CHARLES DICKENS
DAVID COPPERFIELD
Traduzione di Ugo DŹttore

ACQUISTA IL LIBRO DA GARZANTI


PREFAZIONE ALL'EDIZIONE DEL 1850

 

       Non trovo facile tenermi abbastanza distaccato da questo libro, ora che l'ho appena portato a termine, per parlare di esso con la posatezza che questa intestazione ufficiale sembrerebbe richiedere. Troppo forte e recente Ź l'interesse che a esso mi lega, e la mia mente Ź cosď divisa fra la gioia e il rammarico - gioia pel compimento di un lungo progetto, rammarico nel dovermi separare da tanti compagni - che corro il rischio di annoiare l'amato lettore con confidenze ed emozioni troppo personali e private.

       Inoltre, tutto ciė che potrei dire del racconto, sotto ogni aspetto, mi sono sforzato di dirlo nel racconto stesso.

       Forse importerą poco al lettore di sapere con quanto dolore la penna Ź stata deposta dopo un lavoro di immaginazione durato due anni; o come si sente un autore quando una folla di creature sue, quasi egli avesse bandito una parte di se stesso nel mondo dell'ombra, si sta allontanando per sempre da lui. Tuttavia non ho altro da dire; a meno che non confessi (cosa che potrebbe essere di ancor minore importanza) che nessuno potrą mai credere in questo racconto, nel leggerlo, piĚ di quanto vi abbia creduto io stesso nello scriverlo.

       Invece di guardare indietro guarderė dunque avanti. Non posso chiudere questo volume in modo a me piĚ grato che con uno sguardo speranzoso verso il tempo in cui potrė di nuovo pubblicare le mie due pagine verdi una volta al mese, e con un fervido ricordo dei giocondi soli e delle miti piogge che si sono riversati su queste pagine di David Copperfield, e che mi hanno reso felice.

 

       Londra, ottobre 1850

 


PREFAZIONE ALL'EDIZIONE DI CHARLES DICKENS

 

       Nella prefazione originale a questo libro notai di non trovar facile tenermene abbastanza distaccato allora che l'avevo appena portato a termine, per parlare di esso con la compostezza che quella intestazione ufficiale sembrava richiedere. Il mio interesse verso di esso era cosď forte e recente, e la mia mente cosď divisa fra la gioia e il rammarico - gioia pel compimento di un lungo progetto, rammarico nel dovermi separare da tanti compagni - che correvo il pericolo di annoiare l'amato lettore con confidenze ed emozioni troppo personali e private.

       Inoltre, tutto ciė che potevo dire del racconto, sotto ogni aspetto, mi ero sforzato di dirlo nel racconto stesso.

       Forse importerą poco al lettore di sapere con quanto dolore la penna Ź stata deposta dopo un lavoro di immaginazione durato due anni; o come si senta un autore quando una folla di creature sue, quasi egli avesse bandito una parte di se stesso nel mondo dell'ombra, si sta allontanando per sempre da lui. Tuttavia non avevo altro da dire; a meno che non confessassi (cosa che avrebbe potuto essere di ancor minore importanza) che nessuno avrebbe potuto mai credere in questo racconto, nel leggerlo, piĚ di quanto vi avessi creduto io stesso nello scriverlo.

       Sono cosď sincere, anche oggi, queste dichiarazioni, che io posso fare ora al lettore solo una nuova confessione. Di tutti i miei libri, questo Ź quello che preferisco. Si potrą credere facilmente che io sono un affettuoso genitore per ogni pargolo nato dalla mia fantasia, e che nessuno potrą mai amare quella famiglia cosď profondamente come l'amo io. Ma, come molti genitori affettuosi, io ho nel piĚ profondo del mio cuore un figlio prediletto. Il suo nome Ź

DAVID COPPERFIELD.

       1869

 

I • VENGO AL MONDO

 

 

 

       Se io debba risultare l'eroe della mia vita, o se questo posto debba essere tenuto da un altro, lo mostreranno queste pagine. Per iniziare il racconto della mia vita con l'inizio stesso della mia esistenza, dirė che sono nato (cosď mi hanno detto e lo credo) un Venerdď, a mezzanotte in punto. Fu notato che cominciammo, l'orologio a suonare e io a vagire, nello stesso istante.

       In considerazione del giorno e dell'ora della mia nascita, la balia e alcune sagge donne del vicinato che si erano vivamente interessate a me parecchi mesi prima che ci fosse una qualche possibilitą che io ne fossi personalmente informato, dichiararono, primo, che ero destinato a una vita infelice; e, secondo, che avrei avuto il dono di vedere spiriti e fantasmi. Essendo queste due prerogative inevitabilmente proprie, a quanto esse credevano, di tutti gli sfortunati bamboli di ambo i sessi nati nelle tarde ore della notte di un venerdď.

       Non ho bisogno di dir nulla sul primo punto perché niente, meglio della mia storia stessa, puė dimostrare se la predizione si sia rivelata esatta o no alla prova dei fatti. Circa il secondo punto della questione devo solo notare che, a meno che non abbia fatto prova di questa mia facoltą durante la mia prima infanzia, non la ho ancora sperimentata. Ma non sono affatto dispiaciuto di non averlo potuto fare; e, se qualcun altro godesse attualmente di questo potere, gli auguro di cuore di poterlo mantenere.

       Nacqui avvolto nell'amnio, che fu messo in vendita, con un annuncio sul giornale, all'esiguo prezzo di quindici ghinee. Ignoro se gli uomini di mare fossero a corto di denaro in quel tempo o se piuttosto quel che loro mancava fosse la fede e tutta la loro fiducia andasse al salvagente; tutto quel che so Ź che ci fu una sola offerta e da parte di un procuratore che negoziava in sconti di cambiali, il quale offrď due sterline in contanti e il resto in sherry, ma non accettė di essere garantito, per un prezzo piĚ alto, dal pericolo, di annegare. Cosď l'avviso fu ritirato in pura perdita - perché, quanto allo sherry, era allora in vendita quello della mia povera cara mamma - e dieci anni dopo l'amnio fu messo in lotteria al nostro paese fra cinquanta persone che vi parteciparono con mezza corona a testa, e il vincitore doveva pagare altri cinque scellini. Io stesso ero presente, e mi ricordo di essermi sentito piuttosto confuso e imbarazzato vedendo disporre in quel modo di una parte di me stesso. L'amnio fu vinto, ricordo, da una vecchia signora con una sporta, che, con molta riluttanza, sborsė la somma richiesta di cinque scellini, tutti in mezzi pence, meno perė due pence e mezzo: e ci volle un mucchio di tempo e un grande spreco di aritmetica per sforzarsi, senza alcun successo, di dimostrarglielo. ť un fatto che sarą a lungo considerato come notevole, qui da noi che ella non affogė mai, ma morď trionfalmente ne suo letto a novantadue anni. Ho sentito dire che il suo maggior vanto fu, fino all'ultimo, quello di non essere mai stata sull'acqua in vita sua se non attraversando un ponte; e che, fino all'ultimo, nel sorbire il suo tŹ (al quale era estremamente affezionata) espresse il suo sdegno per l'empietą dei marinai e altri che avevano la presunzione di «vagabondare» per il mondo. Era vano farle notare che alcune comoditą, incluso forse il tŹ, derivavano da questa reprensibile abitudine. Ella ripeteva sempre, e con sempre maggior enfasi e con un'istintiva conoscenza della forza delle sue obiezioni: «Mai vagabondaggi!»

       Per non vagabondare adesso a mia volta, tornerė alla mia nascita.

       Nacqui a Blunderstone, nel Suffolk, o «da quelle parti», come dicono in Scozia. Ero figlio postumo. Gli occhi di mio padre si erano chiusi da sei mesi alla luce di questo mondo, quando vi si aprirono i miei. Trovo ancora in qualche modo strana l'idea che egli non mi vide mai; e ancor piĚ strano mi appare il vago ricordo che mantengo delle mie prime infantili associazioni della sua immagine con la bianca lapide nel cimitero, e l'indefinibile compassione che sentivo per lui che giaceva lą tutto solo nella notte scura, quando il nostro piccolo salotto era caldo e luminoso per il fuoco e le candele, e le porte della nostra casa erano - quasi con crudeltą, mi sembrava a volte - saldamente serrate per lui.

       Il personaggio principale della nostra famiglia era una zia di mio padre, e quindi una prozia per me, della quale dovrė parlare piĚ ampliamente in seguito. Miss Trotwood, o miss Betsey, come la chiamava sempre la mia povera mamma quando vinceva la paura per questo formidabile personaggio fino a riuscire a nominarlo (il che le accadeva di rado), era stata sposata con un uomo piĚ giovane di lei e assai bella, ma non nel senso del detto «Ź bello chi opera in bel modo». In realtą si sospettava fortemente che avesse spesso bastonato miss Betsey e che una volta avesse perfino, durante una disputa su questioni di denaro, fatto rapidi ma decisi preparativi per buttarla giĚ da una finestra del secondo piano. Questa evidente incompatibilitą di carattere aveva indotto miss Betsey a dargli il benservito e a separarsene legalmente per reciproco consenso. Egli se ne andė in India con il suo capitale, e lą, secondo una truce leggenda di famiglia, fu visto cavalcare un elefante in compagnia di un babbuino; anche se io penso che debba essere stato un bramino, o una Begum. A ogni modo nel giro di dieci anni giunse dall'India in patria l'annuncio della sua morte. Nessuno seppe se la zia fosse stata colpita dalla notizia, perché, subito dopo la separazione, lei aveva ripreso il suo nome di ragazza, aveva comprato una villetta in un paese sul mare, piuttosto lontano, e si era stabilita lą da sola, con una domestica, ben decisa a vivere da allora in poi appartata in un rigoroso ritiro.

       Mio padre doveva essere stato un tempo il suo favorito, credo; ma lei era stata mortalmente offesa dal suo matrimonio per il fatto che mia madre era «una bambola di cera». Ella non aveva mai visto mia madre, ma sapeva che non aveva ancora vent'anni. Mio padre e miss Betsey non si incontrarono piĚ. Egli aveva il doppio dell'etą di mia madre quando si sposarono, ed era debole di costituzione. Morď un anno dopo: sei mesi prima, come ho gią detto, che io nascessi.

       Questo era lo stato delle cose nel pomeriggio di quel venerdď, mi si passi l'espressione, importante e denso di eventi. Non posso evidentemente affermare di aver capito a quel tempo come le cose veramente stessero, o di avere qualche ricordo, fondato sull'evidenza dei miei sensi, di quel che segue.

       Mia madre era seduta vicino al fuoco, piuttosto giĚ di salute e ancor piĚ di spirito, e guardava le fiamme attraverso le lacrime, assai impensierita circa il destino suo e di quel piccolo sconosciuto privo di padre a cui era gią stato dato il benvenuto da alcune dozzine di profetici spilli, in un cassetto al piano di sopra, in un mondo che non si sarebbe affatto preoccupato del suo arrivo. Mia madre, dicevo, era seduta presso il fuoco, in quel chiaro e ventoso pomeriggio di marzo, timida e triste, molto dubbiosa di potere uscir viva dalla prova che le si presentava, quando, alzando gli occhi, nell'asciugarli, verso la finestra di fronte, vide una strana signora venir su per il giardino.

       Mia madre ebbe un sicuro presentimento, alla seconda occhiata, che si trattasse di miss Betsey. Il sole al tramonto stava dardeggiando sulla strana signora e sulla cinta del giardino; ed ella arrivė alla porta con una fiera rigiditą nella persona e una compostezza nell'aspetto che non avrebbero potuto essere di nessuno altro.

       Quando raggiunse la casa diede un'altra prova della sua identitą. Mio padre aveva spesso accennato al fatto che lei raramente si comportava come qualsiasi comune mortale; e ora, invece di suonare il campanello, si avvicinė e guardė per quella stessa finestra, premendo la punta del naso sul vetro a tal punto che la mia povera madre era solita dire di averla vista diventare in un attimo piatta e bianca.

       Ella ne ebbe una tale scossa che sono sempre stato convinto di dovere alla signorina Betsey l'esser nato di venerdď.

       Mia madre si era alzata dalla sedia, tutta agitata, e vi si era nascosta dietro, nell'angolo. La signorina Betsey, percorrendo con lo sguardo la stanza, tutt'in giro, lentamente e con aria inquisitoria, incominciė dalla parte opposta, movendo gli occhi come una testa di Saraceno in un orologio della Selva Nera, finché non raggiunsero mia madre. Allora le fece una faccia severa e un gesto, da donna abituata al comando, perché andasse ad aprirle la porta. Mia madre obbedď.

       «La signora David Copperfield, suppongo,» disse la signorina Betsey; la solennitą era dovuta forse agli abiti da lutto di mia madre e al suo stato.

       «Sď,» rispose lei debolmente.

       «Signorina Trotwood,» disse la visitatrice. «Penso che abbiate sentito parlare di lei.»

       Mia madre rispose di avere avuto quel piacere. E fu spiacevolmente consapevole di non aver fatto apparire debitamente quanto quel piacere fosse stato sconvolgente.

       «Adesso la vedete,» concluse la signorina Betsey. Mia madre chinė la testa e la pregė di entrare.

       Andarono nel salotto da cui mia madre era uscita, dato che il fuoco non era acceso nella migliore sala da ricevimento dall'altra parte del corridoio: e non era mai stato acceso, per la veritą, dal tempo dei funerali di mio padre. Quando si furono entrambe sedute, poiché la signorina Betsey rimaneva in silenzio, mia madre, dopo avere cercato invano di trattenersi, cominciė a piangere.

       «Oh, suvvia!» disse la signorina Betsey in gran furia, «non si fa cosď! Andiamo, andiamo!»

       Mia madre, tuttavia, non poteva trattenersi, e cosď pianse tutte le sue lacrime.

       «Toglietevi la cuffia, figliuola,» proseguď la signorina Betsey, «e lasciatevi vedere.»

       Mia madre aveva troppa paura di lei per non avere la compiacenza di obbedire a questa bizzarra richiesta anche se non ne avesse avuto l'intenzione. Cosď fece ciė che le era stato detto, e lo fece con mano cosď nervosa che i suoi capelli (belli e abbondanti) le caddero sul volto.

       «Ma il cielo mi benedica!» esclamė la signorina Betsey, «sei proprio una bambina!»

       Mia madre, senza dubbio, aveva un aspetto molto giovanile per la sua etą; abbassė la testa come se fosse una sua colpa, poverina, e disse singhiozzando che davvero temeva di non essere che una bimbetta senza marito e che, se fosse sopravvissuta, non sarebbe stata che una bambina con un figlio. Durante la breve pausa che seguď ebbe l'illusione di sentire la signorina Betsey toccare i suoi capelli, e con mano non scortese; ma, guardandola timidamente speranzosa, scorse quella signora seduta con la gonna tirata su, le mani raccolte sopra un ginocchio, i piedi sulla base del camino, intenta a guardare il fuoco con fiero cipiglio.

       «In nome del cielo,» disse la signorina Betsey improvvisamente, «perché La Cornacchia?»

       «Intendete dire il nome della casa, signora?» domandė mia madre.

       «Perché La Cornacchia?» insisté la signorina Betsey. «La Conocchia sarebbe stato molto piĚ adatto, se almeno uno di voi due avesse avuto qualche idea pratica di vita.»

       «Il nome fu scelto dal signor Copperfield,» rispose mia madre. «Quando comprė la casa gli piaceva pensare che vi fossero intorno delle cornacchie.»

       Il vento della sera fece un tal scompiglio, proprio in quel momento, fra certi alti olmi in fondo al giardino, che né mia madre né la signorina Betsey poterono trattenersi dal guardare da quella parte. Gli olmi ondeggiavano l'uno verso l'altro come giganti che si sussurrassero dei segreti; dopo pochi secondi di tregua, scossi da una violenta raffica, agitarono qua e lą le loro rudi braccia quasi che le loro recenti confidenze fossero troppo maligne per la pace del loro spirito, e alcuni vecchi e laceri nidi di cornacchie sbattuti dalla tempesta, opprimendo con il loro peso i rami piĚ alti, sussultarono come relitti in un mare in burrasca.

       «Dove sono gli uccelli?» domandė miss Betsey.

       «Gli... ?» Mia madre stava pensando ad altro.

       «Le cornacchie... Che cosa ne Ź successo?» riprese la signorina Betsey.

       «Non ci sono mai state da quando viviamo qui,» rispose mia madre. «Noi pensavamo... il signor Copperfield pensava... che ci fosse una numerosa colonia di cornacchie; ma i nidi erano molto vecchi e gli uccelli li avevano abbandonati da lungo tempo.»

       «Sempre lo stesso, David Copperfield!» esclamė la signorina Betsey. «David Copperfield dalla testa ai piedi! Chiamare una casa La Cornacchia quando non ve n'Ź una sola nei paraggi, e credere nell'esistenza degli uccelli perché ne vede i nidi!»

