia scatenata, il vecchio Lobbs, quando si sentiva punto nell'orgoglio o il sangue gli montava alla testa. Come bestemmiava! Che sfilze di imprecazioni rotolavano e rimbombavano per tutta la strada quando si accaniva contro la pigrizia del suo apprendista, tutto pelle e ossa e con gambe che parevano trampoli! Nathaniel Pipkin si sentiva venir la pelle d'oca dalla paura e i suoi scolari avevano i capelli dritti in testa per il terrore.

       «Ebbene, giorno dopo giorno, non appena la scuola finiva e gli scolari se ne andavano tutti, Nathaniel Pipkin si sedeva davanti alla finestra, facendo finta di leggere un libro, ma in realtą sbirciando dall'altra parte della strada in cerca degli occhi luminosi di Maria Lobbs. Non dovette aspettare molti giorni per rivedere, a una finestra del primo piano, gli occhi luminosi, anche quelli, pareva, assorti nella lettura. Delizia e consolazione per il cuore di Nathaniel Pipkin. Per lui era una gioia starsene seduto per ore e ore a guardare quel bel volto dagli occhi chini; ma quando Maria Lobbs prese ad alzare gli occhi dal suo libro e a rivolgere verso di lui quei raggi luminosi, allora la felicitą e il rapimento di Nathaniel Pipkin non conobbero limiti. Alla fine, un giorno in cui sapeva che il vecchio Lobbs era fuori, Nathaniel Pipkin ebbe la temerarietą di mandare un bacio sulla mano a Maria Lobbs e Maria Lobbs, invece di chiudere la finestra e di tirar la tenda, lo ricambiė baciandosi la mano. Al che, Nathaniel Pipkin decise che - cascasse pure il mondo - lui avrebbe, senza indugio, obbedito a quanto gli suggeriva il suo sentimento.

       «Mai piede piĚ grazioso di quello di Maria Lobbs, cuore piĚ lieto di quello della figlia del vecchio sellaio, visino con altrettante fossette, figura piĚ leggiadra avevano saltellato con altrettanta grazia sulla terra. C'era nei suoi occhi scintillanti un brillio malizioso che avrebbe raggiunto cuori assai meno sensibili di quello di Nathaniel Pipkin; c'era nella sua risata allegra una nota cosď gioiosa che avrebbe sedotto al sorriso il piĚ inflessibile dei misantropi. Neppure il vecchio Lobbs, al colmo della sua furia, resisteva alle lusinghe della graziosa figlia; e quando lei insieme alla cugina Kate - una furbetta di tre cotte, impertinente e incantevole- ce la metteva tutta per ottenere qualcosa dal vecchio, il che, a dir il vero, succedeva di frequente, lui era incapace di dir di no e, se glieli avesse chiesti, non si sarebbe rifiutato neppur di tirar fuori uno o due degli innumerevoli e inestimabili tesori, sottratti anche alla luce del giorno e nascosti dentro la cassaforte di ferro.

       «Il cuore di Nathaniel Pipkin esultė una sera d'estate quando vide le due affascinanti giovinette, qualche centinaio di yarde davanti a sé, proprio nel prato dove tante volte, fino a notte inoltrata, aveva passeggiato meditando sulla bellezza di Maria Lobbs. E mentre aveva fantasticato di incontrarla - allora le si sarebbe avvicinato veemente per parlarle della sua passione - ora che, del tutto inattesa, lei gli era davanti, si sentď salire il sangue in faccia con gran danno per le gambe che, private della loro porzione naturale, si misero a tremargli sotto. Quando le due ragazze sostavano per raccogliere un fiore da una siepe o per ascoltare il cinguettio di un uccello, anche Nathaniel Pipkin si fermava, fingendosi assorto in meditazione, il che poi era verissimo perché era lď a lambiccarsi il cervello su cosa fare quando, inevitabilmente prima o poi, quelle si fossero voltate per ritornare sui loro passi e si sarebbero trovati faccia a faccia. Se da una parte aveva paura di raggiungerle dall'altra non sopportava l'idea di perderle di vista: cosď quando le ragazze affrettavano il passo, lui affrettava il passo; quando quelle indugiavano, lui indugiava; quando si fermavano, lui si fermava, e sarebbero andati avanti in quel modo fino a notte, se Kate non si fosse girata a lanciargli un'occhiata sbarazzina e non gli avesse fatto con la testa un cenno incoraggiandolo a farsi avanti. C'era qualcosa di irresistibile nei modi di Kate, cosď Nathaniel Pipkin rispose a quell'invito, e con gran rossori da parte sua e grandi risate da parte della maliziosa cuginetta, Nathaniel Pipkin si mise in ginocchio sull'erba umida di rugiada e si dichiarė intenzionato a restar lď per sempre se Maria Lobbs non avesse accolto il suo amore. Davanti a questa dichiarazione la risata gioiosa di Maria trillė nella tranquilla aria della sera- senza turbare la pace dell'ora tanto era bello il suono - e la cuginetta maliziosa rise piĚ irrefrenabilmente di prima e Nathaniel Pipkin si fece piĚ rosso che mai. Alla fine, davanti alle profferte sempre piĚ strenue dell'ometto consunto d'amore, Maria Lobbs volse la testa e sussurrė alla cugina di dire- o comunque Kate disse- che si sentiva onorata dalle parole di Mr Pipkin, che di disporre della sua mano e del suo cuore spettava al padre, ma che nessuno poteva restar insensibile ai grandi meriti di Mr Pipkin. Ora tutto questo venne detto con molta serietą e Nathaniel Pipkin accompagnė a casa Maria Lobbs e si conquistė un bacio di commiato, con il risultato che, quella sera, il maestro andė a letto gongolante come una Pasqua e per tutta la notte sognė di riuscire a rabbonire il vecchio Lobbs, di aprire la cassaforte e di sposare Maria.

       «Il giorno successivo, Nathaniel Pipkin vide il vecchio Lobbs partire sul suo vecchio pony, e, dopo che quella birichina della cuginetta gli ebbe mandato vari segnali, per lui incomprensibili quanto a contenuto e significato, l'apprendista pelle e ossa, con le gambe come stecchi, venne a dirgli che il padrone non sarebbe tornato a casa quella sera e che le damigelle lo aspettavano per il tŹ alle sei in punto. Come sia riuscito, quel giorno, ad arrivare alla fine delle lezioni, Nathaniel Pipkin e i suoi scolari non sanno dirlo e neanche noi; ma in qualche modo ce la fece e, andati che se ne furono i ragazzi, Nathaniel Pipkin ci mise fino alle sei per vestirsi come piaceva a lui. Non che ci volesse tutto quel tempo per scegliere la roba da indossare tanto piĚ che non aveva da scegliere, ma acconciarsi i vestiti addosso in modo che facessero la loro figura, dopo averli rassettati ad uno ad uno, fu impresa di non trascurabile difficoltą e impegno.

       «C'era una simpatica, piccola brigata che comprendeva Maria Lobbs, la cugina Kate e tre o quattro vivaci ragazzine dall'aria birichina e dalle gote rosee. Nathaniel Pipkin poté constatare con i suoi occhi che i pettegolezzi sui tesori del vecchio Lobbs non erano affatto esagerati. Sulla tavola c'erano davvero la teiera di argento massiccio, la brocchetta del latte, la zuccheriera, i cucchiaini di vero argento per mescolare il tŹ tazze di vera porcellana per berlo, piatti anche quelli di porcellana per metterci i dolcetti e le tartine. L'unica nota stonata lď dentro era un cugino di Maria Lobbs, fratello di Kate, che Maria Lobbs chiamava "Henry" e che, seduto a un angolo della tavola, si era accaparrato Maria Lobbs tutta per sé. ť assai confortante vedere che in famiglia ci si vuol bene, ma a volte si esagera. Nathaniel Pipkin non poteva fare a meno di dirsi che Maria Lobbs doveva tenerci molto ai suoi parenti, se a tutti dedicava le attenzioni che riservava a questo particolare cugino. Dopo il tŹ, la cuginetta birichina propose di giocare a mosca cieca e, chissą come?, capitė che a essere cieco fosse quasi sempre Nathaniel Pipkin e, ogni volta che metteva le mani sul cugino, era sicuro di trovare nelle vicinanze anche Maria Lobbs. La cuginetta maliziosa e le altre ragazze lo pizzicavano, gli tiravano i capelli, lo facevano inciampare nelle sedie, gli facevano tutti gli scherzi possibili, ma Maria Lobbs non gli andava mai vicino e una volta, beh una volta, sentď - era pronto a giurarlo - lo schiocco di un bacio, seguito da una debole protesta di Maria Lobbs e dalla risatina soffocata delle amiche. Tutto assai strano, sul serio strano, e non si sa quel che Nathaniel Pipkin avrebbe o non avrebbe fatto, se all'improvviso i suoi pensieri non si fossero incanalati in altra direzione.

       «La circostanza che incanalė i suoi pensieri in altra direzione fu un gran pestare al portone. La persona che faceva tutto quel bussare sul portone, chi era, chi non era? se non il vecchio Lobbs in carne e ossa che, ritornato inaspettatamente, martellava a piĚ non posso: pareva un becchino che inchioda una cassa da morto. Voleva la cena. Non appena l'apprendista pelle e ossa, dalle gambe come stecchi, comunicė l'allarmante nuova, ecco che le ragazze scappano su per le scale nelle camera di Maria Lobbs, e che, in mancanza di nascondigli migliori il cugino e Nathaniel Pipkin vengono ficcati in due armadi nei salotto. Quando Maria Lobbs e la cuginetta maliziosa li ebbero messi sotto chiave ed ebbero riordinato la stanza, solo allora andarono ad aprire al vecchio Lobbs che, da quando aveva cominciato a picchiar sulla porta, non aveva piĚ smesso.

       «Purtroppo il vecchio Lobbs, che aveva una fame da lupi aveva anche un umore da lupi. Nathaniel Pipkin lo sentiva ringhiare che pareva un vecchio mastino col mal di gola; ogni volta che lo sfortunato garzone con stecchi per gambe entrava nella stanza, immancabilmente il vecchio Lobbs lo strapazzava con imprecazioni feroci - da far invidia a un turco - per l'unico motivo, a quanto pareva, di alleggerire il petto di un sovraccarico di bestemmie. Alla fine sulla tavola comparve una cena riscaldata e il vecchio Lobbs vi sferrė un perfetto attacco e, quando in quattro e quattr'otto ebbe fatto piazza pulita, diede un bacio alla figlia e volle la pipa.

       «La natura aveva messo le ginocchia di Nathaniel Pipkin a stretto contatto fra loro, ma quando sentď che il vecchio Lobbs voleva la pipa, si misero a sbattere l'una contro l'altra rischiando di polverizzarsi: proprio nell'armadio dove lui se ne stava nascosto, appesa a due ganci, si trovava una grande pipa dal bocchino scuro e dal fornello d'argento, la quale pipa la vedeva da cinque anni, ogni pomeriggio e ogni sera, in bocca al vecchio Lobbs. Le due ragazze andarono a cercar la pipa al pianterreno e al secondo piano, rovistarono in ogni angolo, tranne che dove sapevano di trovarla: per tutto questo tempo il vecchio Lobbs tempestava a non finire. Alla fine gli venne in mente l'armadio e vi si diresse. Fatica sprecata che un ometto come Nathaniel Pipkin tirasse la porta all'indentro, quando un omaccione come il vecchio Lobbs la tirava all'infuori. Il vecchio Lobbs diede uno strattone e l'anta si spalancė: ed ecco Nathaniel Pipkin dritto impalato, che tremava di paura dalla testa ai piedi. Santo cielo! Che occhiataccia da incenerire gli diede il vecchio Lobbs, mentre lo trascinava fuori per il colletto e se lo piazzava davanti col braccio teso!!

       «"Cosa diavolo ci fai qui?", chiese il vecchio Lobbs con voce terrorizzante.

       «Nathaniel Pipkin non riuscď a spiccicar parola, e allora il vecchio Lobbs si mise a scrollarlo avanti e indietro per due o tre minuti, quasi volesse mettergli in ordine le idee.

       «"Cosa ci fai qui? Scommetto che sei venuto per mia figlia?".

       «Il vecchio Lobbs l'aveva detto per scherzo: non avrebbe mai immaginato che la presunzione umana potesse indurre Nathaniel Pipkin ad ardire tanto. Quale fu il suo sdegno al sentire il poveretto dire: "Sď, Mr Lobbs, sono venuto per vostra figlia. Io l'amo, Mr Lobbs". "Tu! Moccioso, faccia storta, pappa molle!", ansimė il vecchio Lobbs, impietrito da quella atroce confessione. "Cosa vuoi dire? Venire a dirmelo in faccia! Dannazione, ti strozzo!".

       «Non Ź da escludere che nell'impeto del furore il vecchio Lobbs avrebbe messo in atto la sua minaccia, se a fermargli il braccio non fosse sopravvenuta una inattesa apparizione, vale a dire il cugino, che, uscito dal suo armadio, si avvicinė al vecchio Lobbs e disse:

       «"Non posso permettere, signore, che questa innocua persona, invitata qui per scherzo dalle ragazze, assuma su di sé, con tanta nobiltą d'animo, una colpa (se di colpa si tratta) che Ź tutta mia e che sono pronto a confessare. Sono io che amo vostra figlia, signore; io sono voluto venire qui per incontrarla".

       «Nel sentir queste parole il vecchio Lobbs sgranė gli occhi, ma niente a paragone di Nathaniel Pipkin.

       «"Tu hai fatto questo!", disse alla fine ritrovando il fiato.

       «"Sď".

       «"Ti ho proibito di metter piede in questa casa tanto tempo fa".

       «"ť vero, altrimenti, stasera, non sarei qui clandestinamente".

       «Sono sicuro - mi dispiace doverlo dire - che il vecchio Lobbs avrebbe schiaffeggiato il cugino, se la deliziosa figlia, con i begli occhi traboccanti di lacrime, non gli si fosse aggrappata al braccio.

       «"Non trattenerlo, Maria", disse il giovanotto. "Se vuole picchiarmi, che faccia pure. Non gli torcerei un capello per tutto l'oro del mondo".

       «A questo rimbrotto il vecchio abbassė lo sguardo e incontrė quello della figlia. Ho gią accennato un paio di volte che erano occhi molto luminosi e, pur colmi di lacrime in quel momento, non avevano minore influenza. Il vecchio Lobbs volse il capo quasi per sottrarsi a quella influenza e fortuna volle che il suo sguardo si posasse sulla maliziosa cuginetta che, in parte spaventata dal fratello, in parte divertita da Nathaniel Pipkin, aveva un'espressione cosď deliziosa con una punta di furberia che tutti, giovani o vecchi, ne sarebbero stati conquistati. Con fare da gattina passė il braccio sotto il suo e gli bisbigliė qualcosa nell'orecchio. Sia quel che sia, fatto sta che il vecchio Lobbs non riuscď a trattenere un sorriso, mentre nello stesso tempo una lacrima gli scivolava lungo la gota.

       «Cinque minuti dopo, le ragazze, ridacchiando un po' intimidite, scesero dalla stanza da letto, e mentre i giovani si divertivano, il vecchio Lobbs prese la pipa e si mise a fumarla: e che pipata fu quella! La piĚ deliziosa e serena che avesse mai fatto.

       «Nathaniel Pipkin pensė bene di non dire nulla e, cosď facendo, si conquistė la stima e la simpatia del vecchio Lobbs che a tempo debito gli insegnė a fumare e, per moLi anni dopo questi avvenimenti, i due ebbero l'abitudine di sedersi in giardino nelle belle serate a fumare e a bere come si deve. Guarď ben presto dai sintomi del suo amore; abbiamo trovato il suo nome nel registro della parrocchia perché fu testimone alle nozze di Maria Lobbs con il cugino. E da documenti di diversa natura risulta che la sera del matrimonio Nathaniel Pipkin venne messo in gattabuia per aver turbato con schiamazzi notturni, in stato di estrema ubriachezza, la quiete della cittadina con l'aiuto e la collaborazione dell'apprendista tutto pelle e ossa, con le gambe che parevano stecchi».

 

XVIII • NEL QUALE SI ILLUSTRANO IN BREVE DUE PUNTI: PRIMO, IL POTERE DELL'ISTERIA; SECONDO, LA FORZA DELLE CIRCOSTANZE

 

 

 

       Nei due giorni che seguirono il ricevimento della signora Hunter, i nostri amici rimasero a Eatanswill, in ansiosa attesa che il loro riverito maestro mandasse nuove di sé. Una volta di piĚ Mr Tupman e Mr Snodgrass dovettero contare solo su se stessi, infatti Mr Winkle, obbedendo al pressante invito di rimanere ospite in casa di Mr Pott, dedicava il suo tempo alla compagnia dell'amabile consorte. Né, a rendere perfetta la loro felicitą, mancava di tanto in tanto la presenza di Mr Pott in persona. Profondamente immerso in intense speculazioni volte al bene di tutti e all'annientamento dell'Indipendente non era costume di quel sommo scendere dalle vette sublimi del suo intelletto per portarsi all'umile livello delle menti comuni. In questa occasione, tuttavia, quasi a rendere espresso omaggio a un seguace di Mr Pickwick, si lasciė andare, scese dal piedistallo, prese a camminar sulla terra: con magnanimitą abbassė il tono delle sue riflessioni portandolo al livello della plebe per farsi da questa intendere, dimostrando almeno nelle forme esteriori, se non nello spirito, di appartenervi.

       Tale essendo stato fino ad allora l'atteggiamento di sď eminente personaggio pubblico nei confronti di Mr Winkle, Ź facile immaginare quale profonda sorpresa si dipingesse sul volto di quest'ultimo gentiluomo quando, seduto da solo nella stanza da pranzo, vide la porta spalancarsi di botto e altrettanto di botto sbattere alle spalle di Mr Pott. Il quale Mr Pott, incedendo maestoso verso di lui e disdegnando la mano che gli veniva tesa, arrotė i denti quasi a rendere piĚ tagliente quanto si accingeva a profferire, e con un voce che strideva come una sega esclamė:

       «Serpe!».

       «Signore!», esclamė Mr Winkle balzando in piedi.

       «Serpe», tuonė Mr Pott per aggiungere subito dopo a bassa voce: «Ho detto «serpe», signore. Traete voi le conclusioni».

       Se alle due e mezza del mattino vi siete congedato da un signore in termini di illimitata amicizia e alle nove e mezza, incontrandolo, quello vi accoglie dicendo che siete una serpe, non Ź arbitrario supporre che nel frattempo si sia verificato qualcosa di spiacevole natura. Cosď dedusse Mr Winkle. Ricambiė l'occhiata gelida di Mr Pott e, in ottemperanza alla sua richiesta, si dedicė a trarre le conclusioni di quel «serpe». Di conclusioni, tuttavia, non seppe trarne nessuna sicché, dopo alcuni minuti di profondo silenzio, disse:

       «Serpe, signore? Serpe, Mr Pott? Che cosa volete dire, signore?... ť uno scherzo?».

       «Uno scherzo, signore?», esclamė Mr Pott con un gesto della mano che indicava l'ardente desiderio di sbatacchiare in testa dell'ospite la teiera di metallo britannia. «Uno scherzo signore!... No, voglio restar calmo; sarė calmo, signore». E a dimostrazione della sua calma, Mr Pott si abbatté su una sedia con la beva alla bocca.

       «Mio caro signore!», intervenne Mr Winkle.

       «Caro signore!», rimbeccė Mr Pott. «Come osate, signore, rivolgervi a me chiamandomi "caro signore"? Come osate guardarmi negli occhi e fare una cosa simile, signore?»

       «Beh, se Ź per questo, come osate voi guardare me negli occhi e chiamarmi "serpe"?».

       «Perché lo siete».

       «Le prove, signore. Fornitemi le prove», rispose Mr Winkle accalorandosi.

       Un'espressione truce accese lo sguardo insondabile del direttore mentre dalla tasca tirava fuori L'Indipendente di quella mattina e, puntando il dito su un particolare trafiletto, gettė il giornale attraverso la tavola a Mr Winkle.

       Questi lo prese e lesse:

       «In alcune disgustose dichiarazioni relative alle elezioni svoltesi di recente in questo distretto, il nostro losco e immondo avversario ha osato, violando il santuario della vita privata, fare allusioni inequivocabili agli affari personali di Mr Fizkin, nostro ex candidato ma, aggiungiamo, nostro futuro deputato, sebbene sia stato immeritatamente sconfitto. A che cosa mira il nostro vile oppositore? Che cosa direbbe quel ribaldo se noi, al pari di lui, disdegnando le norme del vivere civile, dovessimo sollevare il velo che tiene celata allo scherno generale, per non dire all'esecrazione generale, la SUA vita privata? Che cosa direbbe se dovessimo indicare e commentare fatti e circostanze, di lampante chiarezza e a tutti noti, tranne che al nostro avversario incapace di vedere al di lą del proprio naso? Che cosa direbbe se dovessimo pubblicare i seguenti versi ricevuti stamattina da un nostro valente concittadino e collaboratore, mentre ci accingevamo a scrivere questo articolo?

 

 

       Rime a un potage

 

       Oh, pott! Se avessi saputo la veritą

       quanto mendace era la tua dolce metą

       Il dď che le campane nuziali han fatto tincle, tincle

       Avresti fatto allora

       quello che hai fatto ora:

       porgerla a W....

 

       «Che cosa», chiese Mr Pott con aria solenne, «che cosa fa rima con tincle, mascalzone?».

       «Che cosa fa rima con tincle?», cinguettė la signora Pott che, entrata in quel momento, ritardė la risposta. «Che cosa fa rima con tincle? Beh, Winkle, immagino», e cosď dicendo, la signora Pott con un sorriso civettuolo verso il pickwickiano in grandi ambasce gli porse la mano. Nel suo stato di confusione e di agitazione il nostro amico l'avrebbe presa, se Mr Pott non si fosse intromesso sdegnato.

       «Indietro, donna, indietro!», sbraitė il direttore. «Porgergli la mano in mia presenza!».

       «P. caro!», esclamė attonita la gentildonna.

       «Femmina indegna, guarda qui!», tuonė il marito brandendo il foglio. «Guarda qui, donna... Rime a un potage. Potage... Pott, sono io, donna. "Mendace era" ... sei tu, femmina,... tu». E con questa esplosione di furore, non disgiunto da una specie di tremito, Mr Pott le buttė ai piedi la copia dell'Indipendente di Eatanswill.

       «Questa poi!», esclamė stupita la signora Pott chinandosi a raccogliere il giornale. «Questa poi!».

       Sotto lo sguardo sprezzante della moglie Mr Pott barcollė. Aveva fatto uno sforzo disperato per raggranellare un po' di coraggio, ma ora lo vedeva sgranellarsi rapidamente.

       Non si nota nulla di terribile nella breve espressione «Questa poi!», quando succede di leggerla, ma il tono con il quale fu detta e l'occhiata che l'accompagnė, entrambi allusivi di qualche terribile vendetta che gli si sarebbe scatenata sulla testa, produssero tutto il loro effetto su Mr Pott. L'osservatore anche meno perspicace avrebbe letto sul suo volto contrito una gran voglia di cedere i suoi bei panni all'audace che in quel momento avesse accettato di infilarseli.