       «Il signor Copperfield Ź morto,» ribatté mia madre, «e se voi osate parlar male di lui in mia presenza...»

       La mia povera cara mamma, penso, ebbe una momentanea intenzione di attaccare bravamente mia zia, che avrebbe potuto senza sforzo metterla a posto con una mano sola anche se ella fosse stata preparata a un incontro di tal genere molto piĚ di quanto lo fosse quella sera. Ma tutto si limitė per lei ad alzarsi dalla sedia per poi ricadervi languidamente svenuta.

       Quando tornė in sé, o quando la signorina Betsey l'ebbe fatta riprendere, comunque fosse la cosa, scorse quest'ultima in piedi davanti alla finestra. Il crepuscolo stava divenendo oscuritą; si vedevano appena e non avrebbero potuto farlo senza l'aiuto del fuoco.

       «Dunque?» chiese la signorina Betsey tornando alla sua sedia come se avesse solo dato uno sguardo distratto al panorama, «a quando l'evento?»

       «Io sono tutta un tremito,» balbettė mia madre. «Non so perché. Morirė, ne sono sicura.»

       «No, no, no,» disse la signorina Betsey. «Prendi un po' di tŹ.»

       «Oh, povera me, povera me, pensate che mi possa far bene?» singhiozzė disperata mia madre.

       «Certo,» rispose la signorina Betsey. «Non sono altro che fantasie. Come si chiama la tua ragazza?»

       «Non so ancora se sarą una, ragazza, signora,» disse mia madre candidamente.

       «Dio benedica questo pargolo!» esclamė la signorina Betsey citando inconsapevolmente il secondo augurio del puntaspilli nel cassetto al piano di sopra, ma applicandolo a mia madre invece che a me. «Non intendevo questo. Intendevo la tua domestica.»

       «Peggotty,» rispose mia madre.

       «Peggotty!» ripeté quasi sdegnata la signorina Betsey.

       Intendi dire, figliuola, che un essere umano Ź entrato in una chiesa cristiana per essere chiamato con questo nome?»

       «ť il suo cognome,» rispose debolmente mia madre. «Il signor Copperfield la chiamava cosď perché il suo nome di battesimo era eguale al mio.»

       «Qui, Peggotty!» gridė la signorina Betsey aprendo la porta del salotto. «Del tŹ. La vostra padrona Ź leggermente indisposta. Non gingillatevi!»

       Dopo avere emesso potentemente quest'ordine come se fosse stata un'autoritą riconosciuta fra quelle pareti fin da quando la casa era sorta, e dopo aver dato un'occhiata fuori per scrutare l'atterrita Peggotty che passava per il corridoio con una candela in mano al suono di quella insolita voce, la signorina Betsey richiuse la porta e tornė a sedersi come prima: con i piedi sulla base del camino, la gonna dell'abito tirata su e le mani puntate su un ginocchio.

       «Stavi parlando del sesso del bambino,» riprese. «Sono sicura che sarą una bambina. Ho il presentimento che debba essere una bambina. Ora, figliuola, fin dal momento della nascita di questa bambina...»

       «O forse bambino,» si prese la libertą di interrompere mia madre.

       «Ti dico che ho il presentimento che debba essere una bambina,» proseguď la signorina Betsey. «Non contraddirmi. Fin dal momento della nascita di questa bambina, figliuola, intendo essere una sua amica. Intendo essere la sua madrina e ti prego di chiamarla Betsey Trotwood Copperfield. Non devono esserci equivoci nella vita di questa Betsey Trotwood. Non bisogna prendere alla leggera i suoi affetti, povera cara. Deve essere bene allevata e bisogna stare molto attenti perché non riponga sciocche confidenze in chi non le merita. E questo sarą mia cura.»

       Ognuna di queste affermazioni fu sottolineata da un secco cenno di testa da parte della signorina Betsey, come se i suoi vecchi errori personali stessero agitandosi entro di lei; ed ella represse ogni piĚ chiaro riferimento ad essi con forza straordinaria. Cosď almeno sospettė mia madre guardandola al tenue riflesso del fuoco; ma era troppo spaventata da lei, troppo poco in sé e troppo sottomessa e sconvolta per avere una chiara visione delle cose o saper cosa dire.

       «E David era buono con te, figliuola?» domandė la signorina Betsey dopo essere stata per un po' in silenzio e aver fatto cessare quei bruschi movimenti della testa. «Stavate bene insieme?»

       «Eravamo molto felici,» rispose mia madre. «Il signor Copperfield fu anche troppo buono con me.»

       «E cosď ti ha viziata, immagino,» ribatté la signorina Betsey.

       «Per essere lasciata del tutto sola e affidata alle mie forze in questo mondo crudele, temo proprio che lo abbia fatto,» singhiozzė mia madre.

       «Su, niente lacrime!» ordinė la signorina Betsey. «Ho fatto questa domanda perché non hai avuto le mie esperienze... se mai due persone possono avere le stesse esperienze. Eri un'orfana, non Ź vero?»

       «Sď.»

       «E un'istitutrice?»

       «Ero istitutrice in una famiglia dove il signor Copperfield venne a far visita. Il signor Copperfield fu molto gentile con me, si interessė di me con gran cura, mi rivolse molte attenzioni e infine mi propose di sposarlo. Io accettai. E cosď ci sposammo,» rispose mia madre con semplicitą.

       «Oh! Povera bambina!» esclamė assorta la signorina Betsey con lo sguardo fisso sul fuoco. «Sai fare qualche cosa?»

       «Scusate, signora, non capisco,» balbettė mia madre.

       «Per esempio del governo della casa.»

       «Non molto, temo» rispose mia madre. «Non quanto, almeno, avrei desiderato. Ma il signor Copperfield mi stava istruendo...»

       «Ne sapeva molto lui stesso!» notė la signorina Betsey fra parentesi.

       «... e io credo che sarei migliorata, dati il mio desiderio di imparare e la sua pazienza nell'insegnarmi, se la terribile sciagura della sua morte...» mia madre riprese qui a piangere e non poté continuare.

       «Bene, bene,» disse la signorina Betsey.

       «Tenevo il libro di casa regolarmente e lo controllavo col signor Copperfield ogni sera,» singhiozzė mia madre in uno scoppio di lacrime e ricadendo poi nel suo dolore.

       «Bene, bene,» ripeté la signorina Betsey. «Non piangere piĚ.»

       «E sono sicura che non ebbe mai nulla da ridire su questo, tranne quando il signor Copperfield mi fece notare che i miei tre e i miei cinque erano troppo somiglianti fra loro, e i miei sette e i miei nove troppo riccioluti e svolazzanti,» riprese mia madre in un altro accesso di lacrime, per poi cadere di nuovo affranta.

       «Finirai con lo star male,» disse la signorina Betsey, «e sai che non sarebbe una buona cosa né per te né per la mia figlioccia. Su, su, non fare cosď.»

       Questo argomento ebbe il suo peso per tranquillizzare mia madre sebbene il suo malessere sempre piĚ intenso ne avesse molto di piĚ. Ci fu un intervallo di silenzio, rotto solo per caso da un «Ah!» lanciato dalla signorina Betsey mentre tornava a sedersi posando i piedi sulla base del camino.

       «David si era assicurato una rendita per sé, con il suo patrimonio, ne sono certa,» disse lei poco dopo. «E per te che cosa Ź stato fatto?»

       «Il signor Copperfield,» rispose mia madre con qualche difficoltą, «fu cosď previdente e buono da assicurarmi il diritto di successione su una parte di essa.»

       «Quanto?»

       «Centocinque sterline l'anno.»

       «Avrebbe potuto fare di peggio,» concluse mia zia.

       La parola si adattava al momento. Mia madre stava cosď male che Peggotty, entrando con il tŹ e le candele e comprendendo con un'occhiata il suo stato - come la signorina Betsey avrebbe potuto capire assai prima se ci fosse stata luce abbastanza - la condusse in tutta fretta al piano di sopra, nella sua stanza. E immediatamente spedď Ham Peggotty, suo nipote, che era stato per alcuni giorni tenuto in casa, di nascosto a mia madre, con il ruolo di speciale messaggero in caso di emergenza, a chiamare la levatrice e il dottore.

       Questi poteri alleati rimasero notevolmente meravigliati, quando arrivarono a pochi minuti di distanza l'uno dal l'altro, nel trovare una sconosciuta di aspetto imponente seduta davanti al fuoco, con il cappellino allacciato al braccio sinistro, intenta a tapparsi le orecchie con della bambagia.

       Dato che Peggotty non ne sapeva niente, e mia madre niente ne diceva, ella rimase nel salotto come un vero e proprio mistero. E il fatto che avesse una provvista di bambagia nelle tasche e che si mettesse quel materiale nelle orecchie in quel modo, non toglieva nulla alla solennitą della sua presenza.

       Il dottore andė di sopra e ridiscese poco dopo. Quindi, essendosi convinto, a quanto penso, che, con molta probabilitą, quella signora sconosciuta e lui avrebbero dovuto star seduti lď, a faccia a faccia, per alcune ore, si dispose a essere amabile e gentile. Era il piĚ mite e benigno ometto della terra. Si muoveva un po' di fianco, fuori e dentro la stanza, per occupare minor spazio, silenzioso come lo Spettro nell'Amleto e assai piĚ lentamente. Teneva la testa leggermente inclinata da un lato, in parte per minimizzare modestamente la propria persona e in parte per propiziarsi non meno modestamente gli altri. Dire che non avrebbe rivolto una parola brusca a un cane Ź dir poco: non lo avrebbe fatto nemmeno con un cane arrabbiato. Avrebbe potuto solo offrirgliene una gentilmente, o mezza, o solo un frammento di parola: perché parlava lentamente come camminava. Ma non avrebbe potuto essere rude con lui né sbarazzarsene in fretta per nessuna ragione al mondo.

       Il signor Chillip, guardando timidamente mia zia con la sua testa inclinata e facendole un piccolo inchino, disse, alludendo al cotone e toccandosi l'orecchio sinistro:

       «Qualche irritazione locale, signora?»

       «Cosa?» chiese mia zia togliendosi, come un tappo, la bambagia da un orecchio.

       Il signor Chillip fu cosď colpito da quella rudezza - come disse in seguito a mia madre - che per poco non perse tutta la sua presenza di spirito. Ma ripeté dolcemente:

       «Qualche irritazione locale, signora?»

       «Che sciocchezza!» ribatté mia zia ritappandosi di colpo l'orecchio.

       Dopo di che il signor Chillip non poté fare altro che sedersi e guardarla timidamente mentre lei si sedeva a sua volta fissando il fuoco, finché non fu chiamato ancora di sopra. Dopo quasi un quarto d'ora di assenza tornė.

       «Ebbene?» chiese mia zia, togliendosi il cotone dall'orecchio piĚ vicino a lui.

       «Ebbene, signora,» rispose il signor Chillip, «le cose... le cose procedono piuttosto lentamente.»

       «Ba-a-ah!» esclamė la zia scuotendo la testa nel pronunciare quella interiezione piena di disprezzo. E si turė di nuovo l'orecchio.

       In realtą - come il signor Chillip disse a mia madre - egli era piuttosto colpito: da un punto di vista strettamente professionale, era piuttosto colpito. Si sedette, tuttavia, e la guardė per quasi due ore mentre lei stava lď seduta a fissare il fuoco, finché non fu chiamato nuovamente di sopra. Dopo un'altra assenza, tornė.

       «Ebbene?» chiese la zia togliendosi il cotone ancora da quel lato.

       «Ebbene, signora,» rispose il signor Chillip, «le cose... le cose procedono piuttosto lentamente.»

       «Ia-a-ah!» esclamė mia zia rivolgendosi a lui con un tal ringhio che il signor Chillip non poté assolutamente tollerarlo. Era stato calcolato proprio per disorientarlo, come disse piĚ tardi. Cosď preferď andare a sedersi sulle scale, al buio e in piena corrente, finché non fu chiamato di nuovo.

       Ham Peggotty, che andava alla scuola pubblica e che era un vero drago in catechismo, tanto da potere essere ritenuto una fonte attendibile, raccontė, il giorno dopo, che, stando per fare capolino nel salotto un'ora dopo questi avvenimenti, fu immediatamente scorto dalla signorina Betsey, vagante su e giĚ in stato di grande eccitazione, e afferrato prima che potesse fuggire. Si udivano adesso ogni tanto, al piano di sopra, rumori di passi e voci che il cotone non riusciva a smorzare, cosď almeno lui arguď dal fatto che la sua cattura da parte della signora era dovuta alla necessitą di sfogare su qualcuno la sua sovrabbondante eccitazione quando i suoni diventavano troppo forti. Infatti la signorina Betsey, andando su e giĚ e tenendolo costantemente per la collottola (come se avesse preso troppo laudano), in quei momenti lo scrollava, gli arruffava i capelli, gli spiegazzava la biancheria, gli tappava le orecchie come se le confondesse con le proprie, lo malmenava e maltrattava in ogni modo. Questo fu in parte confermato da sua zia, che lo vide a mezzanotte e mezza, subito dopo il suo rilascio, e che disse che era rosso come lo ero io allora.

       Il mite signor Chillip non avrebbe potuto portare rancore in una simile circostanza, se pur mai lo poteva. Egli si insinuė nel salotto appena gli fu possibile e disse a mia zia nel modo piĚ dolce:

       «Bene, signora, sono felice di congratularmi con voi.»

       «Per che cosa?» chiese aspra mia zia.

       Il signor Chillip fu di nuovo sconcertato dall'estrema durezza di quei modi; cosď fece un piccolo inchino e le rivolse un piccolo sorriso per addolcirla.

       «Dio lo benedica, che cosa sta facendo?» esclamė la zia con impazienza. «Non Ź capace di parlare?»

       «State tranquilla, mia cara signora,» disse il signor Chillip con il suo accento piĚ cortese. «Non vi Ź piĚ alcun motivo di preoccupazione, signora. State calma.»

       ť sempre stato considerato quasi un miracolo che mia zia non lo avesse scrollato per tirargli fuori a forza quello che aveva da dire. Si limitė a scrollare la propria testa rivolta a lui, ma in un modo che lo fece tremare.

       «Bene, signora,» riprese il signor Chillip appena ne ebbe il coraggio. «Sono felice di congratularmi con voi. Tutto Ź finito, adesso, e finito bene.»

       Durante i cinque minuti, o quasi, che il signor Chillip impiegė per spiccicare queste parole, mia zia lo guardė con attenzione.

       «Come sta lei?» chiese incrociando le braccia con il cappellino ancora legato a una di esse.

       «Bene, signora, starą presto bene, spero,» rispose il signor Chillip. «Bene come puė stare una giovane madre in queste tristi circostanze domestiche. Non ho nulla da obiettare sul fatto che ora la visitiate, signora. Puė farle bene.»

       «E lei? Come sta lei?» insisté la zia rudemente.

       Il signor Chillip inclinė ancora un poco piĚ la testa da una parte e guardė mia zia come un grazioso uccello.

       «La bambina,» gridė mia zia. «Come sta la bambina?»

       «Signora,» rispose il signor Chillip, «credevo lo sapeste. ť un bambino.»

       Mia zia non disse una parola, ma prese il cappellino per i nastri, come una fionda, diede con esso un colpo in testa al signor Chillip, se lo mise sul capo di traverso, uscď fuori e non si fece piĚ vedere. Svanď come un fata arrabbiata, o come uno di quegli esseri soprannaturali che, secondo la voce popolare, io ero destinato a vedere; e non tornė piĚ.

       No, io giaccio nella mia culla e mia madre nel suo letto; ma Betsey Trotwood Copperfield era per sempre nella terra dei sogni e delle ombre, la tremenda regione dalla quale io ero da poco venuto. E la luce della finestra della nostra stanza brillava sulla meta terrestre di tutti i viaggiatori di questo genere e sopra il tumulo che copriva le ceneri e la polvere di colui senza il quale non sarei mai esistito.

 

II • OSSERVO

 

 

 

       Le prime figure che assumono un netto contorno davanti a me, quando cerco di ricordare il passato, nell'alone confuso della mia infanzia, sono mia madre, con i suoi bei capelli e il suo aspetto giovanile, e Peggotty, senza forma precisa, con gli occhi cosď scuri che quasi coprivano d'ombra tutta la parte superiore del suo volto, e le gote e le braccia cosď sode e rosse da farmi meravigliare che gli uccelli non le beccassero a preferenza delle mele.

       Credo di poterle ricordare tutte e due riunite, rimpiccolite ai miei occhi perché curve o inginocchiate sul pavimento, mentre io andavo indeciso dall'una all'altra. E ho nella mente una vaga impressione, che non posso distinguere dal ricordo attuale, del tocco dell'indice di Peggotty, che lei aveva l'abitudine di porgermi, reso ruvido dal lavoro d'ago come una piccola grattugia.

       Questo puė essere solo una fantasia, sebbene creda che la memoria della maggior parte di noi possa regredire nel passato assai piĚ di quanto in genere si supponga. Cosď come penso che il potere di osservazione in gran parte dei bambini molto piccoli sia veramente meraviglioso per la sua precisione e la sua accuratezza. ť infatti mia opinione che della maggior parte degli uomini adulti, notevoli sotto questo aspetto, si possa dire piĚ esattamente che non hanno perduto questa facoltą piuttosto che l'abbiano acquistata. Tanto piĚ che, come osservo in genere, questi uomini mantengono una certa freschezza, una certa gentilezza e una capacitą di essere lieti che sembrano egualmente un'ereditą conservata dalla loro fanciullezza.

       Potrei avere il sospetto di star «vagabondando» nel fermarmi su tali particolari, ma devo notare di esser pervenuto in parte a queste conclusioni con la personale esperienza che ho fatto di me stesso; e se potrą apparire dalla mia narrazione che ero un bambino introverso e meditativo o che, come uomo, mantengo un forte ricordo della mia fanciullezza, sono pronto a rivendicarmi entrambe queste caratteristiche.

       Tornando dunque, come stavo dicendo, fra i ricordi confusi della mia infanzia, le prime figure che vedo stagliarsi contro un insieme di cose in disordine sono mia madre e Peggotty. Che altro ricordo? Guardiamo un po'.

       Prende forma nella nebbia la nostra casa: una forma non nuova per me, anzi del tutto familiare fin dai ricordi piĚ lontani. Al pianterreno c'Ź la cucina di Peggotty, aperta su di un cortile del retro, con una casetta per piccioni sopra un palo, al centro di esso, senza alcun piccione; con un grande canile in un angolo, senza alcun cane; e con una quantitą di polli che mi sembrano terribilmente alti mentre vanno qua e lą con un portamento minaccioso e feroce. C'Ź un solo gallo che se ne sta su di un'asse a cantare, e sembra far particolare attenzione a me che lo guardo attraverso la finestra della cucina, e mi fa rabbrividire tanto Ź fiero. E le oche al di lą della porta di servizio, che mi seguono barcollando e tendendo i loro lunghi colli quando passo di lą, io me le sogno di notte, come un uomo che si Ź trovato una volta fra bestie feroci puė sognarsi leoni.

       Qui c'Ź un lungo corridoio - come mi sembra smisurato! - che porta dalla cucina di Peggotty alla porta principale. Uno scuro ripostiglio si apre su di esso, ed Ź un posto dove si puė andare solo di notte; perché non so che cosa possa esserci fra quelle tinozze, e quelle giare, e quelle vecchie casse da tŹ se non c'Ź nessuno con un lume dalla fioca luce, mentre dalla porta aperta esce un'aria che sa di muffa e nella quale si puė distinguere un odore di sapone, di spezie, di pepe, di candele e di caffŹ, tutto in una sola ventata. Poi vi sono i due salotti: quello dove ci sediamo di sera, mia madre, io e Peggotty - perché Peggotty ci fa sempre compagnia quando il suo lavoro Ź finito e noi siamo soli - e il salotto buono dove stiamo la domenica, in gran pompa ma poco comodamente. Vi Ź per me qualche cosa di lugubre in quella stanza, perché Peggotty mi ha parlato - non ricordo quando ma evidentemente gią da molto tempo - del funerale di mio padre e degli appartenenti alla confraternita che si erano messi le loro cappe nere. Una domenica sera mia madre legge a me e a Peggotty, in quella stanza, come Lazzaro fu resuscitato da morte. E io ne rimango cosď spaventato che esse sono poi costrette a levarmi dal letto e a mostrarmi il tranquillo cimitero dalla finestra della camera, con i morti tutti composti nelle loro tombe, in riposo, sotto la luna solenne.

       Non ho mai visto nulla che si avvicini appena al verde dell'erba di quel cimitero; nulla che si avvicini appena all'ombra dei suoi alberi; nulla che si avvicini appena alla pace delle sue tombe. Le pecore vi stanno pascolando quando io, al mattino presto, mi inginocchio a guardarlo sul mio piccolo letto posto in un'alcova nella camera di mia madre. E vedo la luce rossastra brillare sulla meridiana, e penso fra me: «Chissą se la meridiana Ź contenta di indicare ancora il tempo?»

       Ecco il nostro banco in chiesa. Quanto Ź alto lo schienale! Con una finestra vicina dalla quale si puė vedere la nostra casa, che in realtą Ź osservata parecchie volte, durante la funzione mattutina, da Peggotty, che vuole rassicurarsi il piĚ possibile che nulla venga rubato o vada a fuoco. Ma, sebbene gli occhi di Peggotty vadano sempre vagando, lei si arrabbia se i miei li imitano e mi fa il cipiglio, mentre sto in piedi sul sedile, perché devo guardare il sacerdote. Ma io non posso guardarlo sempre: sono abituato a conoscerlo senza quella cosa bianca che ha indosso, e ho paura che mi chieda perché lo guardi cosď fisso, e che interrompa la funzione per chiedermelo... che fare, allora? ť una cosa terribile sbadigliare, ma io debbo far qualcosa. Guardo mia madre, ma lei finge di non vedermi. Guardo un bambino nella navata e lui mi fa le boccacce. Guardo la luce del sole che passa per la porta aperta attraverso il portico e lą vedo una pecora smarrita - non intendo un peccatore ma un montone - che ha una mezza idea di entrare in chiesa. Sento che se lo guardassi ancora per un po' potrei essere tentato di dire qualcosa ad alta voce; e che sarebbe allora di me? Guardo le lapidi monumentali sulla parete e cerco di pensare al defunto signor Bodgers di questa parrocchia, e a quello che poté provare la signora Bodgers quando il signor Bodgers sopportė a lungo la crudele malattia e i medici non servirono a nulla. Mi chiedo se abbiano chiamato il signor Chillip e se anche lui non sia servito a nulla; e, se Ź stato cosď, quanto gli piaccia ricordarsene una volta alla settimana. Il mio sguardo vaga dal signor Chillip, con la sua cravatta domenicale, al pulpito; e penso che bel posto sarebbe per giocarci e che bel castello potrebbe rappresentare, con un altro bambino che tenta di salir su per la scala ad attaccarlo, bombardato dall'alto con il cuscino di velluto a nappe. Frattanto, a poco a poco, i miei occhi si chiudono e, dalla vaga percezione del sacerdote che canta con foga un sonnacchioso inno, passo a non sentire piĚ nulla, finché cado dal sedile con gran fracasso e vengo tirato su, piĚ morto che vivo, da Peggotty.

       E ora vedo l'esterno della nostra casa, con le finestre a grata delle camere da letto aperte per fare entrare l'aria profumata, e i vecchi e malconci nidi di cornacchie ancor dondolanti sugli olmi nel fondo del giardino davanti alla casa. Ora sono sul retro del giardino, oltre il cortile dove stanno la casetta per colombi e il canile vuoti: una vera riserva di farfalle, per quanto posso ricordare, con un alto recinto, un cancello e un lucchetto; dove i frutti crescono a grappoli sugli alberi, piĚ grandi e succosi dei frutti di qualunque altro giardino, e dove mia madre ne raccoglie alcuni in un cesto, mentre io le sto vicino mangiando di nascosto uva spina e cercando di apparire immobile. Si alza un gran vento e l'estate Ź portata via in un attimo. Stiamo giocando nel crepuscolo invernale saltellando per il salotto. Quando mia madre rimane senza fiato e si abbandona su di una poltrona, io la guardo avvolgersi i riccioli brillanti intorno alle dita e stringersi il corpetto, e nessuno sa meglio di me quanto le piaccia apparire cosď bella e quanto sia orgogliosa della propria grazia.

       Questa Ź una delle mie piĚ lontane impressioni. Questa, e un senso di avere entrambi un po' di paura di Peggotty e di essere sottomessi in moltissime cose alla sua direzione, furono tra le prime opinioni - se cosď possono chiamarsi - che mi feci guardandomi attorno.

       Peggotty e io eravamo una sera seduti presso il camino del salotto, da soli. Io stavo leggendo a Peggotty qualcosa sui coccodrilli. Dovevo aver letto con grande chiarezza, oppure la poveretta dovette essersi profondamente interessata perché ricordo che, alla fine, ebbe la nebulosa impressione che si trattasse di una sorta di vegetali. Ero stanco di leggere e avevo un sonno da morire; ma essendomi stato permesso, come altissimo favore, di rimanere alzato finché mia madre non fosse tornata da una visita serale a una vicina, sarei morto sul luogo (naturalmente) piuttosto che andare a letto. Avevo raggiunto questo stadio di sonnolenza quando Peggotty mi sembrė gonfiarsi e crescere enormemente. Mi tenni aperti gli occhi a forza con i due indici e la guardai attentamente mentre era intenta al lavoro; guardai il pezzetto di candela di cera che teneva per incerare il filo - come sembrava vecchio, tutto rugoso com'era! - e la casetta dal tetto di paglia in cui era alloggiato il metro, e la sua scatola da lavoro dal coperchio scorrevole con la veduta della Cattedrale di San Paolo (con una cupola rosa) dipinta sopra, e il ditale di ottone al dito, e infine lei stessa, alla quale volevo bene. Ero cosď assonnato da rendermi conto che, se avessi smesso un momento di guardare qualche cosa, sarei subito partito per il mondo dei sogni.

       «Peggotty,» dissi all'improvviso, «sei mai stata maritata?»

       «Oh, mio Dio, signorino David,» rispose Peggotty. «Cosa ti fa pensare al matrimonio?»

       Mi rispose con un tale impeto che mi svegliė del tutto. Poi smise di lavorare e mi guardė tenendo l'ago in aria per tutta la lunghezza del filo.

       «Ma sei mai stata maritata, Peggotty?» insistei. «Tu sei una donna molto bella, non Ź vero?»

       Certo la consideravo di uno stile assai diverso da quello di mia madre, ma, in un altro genere di bellezza, mi appariva un esemplare perfetto. Nel salotto buono v'era un poggiapiedi di velluto rosso, sul quale mia madre aveva dipinto un mazzolino di fiori. La base di quello sgabello e la struttura di Peggotty mi sembravano molto simili. Lo sgabello era liscio e Peggotty era piuttosto ruvida, ma tornava lo stesso.

       «Io bella, Davy?» esclamė Peggotty. «Oh, Dio, no, mio caro! Ma che cosa ti ha messo in testa il matrimonio?»

       «Non so. Tu non puoi sposare piĚ di una persona per volta, non Ź vero, Peggotty?»

       «Certo che no!» risponde Peggotty con la piĚ decisa sicurezza.

       «Ma se tu sposi una persona e questa persona muore, allora puoi risposarne un'altra, non Ź vero Peggotty?»

       «Si puė, sď,» dice Peggotty, «se lo si vuole, mio caro. ť tutta questione di opinioni.»

       «Ma qual Ź la tua opinione, Peggotty?» chiesi io.

       Le feci questa domanda e la guardai incuriosito perché lei mi guardava con eguale curiositą.

       «La mia opinione Ź,» disse Peggotty distogliendo gli occhi da me dopo una breve indecisione e riprendendo, il lavoro, «che io non mi sono mai sposata, signorino Davy, e che non sono in procinto di farlo. Ecco tutto quello che so in proposito.»

       «Non sei mica arrabbiata, per caso, Peggotty?» chiesi dopo essere stato tranquillo per un momento.

       In veritą pensavo che lo fosse, tanto era stata brusca con me; ma mi ero decisamente sbagliato, perché, messo da parte il lavoro (che era una sua calza) aprď le braccia, prese fra di esse la mia testa ricciuta e le diede una grande stretta. So che era proprio una grande stretta perché, essendo assai grassotta, ogni volta che faceva qualche piccolo sforzo dopo essersi vestita, alcuni bottoni dietro il suo abito volavano via. E io ne vidi due saltare al lato opposto del salotto mentre mi abbracciava.

       «E ora fammi sentire ancora qualcosa sui croccodrilli,» disse Peggotty, che non sapeva ancora pronunciare bene quel nome, «perché voglio saperne di piĚ.»

       Non potei proprio capire perché Peggotty sembrasse cosď strana né perché fosse cosď desiderosa di notizie sui coccodrilli. A ogni modo tornammo a questi mostri con rinnovata resistenza al sonno da parte mia, e lasciammo le loro uova a schiudersi nella sabbia assolata; poi li sfuggimmo deludendo il loro inseguimento in continui giri, che essi non sanno fare velocemente a causa della loro pesante mole; quindi demmo loro la caccia, come indigeni, e mettemmo aguzzi pezzi di legno nella loro gola; insomma facemmo tutto ciė che si puė fare con i coccodrilli. O perlomeno lo feci io; ma ho i miei dubbi quanto a Peggotty, che andė pensosamente pungendosi con l'ago varie parti del volto e delle braccia per tutto quel tempo.

       Avevamo esaurito i coccodrilli e cominciato con gli alligatori, quando suonė il campanello del giardino. Uscimmo sulla porta; c'era mia madre, che mi parve graziosa oltre il solito, e con lei un signore con bei capelli e fedine neri, che ci aveva accompagnati a casa dalla chiesa la domenica prima.

       Quando mia madre si fermė sulla soglia per prendermi in braccio e baciarmi, quel signore disse che ero un ragazzino piĚ fortunato di un re, o qualcosa del genere, dato che in questo credo di essere influenzato dalla mia conoscenza del poi.

       «Che cosa significa?» gli domandai di sopra la spalla di mia madre.

       Egli mi diede un colpetto sulla testa, ma non so perché non mi piacevano né lui né la sua voce profonda, e ardevo di gelosia all'idea che la sua mano, toccando me, dovesse toccare anche quella di mia madre, come infatti avvenne. Gliela allontanai appena mi fu possibile.

       «Oh, Davy!» protestė mia madre.

       «Che caro ragazzo!» esclamė l'uomo. «Non posso meravigliarmi di questa sua devozione.»

       Non avevo mai visto un cosď bel colorito sul volto di mia madre. Lei mi rimproverė dolcemente per la mia scortesia e, tenendomi stretto al suo scialle, si rivolse al signore per ringraziarlo di essersi scomodato ad accompagnarla a casa. Poi gli porse la mano continuando a parlare, e quando le due mani si incontrarono, mi parve che lei mi fissasse.

       «Diamoci la buona notte, mio bel ragazzino,» disse l'uomo mentre si chinava - lo vidi bene - sul piccolo guanto di mia madre.

       «Buona notte!» risposi.

       «Su, diveniamo i migliori amici del mondo!» continuė il signore ridendo. «Stringiamoci la mano.»

       La mia destra era nella sinistra di mia madre, cosď gli porsi l'altra.

       «Ma questa Ź la mano sbagliata, Davy!» osservė lui sempre ridendo.

       Mia madre mi spinse avanti la destra, ma io ero deciso, per le ragioni che ho detto, a non dargliela, e non gliela diedi. Gli porsi l'altra, e lui la strinse calorosamente, disse che ero un bravo ragazzino e se ne andė.

       In questo momento lo vedo ancora girare intorno al giardino e darci un'ultima occhiata con i suoi occhi neri di cattivo augurio prima che la porta venisse chiusa.

       Peggotty, che non aveva detto una parola né mosso un dito, serrė subito i chiavistelli, e tutti entrammo nel salotto. Mia madre, contro la sua abitudine consueta, invece di andare alla poltrona presso il fuoco, rimase nell'altra parte della stanza e si sedette canticchiando fra sé.

       «Spero che abbiate passato una bella serata, signora,» disse Peggotty stando in piedi, rigida come un barile, in mezzo alla stanza con un candeliere in mano.

       «Grazie, Peggotty,» rispose con voce dolce mia madre, «proprio una bellissima serata.»

       «Un estraneo o qualche cosa di simile sono un piacevole diversivo,» insinuė Peggotty.

       «Davvero un diversivo molto piacevole,» rispose mia madre.

       Mentre Peggotty continuava a stare immobile in mezzo alla stanza e mia madre ricominciava a cantare, io mi addormentai, ma non molto profondamente, tanto da sentire le loro voci senza capire ciė che andavano dicendo. Quando mi svegliai a metą da questo scomodo sonnecchiare, trovai Peggotty e mia madre entrambe in lacrime e impegnate in una discussione.

       «Un tipo come quello al signor Copperfield non sarebbe piaciuto,» affermava Peggotty. «Lo dico e lo sostengo.»

       «Cielo!» esclamava mia madre, «mi farai diventare matta! C'Ź mai stata una povera ragazza cosď maltrattata dai suoi domestici? Ma perché devo farmi l'ingiustizia di chiamarmi ragazza? Non sono forse stata maritata, Peggotty?»