       La signora Pott lesse l'articolo, emise un urlo acutissimo e si abbatté lunga qual era sul tappeto davanti al camino, strillando e battendo per terra i tacchi delle scarpe in un modo che non lasciava dubbi su quanto fossero adeguati alla circostanza i suoi sentimenti.

       «Mia cara», balbettė impietrito Mr Pott, «non ho detto di crederci... io...». Ma la voce dello sventurato fu sopraffatta dagli strilli della sua dolce compagna.

       «Signora Pott, gentile signora, vi supplico! State calma», intervenne Mr Winkle. Macché: quella strillava e batteva i piedi piĚ che mai.

       «Gioia mia», disse Mr Pott, «sono desolato. Se non vuoi aver riguardo della tua salute, abbi riguardo della mia, angelo. Fra poco ci sarą un assembramento intorno alla casa». Ma piĚ quello implorava, piĚ acuti che mai si facevano gli strilli.

       Fu davvero una fortuna che la signora Pott avesse una guardia del corpo, una giovane donzella, le cui mansioni ufficiali erano quelle di cameriera personale, ma che sapeva rendersi utile in molte altre occupazioni e, fra le tante, in nessuna incombenza eccelleva cosď bene come in quella che consisteva nell'istigare la sua padrona, e rafforzarne l'intento, a capricci o desideri in contrasto con quello dell'infelice Mr Pott. A tempo debito gli strilli raggiunsero l'orecchio di questa donzella, la quale si precipitė nella stanza a una velocitą che minacciava di compromettere sostanzialmente la squisita composizione dei riccioli e della cuffietta.

       «Signora, padrona, poverina!», esclamė buttandosi con frenesia in ginocchio accanto all'esanime signora Pott. «Padrona, cosa succede?».

       «Il tuo padrone... quel bruto», disse con un fil di voce la sofferente.

       Non c'erano dubbi: Pott era lď lď per capitolare.

       «ť una vergogna», rimproverė severamente la guardia del corpo. «Vi porterą alla tomba, signora. Poverina!».

       Era sull'orlo della disfatta. Il nemico incalzė per sferrare l'attacco finale.

       «Oh, Goodwin, non lasciarmi... non lasciarmi» mormorė la signora Pott afferrando in una stretta isterica il polso della detta Goodwin. «Sei la sola... la sola persona che mi voglia bene, Goodwin».

       A questo toccante appello Goodwin prese l'iniziativa di inscenare anche lei una tragediuola domestica e cominciė a piangere a dirotto. «Mai, non vi lascerė mai, padrona», disse Goodwin. «Oh signore, dovreste fare attenzione... parlo sul serio. Non avete idea di quanto male fate alla padrona. Un giorno ve ne pentirete, lo so... l'ho sempre detto».

       Il malcapitato Pott si guardė intorno spaurito, ma non disse nulla.

       «Goodwin», disse la signora Pott con un gemito.

       «Padrona?».

       «Se sapessi quanto ho amato quell'uomo...».

       «Non angustiatevi con questi ricordi, padrona», disse la guardia del corpo.

       Pott era in preda al panico. Stavano per infierirgli il colpo mortale.

       «Dopo tutto quello che gli ho dato», singhiozzė la signora Pott, «essere trattata cosď. Accusata e offesa alla presenza di un estraneo... praticamente uno sconosciuto. Ma non subirė! Goodwin», continuė la signora Pott, facendosi sorreggere dalla cameriera, «mio fratello, il tenente, dovrą intervenire. Mi separerė, Goodwin».

       «Gli starebbe bene, padrona», approvė Goodwin.

       Quali che fossero i pensieri destati nella sua mente da quella minaccia, Mr Pott si guardė bene dal rivelarli, accontentandosi di dire mogio mogio:

       «Mia cara, vuoi ascoltarmi?».

       Come unica risposta ci fu un rinnovato scoppio di singhiozzi: la signora Pott si fece piĚ isterica che mai, volle sapere perché era venuta al mondo e una serie di altre informazioni di analoga natura.

       «Mia cara», gemette Mr Pott, «non farti prendere dalla tua sensibilitą. Non ho mai, neppure per un istante, creduto che fossero vere le insinuazioni di quell'articolo,... assurdo, mia cara. Ero furente, gioia mia, con quelli dell'Indipendente per aver osato pubblicarlo... mi sono sentito oltraggiato. Ecco tutto». E Mr Pott guardė con aria implorante la causa innocente di quella calamitą, quasi a supplicarlo di non accennare al serpe.

       «Quali passi, signore, intendete fare per ottenere riparazione?», chiese Mr Winkle prendendo coraggio a mano a mano che l'altro lo perdeva.

       «Oh, Goodwin», interloquď la signora Pott, «ha intenzione di prendere a scudisciate il direttore dell'Indipendente? ť questo che vuol fare, Goodwin?».

       «Zitta, padrona, zitta, non agitatevi!», rispose la guardia del corpo. «Sicuro che lo farą, se vi fa piacere, padrona».

       «Certamente», disse Pott mentre la moglie manifestava chiari sintomi di essere sul punto di svenire di nuovo. «Sicuro che lo farė».

       «Quando, Goodwin, quando?», chiese la signora Pott ancora indecisa se svenire o meno.

       «Subito, naturalmente, oggi stesso».

       «Oh Goodwin», riprese la signora Pott, «Ź l'unico modo per affrontare quelle calunniose insinuazioni e vendicare il mio onore davanti al mondo».

       «Sicuro, padrona. Nessun uomo che sia un uomo potrebbe rifiutarsi di farlo, padrona».

       Cosď, mentre persisteva ancora nell'aria il pericolo di un attacco isterico, Mr Pott ribadď che l'avrebbe fatto. Ma la signora Pott, sconvolta all'idea di essere stata anche solo sospettata, fu lď lď per avere una ricaduta un'altra mezza dozzina di volte e, senza dubbio, sarebbe svenuta di nuovo, se non fosse stato per l'infaticabile sollecitudine della fedele Goodwin e per le ripetute suppliche di perdono di Pott ormai sbaragliato su tutto il fronte. Alla fine, quando quell'infelice, ormai preda di una sacrosanta paura, strisciava al livello che gli si addiceva, la signora Pott si riprese e tutti insieme andarono a far colazione.

       «Non permetterete a queste ignobili calunnie di abbreviare la vostra permanenza qui, Mr Winkle?», cinguettė la signora Pott sorridendo fra i segni lasciati dalle lacrime.

       «Spero di no», disse Mr Pott, auspicando, mentre cosď parlava, che l'ospite, nell'addentare il crostino che in quel momento si portava in bocca, si strozzasse, ponendo cosď fine ai propri giorni in modo definitivo. «Spero di no».

       «Siete molto buoni, ma Ź arrivata una lettera di Mr Pickwick - cosď mi informa un messaggio di Mr Tupman recapitatomi questa mattina nella mia stanza - nella quale egli ci chiede di raggiungerlo a Bury oggi stesso. Partiremo con la diligenza a mezzogiorno».

       «Ritornerete, vero?», chiese la signora Pott.

       «Oh, certamente», rispose Mr Winkle.

       «Sicuro, sicuro?», fece la signora Pott rivolgendogli una tenera occhiata.

       «Sď».

       La colazione si svolse in silenzio perché ciascuno di loro rimuginava i suoi guai personali. La signora Pott rimpiangeva la perdita di un corteggiatore; Mr Pott la precipitosa promessa di prendere a scudisciate L'Indipendente; Mr Winkle di essersi cacciato, senza averne colpa, in un pasticcio del genere. Si avvicinava il mezzogiorno, e dopo molti addii e promesse di ritornare, riuscď a strapparsi di lą.

       "Se torna, gli caccio veleno giĚ per la gola", pensė Mr Pott ritirandosi nel suo ufficetto sul retro dove era solito affilare i suoi strali.

       "Se torno e mi mischio a questa gente", pensava Mr Winkle mentre si dirigeva verso la locanda del Pavone, "sono io quello da prendere a scudisciate: ecco tutto".

       Gli amici erano pronti, la diligenza quasi: mezz'ora dopo erano in viaggio lungo la strada che pochi giorni prima avevano percorso Mr Pickwick e Sam. Siccome gią ne abbiamo parlato un po', non riteniamo di dover riportare la descrizione bellissima e assai poetica che ne fece Mr Snodgrass.

       Mr Weller era ad attenderli sulla soglia dell'Angelo, pronto ad accoglierli e a condurli nella stanza di Mr Pickwick, dove - con non lieve sorpresa dei signori Winkle e Snodgrass e con lieve imbarazzo di Mr Tupman - trovarono i signori Wardle e Trundle.

       «Come state?», chiese l'anziano gentiluomo afferrando la mano di Mr Tupman. «Non tiratevi indietro e non prendete quell'aria angustiata; quel che Ź stato Ź stato, vecchio mio. Peccato che non vi siate sposati, e mi riferisco al suo bene; fortuna che non l'abbiate fatto, e mi riferisco al vostro bene. Un giovanotto come voi troverą di meglio prima o poi, eh?». E con queste parole di incoraggiamento, il vecchio Wardle diede una manata sulla schiena di Mr Tupman e scoppiė a ridere.

       «Come stanno i miei amici?», riprese il gentiluomo stringendo insieme la mano di Mr Winkle e quella di Mr Snodgrass. «Stavo appunto dicendo a Pickwick che dovete venire giĚ tutti a Natale. Ci sarą un matrimonio... un vero matrimonio, questa volta».

       «Un matrimonio!», esclamė Mr Snodgrass impallidendo.

       «Sď, uno sposalizio coi fiocchi. Non spaventatevi», continuė allegro Mr Wardle. «Celebreremo le nozze di Trundle con Bella».

       «Oh, si tratta di questo!», sospirė Mr Snodgrass sollevato da un dubbio tormentoso che gli aveva attanagliato il cuore. «Auguri, signore. Come sta Joe?».

       «Benissimo», rispose Mr Wardle. «Imbambolato come sempre. »

       «E vostra madre come sta? Come sta il curato? Come stanno tutti?».

       «Benissimo».

       «Dove... dove Ź lei?», chiese Mr Tupman con riluttanza e subito volse il capo coprendosi gli occhi con una mano.

       «Lei?», chiese l'anziano gentiluomo scuotendo la testa con aria d'intesa. «Vi riferite alla mia congiunta nubile?».

       Con un cenno affermativo Mr Tupman confermė che la domanda alludeva appunto alla delusa Rachael.

       «Se ne Ź andata. Adesso sta con una parente, lontano da noi. Non sopportava di vedere le due ragazze e l'ho lasciata partire. Ma ecco! La cena Ź pronta. Avrete fame dopo il viaggio. Io ne ho anche senza viaggio. A tavola!».

       Alla cena resero piena giustizia e, quando, finito di mangiare, furono tutti seduti intorno al tavolo, Mr Pickwick, fra l'orrore e l'indignazione dei suoi amici e seguaci, diede un resoconto dell'avventura capitatagli e il successo che aveva coronato gli ignobili inganni del diabolico Jingle.

       «Ed eccomi qui, zoppo per i reumatismi che mi son buscato in quel giardino», concluse.

       «Anche a me Ź capitata una specie di avventura», prese a dire Mr Winkle sorridendo e, su richiesta di Mr Pickwick, raccontė nei particolari la storia del maligno articolo apparso sull'Indipendente di Eatanswill e la grande agitazione del loro amico direttore.