       «Dio sa che lo siete stata, signora,» rispose Peggotty.

       «E allora,» disse mia madre, «come osi... no, non voglio dire come osi, Peggotty, lo sai, ma come puoi avere il cuore di rendermi cosď infelice e di dirmi parole cosď amare, quando sai benissimo che non ho, fuori di qui, una sola persona amica a cui rivolgermi?»

       «Ragione di piĚ,» replicė Peggotty, «per dire che la cosa non va. No! Non puė andare. No! Non puė andare a nessun costo. No!» Io pensai che Peggotty avrebbe finito con lo scagliar via il candeliere che teneva in mano, con tanta foga gesticolava.

       «Come puoi essere tanto severa da parlare in modo cosď ingiusto?» esclamė mia madre versando ancora piĚ abbondanti lacrime. «Come puoi continuare a parlare quasi che tutto fosse gią stabilito e deciso, Peggotty, mentre io, cattiva, continuo a ripeterti che nulla Ź andato oltre le piĚ comuni gentilezze? Tu parli di ammirazione. Che dovrei fare? Se la gente Ź cosď sciocca da indulgere al sentimento, Ź forse mia colpa? Che posso farci, ti chiedo? Vorresti forse che mi tagliassi i capelli e mi annerissi la faccia, o mi sfigurassi col fuoco e con l'acqua bollente, o qualcosa del genere? Credo quasi che tu lo vorresti, Peggotty. E che ne saresti contenta.»

       Peggotty mi sembrė molto colpita da questa calunnia.

       «E il mio caro bambino,» gridė mia madre avvicinandosi alla poltrona in cui ero e accarezzandomi, «il mio piccolo Davy! Si sta insinuando che io manchi di affetto per il mio prezioso tesoro, il piĚ caro bambino del mondo!»

       «Nessuno ha mai insinuato una cosa simile,» disse Peggotty.

       «Lo hai fatto tu, Peggotty!» rispose mia madre. «E sai di averlo fatto. E cos'altro si poteva dedurre dalle tue parole, crudele che non sei altro, quando sai al pari di me che per causa sua, non piĚ tardi del trimestre scorso, ho rinunciato a comprarmi un nuovo parasole, sebbene quello vecchio verde sia tutto liso e con la frangia logora. Lo sai che Ź cosď, Peggotty. Non puoi negarlo.» Poi, rivolgendosi affettuosamente a me, con la gota contro la mia: «Sono una cattiva mamma per te, Davy? Sono una brutta mamma crudele, egoista, maligna? Di' che lo sono, bimbo mio. Di' di sď, caro, e Peggotty ti vorrą bene; e l'amore di Peggotty Ź assai migliore del mio, Davy. Io non ti voglio affatto bene, vero?»

       A questo punto ci mettemmo tutti a piangere. Penso di essere stato quello che lo faceva piĚ fragorosamente, ma sono sicuro che eravamo tutti sinceri. Ero pieno di angoscia e temo che, nei primi trasporti della mia tenerezza ferita, abbia chiamato Peggotty una «belva». Quella onesta creatura era profondamente afflitta, ricordo, e in quell'occasione dovette perdere tutti i suoi bottoni: perché una piccola salva di quei proiettili fu sparata quando, dopo essersi riconciliata con mia madre, si inginocchiė presso la poltrona per riconciliarsi con me.

       Andammo tutti a letto molto abbattuti. I singhiozzi mi tennero sveglio a lungo; e, quando un singhiozzo piĚ forte mi fece balzar su, vidi mia madre seduta sul copriletto e china su di me. Mi addormentai allora fra le sue braccia e dormii profondamente.

       Non ricordo se fu il sabato seguente che vidi quel signore o se passė un maggior lasso di tempo. Le date non sono il mio forte. Comunque era lą, in chiesa, e poi ci accompagnė a casa. Entrė addirittura per vedere un famoso geranio che avevamo sulla finestra del salotto. Non mi parve che ci facesse molto caso, ma prima di andarsene chiese a mia madre di dargliene un fiore. Lei lo pregė di sceglierselo da solo, ma egli rifiutė - non potei capire perché - cosď che lo colse lei stessa e glielo mise nelle mani. Egli disse che non se ne sarebbe mai, mai separato, e io pensai che doveva essere proprio sciocco se non sapeva che il fiore si sarebbe disfatto in un paio di giorni.

       Peggotty cominciė a star con noi, alla sera, meno del solito. Mia madre si affidava a lei con molta deferenza - piĚ del normale, mi sembrė - ed eravamo tutti e tre eccellenti amici. Eppure eravamo diversi da prima, e non stavamo piĚ cosď bene insieme. A volte immaginavo che Peggotty avesse forse qualche cosa da ridire sul fatto che mia madre si metteva tutti i bei vestiti che aveva negli armadi e andava cosď spesso a visitare quella vicina. Ma non riuscivo a capire bene come stessero le cose.

       A poco a poco mi abituai a vedere quel signore con le fedine nere. Non mi piaceva piĚ della prima volta e provavo la stessa spiacevole gelosia nei suoi confronti. Ma se c'era qualche altra ragione di ciė oltre a una istintiva antipatia infantile e a una generica impressione che Peggotty e io potevamo far molto per mia madre senza bisogno di alcun aiuto, questa ragione non era certo quella che avrei potuto trovare se fossi stato piĚ grande. Nessuna idea del genere mi entrė nel cervello o solo nella sua anticamera. Potevo osservare la situazione solo per piccoli frammenti; ma fare una rete con alcuni di questi frammenti e imprigionarvi qualcuno era, per allora, oltre le mie possibilitą.

       Un mattino d'autunno mi trovavo con mia madre nel giardino davanti alla casa, quando il signor Murdstone - ora lo conoscevo per nome - si avvicinė a cavallo. Trattenne il cavallo per salutare mia madre e disse di essere diretto a Lovestoft per vedere alcuni amici che erano lą con uno yacht; e allegramente propose di portarmi sulla sella davanti a sé, se mi fosse piaciuto cavalcare.

       L'aria era cosď chiara e gradevole, e sembrava che al cavallo piacesse tanto l'idea della galoppata, mentre se ne stava lď sbuffando e scalpitando davanti al cancello del giardino, che io ebbi un gran desiderio di andare. Cosď fui mandato di sopra, da Peggotty, perché mi mettesse in ordine. Nel frattempo il signor Murdstone era sceso da cavallo e, con la briglia sul braccio, camminava lentamente su e giĚ lungo il lato esterno della siepe di rose canine, mentre mia madre faceva altrettanto lungo il lato interno per tenergli compagnia. Ricordo Peggotty e me mentre li guardavamo furtivi dalla mia piccola finestra; ricordo come mi sembrassero vicini mentre esaminavano la siepe di rose che li separava, seguendola passo passo; e come, da uno stato d'animo perfettamente angelico, Peggotty divenisse a un tratto bisbetica e stizzosa pettinandomi malamente e con modi quanto mai bruschi.

       Il signor Murdstone e io presto partimmo e trottammo lungo il tappeto verde al lato della strada. Egli mi teneva molto facilmente con un braccio solo, e non penso di essere stato irrequieto. Ma non potevo rassegnarmi a star seduto davanti a lui senza voltarmi qualche volta e guardarlo in faccia. Aveva quel tipo di occhi neri e piatti - vorrei una parola migliore per definire un occhio privo di quella profonditą in cui si puė penetrare - che, quando si distraggono, grazie a un qualche particolare giuoco di luce sembrano distorti per un attimo da un'ombra di strabismo. PiĚ volte, mentre lo guardavo, osservai quell'apparenza con una sorta di timore, e mi chiedevo a che cosa stesse pensando con tanta attenzione. I suoi capelli e le sue fedine, visti cosď da vicino, erano piĚ neri e piĚ folti di quanto avessi mai potuto credere. La forma quadrata della parte inferiore del suo volto e i punti neri della sua forte barba, che egli si radeva accuratamente ogni mattina, mi ricordavano le figure di cera che erano state messe in mostra dalle nostre parti circa sei mesi prima. Tutto questo e le sue sopracciglia regolari, i toni decisi, bianchi, neri e bruni della sua carnagione - siano maledetti la sua carnagione e il suo ricordo! - me lo facevano giudicare, nonostante i miei sospetti, un bell'uomo. E non avevo alcun dubbio che la mia povera mamma lo giudicasse egualmente.

       Giungemmo a un albergo presso il mare, dove due signori stavano fumando sigari in una stanza, da soli. Ognuno di loro era sdraiato su almeno quattro sedie e indossava una ruvida e larga giacca. In un angolo c'era un mucchio di vesti e mantelli da navigazione e una bandiera, il tutto legato insieme.

       Si alzarono entrambi, dondolandosi senza grazia, quando noi entrammo, e dissero: «Salve, Murdstone! Pensavamo che foste morto!»

       «Non ancora,» rispose il signor Murdstone.

       «E chi Ź questo bel tipo?» chiese uno di quei signori afferrandomi.

       «Questo Ź Davy,» rispose il signor Murdstone.

       «Quale Davy?» chiese l'altro. «Jones?»

       «Copperfield,» disse il signor Murdstone.

       «Che? Il fardello della graziosa signora Copperfield!» gridė l'uomo. «La vezzosa vedovella?»

       «Quinion,» ribatté il signor Murdstone, «fate attenzione, vi prego. Non Ź affatto uno sciocco.»

       «Chi?» domandė l'uomo ridendo.

       Guardai subito in su, curioso di sapere.

       «Brooks di Sheffield,» disse il signor Murdstone.

       Fui molto sollevato nel sapere che si trattava solo di Brooks di Sheffield, perché in un primo momento avevo pensato che fossi io.

       Ci doveva essere qualche cosa di molto comico nella reputazione del signor Brooks di Sheffield, perché quei due si misero a ridere di cuore nel sentirlo nominare, e anche il signor Murdstone fu molto divertito. Dopo alcune risate, l'uomo che egli aveva chiamato Quinion disse:

       «E qual Ź l'opinione di Brooks di Sheffield circa l'affare che avete progettato?»

       «Be', non credo che Brooks ne sappia molto, per ora,» rispose il signor Murdstone, «ma penso che nell'insieme non sia affatto favorevole.»

       Le risate si fecero piĚ forti e il signor Quinion disse che avrebbe suonato per far venire dello Xeres e bere alla salute di Brooks. Cosď fece, e, quando arrivė il vino, me ne diede un poco con un biscotto, e, prima che lo bevessi, mi fece alzare e dire: «Abbasso Brooks di Sheffield!» Il brindisi fu accolto da un grande applauso e con risate cosď sincere che mi misi a ridere anch'io, al che essi risero piĚ che mai. Insomma eravamo tutti molto allegri.

       Dopo di ciė passeggiammo lungo la scogliera, ci sedemmo sull'erba e guardammo qua e lą con un cannocchiale - io non riuscivo a vedere niente quando me Io mettevano davanti all'occhio, ma facevo finta di vedere - quindi tornammo all'albergo per una prima colazione. Per tutto il tempo che fummo fuori, i due signori continuarono a fumare senza tregua, cosa che, pensavo, a giudicare dall'odore dei loro ruvidi abiti, avevano dovuto fare fin da quando gli abiti erano giunti a casa loro dal sarto. Non devo dimenticare che salimmo a bordo dello yacht, dove tutti e tre scesero in cabina e si misero a esaminare certe carte. Io li vidi molto occupati guardando in giĚ attraverso un boccaporto aperto. Mi lasciarono per tutto quel tempo in compagnia di un simpatico uomo con una gran testa di capelli rossi e su di essa un piccolo e lucido cappello, il quale indossava una camicia o un giubbetto a strisce, con scritto sul petto, a caratteri maiuscoli, «Skylark». Pensai che si chiamasse cosď e che, dato che abitava a bordo di una nave e non aveva una porta sulla strada dove mettere il suo nome, lo avesse messo lď. Ma quando lo chiamai signor Skylark, mi disse che quello era il nome del battello.

       Notai che per tutto il giorno il signor Murdstone fu serio e pensieroso a differenza degli altri due, che erano invece allegri e spensierati. Scherzavano liberamente fra loro ma di rado con lui. Egli mi appariva molto piĚ accorto e freddo di loro, che sembravano guardarlo con sentimenti molto simili ai miei. Notai anche che due o tre volte il signor Quinion, parlando, lo scrutava di traverso come per accertarsi di non dire nulla che potesse spiacergli. Inoltre, una volta che il signor Passnidge (l'altro dei due) stava facendo troppo lo spiritoso, gli pestė un piede e lo mise in guardia con uno sguardo, indicando il signor Murdstone, che stava seduto cupo e silenzioso. Non ricordo che il signor Murdstone abbia mai riso per tutto il giorno, tranne per lo scherzo di Sheffield, che oltre tutto era stato una sua iniziativa.

       Tornammo a casa la sera presto. Era proprio una bella serata, e mia madre e lui fecero un'altra passeggiatina presso la siepe di rose, mentre io mi ero allontanato per prendere il tŹ. Quando se ne fu andato, mia madre si fece raccontare tutta la mia giornata e tutto ciė che quelli avevano fatto e detto. Narrai tutto ciė che avevo udito da loro di lei, ed ella rise affermando che erano degli sfacciati e che avevano detto delle sciocchezze; ma io sapevo che ne era compiaciuta. Lo sapevo perfettamente come lo so adesso. Approfittai dell'occasione per domandarle se conosceva un certo Brooks di Sheffield, ma mi rispose di no: supponeva solo che fosse un fabbricante di coltelli o forchette.

       Potrei forse dire che il suo viso - trasfigurato come lo ricordo, ridotto in polvere come so che Ź - sia scomparso per sempre, se mi appare invece dinanzi in questo stesso istante, netto e chiaro come qualunque altro viso che io possa scorgere in una strada affollata? Potrei forse dire che la sua infantile e innocente bellezza sia sfiorita e non esista piĚ, se il suo alito mi sfiora ancora adesso la gota come quella sera? Potrei forse dire che sia cambiata, se il mio ricordo la riporta in vita solo cosď, e, piĚ fedele alla sua amabile giovinezza di quanto io stesso o qualsiasi altro sia mai stato, tiene ancora stretto ciė che gli fu caro allora?

       La descrivo proprio come era quando andai a letto dopo questa conversazione e lei venne ad augurarmi la buona notte. Si inginocchiė allegramente da un lato del letto e, posando il mento sulle mani e ridendo, mi chiese ancora:

       «Che cosa hanno detto quelli, Davy? Ripetimelo. Non posso crederci.»

       «‹La graziosa...›» incominciai.

       Mia madre mi mise le mani sulle labbra per farmi tacere.

       «Non era ‹graziosa›,» disse ridendo. «Non poteva essere ‹graziosa›, Davy. Ora so che non lo era.»

       «E invece Ź proprio cosď. ‹La graziosa signora Copperfield›,» ripetei con fermezza. «E ‹vezzosa...›.»

       «No, non era nemmeno ‹vezzosa›. Proprio no,» mi interruppe mia madre rimettendomi le dita sulla bocca.

       «Hanno detto proprio cosď: ‹la vezzosa vedovella› .»

       «Che persone sciocche e sfacciate!» esclamė mia madre ridendo e coprendosi la faccia. «Che uomini ridicoli, vero? Davy caro...»

       «Sď, mamma.»

       «Non dirlo a Peggotty; potrebbe irritarsi con loro. Io stessa sono terribilmente arrabbiata con loro, ma preferirei che Peggotty non lo sapesse.»

       Lo promisi, naturalmente; ci baciammo a vicenda piĚ volte e presto mi addormentai.

       Mi sembra, dopo tanto tempo, come se fosse il giorno dopo che Peggotty venne fuori con quella impressionante e avventurosa proposta che sto per narrare; ma ciė accadde probabilmente due mesi dopo.

       Stavamo seduti come al solito, una sera (mia madre era uscita come sempre) in compagnia della calza e del metro, e del pezzo di candela, e della scatola con la Cattedrale di San Paolo sul coperchio, e del libro sui coccodrilli, quando Peggotty, dopo avermi guardato piĚ volte e avere aperto la bocca per parlare senza poi farlo - cosa che io pensai fossero sbadigli, altrimenti mi sarei allarmato non poco - disse con tono allettante:

       «Signorino Davy, ti piacerebbe venire con me a passare una quindicina di giorni da mio fratello a Yarmouth? Non sarebbe una cosa divertente?»

       «Tuo fratello Ź simpatico, Peggotty?» domandai io per momento.

       «Sicuro che Ź simpatico!» esclamė Peggotty alzando le mani. «E poi c'Ź il mare, e le barche, e le navi, e i pescatori, e la spiaggia; e Am per giocarci insieme...»

       Peggotty intendeva suo nipote Ham, di cui ho gią parlato nel primo capitolo; ma lei pronunciava il suo nome come se fosse una voce del verbo essere.

       Fui stimolato da questo elenco di delizie e risposi che sarebbe stato proprio divertente, ma cosa avrebbe detto mia madre?

       «Diamine, ci scommetterci una ghinea,» disse Peggotty guardandomi in faccia, «che ci lascerą andare. Se ti va bene, glielo chiederė appena tornerą a casa. Proprio allora!»

       «Ma che farą mentre noi siamo via?» dissi io puntando sulla tavola il mio piccolo gomito per sottolineare la cosa. «Puė rimanere sola?»

       Se Peggotty stava cercando un buco nel calcagno della calza, cosď tutto a un tratto, doveva essere proprio un buco molto piccolo, nemmeno degno di essere rammendato.

       «Ehi dico, Peggotty! Lei non puė rimanere qui sola, lo sai.»

       «Oh, il cielo ti benedica!» esclamė finalmente Peggotty tornando a guardarmi. «Non lo sai? Sta per andare a passare due settimane con la signora Grayper. In casa della signora Grayper ci sarą un mucchio di gente per farle compagnia.»

       Oh, se le cose stavano cosď, ero pronto a partire. Aspettai, con la piĚ grande impazienza, finché mia madre non tornė dalla casa della signora Grayper (poiché si trattava di quella stessa nostra vicina) per vedere se riuscivamo a portare in porto questa grande idea. Senza essere minimamente sorpresa, contro ogni mia aspettativa, mia madre diede immediatamente il suo consenso; tutto fu combinato in quella serata e fu stabilita la pensione che doveva esser pagata per la mia visita.

       Il giorno della nostra partenza arrivė presto. Era cosď vicino che non tardė a venire nemmeno per me, che ero tutto infervorato nell'attesa e con una mezza paura che un terremoto, o un'eruzione vulcanica, o qualche altro grande sconvolgimento della natura si interponessero a ostacolare la spedizione. Dovevamo fare il viaggio con il carro di un corriere, che partiva la mattina, dopo colazione. Avrei dato qualunque cosa per avere il permesso di vestirmi gią la sera prima e dormire col cappello e le scarpe.

       Mi commuove ora, sebbene lo accenni solo di sfuggita, ricordare com'ero desideroso di abbandonare la mia felice casa, e pensare quanto fossi lontano dal sospettare che cosa lasciassi per sempre.

       Mi piace ricordare che, mentre il carro era al cancello e mia madre stava baciandomi, una dolce tenerezza per lei e per il vecchio luogo che non avevo mai lasciato, mi fece piangere. Sono felice di sapere che anche mia madre pianse e che io sentii il suo cuore battere contro il mio.

       E mi Ź caro ricordare che, quando il corriere cominciė a muoversi, mia madre corse fuori dal cancello e gli gridė di fermarsi per potermi baciare ancora una volta. E mi Ź caro soffermarmi sull'ardore e l'amore con cui sollevė il suo viso verso il mio e mi baciė.

       Mentre la lasciavamo ferma sulla strada, il signor Murdstone la raggiunse e parve rimproverarla per la sua commozione. Io stavo guardando indietro attraverso le tende del carro e mi chiesi cosa c'entrasse lui. Peggotty, che anche lei stava guardando indietro dall'altro lato, non sembrava affatto contenta come dimostrava la faccia che riportė all'interno della carrozza.

       Rimasi seduto per qualche tempo a guardare il volto di Peggotty, fantasticando su questa fantasiosa ipotesi: se, qualora lei fosse stata incaricata di perdermi per strada come il ragazzino della favola, io sarei stato capace di ritrovare la via di casa seguendo i bottoni che lei avrebbe perso.

 

III • UN CAMBIAMENTO

 

 

 

       Il cavallo del corriere era il piĚ pigro cavallo del mondo, credo, e avanzava strascicando gli zoccoli, con la testa bassa, come se gli piacesse fare aspettare la gente alla quale eran diretti i pacchi che si tirava dietro. In realtą immaginavo che qualche volta si rallegrasse in modo udibile a questo pensiero, ma il corriere diceva che aveva solo la tosse.

       Quell'uomo aveva un modo di tenere la testa bassa, che assomigliava molto, a quello del suo cavallo, e di cadere assopito mentre guidava, con una mano su ciascun ginocchio. Ho detto «guidava», ma mi colpď il fatto che il veicolo sarebbe potuto benissimo andare a Yarmouth anche senza di lui, perché il cavallo faceva tutto da solo. Quanto alla conversazione, non aveva la minima idea che potesse essere sostenuta altrimenti che fischiettando.

       Peggotty teneva sulle ginocchia un cesto di provviste che sarebbe potuto benissimo bastare se avessimo dovuto andare a Londra con quello stesso mezzo di trasporto. Mangiammo con abbondanza e dormimmo con abbondanza non minore. Peggotty dormiva sempre col mento sul manico del cesto, senza mollarlo mai. Se non l'avessi sentita con i miei orecchi, non avrei mai creduto che una debole e fragile donna potesse russare cosď.

       Facemmo tante deviazioni su e giĚ per i sentieri, e passammo per tanto tempo da un letto d'albergo all'altro e da un luogo all'altro, che io ero stanchissimo e mi sentii molto contento quando scorgemmo Yarmouth. Appariva quasi impregnata d'acqua, mi parve, mentre volgevo lo sguardo su quella grande e cupa pianura che si stendeva dall'altra parte del fiume; e non potei fare a meno di chiedermi perché mai, se il mondo era davvero rotondo come diceva il mio libro di geografia, una qualche parte di esso potesse essere cosď piatta. Ma pensai che Yarmouth era forse situata su uno dei poli, cosa che avrebbe spiegato tutto.

       Quando ci fummo avvicinati un po' di piĚ e vedemmo l'intero panorama come una linea bassa e dritta sotto il cielo, feci notare a Peggotty che una piccola montagna o qualche cosa del genere avrebbero potuto giovare all'insieme; e anche che, se la terra fosse stata separata un po' di piĚ dal mare e la cittą e l'acqua non fossero state cosď frammiste come un crostino inzuppato nel brodo, tutto sarebbe stato piĚ bello. Ma Peggotty rispose, con insolita enfasi, che dobbiamo prendere le cose cosď come sono e che, da parte sua, era orgogliosa di essere un'aringa affumicata di Yarmouth.

       Quando arrivammo nella strada (che era piuttosto strana per me) e sentimmo l'odore del pesce, del catrame, dei cordami vecchi, della pece, e vedemmo i marinai passare qua e lą e i carri che risuonavano su e giĚ per l'acciottolato, mi accorsi di aver fatto torto a un posto cosď pieno di vita. E lo dissi a Peggotty, che ascoltė molto compiaciuta le mie espressioni di gioia e mi disse che era noto a tutti (suppongo tutti quelli che avevano la fortuna di essere aringhe affumicate) che Yarmouth era, nell'insieme, il piĚ bel posto dell'universo.

       «Ecco il mio Am,» strillė Peggotty, «cresciuto tanto che non lo si riconosce piĚ.»

       Lui ci stava infatti aspettando alla locanda; e mi domandė come stavo coi modi di una vecchia conoscenza. Sulle prime non mi parve di conoscerlo bene come lui mostrava di conoscere me perché non era mai stato in casa nostra dalla notte della mia nascita, e naturalmente era avvantaggiato nei miei confronti. Ma la nostra amicizia fu molto aiutata dal fatto che egli mi prese sulle spalle per portarmi a casa. Adesso era un grosso e forte giovanotto alto sei piedi, largo in proporzione e dalle spalle curve; ma con una faccia infantile dal riso un po' sciocco e con capelli ricciuti e chiarissimi che gli davano un'aria pecorina. Indossava un giubbotto di tela e un paio di calzoni cosď rigidi che sarebbero stati benissimo in piedi senza averci dentro alcuna gamba. E non si sarebbe potuto dire esattamente che portasse il cappello perché era coperto sul cocuzzolo, come un vecchio edificio, da qualche cosa di impeciato.

       Ham, con me sulle spalle e una nostra cassettina sotto il braccio, e Peggotty, con un'altra nostra cassettina, voltammo giĚ per viottoli cosparsi di trucioli di legno e monticelli di sabbia, e sorpassammo gassometri, corderie, cantieri per barche e per battelli, cantieri di demolizione, cantieri di calafataggio, reparti di attrezzatura, fucine di fabbri, tutto un guazzabuglio di luoghi del genere finché sbucammo in quella desolata distesa che avevo gią visto in lontananza; e allora Ham disse:

       «Ecco laggiĚ la nostra casa, signorino Davy!»

       Guardai in tutte le direzioni fin dove il mio sguardo poteva arrivare in quel deserto selvaggio, e poi sul mare, e poi sul fiume, ma non vi erano case che io potessi scorgere. C'era, non lungi, un barcone nero, o un qualche altro tipo di decrepito battello, alto e in secco sulla terra, con un tubo di ferro che ne sporgeva a guisa di comignolo e fumava tranquillamente; ma, per me, non vi era nulla di visibile che assomigliasse a una casa.

       «Non sarą mica quella?» dissi. «Quell'affare che assomiglia a una barca?»

       «Proprio quella, signorino Davy,» rispose Ham.

       Se fosse stato il palazzo di Aladino, l'uovo dell'uccello Roc e tutto il resto credo che non avrei potuto sentirmi piĚ affascinato dalla romantica idea di viverci. V'erano una deliziosa porta tagliata in un fianco, il tetto a copertura e tante piccole finestre; ma il meraviglioso fascino di quella casa consisteva nel fatto che era una vera barca, che era stata senza dubbio in mare centinaia di volte e che non era mai stata progettata per viverci dentro sulla terra ferma. Questo mi attraeva. Se fosse stata ideata come abitazione, avrei potuto giudicarla piccola, o scomoda, o isolata; ma non essendo mai stata destinata a tale scopo, diveniva una dimora perfetta.

       All'interno tutto era ben pulito, tutto in ordine per quanto possibile. C'erano una tavola, un orologio della Selva Nera e un stipo a cassetti, e sullo stipo, appoggiato alla parete, un vassoio da tŹ su cui era dipinta una dama col parasole, a passeggio con un bimbo vestito alla militare, che giocava col cerchio. Il vassoio era trattenuto da una bibbia perché non scivolasse: se fosse scivolato avrebbe fatto strage di una quantitą di tazzine e di piattini e di una teiera, tutti raccolti intorno al libro. Sulle pareti vi erano alcune comuni stampe colorate, con cornice e vetro, di soggetti biblici, quali non ho piĚ visto da allora nelle mani dei venditori ambulanti senza veder di nuovo, d'un sol tratto, tutto l'interno della casa del fratello di Peggotty. Abramo, tutto in rosso, che sta per sacrificare Isacco tutto in blu, e Daniele, in giallo, gettato in una fossa di leoni verdi, erano fra tutti i piĚ notevoli. Sulla piccola mensola del camino c'era un dipinto del trabaccolo «Sarah Jane», costruito a Sunderland, con una vera piccola poppa di legno incollata sopra: un'opera d'arte che combinava la pittura con la carpenteria e che io considerai come uno dei piĚ invidiabili tesori che il mondo potesse offrire. V'erano, sulle travi del soffitto, alcuni uncini il cui uso non riuscii allora a indovinare; e varie cassapanche, casse e oggetti simili che servivano da sedili e supplivano alla deficienza di sedie.

       Vidi tutto questo con un'occhiata nell'attraversare la soglia - infantile, secondo la mia teoria - e poi Peggotty aprď una porticina e mi mostrė la mia camera da letto. Era la piĚ fornita e desiderabile camera da letto mai vista, alla poppa del battello: con una finestrina lą dove un tempo passava il timone; un piccolo specchio, giusto alla mia altezza, inchiodato alla parete e incorniciato di conchiglie d'ostrica; un lettino con appena lo spazio per entrarvi; e un mazzetto di erbe marine in un vaso azzurro sulla tavola. Le pareti erano imbiancate con un bianco di latte, e il copriletto, tutto di pezze cucite insieme, mi faceva quasi male agli occhi per lo splendore dei suoi vari colori. Una cosa che avevo particolarmente notato in quella deliziosa casa era l'odore di pesce: cosď penetrante che, quando cavai il fazzoletto per soffiarmi il naso, mi accorsi che sapeva proprio come se vi fosse stata avvolta un'aragosta. Avendo comunicato, in confidenza, a Peggotty questa mia scoperta, lei mi informė che suo fratello trafficava in aragoste, gamberi e granchi; in seguito scoprii che un mucchio di queste creature, intrecciate fra loro in uno stato di mirabile agglomeramento e intente ad afferrar con le pinze tutto ciė che capitava a tiro, si trovava normalmente in una piccola rimessa di legno dove erano custodite le pentole e i paioli.

       Fummo accolti da una donna quanto mai cortese, in grembiule bianco, che avevo visto farci inchini, sulla soglia, quando ero ancora sulle spalle di Ham a circa un quarto di miglio. E cosď pure da una bellissima ragazzina (tale almeno mi parve) con una collana di perline azzurre, che non si lasciė baciare quando cercai di farlo ma corse via a nascondersi. PiĚ tardi, quando avemmo sontuosamente desinato con sogliole bollite, burro fuso, patate e una braciola per me, entrė in casa un uomo con una gran criniera e un volto quanto mai bonario. Avendo chiamato Peggotty «ragazza», schioccandole un cordiale bacio su una guancia, non ebbi alcun dubbio, data l'abituale compitezza del comportamento di lei, che fosse suo fratello; e tale risultė essere, venendomi subito presentato come il signor Peggotty, il padrone di casa.

       «Lieto di vedervi, signore,» disse il signor Peggotty. «Ci troverete un po' rozzi, signore, ma pronti a favorirvi.»

       Lo ringraziai e risposi che certo mi sarei trovato ottimamente in un luogo cosď piacevole.

       «E come sta la vostra mamma, signore?» continuė il signor Peggotty. «L'avete lasciata allegra e contenta?»

       Lo assicurai che era del migliore umore desiderabile e che mi incaricava di presentargli i suoi complimenti, cosa che era una gentile invenzione da parte mia.

       «Le sono molto obbligato, sicuro,» disse il signor Peggotty. «Bene, signore, se potrete adattarvi qui, per una quindicina di giorni, con lei,» e accennė a sua sorella, «con Ham e con la piccola Emily, saremo molto onorati della vostra compagnia.»

       Dopo aver fatto gli onori di casa in questo modo ospitale, il signor Peggotty uscď per lavarsi in una bacinella di acqua calda, osservando che «l'acqua fredda non gli avrebbe mai tolto il suo sudiciume». Tornė presto, con un aspetto molto migliore, ma cosď imporporato che non potei fare a meno di pensare che il suo volto aveva questo in comune con le aragoste, i gamberi e i granchi: entrava nerissimo nell'acqua bollente e ne usciva rossissimo.

       Dopo il tŹ, quando la porta venne chiusa e dappertutto ci fu tranquillitą e tepore (le notti erano adesso fredde e nebbiose), mi sembrė quello il piĚ delizioso rifugio che mente umana potesse concepire. Udire il vento che si alzava sul mare aperto, sapere che le brume avanzavano strisciando sulla desolata pianura lą fuori, e guardare il fuoco, e pensare che non v'era altra casa vicina oltre questa, e che questa era una barca, sembrava un incantesimo. La piccola Emily aveva vinto la sua timidezza e mi sedeva vicino sulla cassapanca piĚ bassa e piĚ piccola, larga giusto per noi due e appena adatta a entrar nell'angolo del camino. La signora Peggotty, col grembiule bianco, lavorava a maglia sull'altro lato del fuoco. Peggotty, col suo lavoro di cucito, si trovava a proprio agio come quando era a casa con la Cattedrale di San Paolo e il pezzetto di candela, quasi non avesse mai conosciuto altro tetto. Ham, che mi aveva dato la prima lezione di briscola, tentava di ricordarsi il modo di predire la sorte con quelle sudice carte, e stampava impronte del suo pollice, sporco di pesce, su tutte le carte che voltava. Il signor Peggotty fumava la pipa. Capii che era il momento della conversazione e delle confidenze.

       «Signor Peggotty!» dico.

       «Signore,» dice.

       «Avete chiamato Ham vostro figlio perché vivete in una specie di arca?»

       Il signor Peggotty parve considerarla un'idea profonda, ma rispose: «No, signore. Non sono stato io a chiamarlo cosď.»

       «E allora chi gli ha dato questo nome?» chiesi ponendo al signor Peggotty la domanda numero due del catechismo.

       «Diamine, signore, glielo ha dato suo padre,» rispose lui.

       «Pensavo che foste voi suo padre.»

       «Mio fratello Joe era suo padre,» disse il signor Peggotty.

       «Ed Ź morto, signor Peggotty?» arrischiai dopo una rispettosa pausa.