       Durante quel resoconto la fronte di Mr Pickwick si era andata rabbuiando. I suoi amici se ne accorsero e, quando Mr Winkle ebbe terminato, rimasero tutti in silenzio. Dando un gran colpo sul tavolo con il pugno serrato, cosď parlė Mr Pickwick:

       «Non Ź forse incredibile destino il nostro? Pare proprio che, non appena qualcuno ci offre ospitalitą, trasciniamo il malcapitato in qualche guaio? Non dimostra questo, vi chiedo, l'indiscrezione o, peggio, la natura perversa - proprio a me tocca dirlo! - dei miei seguaci che, sotto qualsiasi tetto alloggino, turbano la pace dell'animo e la felicitą di qualche femmina fiduciosa? Non Ź, vi chiedo...».

       Mr Pickwick, con tutta probabilitą, avrebbe continuato su questo tono per un bel pezzo, se, a troncare la sua eloquente orazione, non fosse comparso Sam. Si passė il fazzoletto sulla fronte, si tolse gli occhialetti, li pulď, se li inforcė di nuovo, e, quando riprese a parlare, la sua voce aveva ripreso il consueto tono bonario:

       «Che cosa hai lď, Sam?».

       «Sono andato alla posta e ho trovato questa lettera: da due giorni era lď. ť chiusa con un sigillo e l'indirizzo Ź tutto ad arzigogoli».

       «Non conosco questa calligrafia», disse Mr Pickwick, aprendo la lettera. «Che il cielo ci protegga! Che cos'Ź? Deve essere uno scherzo; non Ź... non puė essere vero».

       «Che cosa Ź successo?», chiesero tutti in coro.

       «Non Ź morto nessuno, vero?», si informė Mr Wardle allarmato dall'espressione di orrore sul volto di Mr Pickwick.

       Questi non rispose, ma, spingendo la lettera attraverso la tavola, per farla leggere ad alta voce da Mr Tupman, si accasciė sulla sedia con un'aria di stupore attonito e vacuo molto allarmante da vedersi. Con voce tremante Mr Tupman lesse la lettera che qui riportiamo in copia:

 

Freeman's Court, Cornhill, 28 agosto, 1830

Causa: Bardell contro Pickwick

 

       Signore,

       avendo avuto mandato dalla signora Martha Bardell di promuovere azione legale contro di voi per inadempimento di promessa di matrimonio per la quale la parte attrice chiede un indennizzo di millecinquecento sterline, vi informiamo che siete stato citato a comparire davanti al tribunale in sede civile in merito alla causa in oggetto. Vi chiediamo di comunicarci, a giro di posta, il nome del legale a Londra che vi rappresenterą nella vertenza.

       Siamo, signore, a vostra disposizione. Con osservanza

       Dodson & Fogg.

Mr Samuel Pickwick.

 

       C'era qualcosa di sconcertante nel muto stupore con cui ciascuno osservava il suo vicino e con cui tutti osservavano Mr Pickwick: sembravano timorosi di spiccicar parola. Alla fine fu Mr Tupman a rompere il silenzio.

       «Dodson e Fogg», ripeté con voce sorda.

       «Bardell contro Pickwick», fece Mr Snodgrass pensoso.

       «La pace dell'animo e la felicitą di qualche femmina fiduciosa», mormorė Mr Wardle con aria assorta.

       «Un complotto», concluse alla fine Mr Pickwick ritrovando fiato. «Un vile, ignobile complotto di questi due avidi azzeccagarbugli, Dodson e Fogg. Alla signora Bardell non sarebbe mai venuto in mente una cosa simile, non avrebbe cuore di farlo. Non ci sono i presupposti per intentar causa... Ridicolo, ridicolo».

       «Del suo cuore siete senz'altro voi il miglior giudice», intervenne Mr Wardle sorridendo. «Ma - senza per questo voler scoraggiarvi - direi che dei presupposti Dodson e Fogg sono di gran lunga giudici migliori di tutti noi».

       «Esecrando tentativo di estorcere danaro», fu il commento di Mr Pickwick.

       «Spero che sia cosď», disse Wardle con un secco colpetto di tosse.

       «Qualcuno ha mai sentito che mi rivolgevo a lei in modo diverso da come un inquilino interpella la padrona di casa?», proseguď Mr Pickwick con grande trasporto. «Chi mi ha mai visto con lei? Neppure i miei amici...».

       «Tranne che in una occasione», precisė Mr Tupman.

       Mr Pickwick cambiė colore.

       «Ah!», intervenne Mr Wardle. «Beh, Ź una circostanza importante. Niente di compromettente, immagino?»

       Mr Tupman lanciė una timida occhiata all'uomo che li rappresentava tutti. «Beh, niente di compromettente, ma... non so spiegare come fosse accaduto, badate... non c'Ź dubbio: lei era nelle sue braccia».

       «Potenze del cielo!», sbottė Mr Pickwick mentre il ricordo della scena si affacciava vivido alla sua memoria. «Terribile esempio della forza delle circostanze! ť vero! ť vero!».

       «E il nostro amico la consolava», disse maliziosamente Mr Wardle.

       «Proprio cosď. Non lo nego: la consolavo».

       «Per essere un caso assolutamente privo di circostanze sospette, questa faccenda mi sembra piuttosto strana... eh, Pickwick! Vecchia canaglia... vecchia canaglia! », e Mr Wardle si mise a ridere di gusto fino a far tintinnare i bicchieri sulla credenza.

       «Serie diabolica di fortuite coincidenze!», esclamė Mr Pickwick, con il mento appoggiato sulla mano. «Winkle... Tupman... chiedo scusa per quello che ho detto prima. Tutti vittime delle circostanze, ed io quello che si trova nei guai peggiori». E con questa ritrattazione, Mr Pickwick si coprď il volto con le mani e si mise a rimuginare. Mr Wardle, dal canto suo, guardava a turno tutti i componenti della compagnia distribuendo strizzatine e cenni d'intesa.

       «Chiarirė ogni cosa», disse Mr Pickwick, alzando la testa e pestando la tavola. «Andrė da Dodson e Fogg. Domani parto per Londra».

       «Non domani, zoppicate troppo», consigliė Mr Wardle.

       «Dopodomani, allora».

       «ť il primo di settembre. Avete promesso di farci compagnia fino alla tenuta di Sir Geoffrey Manning e di pranzare con noi, anche se non parteciperete alla battuta di caccia».

       «Il giorno successivo, allora. Giovedď... Sam!».

       «Signore?».

       «Prenota due posti, per Londra, giovedď mattina».

       «Molto bene, signore».

       Mr Weller usci e lentamente si incamminė a eseguire la sua commissione, mani in tasca e occhio fisso a terra.

       «Che sagoma, il mio padrone», pensava Weller nel risalire la strada. "Farsela con quella Bardell... chi l'avrebbe detto? E lei con un marmocchio per giunta! Sempre la stessa storia con questi vecchi satiri che a vederli sembrano tutti d'un pezzo! Ma lui non lo credevo capace, proprio no!». E cosď moralizzando, Mr Weller diresse i suoi passi verso la biglietteria.

 

XIX • UNA GIORNATA CHE COMINCIA BENE E FINISCE MALE

 

 

 

       Gli uccelli, che fortunatamente per la pace della loro anima e per il benessere del loro corpo, versavano in beata ignoranza dei preparativi in corso per far loro una sorpresa, salutarono in quel primo settembre una delle piĚ belle mattinate dell'intera stagione. Giovani pernici, tutte impettite fra le stoppie con la fatua civetteria della giovinezza, e altre piĚ vecchie, intente ad osservare la frivolezza delle prime con l'occhietto rotondo e l'aria sprezzante dell'uccello dotato di saggezza ed esperienza, anch'esse inconsapevoli dell'imminente catastrofe, si cullavano nella fresca aria mattutina allegre e gioiose: fra poche ore sarebbero cadute a terra prive di vita. Stiamo diventando piagnucolosi: procediamo invece.

       Per dirla chiara e tonda, in parole povere, era una bella mattina - cosď bella, invero, da stentare a credere che i pochi mesi dell'estate inglese si fossero gią dileguati. Siepi, campi, alberi, colline e brughiere offrivano allo sguardo un verde intenso, cupo, in infinite sfumature; appena qualche foglia a terra, appena qualche spruzzatina di giallo fra i colori dell'estate avvertivano che era cominciato l'autunno. Non una nuvola increspava il cielo; il sole splendeva caldo e brillante; l'aria risuonava delle canzoni degli uccelli e del ronzio di miriadi di insetti; i giardini delle case, traboccanti di fiori dalle mille tonalitą, tutte belle e intense, scintillavano ricoperti di ricca rugiada, simili ad aiuole di gemme luccicanti. Ogni cosa portava il marchio dell'estate, e nessuno dei suoi meravigliosi colori aveva perso in brillantezza.

       In una mattina cosď, una carrozza aperta con tre pickwickiani (Mr Snodgrass aveva preferito restare alla locanda) oltre a Mr Wardle, Mr Trundle e Sam, seduto a cassetta accanto al cocchiere, si fermė accanto a un cancello sulla strada: ad attenderli c'erano un guardacaccia alto, dall'ossatura pesante, e un ragazzo con stivali a mezza gamba e gambali di cuoio. Reggevano due carnieri di enormi dimensioni ed erano accompagnati da una coppia di cani.

       «Sentite», sussurrė Mr Winkle a Mr Wardle, mentre il guardacaccia abbassava il predellino, «non penseranno che ammazzeremo tanta selvaggina da riempire quei carnieri, vero?».

       «Riempirli!», esclamė il vecchio Wardle. «Che il cielo vi benedica, sicuro! Voi ne colmerete uno e io farė lo stesso con l'altro. E riempiti quelli, restano le saccocce della giacca: dentro ne metteremo almeno altrettanta».

       Per tutta risposta, Mr Winkle scese senza fiatare, ma fra sé pensava che se la compagnia fosse rimasta all'aperto ad aspettarlo mentre lui riempiva uno di quei carnieri, le probabilitą di buscarsi tutti un raffreddore erano altissime.

       «Qua, Giunone, vecchia mia; giĚ Dafne, giĚ», diceva Wardle accarezzando i cani. «Sir Geoffrey Ź ancora in Scozia, vero?, Martin?».

       Il guardacaccia spilungone confermė, mentre perplesso guardava ora Mr Winkle - reggeva il fucile quasi si aspettasse che la tasca della giacca gli togliesse il disturbo di tirare il grilletto, - ora Mr Tupman - lo imbracciava come se ne fosse terrorizzato... e non c'Ź motivo per dubitare che non lo fosse veramente.

       «I miei amici non sono ancora molto addentro in queste cose, Martin», spiegė Mr Wardle notando l'occhiata. «Sbagliando si impara, ti pare? Prima o poi diventeranno ottimi fucili. Chiedo scusa al mio amico Winkle: lui un po' di pratica l'ha fatta».

       Mr Winkle accolse il complimento con un mesto sorriso al di sopra del fazzolettone azzurro intorno al collo e, nella confusione dettatagli dalla modestia, si ingarbugliė talmente e in modo cosď misterioso con il fucile che se l'arma fosse stata carica, sicuramente sarebbe partito un colpo lasciandolo secco.

       «Non dovete maneggiarlo cosď quando Ź carico, signore», intervenne burbero il guardacaccia, «altrimenti, che mi venga un accidenti, se uno di noi non diventa un piatto di carne fredda».

       Cosď ammonito, Mr Winkle di scatto cambiė posizione e nel movimento la canna dell'arma andė bruscamente a finire contro la testa di Mr Weller.

       «Ehi, signore!», disse Sam, raccogliendo il cappello che era caduto e sfregandosi una tempia. «Se cominciate cosď, con un colpo solo riempite un carniere, che basta e avanza».

       A questa battuta il ragazzo con i gambali di cuoio scoppiė a ridere di cuore e, subito dopo, nel vedere che Mr Winkle aveva assunto un maestoso cipiglio, prese a far finta che lui con quella risata non c'entrava per niente.

       «Dove troveremo il ragazzo con il pranzo, Martin?», chiese Mr Wardle.