       «Annegato,» mi rispose.

       Fui molto sorpreso che il signor Peggotty non fosse il padre di Ham, e cominciai a chiedermi se non mi ero sbagliato circa i suoi rapporti di parentela con tutti gli altri. Ero cosď curioso di saperlo che decisi di avere da lui altri chiarimenti.

       «La piccola Emily,» dissi volgendole uno sguardo, «lei Ź vostra figlia, non Ź vero, signor Peggotty?»

       «No, signore. Il padre suo era mio cognato Tom.»

       Non seppi trattenermi. «Ed Ź morto anche lui, signor Peggotty?» arrischiai dopo un'altra pausa piena di rispetto.

       «Annegato,» mi rispose.

       Mi era difficile riprendere l'argomento, ma non ne ero ancora giunto al fondo e, in qualche modo, dovevo arrivarci. Cosď dissi:

       «Non avete nessun figlio, signor Peggotty?»

       «No, signorino,» mi rispose con un breve riso. «Sono scapolo.»

       «Scapolo!» ripetei attonito. «E allora quella chi Ź, signor Peggotty?» E additai la donna col grembiule bianco che stava lavorando a maglia.

       «Quella Ź la signora Gummidge,» mi rispose.

       «Gummidge, signor Peggotty?»

       Ma a questo punto Peggotty - intendo la mia propria, particolare Peggotty - mi fece gesti cosď significativi perché non insistessi con le domande, che non potei fare altro che restarmene lď seduto a guardare la silenziosa compagnia finché fu l'ora di andare a letto. Allora, nell'intimitą della mia piccola cabina, ella mi informė che Ham ed Emily erano due nipoti orfani, che il mio ospite aveva adottato da bimbi, in tempi diversi, quando erano rimasti privi di appoggi; e che la signora Gummidge era la vedova del suo socio in una sua barca, morto poverissimo. Lui stesso era povero, mi disse Peggotty, ma buono come l'oro e schietto come l'acciaio: furono queste le sue similitudini. L'unico argomento, mi disse, nel quale mostrava un carattere violento e giungeva a bestemmiare, era proprio questa sua generositą; e se mai qualcuno di loro vi alludeva, picchiava un terribile pugno sul tavolo (ne aveva spaccato uno in un'occasione simile) pronunciando l'orripilante bestemmia che voleva essere «impecionato» se non piantava tutto e se ne andava per sempre qualora vi avessero accennato ancora. In risposta alle mie domande, risultė che nessuno aveva la minima idea dell'etimologia di questo terribile verbo passivo «essere impecionato», ma che tutti lo consideravano come la piĚ solenne delle imprecazioni.

       Fui molto sensibile alla bontą del mio ospite, e, in una condizione di spirito quanto mai voluttuosa, favorita dalla sonnolenza, ascoltai le donne andare a letto in un altro stanzino simile al mio, all'altra estremitą della barca, mentre il signor Peggotty e Ham appendevano per loro stessi due amache ai ganci che avevo notato sul soffitto. Via via che il sonno si impadroniva di me, udivo il vento mugliare sul mare e venire cosď fieramente per la pianura da darmi una sorta di indolente paura che l'immenso oceano si sollevasse durante la notte. Ma riflettei che, dopo tutto, ero in una barca; e che un uomo come il signor Peggotty era proprio quello che ci voleva a bordo, se fosse successo qualche cosa.

       Tuttavia non avvenne nulla di peggio dell'alzarsi del sole. Quasi nello stesso momento in cui brillė sulla cornice di conchiglie del mio specchio, balzavo dal letto ed ero fuori con la piccola Emily a raccogliere pietre sulla spiaggia.

       «Immagino che tu sia una vera marinara,» dissi a Emily. Non so se mi immaginavo nulla del genere ma mi parve un atto di galanteria dire qualche cosa; e una vela brillante, non lungi da noi, si riflesse in quel momento con una cosď graziosa immagine nei suoi occhi luminosi, che mi venne in mente di parlare cosď.

       «No,» rispose Emily scuotendo la testa, «io ho paura del mare.»

       «Paura!» esclamai io con un'aria di appropriata baldanza e guardando tutto impettito il possente oceano. «Io non ne ho.»

       «Ah! Ź crudele,» disse Emily. «L'ho visto molto crudele con alcuni dei nostri uomini. L'ho visto fare a pezzi una barca grande quanto la nostra casa.»

       «Spero che non sia stata la barca in cui...»

       «In cui annegė mio padre?» disse Emily. «No. Quella no, quella non l'ho mai vista.

       «Nemmeno lui?» le domandai.

       La piccola Emily scosse la testa. «Non posso ricordarmelo.»

       Era una coincidenza! Cominciai subito a spiegarle come neanch'io avevo mai visto mio padre, e come mia madre e io avevamo sempre vissuto da soli nella piĚ felice condizione immaginabile, e che cosď vivevamo ancora e intendevamo vivere per sempre; e che la tomba di mio padre era nel cimitero presso la nostra casa, all'ombra di un albero sotto i cui rami avevo passeggiato e udito gorgheggiare gli uccelli per tante piacevoli mattine. Ma vi erano alcune differenze tra lo stato di Emily e il mio, era chiaro. Lei aveva perso la mamma prima del padre; e nessuno sapeva dove fosse la tomba di suo padre, in qualche parte nelle profonditą del mare.

       «Inoltre,» disse Emily mentre cercava conchiglie e pietruzze, «tuo padre era un signore e tua madre Ź una signora; mio padre, invece, era un pescatore e mia madre la figlia di un pescatore, e anche mio zio Dan Ź un pescatore.»

       «Dan Ź il signor Peggotty, vero?» dissi io.

       «Lo zio Dan... quello laggiĚ,» rispose Emily indicando la casa-barca.

       «Sď. Intendo proprio lui. Dev'essere molto buono, direi.»

       «Buono?» esclamė Emily. «Se dovessi mai diventare una signora gli regalerei una giacca azzurra con i bottoni di diamanti, calzoni di nanchino, un panciotto di velluto rosso, un cappello con le falde rialzate, un grande orologio d'oro, una pipa d'argento e uno stipo di monete.»

       Risposi che il signor Peggotty si meritava certo questi tesori. Devo riconoscere che trovavo una certa difficoltą nell'immaginarmelo a suo agio nell'abbigliamento proposto dalla sua riconoscente nipotina, e che avevo in particolare i miei dubbi sulla convenienza del cappello a tricorno; ma tenni per me queste riflessioni.

       La piccola Emily si era fermata guardando il cielo mentre enumerava tutti questi articoli, quasi fossero una gloriosa visione. Riprendemmo il cammino sempre raccogliendo conchiglie e pietruzze.

       «Ti piacerebbe essere una signora?» chiesi.

       Emily mi guardė, rise e accennė di sď.

       «Mi piacerebbe molto. Saremmo tutti persone distinte, allora. Io, mio zio, Ham e la signora Gummidge. Non ci preoccuperemmo del brutto tempo... voglio dire almeno per noi. Ce ne preoccuperemmo per i poveri pescatori, naturalmente, e li aiuteremmo con denaro se capitasse loro qualche disgrazia.»

       Questa mi parve una prospettiva molto bella e quindi non del tutto improbabile. Espressi la mia soddisfazione nel considerare quel progetto, e la piccola Emily ne fu incoraggiata a dire timidamente:

       «Non credi di aver paura del mare, adesso?»

       Il mare era abbastanza calmo per rassicurarmi, ma sono sicuro che, se avessi visto un'onda di modeste dimensioni venire a rovesciarsi sulla spiaggia, me la sarei data a gambe al pauroso ricordo della sua parentela annegata. Comunque risposi: «No,» e aggiunsi: «Nemmeno tu sembri aver paura, sebbene dica di sď.» Perché camminava troppo sull'orlo di una specie di vecchia banchina o pedana di legno per la quale ci eravamo incamminati, e temevo che cadesse.

       «Quando Ź cosď non ho paura,» disse Emily. «Ma quando si gonfia non riesco a dormire, e tremo al pensiero dello zio Dan e di Ham, e mi sembra sempre di sentirli invocare aiuto. Per questo mi piacerebbe molto essere una signora. Ma quando Ź cosď non ho paura, nemmeno un poco. Guarda!»

       Si staccė dal mio fianco e corse lungo un trave corroso che si protendeva dal punto in cui ci eravamo fermati, sospeso a qualche altezza sull'acqua profonda, senza alcun punto di appiglio. L'episodio si Ź impresso a tal punto nella mia memoria che, se fossi un pittore, credo che potrei disegnarlo qui, in ogni particolare, come lo vidi quel giorno, con la piccola Emily che correva verso la propria rovina (cosď mi sembrava), con uno sguardo che non ho mai dimenticato, perduto lontano nel mare.

       La leggera, ardita, palpitante figurina si volse e tornė a me sana e salva, e io subito risi delle mie paure e del grido che avevo lanciato, inutilmente, in ogni caso, perché non c'era alcuno nelle vicinanze. Ma in seguito, nella mia etą adulta, ci sono stati momenti, ci sono stati molti momenti in cui ho pensato: Ź possibile, fra le possibilitą delle cose nascoste, che nell'improvvisa avventatezza della bambina, nel suo selvaggio sguardo, assorto nella lontananza, ci fosse per lei una misericordiosa attrattiva verso il pericolo, un allettamento concesso al padre morto per trarla a sé, cosď che la sua vita avesse un probabilitą di finire in quel giorno? Vi sono stati in seguito momenti in cui mi sono domandato se, potendo scorgere in un attimo la vita che le stava dinanzi, in modo che un bambino potesse pienamente capirla, e se la sua salvezza avesse potuto dipendere da un gesto, della mia mano, io avrei dovuto muovere quella mano per salvarla. C'Ź stato in seguito un momento - non dico che sia durato a lungo, ma c'Ź stato - in cui mi sono domandato se non sarebbe stato meglio per la piccola Emily che le acque si fossero chiuse sul suo capo quel mattino, davanti a me; e in cui ho risposto: sď, sarebbe stato meglio.

       Questo puė essere prematuro. Forse l'ho scritto troppo presto. Ma resti cosď.

       Passeggiammo a lungo, ci caricammo di cose che ci parvero curiose e rimettemmo accuratamente in mare alcune stelle marine che si erano arenate - ne so troppo poco, al momento, su questa specie, per esser sicuro che esse ebbero motivo di sentirsi obbligate verso di noi per la nostra iniziativa, o se fu invece il contrario - e poi tornammo verso l'abitazione del signor Peggotty. Ci fermammo sottovento alla rimessa delle aragoste per scambiarci un bacio innocente ed entrammo per la colazione radianti di salute e di allegria.

       «Come due piccoli bottacci,» disse il signor Peggotty. Sapevo che, nel nostro dialetto locale, questo significava come due piccoli tordi, e lo accolsi come un complimento.

       Naturalmente ero innamorato della piccola Emily. Sono sicuro che amavo quella bambina con la stessa sinceritą e la stessa tenerezza e con maggior purezza e maggior disinteresse che non possano entrare nel piĚ grande amore di un'etą piĚ matura per eletto e nobilitante che sia. Sono sicuro che la mia fantasia eresse attorno a quella bimbetta dagli occhi azzurri qualche cosa che la rendeva eterea e ne faceva un angelo. Se, in un qualche mattino di sole, le fosse spuntato un paio di alucce ed ella fosse volata via davanti ai miei occhi, non credo che lo avrei considerato molto piĚ straordinario di quanto avessi ragione di attendermi.

       Solevamo passeggiare per quella cupa e antica pianura di Yarmouth come due innamorati per ore e ore. I giorni ci passavano accanto scherzando, come se il Tempo stesso non fosse ancora cresciuto ma fosse rimasto bambino e sempre in vena di giocare. Dissi a Emily che l'adoravo e che, se non avesse confessato di adorarmi a sua volta, sarei stato costretto a uccidermi con una spada. Lei mi disse di sď, e non dubito che fosse sincera.

       Quanto a un qualsiasi senso di ineguaglianza, o di eccessiva giovinezza o altre difficoltą del genere, la piccola Emily e io non avevamo preoccupazioni perché non avevamo futuro. Non prendemmo provvedimenti per diventare adulti piĚ che non ne prendessimo per divenire piĚ giovani. Eravamo l'ammirazione della signora Gummidge e di Peggotty, che, a sera, quando stavamo amorosamente seduti a fianco a fianco sulla nostra piccola cassapanca, solevano sussurrarsi: «Signore! Quanto sono graziosi!» Il signor Peggotty ci sorrideva di dietro la sua pipa, e Ham non faceva che sogghignare per tutta la sera. Immagino che trovassero in noi lo stesso genere di piacere che avrebbero potuto trovare in un grazioso balocco o in un modello tascabile del Colosseo.

       Non tardai ad accorgermi che la signora Gummidge non sapeva sempre rendersi gradevole come ci si sarebbe potuti aspettare da lei, considerando le circostanze della sua residenza presso il signor Peggotty. La signora Gummidge aveva un carattere piuttosto irritabile e, a volte, piagnucolava piĚ di quanto potesse piacere agli altri, riuniti in una dimora cosď ristretta. Ne ero dolente per lei; ma vi erano momenti in cui sarebbe stato molto meglio, pensavo, se la signora Gummidge avesse avuto un appartamento conveniente suo proprio in cui ritirarsi e rimanere finché non si fosse tirato su il morale.

       Il signor Peggotty frequentava di tanto in tanto un'osteria chiamata «Il Buon Volere». Lo scoprii dalla sua assenza la seconda o la terza sera della nostra permanenza e dagli sguardi che la signora Gummidge rivolgeva all'orologio della Selva Nera, fra le otto e le nove, ripetendo che lui era laggiĚ e che, cosa ancor piĚ importante, lei sapeva fin dal mattino che vi sarebbe andato.

       La signora Gummidge era stata per tutto il giorno molto depressa, e al mattino, quando il fuoco aveva fatto fumo, era scoppiata in lacrime. «Sono una povera creatura sola e derelitta,» erano state le sue parole in occasione di quello spiacevole incidente, «e tutto mi va di traverso.»

       «Oh, smetterą presto,» disse Peggotty - intendo ancora la nostra Peggotty - «e poi, dovete saperlo, Ź spiacevole per noi come per voi.»

       «Ma io lo sento di piĚ,» rispose la signora Gummidge.

       Era una giornata molto fredda, con raffiche di vento tagliente. Il cantuccio presso il fuoco, riservato alla signora Gummidge, mi sembrava il piĚ caldo e riparato che vi fosse nella stanza, cosď come la sua sedia era certo la piĚ comoda, ma tutto ciė, quel giorno, non le bastava affatto. Non faceva che lamentarsi del freddo e del fatto che le veniva su per la schiena provocandole quelli che chiamava «gli accapponamenti». Infine versė abbondanti lacrime su questo argomento ripetendo di essere «una povera creatura sola e derelitta» e che «tutto le andava di traverso.»

       «Certo fa molto freddo,» disse Peggotty, «e tutti noi dobbiamo sentirlo.»

       «Ma io lo sento piĚ degli altri,» piagnucolė la signora Gummidge.

       La stessa cosa a desinare, durante il quale la signora Gummidge veniva sempre servita immediatamente dopo di me, a cui la preferenza spettava quale ospite di riguardo. Il pesce era piccolo e pieno di spine, le patate un po' bruciate. Tutti convenimmo di sentire per questo un certo disappunto, ma la signora Gummidge sostenne che lo sentiva piĚ di noi, e sparse nuove lacrime facendo le solite dichiarazioni con grande amarezza.

       Di conseguenza, quando il signor Peggotty tornė a casa verso le nove, questa sventurata signora Gummidge stava lavorando a maglia nel suo angolo in uno stato d'animo quanto mai abbattuto e miserevole. Peggotty aveva lavorato piena di buon umore. Ham aveva rappezzato un gran paio di stivali impermeabili; e io, con la piccola Emily a fianco, avevo letto loro qualche cosa. La signora Gummidge non aveva fatto altra osservazione che un sospiro sconsolato e non aveva piĚ alzato gli occhi dall'ora del tŹ.

       «Bene, gente,» disse il signor Peggotty prendendo la sua sedia, «come andiamo?»

       Tutti dicemmo qualcosa o gli volgemmo in qualche modo uno sguardo per dargli il benvenuto, eccetto la signora Gummidge, che si limitė a scuotere la testa sopra il suo lavoro.

       «Che c'Ź che non va?» chiese il signor Peggotty battendo le mani. «Su, allegra, vecchia gaglioffa!» (Il signor Peggotty voleva dire solo vecchietta.)

       La signora Gummidge non parve capace di rallegrarsi. Trasse fuori un vecchio fazzoletto di seta nera e si asciugė gli occhi; ma, invece di rimetterselo in tasca, lo tenne lď, si asciugė ancora gli occhi, e continuė a tenerlo lď, pronto all'uso.

       «Che c'Ź che non va, madama?» chiese il signor Peggotty.

       «Niente,» rispose la signora Gummidge. «Tornate dal Buon Volere, Daniel?»

       «Sicuro, diamine, ho fatto un salto al Buon Volere, stasera,» disse il signor Peggotty.

       «Mi dispiace di costringervi ad andare laggiĚ,» disse la signora Gummidge.

       «Costringermi? Non ho bisogno di esserci costretto,» ribatté il signor Peggotty con una schietta risata. «Ci vado da solo e anche troppo spedito.»

       «Molto spedito,» disse la signora Gummidge scuotendo la testa e asciugandosi gli occhi. «Sď, sď, molto spedito. Mi dispiace che solo per colpa mia ci andiate cosď spedito.»

       «Per colpa vostra? Non Ź affatto per colpa vostra!» esclamė il signor Peggotty. «Non dovete crederlo nemmeno per un momento.»

       «Sď, sď, Ź cosď,» gridė la signora Gummidge. «Io lo so quello che sono. So di essere una povera creatura sola e derelitta e so che non solo tutto mi va di traverso ma che anch'io vado di traverso a tutti. Sď, sď. Io sono piĚ sensibile degli altri e lo faccio vedere. ť questa la mia disgrazia.»

       Non potei proprio fare a meno di pensare, mentre me ne stavo lď seduto ascoltando, che la disgrazia si estendeva anche ad altri membri della famiglia, oltre la signora Gummidge. Ma il signor Peggotty si guardė dal rimbeccarla in questo modo e rispose solo esortandola ancora a stare allegra.

       «Io non posso essere come vorrei essere,» disse la signora Gummidge. «Tutt'altro. Lo so quello che sono. Le mie pene mi hanno fatto andare di traverso a tutti. Io le sento, le mie pene, e per questo vado di traverso a tutti. Vorrei non sentirle, ma le sento. Vorrei esserci piĚ indurita, ma non ci riesco. Rendo la casa infelice e non me ne meraviglio. Ho rattristato per tutto il giorno vostra sorella e il signorino Davy.»

       A questo punto mi sentii intenerito d'un tratto e urlai pieno di angoscia: «No, signora Gummidge, non mi avete rattristato!»

       «Non Ź giusto che io faccia cosď,» proseguď la signora Gummidge. «Non Ź un bel contraccambio. Sarebbe meglio che andassi all'ospizio e morissi. Sono una povera creatura sola e derelitta e farei molto meglio a non esser d'impaccio qui. Se le cose devono andarmi di traverso e io stessa devo andare di traverso agli altri, lasciate che lo faccia nell'ospizio parrocchiale. Daniel, sarebbe meglio che andassi all'ospizio e morissi liberandovi tutti di me!»

       La signora Gummidge si ritirė dopo queste parole per rifugiarsi nel suo letto. Quando se ne fu andata, il signor Peggotty, che non aveva mostrato la minima traccia di altro sentimento che non fosse la piĚ profonda simpatia, ci guardė tutti e accennando con la testa, mentre una viva espressione di quella simpatia gli animava ancora il volto, disse in un sussurro:

       «Sta pensando al vecchio.»

       Non capii affatto a qual vecchio si supponeva che la signora Gummidge avesse rivolto il pensiero, finché Peggotty, accompagnandomi a letto, mi spiegė che si trattava del defunto signor Gummidge, e che suo fratello, in queste occasioni, considerava la sua spiegazione come una veritą indiscutibile che sempre lo commuoveva. PiĚ tardi, quella sera, quando lui era nella sua amaca, lo udii io stesso ripetere a Ham: «Poveretta! Sta pensando al vecchio!» E ogni volta che la signora Gummidge cadde in uno stato simile durante la nostra permanenza (cosa che avvenne in varie occasioni) egli sempre diede la stessa spiegazione per attenuare il fatto, e sempre col piĚ tenero compatimento.

       Cosď i quindici giorni scivolarono via, variati solo dall'alternarsi delle maree che mutavano gli orari di uscita e di entrata del signor Peggotty e cosď pure gli impegni di Ham. Quando questi era disoccupato, a volte veniva a spasso con noi per mostrarci le barche e i battelli, e una volta o due ci portė in barca. Non so perché una serie di lievi impressioni possa essere piĚ particolarmente associata di un'altra a un dato luogo, sebbene pensi che questo avvenga alla maggior parte della gente specialmente per quanto riguarda le associazioni della loro infanzia. Non ho mai udito né letto il nome di Yarmouth senza ricordare una certa domenica mattina sulla baia, con le campane della chiesa che suonavano, la piccola Emily appoggiata alla mia spalla, Ham che getta pigramente pietre nell'acqua, e il sole, lontano sul mare, appena scaturito dalle nebbie pesanti per mostrarci le navi e le loro ombre.

       Giunse infine il giorno di tornare a casa. Resistei alla separazione dal signor Peggotty e dalla signora Gummidge, ma il mio strazio nel lasciare la piccola Emily fu lacerante. Andammo a braccetto all'osteria dove il corriere faceva sosta, e lungo la strada le promisi di scriverle. (Mantenni questa promessa in seguito, con caratteri piĚ grandi di quelli con cui, nei cartelli manoscritti, si annunciano di solito gli appartamenti da affittare.) Al momento della partenza fummo sopraffatti; e se mai in vita mia ho sentito un vuoto nel cuore, fu in quel giorno.

       Ora, per tutto, il tempo della mia visita, ero stato assai ingrato verso la mia casa e ci avevo pensato poco o nulla. Ma, appena mi sentii volto verso di essa, la mia giovane coscienza, piena di rimprovero, parve puntare un dito sicuro in quella direzione; ed io sentii, tanto piĚ per l'abbattimento che opprimeva il mio spirito, che era il mio nido e che mia madre era la mia consolatrice e la mia amica.

       Questo stato d'animo s'impadronď di me sempre piĚ durante il viaggio, cosď che, quanto piĚ ci avvicinavamo, quanto piĚ familiari si facevano gli oggetti al nostro passaggio, tanto maggiore diveniva la mia ansia di arrivare e di correre tra le braccia di lei. Ma Peggotty, invece di condividere questi trasporti, cercava di frenarli (sebbene con molta dolcezza) e appariva inquieta e diversa dal suo solito.

       Comunque La Cornacchia di Blunderstone sarebbe arrivata a suo dispetto, quando fosse piaciuto al cavallo del corriere... e arrivė. Come lo ricordo bene, in un pomeriggio freddo e grigio, con un cielo plumbeo, minaccioso di pioggia!

       La porta si aprď, ed io cercai, tra il riso e le lacrime nella dolce eccitazione che mi aveva preso, mia madre. Non era lei, ma una domestica sconosciuta.

       «Oh, Peggotty!» dissi io col pianto in gola, «non Ź ancora tornata?»

       «Sď, sď, signorino Davy,» rispose Peggotty. «ť tornata. Aspetta un momento, signorino Davy e io... ti dirė qualche cosa.»

       Tra la sua agitazione e la sua naturale goffaggine nello scendere dal carro, Peggotty dava di sé uno spettacolo molto singolare, ma io ero troppo confuso e fuori di me per dirglielo. Quando fu scesa, mi prese per mano; mi condusse, tutto sconvolto, in cucina; e chiuse la porta.

       «Peggotty!» dissi ormai atterrito. «Che cosa Ź successo?»

       «Nulla Ź successo, Dio ti benedica, caro Davy!» rispose assumendo un'aria allegra e spigliata.

       «Qualche cosa Ź successo di certo. Dov'Ź la mamma?»

       «Dov'Ź la mamma, signorino Davy?» ripeté Peggotty.

       «Sď. Perché non ci Ź venuta incontro al cancello, e che cosa siamo venuti a fare, qui? Oh, Peggotty!» Avevo gli occhi gonfi di lacrime e mi sembrava di dover cadere a terra da un momento all'altro.

       «Dio ti benedica, gioia mia!» esclamė Peggotty sostenendomi. «Che c'Ź? Parla, caro!»

       «Non Ź morta anche lei! Oh, non Ź morta, vero, Peggotty?»

       Peggotty gridė No! con un volume di voce impressionante; e poi si sedette e cominciė ad ansare dicendo che le avevo fatto venire un colpo.

       Le diedi un forte abbraccio per farle passare il colpo o per fargliene venire un altro nella direzione giusta, e rimasi dritto davanti a lei, in ansiosa domanda.

       «Vedi, caro, avrei dovuto dirtelo prima,» cominciė Peggotty, «ma mi Ź mancata l'occasione. Forse avrei dovuto cercarla, ma non sono riuscita azzattamente» - nel vocabolario di Peggotty, questa parola sostituiva di regola esattamente - «a decidermi.»

       «Continua, Peggotty,» dissi piĚ atterrito che mai.

       «Signorino Davy,» disse Peggotty slacciandosi il cappellino con mano tremante e quasi senza fiato. «Che ne pensi? Hai un papą.»

       Mi prese un tremito e sbiancai. Qualche cosa - non so che cosa o come - collegata con la tomba nel cimitero e la resurrezione dei morti, sembrė colpirmi come una ventata pestilenziale.

       «Uno nuovo,» disse Peggotty.

       «Uno nuovo?» ripetei.

       Peggotty ansimė come se stesse inghiottendo qualche cosa di molto duro e, tenendomi la mano, disse:

       «Vieni a vederlo.»

       «Non voglio vederlo.»

       «... e anche la mamma,» disse Peggotty.

       Smisi di tirarmi indietro e andammo dritti nel salotto buono, dove mi lasciė. Da un lato del fuoco sedeva mia madre, dall'altro il signor Murdstone. Mia madre lasciė cadere il lavoro e si alzė in fretta, ma timidamente, mi parve.

       «Su, mia diletta Clara,» disse il signor Murdstone. «Ricorda! Controllati, controllati sempre! Ehi, Davy, come stai?»

       Gli diedi la mano. Dopo un momento di esitazione andai a baciare mia madre: lei mi baciė, mi batté affettuosamente sulla spalla e tornė a sedersi riprendendo il lavoro. Non potei guardarla né guardare lui, sapevo benissimo che ci stava osservando entrambi; mi volsi verso la finestra e guardai fuori, certi arbusti che piegavano il capo nel freddo.

       Appena potei scivolar via, andai al piano di sopra. La mia antica camera da letto era stata trasformata ed io dovevo dormire molto lontano di lą. Gironzolai per il piano terreno per cercare qualche cosa che fosse come prima, tanto tutto appariva mutato; e vagai per il cortile. Ma ne fuggii presto perché il canile vuoto era occupato da un grosso cane - dalla gran bocca e il pelo nero come Lui - che si infuriė alla mia vista e balzė fuori per afferrarmi.

 

IV • CADO IN DISGRAZIA

 

 

 

       Se la camera in cui era stato spostato il mio letto fosse un essere vivente capace di deporre, potrei appellarmi oggi a essa - chi vi dormirą adesso, mi domando! - perché testimoniasse a mio favore con che cuore gonfio vi entrai. Salii lassĚ con negli orecchi i latrati che il cane del cortile continuava a lanciarmi dietro mentre facevo le scale; e, guardando la stanza non meno sbigottito e stravolto di quanto la stanza apparisse a me, mi sedetti intrecciando le piccole mani e meditai.

       Pensai alle cose piĚ strane. Alla forma della stanza, alle crepe del soffitto, alla tappezzeria sulle pareti, alle striature nei vetri della finestra, che ondulavano e deformavano il panorama, al lavabo traballante sui suoi tre piedi con una certa aria scontenta che mi ricordava la signora Gummidge quando pensava al suo vecchio. Piangevo senza requie, ma, a parte il fatto che ero consapevole di essere raggelato e avvilito, sono sicuro di non aver mai pensato perché piangessi. Infine, nella mia desolazione, cominciai a considerare che ero terribilmente innamorato della piccola Emily e che ero stato strappato da lei per venir qui, dove nessuno sembrava aver bisogno di me o preoccuparsi della mia esistenza nemmeno la metą di quello che faceva lei. Tutto questo costituiva per me una situazione cosď miseranda che mi raggomitolai in un angolo del copriletto e piansi fino ad addormentarmi.

       Fui svegliato da qualcuno che diceva: «Eccolo qui!» e mi scopriva la testa ardente. Mia madre e Peggotty erano venute a cercarmi e le parole e il gesto provenivano da una di loro.

       «Davy,» disse mia madre, «che Ź successo?»

       Mi parve molto strano che me lo domandasse e risposi: «Nulla.» Mi voltai sulla faccia, ricordo, per nascondere il labbro tremante, che le avrebbe dato una risposta piĚ schietta.

       «Davy,» ripeté mia madre, «Davy, bambino mio!»

       Oso dire che nessuna parola possibile da lei pronunciata avrebbe potuto colpirmi a fondo, in quel momento, come sentirmi chiamare il suo bambino. Nascosi le lacrime nelle coperte e la respinsi da me con la mano quando cercė di alzarmi.

       «Questa Ź opera tua, Peggotty, crudele che sei!» disse mia madre. «Non ne ho alcun dubbio. Mi domando come puoi conciliare con la tua coscienza l'aver messo mio figlio contro di me o contro chiunque mi sia caro! Che cosa hai intenso fare, Peggotty?»

       La povera Peggotty alzė gli occhi e le mani e rispose solo, quasi parafrasando il ringraziamento che io ero solito ripetere dopo il desinare: «Dio vi perdoni, signora Copperfield, e che non dobbiate mai soffrire per ciė che avete detto in questo momento.»

       «C'Ź da farmi impazzire,» gridė mia madre. «E per di piĚ nella mia luna di miele, quando si puė supporre che perfino il mio piĚ acerrimo nemico si placherebbe e non mi negherebbe un po' di pace e di felicitą. Davy, cattivo bambino! Peggotty, creatura senza cuore! Oh, povera me!» gridė mia madre volgendosi ora all'uno ora all'altro di noi con un suo fare stizzoso e caparbio, «come Ź doloroso questo mondo anche quando si ha il pieno diritto di attendersi che sia il piĚ possibile piacevole!»

       Sentii il tocco di una mano che, mi accorsi, non era né la sua né quella di Peggotty, e mi lasciai scivolare in piedi a lato del letto. Era la mano del signor Murdstone, che me la tenne ferma sul braccio dicendo:

       «Che succede? Clara, amor mio, hai gią dimenticato?... Fermezza, mia cara!»

       «Ne sono molto spiacente, Edward,» disse mia madre. «Volevo essere buona il piĚ possibile, ma mi sento cosď sconfortata.»

       «Davvero!» rispose lui. «Non Ź bello udir questo, e cosď presto, Clara.»

       «Dico che Ź molto duro essere trattata cosď, adesso,» rispose mia madre facendo il broncio. «Ed Ź realmente cosď... molto duro... non Ź vero?»

       Egli la trasse a sé, le sussurrė all'orecchio e la baciė. Capii benissimo, nel vedere la testa di mia madre inclinarsi sulla sua spalla e il suo braccio toccargli il collo, capii benissimo che egli avrebbe potuto plasmare a suo piacimento la sua docile natura, cosď come lo so adesso, che lo ha fatto.

       «Scendi da basso, amor mio,» disse il signor Murdstone. «David e io verremo giĚ insieme. Amica mia,» e volse un volto tetro a Peggotty dopo aver seguito con gli occhi mia madre che usciva e averla congedata con un cenno e un sorriso, «conoscete il nome della vostra padrona?»

       «ť stata la mia padrona per molto tempo, signore,» rispose Peggotty, «e dovrei conoscerlo.»

       «ť vero,» rispose. «Ma mi sembra di avervi udito, mentre salivo le scale, rivolgervi a lei con un nome che non Ź il suo. Ha assunto il mio, lo sapete bene. Ve ne ricorderete?»

       Peggotty, dopo avermi lanciato qualche sguardo imbarazzato, fece un inchino e uscď senza rispondere, rendendosi conto, suppongo, di essere stata congedata e non avendo scuse per rimanere. Quando noi due fummo soli, lui chiuse la porta, si sedette su una sedia e, tenendomi in piedi davanti a sé, mi guardė fisso negli occhi. Me li sentii attratti, non meno fissi, dai suoi. Nel ricordarci cosď, a faccia a faccia, mi sembra di udire ancora il mio cuore battere forte e veloce.

       «David,» disse, e rese sottili le labbra premendole l'una sull'altra, «se ho a che fare con un cavallo o con un cane ostinati, che cosa credi che faccia?»

       «Non lo so.»

       «Lo batto.»

       Avevo risposto in una sorta di sussurro senza respiro, ma, nel silenzio che seguď, sentii che il respiro mi era divenuto ancora piĚ corto.

       «Lo faccio scattare e soffrire. Dico a me stesso: ‹Devo dominarlo›; e dovesse costargli tutto il suo sangue riesco a farlo. Che cos'hai in faccia?»