       «Alla collina dell'albero, a mezzogiorno, signore».

       «Non Ź nella tenuta di Sir Geoffrey, vero?».

       «No, ma Ź al confine. ť proprietą del capitano Boldwig. Non ci sarą nessuno a disturbarci. C'Ź un bel pezzo di piano, lď».

       «Molto bene», approvė Mr Wardle. «Adesso prima ci muoviamo, meglio Ź. Ci raggiungerete alle dodici, Mr Pickwick?».

       Mr Pickwick aveva assai voglia di vedere la partita di caccia soprattutto perché era in ansia per l'incolumitą e la sopravvivenza di Mr Winkle. Senza contare che, con una giornata tanto bella, era davvero un tormento rientrate lasciando gli amici a spassarsela. Fu quindi con aria assai contrita che disse:

       «Beh, non mi resta altro».

       «Il signore non partecipa alla battuta?», si informė il guardacaccia spilungone.

       «No, e per di piĚ zoppica».

       «Mi piacerebbe molto andare, sul serio».

       Breve pausa di commiserazione.

       «C'Ź una carriola dall'altra parte della siepe», suggerď il ragazzo. «Il signore puė farsi spingere dal domestico e cosď restar vicino a noi. Noi lo tiriamo su per fargli scavalcar la siepe e via andare».

       «Proprio quel che ci vuole», si intromise subito Mr Weller che si sentiva parte in causa perché aveva una gran voglia di vedere la battuta. «Proprio quello che ci vuole. Ben detto, tappetto. La tiro fuori in un minuto».

       A questo punto insorse una difficoltą. Lo spilungone risolutamente si oppose a introdurre in una battuta di caccia un signore in carriola: era una grave violazione a tutte le regole stabilite. Obiezione fondata, ma non insormontabile. Il guardacaccia, blandito a parole e convinto a soldi, si sgravė la coscienza assestando una bella sberla sulla testa dell'inventivo ragazzo che per primo aveva suggerito l'utilizzo di quella macchina; Mr Pickwick vi fu sistemato, l'intero gruppo Si mise in marcia: Wardle e il guardacaccia in testa; Mr Pickwick nella carriola, spinto da Sam, alla retroguardia.

       «Alt, Sam», disse Mr Pickwick arrivati a metą del primo campo.

       «Che c'Ź ancora?», chiese Wardle.

       «Non permetterė che questa carriola faccia un solo passo se prima Mr Winkle non si decide a imbracciare in modo diverso il suo fucile», dichiarė Mr Pickwick in tono risoluto.

       «Com'Ź che devo portarlo?», chiese afflitto Mr Winkle.

       «Con la canna rivolta a terra», replicė Mr Pickwick.

       «Non Ź in stile da cacciatore», argomentė Mr Winkle.

       «Non me ne importa un bel niente che sia o non sia in stile. Non ho nessuna intenzione di farmi impallinare per amor delle apparenze».

       «Quel signore lď, prima di sera, finirą coll'impiombare qualcuno», borbottė lo spilungone.

       «Beh, beh, fa lo stesso», concesse il povero Winkle capovolgendo il fucile, «ecco fatto».

       «Qualsiasi cosa pur di vivere tranquilli», disse Weller, e ripresero la marcia.

       «Alt!», ordinė Mr Pickwick dopo che ebbero fatto pochi passi.

       «E adesso?», domandė Mr Wardle.

       «Il fucile di Mr Tupman non Ź sicuro. Non lo Ź, lo so benissimo», dichiarė Mr Pickwick.

       «Come? Cosa? Non sicuro?», balbettė allarmatissimo Mr Tupman.

       «Per come lo portate. Spiacentissimo di fare altre obiezioni, ma non acconsentirė ad andare avanti se non lo portate come fa Winkle».

       «Meglio cambiare, signore», interloquď il guardacaccia spilungone, «sennė va a finire che ve lo scaricate addosso o addosso a qualcun altro».

       Con gran sollecitudine, Mr Tupman si affrettė a cambiar posizione al fucile, e il gruppo riprese la marcia: i due principianti con i fucili ribaltati parevano una coppia di soldati alle esequie reali. All'improvviso i cani si immobilizzarono; guardinghi i cacciatori avanzarono di un passo e si fermarono.

       «Che cos'hanno le gambe dei cani?», sussurrė Mr Winkle. «Hanno una posizione ben strana!».

       «Zitto! Non vedete che puntano», rispose Mr Wardle piano.

       «Puntano! », fece eco Mr Winkle guardandosi intorno come se si aspettasse di scorgere nel paesaggio qualcosa di particolarmente bello sul quale i sagaci animali richiamavano l'attenzione. «Puntano! A che cosa puntano?».

       «Tenete gli occhi aperti», disse Mr Wardle senza badare alla domanda nell'eccitazione del momento. «Ecco!».

       Ci fu un rapido frullar d'ali che fece fare un sobbalzo all'indietro a Mr Winkle come se gli avessero sparato addosso. Bang, bang, rimbombarono un paio di fucili. Il fumo si dissolse rapido sopra i campi, arricciandosi in volute.

       «Dove sono?», disse Mr Winkle saltellando eccitatissimo di qua e di lą in tutte le direzioni. «Dove sono? Ditemi quando devo sparare. Dove sono? Dove sono?».

       «Dove sono?», chiese Mr Wardle raccogliendo una coppia di uccelli che i cani avevano depositato ai suoi piedi. «Qui, eccoli! ».

       «No, no! Dove sono gli altri?», chiese stupito Mr Winkle.

       «Un bel po' lontani a quest'ora», spiegė Mr Wardle ricaricando calmo il fucile.

       «Fra cinque minuti troveremo un'altra covata probabilmente», disse il guardacaccia spilungone. «Se il signore comincia a sparare adesso, forse ce la farą a far uscire il colpo di canna quando si alzeranno in volo».

       «Ah! Ah! Ah!», rimbombė la risata di Weller.

       «Sam!», cominciė Mr Pickwick impietosito dalla confusione e dall'imbarazzo del suo fedele.

       «Signore?».

       «Non ridere!».

       «No, signore, no certamente». Cosď, a titolo di indennizzo, Mr Weller, dietro la carriola, cominciė a far boccacce con gran spasso del ragazzo con i gambali che subito scoppiė in una risata fragorosa e, detto fatto, si buscė uno scapaccione dal guardacaccia alla ricerca, a sua volta, di un pretesto per girarsi a nascondere l'ilaritą.

       «Bravo, vecchio mio!», disse Mr Wardle rivolto a Mr Tupman. «Voi almeno avete sparato».

       «Oh, sď!», rispose Mr Tupman con consapevole orgoglio. «Ho fatto fuoco».

       «Molto bene. Se prendete la mira, la prossima volta beccherete qualcosa. Facile, no?».

       «Sď, facilissimo. Fa male alla spalla, perė. Per poco non son caduto all'indietro. Non immaginavo che questi piccoli gingilli dessero un colpo cosď forte».

       «Vi abituerete col tempo», rassicurė Mr Wardle sorridendo. «Allora... pronti... tutto bene nella carriola lď?».

       «Tutto bene», confermė Weller.

       «Avanti allora».

       «Tenetevi stretto, signore», disse Sam alzando la carriola.

       «Sď, d'accordo», rispose Mr Pickwick. E proseguirono a buona andatura.

       «Indietro adesso con la carriola», ordinė Mr Wardle non appena ebbero superato un'altra siepe per entrare in un campo e Mr Pickwick vi fu depositato di nuovo dentro.

       «D'accordo, signore», rispose Weller fermandosi.

       «Winkle», disse l'anziano gentiluomo, «venite dietro a me piano e tenetevi pronto stavolta».

       «Niente paura», rassicurė questi. «Stanno puntando?».

       «No, no, non adesso. Piano ora, piano». Si mossero sfiorando il terreno e sarebbero avanzati senza rumore, se Mr Winkle, nell'eseguire alcune intricatissime evoluzioni con il fucile, nel momento piĚ critico non avesse accidentalmente fatto partire un colpo che schizzė al di sopra della testa del ragazzo, nel punto esatto nel quale si sarebbe trovato il cervello dello spilungone se questi fosse stato lą.

       «Perché diavolo avete sparato?», chiese Mr Wardle mentre, incolumi, gli uccelli volavano via.

       «Mai visto un fucile cosď in vita mia», rispose il povero Winkle, scrutando l'otturatore, quasi a trarre ispirazione. «Spara quando gli pare. Fa tutto lui, di sua iniziativa».

       «Di sua iniziativa!», ripeté come un'eco Mr Wardle, con una punta di irritazione. «Almeno facesse fuori qualcuno di sua iniziativa».

       «Succederą prima o poi», sentenziė in tono lugubre e profetico lo spilungone.

       «A cosa alludete con questa osservazione, signore?» chiese Mr Winkle punto sul vivo.

       «Niente, signore, non importa», rispose il guardacaccia spilungone. «Non ho famiglia, signore, e alla madre di questo ragazzo Sir Geoffrey darą qualcosa, se finisce stecchito sulla sua proprietą. Ricaricate il fucile, signore, ricaricate».

       «Toglietegli il fucile», implorė Mr Pickwick dalla sua carriola, inorridito davanti alle macabre insinuazioni dello spilungone. «Toglietegli il fucile, avete sentito?».

       Nessuno tuttavia si offrď di eseguire quel comando, e Mr Winkle, con un'occhiata ribelle in direzione di Mr Pickwick, ricaricato il fucile, s'incamminė con gli altri.

       Ci sentiamo in obbligo di affermare, sulla base delle dichiarazioni di Mr Pickwick, che Mr Tupman si conduceva con assai maggior prudenza e cautela di quanto non facesse Mr Winkle. Tuttavia, in nessun modo ne esce sminuita l'autorevolezza di quest'ultimo su tutte le questioni relative alla caccia perché, come osserva con grande acume Mr Pickwick, succede spesso, da tempo immemorabile, che i filosofi migliori e piĚ penetranti, luminari di scienza per quanto riguarda la teoria, spesso si dimostrino incapaci di tradurla in pratica.

       Il modo di procedere di Mr Tupman, come accade per molte sublimi scoperte, era estremamente semplice. Con la prontezza e l'intuizione dell'uomo di genio, aveva capito che due sono gli scopi prioritari: scaricare il fucile, anzitutto senza far male a sé e in secondo luogo senza far male agli altri. Ovviamente, una volta accettato l'inconveniente di dover far fuoco, la cosa migliore era quella di serrare gli occhi e sparare in aria. E cosď accadde che Mr Tupman, attenutosi scrupolosamente a questi principi, nell'aprire gli occhi, vedesse una grossa pernice cader ferita a terra. Stava per congratularsi con Mr Wardle per la sua mira infallibile, quand'ecco quel gentiluomo avanzare verso di lui e afferrargli calorosamente la mano.

       «Tupman, avete puntato proprio a quell'uccello?».

       «No, no».

       «Sď, invece. Vi ho visto. Ho visto come lo avete individuato vi ho osservato mentre alzavate il fucile. Vi dirė una cosa: il miglior cacciatore al mondo non avrebbe fatto meglio. Tupman, ve ne intendete piĚ di quanto pensassi. Voi, a caccia, ci siete gią stato».

       Inutilmente Mr Tupman, con un sorriso verecondo, protestava di non esserci mai stato. Proprio quel sorriso venne preso come prova del contrario, e da quel momento in poi la sua reputazione fu consolidata. Non Ź questa l'unica reputazione acquistata con tanta facilitą, né circostanze fortunate si verificano soltanto nella caccia alle pernici. Mr Winkle, nel fratte¦npo, faceva fuoco e fiamme e fumo senza conseguire risultati degni di nota; a volte scaricava il fucile a mezz'aria, altre volte i proiettili rasentavano terra al punto da rendere precarie e incerte le aspettative di sopravvivenza dei due cani. Dal punto di vista della fantasia venatoria, la sua tecnica era variata e singolare; dal punto di vista della capacitą di colpire un oggetto preciso, era, nel complesso, forse un disastro. ť assioma riconosciuto che Dio li fa, poi li accoppia. Se lo applichiamo alla caccia, i colpi di Mr Winkle erano degli sfortunati trovatelli, privi dei fondamentali diritti naturali, buttati a casaccio nel mondo, senza nessun posto dove andare.

       «Bene», disse Mr Wardle avvicinandosi alla carriola e asciugandosi rivoli di sudore che gli solcavano l'allegro faccione rubizzo. «Giornata torrida, vero?».

       «Proprio cosď. Il sole Ź caldissimo anche per me. Chissą come vi sentite voi!», rispose Mr Pickwick.

       «Bollente. Ma sono le dodici e mezzo. Vedete quella collina laggiĚ?».

       «Certamente».

       «ť lď che mangeremo e, per Giove, il ragazzo con il cesto Ź puntuale come un orologio».

       «Altro che», disse Mr Pickwick illuminandosi tutto. «Bravo ragazzo, quello! Gli darė uno scellino. Sam, avanti!».

       «Tenetevi stretto, signore», disse Weller rinvigorito dall'idea del pranzo. «Fuori dei piedi, giovanotto con quei gambali. Se ci tieni a che io non tiri le cuoia, non farmi fare un capitombolo come disse quel tale al vetturino, mentre lo portavano dal boia». E affrettando l'andatura fino a un passo di corsa, Mr Weller spinse la carriola svelto svelto fino alla collina abilmente scaraventė fuori il suo padrone proprio accanto ai cesto e a tutta velocitą si mise a disfare il pacco.

       «Pasticcio di vitello», monologava Weller nel sistemare le vivande sull'erba. «Da leccarsi i baffi con il pasticcio di vitello se conosci la donzella che l'ha fatto e sei sicuro che non Ź gatto. Che c'Ź di strano? Il sapore Ź quello del vitello: neanche i cuochi, che i pasticci li fanno per mestiere, capiscono la differenza».

       «Ne sei sicuro, Sam?», chiese Mr Pickwick.

       «Altro che! Una volta stavo nella stessa casa con un cuoco. Un simpaticone, un tipo in gamba per giunta. I pasticci li faceva con tutto quel che gli capitava sotto mano. "Quanti gatti avete, Mr Brooks", faccio io quando ero gią in confidenza con lui. "Un bel po'", fa lui. E io: "Vi devono piacere un sacco i gatti". "La gente ne va matta", fa lui strizzandomi l'occhio. "Non sono di stagione prima dell'inverno". "Non di stagione?", faccio io. E lui: "Proprio cosď: frutta matura, gatto acerbo". E io: "Cosa vuol dire?". "Vuol dire? Che non sarė mai in combutta con i macellai per tener alto il prezzo della carne. Mr Weller", fa lui stringendomi forte la mano e parlandomi nell'orecchio: "Non ditelo in giro... ma quel che conta Ź la preparazione... il condimento... i sapori. I piatti sono sempre fatti con quei nobili animali", fa lui mostrandomi un bel gattino tigrato. "Vogliono vitello e io li cucino come vitello; vogliono manzo e rognone, e io preparo manzo e rognone. Non Ź finita: in quattro e quattr'otto faccio diventar il vitello manzo e il manzo rognone, e tutti li servo come montone. Dipende dal mercato e dall'appetito!"».

       «Un giovanotto pieno di risorse, quello», commentė Mr Pickwick con un leggero brivido.

       «Potete scommetterci, signore», rispose Sam sempre intento nella sua occupazione di svuotare il cesto. «Superbi pasticci faceva! Lingua: ottima cosa se non Ź di donna. Pane, piedini di prosciutto, gran bel quadro, vitello freddo a fette, ottimo. Cosa hai in quelle brocche, briccone?».

       «Birra in questo», disse il ragazzo togliendosi dalle spalle due grandi recipienti di pietra tenuti insieme da una cinghia di cuoio, «punch freddo nell'altro».

       «Beh, ecco quel che si dice un buon concetto di pranzo; nell'insieme, niente da dire», fece Sam controllando soddisfatto tutto quel ben di Dio messo in gran bell'ordine. «E adesso, signori, "All'attacco" come dissero gli inglesi ai francesi dopo aver inastato le baionette».

       Non fu necessario ripetere l'invito per indurre la compagnia a rendere piena giustizia al pasto; e poca fatica ci volle per indurre Weller, il guardacaccia spilungone e i due ragazzi a sistemarsi sull'erba, poco discosti, e a sterminare una abbondante porzione di vivande. Una vecchia quercia elargiva a tutti un bel rifugio d'ombra; sotto di loro si allargava un panorama di campi e di prati, intersecati da lussureggianti siepi e fastosamente ornati di alberi.

       «Incantevole, incantevole!», si beava Mr Pickwick con la faccia espressiva che si stava rapidamente spellando per essere stato tanto al sole.

       «Proprio cosď, proprio cosď, vecchio mio», confermė Mr Wardle. «Su, un bicchiere di punch!».

       «Con grande piacere», disse Mr Pickwick, e, dopo averlo bevuto, l'espressione soddisfatta del volto confermė la sinceritą della sua risposta.

       «Buono», disse Mr Pickwick schioccando le labbra. «Molto buono. Ne prenderė un altro. Freddo, molto freddo. Signori», proseguď, sempre tenendo la brocca, «un brindisi. Ai nostri amici di Dingley Dell».

       Tutti brindarono con grandi acclamazioni.

       «Voglio dirvi quello che farė per migliorare la mira», annunciė Mr Winkle, che mangiava pane e prosciutto aiutandosi con un temperino. «Sistemerė su un palo una pernice impagliata e mi eserciterė: dapprima sparerė da breve distanza e gradualmente allungherė il tiro. Secondo me, Ź un esercizio fondamentale».

       «Conosco un signore», si intromise Sam, «che ha fatto questa stessa cosa che dite voi. Ha cominciato da due yarde ma, dopo la prima volta, non ci si Ź riprovato: ha fatto esplodere l'uccello al primo colpo e non si Ź vista piĚ neanche una piuma».

       «Sam», intervenne Mr Pickwick.

       «Signore?».

       «Abbi la bontą di tenere i tuoi aneddoti per quando te li chiedono».

       «Sicuro, signore».

       A questo punto Weller, portandosi alle labbra un boccale di birra, strizzė l'occhio non nascosto con fare cosď spiritoso e garbato che i due ragazzi presero a ridere fino ad aver le convulsioni e perfino il guardacaccia spilungone accondiscese a scucire un sorrisetto.

       «Questo punch freddo Ź un capolavoro», fu il commento di Mr Pickwick lanciando un'occhiata alla giara. «La giornata Ź caldissima e... Tupman, amico mio, un bicchiere di punch?».

       «Con il piĚ grande piacere», accettė Mr Tupman. Bevuto quel bicchiere, Mr Pickwick ne prese un altro tanto per vedere se nel punch c'era la scorza d'arancia, perché la scorza d'arancia non era di suo gusto, e, scoprendo che non ce n'era, si versė un altro bicchiere per un brindisi alla salute dell'amico che non era venuto. Subito dopo, ritenne che fosse categorico proporne un altro in onore dello sconosciuto creatore di quel punch.

       Questa ininterrotta processione di bicchieri ebbe notevole effetto su Mr Pickwick: il suo volto irradiava sorrisi solari, le labbra erano sorridenti, negli occhi scintillava una luce di appagata benevolenza. Cedendo a poco a poco all'influenza di quel liquore inebriante, reso ancor piĚ esaltante dal caldo, Mr Pickwick espresse il vivo desiderio di rammentare una canzone della sua infanzia. Il tentativo naufragė miseramente: allora cercė di stimolare la memoria con altri bicchieri di punch, i quali peraltro pareva che avessero l'effetto contrario, perché se da principio non ricordava le parole della canzone, alla fine non ricordava piĚ nessuna parola. Da ultimo, messosi in piedi per rivolgere alla comitiva un discorso eloquente, cadde nello stesso istante nella carriola e nel sonno.

       Riposto tutto dentro il cesto, si avvidero che era impresa impossibile svegliare dal torpore Mr Pickwick. Discussero allora se Weller dovesse riportare indietro il padrone oppure lasciarlo lď dov'era fino a che tutti loro non fossero pronti a rincasare. Alla fine si scelse la seconda soluzione. La successiva spedizione non sarebbe durata piĚ di un'ora; Mr Weller chiese insistentemente di parteciparvi, perciė fu deciso di lasciare Pickwick a dormire nella carriola e di prelevarlo al ritorno. Se ne andarono cosď tutti, e Mr Pickwick se ne rimase a russare placido all'ombra della quercia.

       Che Mr Pickwick avrebbe continuato a russare all'ombra fino al ritorno dei suoi amici o, in mancanza di ciė, fino a che le ombre della sera non avessero avvolto il paesaggio, non c'Ź ragione di dubitarne. Il presupposto Ź comunque che lo si lasciasse lď in pace. Ma il guaio Ź che non fu lasciato lď in pace. Ed ecco quello che lo impedď.

       Il capitano Boldwig - un ometto collerico, sempre con un cravattone nero rigido e un soprabito blu- quando accondiscendeva a ispezionare la sua proprietą, lo faceva in compagnia di un grosso bastone di canna d'India con una punta di ottone, un giardiniere e un aiutogiardiniere dai volti ossequiosi, ai quali (i giardinieri, non il bastone) il capitano Boldwig impartiva gli ordini con la dovuta grandiositą e ferocia. Perché bisogna sapere che la sorella della moglie del capitano Boldwig aveva sposato un marchese, che la casa del capitano era una villa, che la terra era una tenuta, e che tutto era nobile, imponente, maestoso.

       Mr Pickwick dormiva da meno di mezz'ora quando da quella parte venne a grandi passi, con l'andatura consentitagli dalla prestanza fisica e dall'importanza sociale, lo smilzo capitano Boldwig, seguito dai giardinieri, e, giunto che fu vicino alla quercia, fece una sosta. Trasse un profondo respiro, guardė il panorama con l'idea sottintesa che la natura doveva sentirsi lusingata per essere osservata da lui, batté il suolo con enfasi usando il bastone e convocė il capogiardiniere.

       «Hunt», disse il capitano Boldwig.

       «Sď, signore».

       «Domattina spiana questo prato con il rullo... capito, Hunt?».

       «Sď, signore».

       «Bada a tenermi questo posto in perfetto ordine... capito, Hunt?».

       «Sď, signore».

       «Ricordami di far fare un cartello contro gli intrusi, gli abusivi, i cacciatori di frodo e roba del genere, per tener la marmaglia fuori. Capito, Hunt, capito?».

       «Non me ne dimenticherė, signore».

       «Scusate, signore», disse l'altro facendosi avanti con la mano sul cappello.

       «Cosa c'Ź, Wilkins?».

       «Scusate, signore,... credo che ci siano stati degli abusivi qui

       «Ah!», ansimė il capitano lanciando un'occhiata micidiale intorno.

       «Sď, signore,... hanno mangiato qui, credo, signore».

       «Maledetti! ť vero! Ne hanno del coraggio!», ruggď il capitano Boldwig mentre i suoi occhi scorgevano briciole e rimasugli sparsi nell'erba. «Sono venuti a gozzovigliare qui. Vorrei proprio che mi capitassero fra le mani quei vagabondi! », tuonė il capitano brandendo il bastone. «Se li avessi fra le mani! », disse ancora furente.

       «Scusate, signore», disse Wilkins, «ma...».

       «Ma... cosa ma!», ruggď e, seguendo lo sguardo intimorito di Wilkins, i suoi occhi incontrarono la carriola con dentro Mr Pickwick.

       «Chi siete, furfante?», urlė assestandogli vari colpi col suo bastone. «Come vi chiamate?»

       «Punch freddo», mormorė Mr Pickwick riaddormentandosi di nuovo.

       «Cosa?».

       Nessuna risposta.

       «Come ha detto di chiamarsi?».

       «Punch, signore, mi pare», rispose Wilkins.

       «Che faccia tosta! Questa Ź sfrontatezza bella e buona. Scommetto che fa finta di dormire», sbraitė l'altro furibondo. «ť ubriaco, uno sporco plebeo ubriaco. Portalo via, Wilkins, portalo via immediatamente».

       «Dove, signore?», chiese Wilkins con soggezione.

       «All'inferno!», rispose l'altro.

       «Molto bene, signore».

       «Alt!».

       Wilkins si fermė obbediente.

       «Portalo nel recinto degli animali randagi. Vedremo se dirą di chiamarsi Punch quando gli passerą la sbronza. Voglio vedere dove va a finire la sua tracotanza, voglio proprio vedere. Via, portalo via!».

       Lontano fu portato Mr Pickwick in conformitą a questo categorico ordine; dal canto suo, il capitano Boldwig, gonfio di sdegno, proseguď la passeggiata.

       Indicibile fu lo sbigottimento della comitiva quando, al loro ritorno, scoprirono che Mr Pickwick era scomparso e con lui anche la carriola. Mai sentita prima una cosa tanto misteriosa e inspiegabile. Sarebbe gią stato straordinario che un uomo zoppicante si mettesse, detto fatto, in piedi e se ne andasse; ma era addirittura miracoloso che questo stesso uomo, tanto per divertimento, si allontanasse spingendo una pesante carriola. Insieme e separati frugarono in ogni cantuccio, in ogni nascondiglio, in ogni angolino; lo chiamarono con fischi, urla, risa: senza risultato. Mr Pickwick non si trovava. Dopo alcune ore di infruttuosa ricerca giunsero alla desolante conclusione di tornarsene a casa senza di lui.

       Mr Pickwick, nel frattempo, era stato portato fino al recinto degli animali randagi, lď depositato al sicuro, ancora immerso in un sonno profondo, con gran divertimento e immensa soddisfazione non solo dei ragazzi del villaggio, ma di tre quarti dell'intera popolazione che si era messa lď intorno in attesa del suo risveglio. Se gią la contentezza dei villici era stata vivissima nel vederlo arrivare lď in carriola, quale non fu il loro spasso quando lo sentirono un paio di volte bofonchiare «Sam!» e quindi mettersi seduto in carriola e fissarli con indescrivibile stupore.

       Un coro di strepiti fu il segnale del suo risveglio e la sua domanda «che cosa Ź stato?» ne provocė un altro ancora piĚ assordante, se possibile.

       «Questa sď che Ź buona?», sghignazzava il volgo.

       «Dove sono?», gemeva Mr Pickwick.

       «Fra gli animali randagi», rispondeva la marmaglia.

       «Come sono arrivato qui? Cosa ho fatto? Da dove sono venuto?».

       «Boldwig! Il capitano Boldwig!», fu l'unica risposta.

       «Fatemi uscire! Dov'Ź il mio domestico? Dove sono i miei amici».

       «Macché amici! Urrah!». E arrivarono una rapa, una patata e anche un uovo, insieme a qualche altro segno della giocosa indole del mostro dalle molte teste.

       Quanto sarebbe durata questa scena o fino a che punto sarebbe arrivata la sopportazione di Mr Pickwick, nessuno puė dirlo: in quel momento una carrozza, che passava rapida per di lą, si fermė tutto d'un tratto, e vi discesero il vecchio Mr Wardle e Sam Weller: il primo, in men che non si scriva e ancor meglio in men che non si legga, raggiunse Mr Pickwick e lo sistemė sul veicolo proprio mentre il secondo concludeva la terza e ultima ripresa di un combattimento a senso unico con la guardia municipale.

       «Andate dal giudice!», gridė una dozzina di voci.

       «Andate via invece», proclamė Weller saltando a cassetta. «Al giudice portate i miei omaggi... gli omaggi di Mr Weller... e ditegli che io la sua guardia l'ho ammaccata e, se lui ne mette una nuova, domani torno e gli ammacco anche quella. Avanti, amico! ».

       «Appena torno a Londra, per prima cosa darė istruzioni perché si avvii un'azione giudiziale contro il capitano Boldwig per sequestro di persona», annunciė Mr Pickwick non appena la carrozza fu fuori cittą.

       «Eravamo sulla sua proprietą, pare», disse Wardle.

       «Non importa! Lo denuncerė!».

       «No, che non lo farete».

       «Sď, invece...». Ma vedendo un'espressione divertita sul faccione di Mr Wardle, Mr Pickwick si trattenne e chiese: «Perché no?».

       «Perché?», spiegė Mr Wardle scoppiando a ridere, «perché potrebbero prendersela con qualcuno di noi e dire che avevamo bevuto troppo punch».

       Per quanto cercasse di ricacciarlo indietro, un sorriso comparve sul viso di Mr Pickwick; il sorriso ingrandď fino a diventare una risata; la risata si fece fragorosa e contagiosa. Cosď, per tener alto il buon umore, si fermarono alla prima taverna che videro sul ciglio della strada; ordinarono per tutti un bel bicchierone di brandy e acqua e doppio cicchetto per Mr Samuel Weller.

 

XX • NEL QUALE SI VEDE COME DODSON E FOGG FOSSERO UOMINI ATTACCATI AI SOLDI E I LORO IMPIEGATI DEDITI AI PIACERI; COME CI SIA STATO UN TOCCANTE INCONTRO FRA MR WELLER E IL SUO GENITORE DOPO UN LUNGO INTERVALLO DI TEMPO, SI VEDE ANCHE QUALI SPIRITI ELETTI SI RIUNISSERO NELLA LOCANDA DELLA GAZZA E IL CEPPO E QUALE STRAORDINARIO CAPITOLO SIA QUESTO

 

 

 

       Al pianterreno di una casa sporca, in un ufficio prospiciente la strada, in fondo alla Freeman's Court, a Cornhill, se ne stavano i quattro impiegati dello studio Dodson & Fogg, procuratori di Sua Maestą presso i tribunali del King's Bench e Common Pleas di Westminster, nonché dell'Alta Corte della Chancery. I suddetti impiegati, nel corso della fatica quotidiana, ricevevano di luce e di sole celeste quel tanto che puė contare di ricevere un uomo ficcato nel fondo di un pozzo profondo, ma senza il vantaggio di vedere le stelle, cosa invece consentita da questo secondo tipo di reclusione.

       La stanza dove lavoravano gli impiegati dello studio Dodson & Fogg era buia, muffita, puzzolente di umiditą, con un alto paravento a pannelli di legno che sottraeva gli impiegati dagli sguardi del volgo. C'erano un paio di vecchie sedie di legno, una pendola che ticchettava con gran fracasso, un calendario, un portaombrelli, una fila di ganci per appendervi il cappello, alcuni scaffali pieni di pratiche polverose con tanto di etichette, qualche vecchio scatolone di legno con dentro cartellini, svariati calamai di tutte le forme e dimensioni con l'inchiostro ormai secco. Attraverso una porta a vetri si accedeva al corridoio che si apriva sul cortile. Il primo venerdď mattina successivo all'episodio narrato nel precedente capitolo, dietro questa porta a vetri comparve Mr Pickwick, seguito alle calcagna da Sam Weller.

       «Avanti! Non sapete entrare?», gridė una voce proveniente da dietro il tramezzo in risposta al garbato bussare di Mr Pickwick. Mr Pickwick e Sam entrarono.

       «Sono in ufficio gli avvocati Dodson e Fogg, signore?», si informė Mr Pickwick gentile, avanzando, cappello in mano, verso il tramezzo.

       «Mr Dodson non c'Ź e Mr Fogg ha da fare», rispose la voce e, nello stesso tempo, la testa, cui apparteneva la voce, penna sull'orecchio, fece capolino da sopra il paravento e squadrė Mr Pickwick.

       Una testa bernoccoluta e grossolana quella che sbucė fuori; i capelli incolori, accuratamente divisi da una parte e lisci di brillantina, si arricciavano in codini a virgola intorno a una faccia piatta, punteggiata dagli occhietti e orlata da un colletto sporco con una cravatta nera stinta.

       «Mr Dodson non c'Ź e Mr Fogg ha da fare», ripeté il proprietario della testa.

       «Quando sarą di ritorno Mr Dodson, signore?», chiese Mr Pickwick.

       «Chi lo sa?».

       «Mr Fogg avrą da fare ancora per molto?».

       «Che ne so?».

       A questo punto l'uomo si mise a temperare la penna con grande concentrazione, mentre un altro impiegato, che, di nascosto sotto la ribalta dello scrittoio, preparava una purga con la polverina di Seidlitz, confermava ridendo.

       «Aspetterė», disse Mr Pickwick. Nessuna risposta: cosď, senza che nessuno gliela offrisse, si accomodė su una sedia e si mise ad ascoltare il ticchettio rumoroso della pendola e il parlottio sommesso degli impiegati.

       «Quello, sď, Ź stato un bello scherzo», disse uno dei quattro - un signore in giacca scura con bottoni di ottone, pantaloni color inchiostro e stivaletti- a conclusione del resoconto di qualche indicibile avventura della sera prima.

       «Da crepar dal ridere... da crepare», commentė l'uomo della polverina di Seidlitz.

       «Presiedeva Tom Cummins», raccontava l'uomo in giacca scura. «A Somers Town ci sono arrivato che erano le quattro e mezza, non mi reggevo in piedi dal tanto bere, non ce la facevo a infilar la chiave nella serratura. Ho dovuto tirar giĚ dal letto la vecchia. Chissą cosa direbbe il vecchio Fogg se venisse a saperlo. Mi butterebbe fuori, no?».

       A questa spiritosa battuta tutti gli impiegati si misero a ridere in coro.

       «Che scena c'Ź stata qui stamattina con Fogg», disse l'uomo in giacca scura. «Jack era di sopra a sistemare delle pratiche e voi due eravate andati all'ufficio del bollo. Fogg era qui sotto a smistar la corrispondenza, quando arriva quel tizio di Camberwell - come si chiama? - quello che abbiamo citato in tribunale, sapete no?...».

       «Ramsey», rispose l'impiegato che aveva parlato con Mr Pickwick.

       «Gią, Ramsey... gran cliente quello, con le toppe nei vestiti. "Bene, signore", fa il vecchio Fogg, con quella sua occhiataccia - la conoscete, no? - "bene, signore, siete venuto a comporre la vertenza?". "Sď, signore", fa quello ficcando la mano in tasca e cavando i soldi. "Ecco qui: due sterline e dieci per il debito; tre sterline e cinque per le spese". E sospirava che pareva avesse un macigno sul cuore, mentre tirava fuori i soldi, fatti su in un pezzo di carta assorbente. Il vecchio Fogg dą un'occhiata ai quattrini, poi dą un'occhiata a lui e tossicchia in quel suo modo che Ź tutto un programma. Qualcosa bolliva in pentola, l'ho capito subito. Poi fa: "Ignorate, suppongo, che il documento Ź stato depositato e registrato, il che comporta un sostanziale incremento delle spese". "Non potete dirmi una cosa simile, signore", fa Ramsey con un balzo all'indietro. "ť scaduto solo ieri sera". "Sono purtroppo costretto a confermarvelo", dice Fogg. "Il mio impiegato Ź appena andato a registrarlo. Mr Wicks, Mr Jackson Ź appena andato a registrare la pratica Bullman e Ramsey, vero?". Io naturalmente dico di sď, e allora Fogg tossicchia di nuovo e guarda Ramsey. "Mio Dio!", fa quello. "Eccomi qui che sono diventato matto per racimolare questi soldi e tutto per niente". "Assolutamente inutile", dice Fogg gelido. "Vi conviene andarvene e racimolarne dell'altro e tornare qui in tempo". "Come faccio, perdio!", fa quello dando un pugno sul tavolo. "Niente strafottenze qui, signore", dice Fogg eccitandosi a bella posta. "Non sono strafottente, signore". "Sď, che lo siete. Fuori di qui, fuori di questo ufficio, signore, e tornate, signore, quando avrete imparato a comportarvi come si deve". Beh, Ramsey ha cercato di dir qualcosa, ma Fogg non gli ha lasciato aprir bocca. Quello allora rimette i soldi in tasca e se la svigna con la coda fra le gambe. La porta non si Ź ancora chiusa alle sue spalle che il vecchio Fogg si volta verso di me con un sorriso angelico e tira fuori dalla tasca della giacca il documento. "Wicks", mi dice, "prendi una carrozza, corri al Temple piĚ in fretta che puoi, e registralo. Niente paura per le spese: le recupereremo. ť un uomo con la testa sulle spalle, che ha famiglia; prende venticinque scellini alla settimana e se ci dą la delega, come prima o poi dovrą fare, il suo principale farą in modo che paghi, ne sono sicuro. Lo spremeremo come un limone, Mr Wicks, e faremo anche una buona azione, cristiana, Mr Wicks. Gli ci vuole una buona lezione per imparare a non far debiti quando si ha famiglia grande e salario piccolo: vi pare, Mr Wicks, vi pare?". Aveva un sorriso cosď serafico andandosene che allargava il cuore vederlo. "Fantastico uomo d'affari", concluse Mr Wicks in un tono di profonda ammirazione "fantastico, sul serio"».

       Gli altri tre sottoscrissero il giudizio con grande allegria e l'aneddoto li mise tutti di buon umore.

       «Che brave persone!», bisbigliė Sam Weller al suo padrone. «Gran senso dell'umorismo hanno tutti, signore».

       Mr Pickwick fece un segno di assenso e tossicchiė per attirare l'attenzione dei gentiluomini dietro il tramezzo che, ormai rilassati dopo quella chiacchieratina, acconsentirono ad accorgersi di quello sconosciuto.

       «Chissą se Fogg Ź libero adesso?», disse Jackson.

       «Vado a vedere», si offrď Wicks scendendo dal seggiolino. «Chi devo annunciare?».

       «Pickwick», rispose l'illustre protagonista di questo memoriale.

       Mr Jackson si allontanė per recapitare il messaggio al piano di sopra e dopo cinque minuti fu di ritorno con l'ambasciata che Mr Fogg avrebbe ricevuto Mr Pickwick in capo a cinque minuti. Comunicato ciė, riprese il suo posto allo scrittoío.

       «Come ha detto che si chiama?», chiese bisbigliando Wicks.

       «Pickwick. ť il convenuto nella causa Bardell».

       Da dietro il paravento giunse il suono di uno strusciar di piedi e di risolini soffocati.

       «Vi stanno passando al setaccio, signore», sussurrė Weller.

       «Passandomi al setaccio, Sam? Che cosa vuoi dire?».

       Per tutta risposta Weller puntė il pollice sopra la spalla e Mr Pickwick, guardando in alto, divenne consapevole del piacevole fatto che tutti e quattro gli impiegati, con in viso scritto il piĚ vivo spasso e le teste che sporgevano da sopra il paravento di legno, osservavano minuziosamente la figura e l'aspetto globale del presunto seduttore di cuori femminili e attentatore alla loro felicitą. Come Mr Pickwick alzė gli occhi, la fila di teste sparď all'istante e subito dopo si sentď il rumore di penne che furiosamente grattavano la carta.

       L'improvviso trillo del campanello servď a far accorrere Jackson nello studio di Mr Fogg dal quale riemerse per annunciare che lui (Fogg) era pronto a conferire con Mr Pickwick e che, prego, salisse.

       Salď quindi Mr Pickwick, lasciando Sam Weller ad aspettarlo al piano di sotto. La porta della stanza al primo piano portava in caratteri ben leggibili la seguente imponente iscrizione: «Avvocato Fogg». Jackson bussė leggermente e, avuto il permesso di entrare, introdusse Mr Pickwick

       «ť nel suo ufficio Mr Dodson?», si informė Mr Fogg. «Appena arrivato, signore», rispose Jackson.

       «Digli di fare un salto qui».

       «Sď, signore». Jackson uscď.

       «Sedetevi, signore. Ecco la sua pratica, signore. Il mio socio arriva subito e insieme potremo discuterne».

       Mr Pickwick prese la sedia e la pratica, ma, invece di mettersi a leggere, sbirciė al di sopra dell'incartamento per vedere il professionista che gli stava di fronte. Era un signore anziano, dalla faccia foruncolosa, il tipo del vegetariano, con addosso una giacca nera, pantaloni a piĚ colori tutti scuri, piccole ghette nere; il tipo di creatura che sembra essere parte integrante della scrivania alla quale lavora e avere altrettanta intelligenza e generositą.

       Dopo alcuni minuti di silenzio, apparve Dodson, un uomo rotondetto, sussiegoso, dall'aria severa e la voce tonante. Ebbe inizio la conversazione.

       «Questo Ź Mr Pickwick», disse Fogg.

       «Ah! Il convenuto nella causa Bardell», dichiarė Dodson.

       «Sď, signore», ammise Mr Pickwick.

       «Bene, signore», disse Dodson, «che cosa proponete?».

       «Ah!», esclamė Fogg, affondando le mani nelle tasche e buttandosi contro lo schienale della sedia. «Che cosa proponete, Mr Pickwick?».

       «Zitto, Fogg!», intervenne Dodson. «Fatemi sentire quello che ha da dire Mr Pickwick».

       «Signori», esordď Mr Pickwick guardando placido i due soci, «sono venuto qui per esprimere lo stupore suscitato in me dalla vostra lettera che ho ricevuto ieri l'altro e per chiedervi quale fondamento abbia l'azione che intendete intraprendere contro di me».

       «Fondamento...», fu l'unica cosa che Fogg riuscď a dire prima di essere interrotto da Dodson.

       «Avvocato Fogg, sto per prendere la parola».

       «Scusatemi, avvocato Dodson».

       «Per quanto concerne il fondamento dell'azione, signore», riprese Mr Dodson con aria di grande sussiego morale, «vogliate esaminare la vostra coscienza e il vostro cuore. Noi, signore, ci basiamo esclusivamente su quanto ha dichiarato la nostra cliente. Tale dichiarazione forse Ź vera, signore, forse Ź falsa; forse Ź attendibile, forse Ź inattendibile, ma, qualora fosse vera e attendibile, signore, non esiterei ad affermare che la nostra azione si basa su elementi molto solidi e sarą assai difficile smontarla. Forse voi siete soltanto sfortunato, signore, forse siete scaltro, ma se, quale membro della giuria sotto giuramento, dovessi essere chiamato a esprimere la mia opinione sulla vostra condotta, signore, non esiterei a dire che non avrei dubbi al riguardo». A questo punto Dodson, tutto tronfio, con un'aria di virtĚ offesa, diede un'occhiata a Fogg che, con le mani sempre piĚ affondate nelle tasche, assentendo con aria saggia, disse in un tono che dimostrava la piena concordanza d'intenti: «Verissimo».

       «Signore», cominciė Mr Pickwick con un'espressione di angoscia sul volto, «consentitemi di assicurarvi che, per quanto riguarda questo caso, sono sfortunatissimo».

       «Auspico che lo siate, signore», replicė Dodson. «Confido che sia vero, signore. Se siete innocente delle accuse che vi sono state rivolte, siete piĚ sfortunato di quanto credessi umanamente possibile. Che ne pensate, avvocato Fogg?».

       «Esattamente quello che dite voi», rispose questi con un sorrisetto incredulo.

       «L'atto di citazione, signore, che introduce la causa», proseguď Dodson, «fu regolarmente spiccato e notificato. Avvocato Fogg, dov'Ź il praecipe?».

       «Eccolo», disse Fogg porgendogli un libro quadrato con una copertina di pergamena.

       «Ecco qui la registrazione», riprese Dodson. «"Middlesex, Parte attrice: Martha Bardell, vedova, contro Samuel Pickwick. Danni, millecinquecento sterline. Dodson e Fogg, in rappresentanza della parte attrice. 8 agosto 1830". Tutto perfettamente in regola, signore; tutto in ordine». Dodson diede un colpetto di tosse e un'occhiata a Fogg, che ripeté: «Perfettamente», ed entrambi guardarono Mr Pickwick.

       «Ne deduco che siete decisi a continuare la causa?».

       «Deducete, signore? Potete farlo, certamente», rispose Dodson con una smorfia che, compatibilmente con la sua prosopopea, era la cosa piĚ simile a un sorriso.

       «E che i danni sono quantificati in millecinquecento sterline?».

       «Alle vostre deduzioni aggiungete la nostra assicurazione che se la cliente avesse accettato il nostro conteggio, l'ammontare sarebbe stato quantificato in una somma tripla dell'attuale, signore», precisė Dodson.

       «Credo, tuttavia, che la signora Bardell abbia specificatamente dichiarato di non essere disposta ad accettare neppure un centesimo in meno», osservė Fogg, lanciando un'occhiata a Dodson.

       «Su questo non c'Ź dubbio», rispose questi con aria severa. La causa era appena iniziata e non sarebbe stato quindi conveniente giungere a una composizione pacifica, neanche se Mr Pickwick si fosse dimostrato disponibile.

       «Data la vostra intransigenza, signore», intervenne Dodson esibendo nella destra un foglio di pergamena e amorevolmente ficcando con la sinistra la copia in carta in mano a Mr Pickwick, «Ź opportuno che vi notifichi copia della citazione. Ecco l'originale, signore».

       «Molto bene, signori, molto bene», disse Mr Pickwick alzandosi, mentre dentro di lui si alzava un'ondata di collera, «avrete notizie dal mio avvocato, signori».

       «Con grande piacere», disse Mr Fogg fregandosi le mani.

       «Con grandissimo piacere», fece eco Mr Dodson aprendo la porta.

       «Prima di andare, signori, consentitemi di dirvi», sbottė Mr Pickwick gią sul pianerottolo, voltandosi, «che di tutte le azioni ribalde e scellerate...».

       «Un momento, signore, un momento», interruppe Dodson con squisita cortesia. «Jackson! Wicks!».

       «Sď, signore!», risposero all'appello i due impiegati comparendo in fondo alle scale.

       «Voglio che ascoltiate quello che ha da dire questo signore. Proseguite, vi prego... azioni ribalde e scellerate... Ź cosď che avete detto, no?»

       «Proprio cosď», assentď Mr Pickwick fuori di sé. «Ho detto che di tutte le azioni ribalde e scellerate mai escogitate, questa Ź la piĚ efferata. E lo ripeto, signore».

       «Avete sentito, Wicks?», chiese Dodson.

       «Non vi dimenticherete queste espressioni, Jackson?», chiese Fogg.

       «Forse vi piacerebbe chiamarci imbroglioni, signore», incalzė Dodson. «Prego, signore, se ne avete voglia, fatelo! Prego, fatelo adesso, signore».

       «Sicuro! Voi siete due imbroglioni».

       «Molto bene», disse Dodson. «Sentite bene laggiĚ, vero, Wicks?».

       «Oh, sď, signore», confermė questi.

       «Forse vi conviene salir