       «Dello sporco,» risposi.

       Sapeva al pari di me che erano le tracce delle lacrime. Ma se mi avesse ripetuto la domanda venti volte e ogni volta con venti frustate, credo che il mio cuore di fanciullo sarebbe scoppiato prima che gli confessassi la veritą.

       «Non ti manca certo l'intelligenza per esser cosď piccolo,» disse con un sorriso severo che gli era proprio, «e vedo che mi capisci perfettamente. Lavati la faccia, signorino, e vieni giĚ con me.»

       Additė il lavabo, che io avevo paragonato alla signora Gummidge, e mi invitė con un cenno di testa a obbedire senza indugi. Non ebbi molti dubbi allora, e ne ho ancor meno adesso, che mi avrebbe sbattuto a terra senza il minimo rimorso se avessi esitato.

       «Clara, mia cara,» disse quando ebbi eseguito il suo comando e mi ebbe condotto in salotto sempre con la mano sul mio braccio; «spero che non ti sentirai piĚ sconfortata. Miglioreremo presto questi umori giovanili.»

       Dio mi aiuti, avrei potuto essere migliorato per tutta la vita, avrei forse potuto venir trasformato, in quel momento, in un altro essere per tutta la vita, da una sola parola amorevole. Una parola di incoraggiamento e di spiegazione, di pietą per la mia ignoranza infantile, di benvenuto a casa, di assicurazione che era ancora la mia casa, mi avrebbe reso sinceramente devoto a lui fin da quel momento, invece che nel solo ipocrita aspetto, e avrebbe potuto indurmi a rispettarlo invece che a odiarlo. Credo che mia madre fosse spiacente di vedermi lď in mezzo alla stanza cosď spaurito e straniato, e che poco dopo, quando cercai una sedia, mi seguisse con gli occhi ancor piĚ rattristata - forse notando la mancanza di disinvoltura nel mio passo infantile - ma la parola non fu detta e il tempo per essa era ormai passato.

       Pranzammo soli, noi tre insieme. Lui sembrava molto innamorato di mia madre - temo che questo non mi aiutasse ad amarlo di piĚ - e lei era molto innamorata di lui. Da quello che stavano dicendo potei capire che una sua sorella maggiore stava per venire a vivere con loro e che era attesa per quella sera stessa. Non sono sicuro se scoprii allora o in seguito che, senza svolgere alcuna attivitą precisa, egli aveva delle quote o degli interessi annuali sui profitti di una casa vinicola di Londra con la quale la sua famiglia aveva legami fin dal tempo del suo bisnonno e nella quale sua sorella aveva gli stessi interessi. Ma comunque fosse, posso farne accenno fin da ora.

       Dopo pranzo, mentre eravamo seduti attorno al fuoco e io stavo meditando una fuga da Peggotty senza trovare il coraggio di filar via per paura di offendere il padron di casa, una carrozza giunse al cancello del giardino ed egli uscď per ricevere il visitatore. Mia madre lo seguď. Io stavo andandole dietro timidamente quando ella si volse sulla porta del salotto, nell'ombra, e stringendomi fra le braccia come era solita fare, mi bisbigliė di voler bene al mio nuovo padre e di essergli obbediente. Lo fece in fretta e di nascosto, come se fosse una colpa, ma con tenerezza; e, portando una mano dietro il dorso, vi tenne la mia, finché giungemmo al luogo dov'era lui, nel giardino, e allora mi lasciė andare per passare la mano sotto il suo braccio.

       Era arrivata la signorina Murdstone, una donna dal fosco aspetto, nera come suo fratello a cui assomigliava molto nel volto e nella voce, e con sopracciglia foltissime che quasi si univano sul grosso naso, come se, non potendo per le mancanze del suo sesso portar le fedine, le avesse sostituite con quelle. Portava con sé due poderose e solide casse nere con le sue iniziali sul coperchio in solidi chiodi di ottone. Quando pagė il vetturino trasse il denaro da una solida borsa di acciaio, e teneva questa borsa in una sacca che era una vera prigione, appesa al suo braccio con una pesante catena e serrata come un morso. Fin allora non avevo mai visto una donna cosď totalmente metallica com'era la signorina Murdstone.

       Fu condotta in salotto con molte manifestazioni di benvenuto, e lą accettė formalmente mia madre come una nuova e stretta parente. Poi mi guardė e disse: «Questo Ź il vostro figlio, cognata?» Mia madre mi riconobbe come tale. «Generalmente parlando,» dichiarė la signorina Murdstone, «i ragazzi non mi piacciono. Come stai, ragazzo?» In questa incoraggiante situazione risposi che stavo benissimo e che speravo cosď fosse di lei, ma con una grazia cosď indifferente che la signorina Murdstone mi giudicė in due parole: «Scarsa educazione!»

       Dopo aver detto ciė, molto distintamente, chiese il favore di poter vedere la propria camera che, da quel momento in poi, divenne per me un luogo di reverenziale terrore, dove le due casse nere non si videro mai aperte né mai si seppe che non fossero chiuse a chiave, e dove (dato che vi diedi un'occhiata un paio di volte quando lei non c'era) numerose catenelle e spille di acciaio, di cui la signorina Murdstone si agghindava quando era vestita, pendevano in genere dallo specchio in formidabile arredo.

       Da quanto potei capire era venuta per sempre e non aveva intenzione di andarsene piĚ. Fin dal mattino dopo cominciė ad «aiutare» mia madre, e per tutto il giorno non fece che entrare e uscire dal ripostiglio mettendo le cose al loro posto e facendo strazio dell'ordine antico. Forse la prima cosa notevole che osservai nella signorina Murdstone fu il suo continuo e ossessionante sospetto che le cameriere nascondessero un uomo in qualche parte della casa. Sotto l'influenza di questa mania si precipitava nella carbonaia nelle ore piĚ assurde e raramente apriva lo sportello di una credenza buia senza richiuderlo di scatto nella convinzione di avercelo scovato.

       Sebbene non ci fosse in lei nulla di precisamente aereo, la signorina Murdstone era una vera allodola quanto ad alzarsi presto. Era in piedi (e, come credo adesso, solo per cercare quell'uomo) prima che nessun altro nella casa si muovesse. Peggotty aveva la ferma opinione che dormisse con un occhio aperto; ma non potei entrare in questa idea perché, dopo aver sentito avanzare l'ipotesi, feci io stesso la prova e mi accorsi che era cosa impossibile.

       Il mattino stesso dopo il suo arrivo, si alzė e suonė il campanello al canto del gallo. Quando mia madre scese per la colazione disponendosi a preparare il tŹ, la signorina Murdstone le diede una specie di beccata sulla gota, che era per lei quanto ci fosse di piĚ simile a un bacio, e disse:

       «Ora, mia diletta Clara, sai bene che sono venuta per alleggerirti di tutti i fastidi che posso. Tu sei troppo graziosa e troppo spensierata,» - mia madre arrossď ma rise e non parve scontenta di questo giudizio - «per sobbarcarti di doveri che posso affrontare io stessa. Se vuoi essere cosď gentile da darmi le chiavi, mia cara, provvederė io a tutte queste cose in avvenire.»

       Da quel momento la signorina Murdstone tenne le chiavi, di giorno, nella sua piccola prigione e sotto il suo cuscino di notte, e mia madre non poté toccarle piĚ di quanto non potessi io.

       La mamma non tollerė, senza un'ombra di protesta, che ogni autoritą le venisse tolta. Una sera in cui la signorina Murdstone stava spiegando a suo fratello certi piani di ordinamento domestico, ai quali egli diede la sua approvazione, mia madre si mise improvvisamente a piangere e disse che credeva di essere almeno consultata.

       «Clara!» esclamė severamente il signor Murdstone. «Clara! Mi meraviglio di te.»

       «Oh, Ź molto facile per te, Edward, dire che ti meravigli,» singhiozzė mia madre, «e ti Ź molto facile parlare di fermezza, ma a te questo non piacerebbe affatto.»

       Devo notare che la fermezza era la grande virtĚ su cui tanto il signore quanto la signorina Murdstone si fondavano. Comunque avessi potuto esprimere il mio modo di vedere la cosa in quel tempo, se fossi stato invitato a farlo, capivo nondimeno chiaramente, nei miei limiti, che era quella un'altra parola per indicare la tirannia e un certo umore cupo, arrogante e diabolico che era comune a entrambi. Il loro credo, come potrei enunciarlo adesso, era questo: il signor Murdstone era fermo; nessun altro del suo mondo poteva esser fermo come il signor Murdstone stesso; nessun altro nel suo mondo poteva avere una qualsiasi fermezza perché ognuno doveva inchinarsi alla sua. La signorina Murdstone era un'eccezione. Lei poteva essere ferma, ma solo per parentela e in un grado inferiore e tributario. Mia madre era un'altra eccezione. Anche lei poteva essere ferma e doveva esserlo; ma solo nel sopportare la loro fermezza e nel credere fermamente che non vi era altra fermezza al mondo.

       «ť molto duro,» disse mia madre, «che nella mia casa...»

       «La mia casa?» ripeté il signor Murdstone. «Clara!»

       «La nostra casa, voglio dire,» balbettė mia madre evidentemente atterrita. «Spero che tu capisca quello che intendo, Edward. ť molto duro che nella tua casa io non possa dire una parola sulle questioni domestiche. Sono sicura di essermela cavata benissimo prima del nostro matrimonio. Ho una testimone,» continuė mia madre singhiozzando; «domanda a Peggotty se non mi disimpegnavo perfettamente quando non c'erano interferenze.»

       «Edward,» disse la signorina Murdstone, «lasciamo che la cosa finisca qui. Domani me ne vado.»

       «Jane Murdstone,» ordinė suo fratello. «Taci! Come osi insinuare di non conoscere il mio carattere meglio di quanto implichino le tue parole?»

       «Certo,» continuė la mia povera mamma in grave svantaggio e con molte lacrime, «io non voglio che nessuno vada via. Mi sentirei veramente avvilita e infelice se qualcuno se ne andasse. Non chiedo molto. Non sono irragionevole. Chiedo solo di essere consultata qualche volta. Io sono molto riconoscente a chiunque mi aiuti e solo desidero di essere consultata, sia pure formalmente, ogni tanto. Credevo che ti piacesse, una volta, Edward, sapermi un po' inesperta e fanciullesca - me lo hai detto tu stesso, ne sono certa - ma adesso sembri odiarmi per questo, tanto sei severo,»

       «Edward,» disse ancora la signorina Murdstone, «lasciamo che la cosa finisca qui. Domani me ne vado.»

       «Jane Murdstone,» tuonė il signor Murdstone. «Vuoi stare zitta? Come osi?»

       La signorina Murdstone trasse dalla prigione il fazzoletto e se lo tenne davanti agli occhi.

       «Clara,» continuė lui fissando mia madre, «mi sorprendi! Mi sbigottisci! Sď, provavo soddisfazione all'idea di sposare una donna inesperta e genuina, di poter plasmare il suo carattere, di infonderle un poco di quella fermezza e decisione di cui aveva bisogno. Ma quando Jane Murdstone Ź cosď buona da venire ad assistermi in questo compito e da assumere, per amor mio, una condizione in qualche modo simile a quella di una governante e riceve un cosď incivile contraccambio...»

       «Oh, ti prego, ti prego, Edward,» gridė mia madre, «non accusarmi di essere ingrata. Sono sicura di non esserlo. Nessuno ha mai detto che lo sia. Ho molti difetti ma questo no. Oh, non dire cosď, mio caro!»

       «Quando Jane Murdstone, dico,» continuė lui dopo avere atteso che mia madre tacesse, «riceve un cosď incivile contraccambio, questo mio sentimento si raffredda e si muta.»

       «No, amor mio, non dire cosď!» Implorė pietosamente mia madre. «Oh, no, Edward, non posso sentirlo. Qualunque cosa io sia, sono affezionata. So di esserlo. Non lo direi se non ne fossi sicura. Domandalo a Peggotty. Non dubito che ti dirą che sono affezionata.»

       «Una pura debolezza, per quanto grande, Clara,» rispose il signor Murdstone, «non ha il minimo peso per me. Sprechi il tuo fiato.»

       «Ti prego, torniamo a essere amici,» disse mia madre. «Non potrei vivere nella freddezza e nel disamore. Sono cosď angosciata. Ho moltissimi difetti, lo so, ed Ź veramente bello da parte tua, Edward, cercare di correggermeli con la tua forza. Jane, non ti rivolgo alcun rimprovero. Mi si spezzerebbe il cuore se pensassi a lasciarmi...» Mia madre era troppo sopraffatta per poter continuare.

       «Jane Murdstone,» disse il signor Murdstone alla sorella, «ogni parola aspra fra noi Ź, lo spero, inconsueta. Non Ź mia colpa se Ź avvenuto stasera un incidente cosď eccezionale. Ci sono stato trascinato da altri. E non Ź tua colpa. Anche tu vi sei stata trascinata da altri. Cerchiamo entrambi di dimenticarlo. E poiché questa,» aggiunse dopo tali magnanime parole, «non Ź una scena adatta per il ragazzo... David, va a letto!»

       Potei a mala pena trovare la porta attraverso le lacrime che mi riempivano gli occhi. Ero pieno di angoscia per le pene di mia madre; ma trovai a tentoni la strada per uscire e a tentoni raggiunsi nel buio la mia camera, senza aver nemmeno il coraggio di dar la buona notte a Peggotty o di chiederle una candela. Quando lei venne a vedermi, circa un'ora dopo, mi svegliė, mi disse che mia madre era andata a letto in uno stato pietoso e che il signore e la signorina Murdstone erano rimasti su.

       Il mattino dopo, nello scendere piĚ presto del solito, mi fermai davanti alla porta del salotto per ascoltare la voce di mia madre. Stava sollecitando, con gran calore e umilmente, il perdono della signorina Murdstone; questa dama lo concesse e avvenne una perfetta riconciliazione. In seguito non sentii piĚ mia madre esprimere un'opinione su qualsiasi argomento senza aver prima fatto appello alla signorina Murdstone o senza essersi accertata in modo sicuro di quali fossero le opinioni della signorina Murdstone in proposito; e non vidi mai la signorina Murdstone, quando era fuori di sé (in questo senso non era molto ferma), volger la mano alla sua sacca come se volesse prender le chiavi e far mostra di restituirle a mia madre senza veder mia madre terribilmente atterrita.

       La scura tinta propria del sangue dei Murdstone rendeva tetra anche la loro religione, che era austera e spietata. Ho pensato in seguito che questo suo carattere era una necessaria conseguenza della fermezza del signor Murdstone, la quale non gli permetteva di risparmiare ad alcuno il massimo peso dei piĚ severi castighi se solo poteva trovare un pretesto per farlo. Sia come sia, ricordo bene con quali tremendi volti solevamo andare in chiesa e come fosse mutato il clima del luogo. Ecco che giunge ancora la paventata domenica ed io mi infilo per primo nel vecchio banco come un prigioniero sorvegliato a vista e condotto a un lavoro forzato. Ecco ancora la signorina Murdstone in abito di velluto nero, che sembra ricavato da un drappo mortuario, seguirmi da vicino; poi mia madre; infine suo marito. Non c'Ź Peggotty, adesso, come nel tempo andato. Ancora odo la signorina Murdstone borbottare le risposte mettendo una particolare enfasi nelle parole terribili con un gusto crudele. Ancora vedo i suoi occhi neri fare il giro della chiesa quando dice «miserabili peccatori» come se chiamasse per nome tutti i membri della congregazione. Ancora rivolgo qualche rara occhiata a mia madre, che muove timidamente le labbra fra quei due, con uno di loro che le brontola in ogni orecchio come un basso tuono. Ancora mi domando con improvvisa paura se Ź possibile che il nostro buon vecchio parroco sia in errore e il signore e la signorina Murdstone nel giusto, e che tutti gli angeli del cielo possano star distruggendo altri angeli. Ancora, se muovo un dito o rilasso un muscolo del mio volto, la signorina Murdstone mi pungola col suo libro di preghiere facendomi dolere il fianco.

       Sď, e ancora, mentre torniamo a casa, noto alcuni vicini che guardano mia madre e me e bisbigliano fra loro. Ancora, mentre i tre vanno avanti sottobraccio e io rimango indietro da solo, seguo alcuni di quegli sguardi e mi domando se realmente il passo di mia madre non sia piĚ lieve come l'ho sempre visto, e se davvero la sua gaiezza e la sua bellezza non siano state quasi cancellate. Ancora mi domando se qualcuno dei vicini si ricorda, al pari di me, come eravamo soliti tornare a casa, lei e io; e continuo a meditare stupidamente su questo per tutta la tetra e funerea giornata.

       C'eran stati discorsi occasionali sull'opportunitą di mandarmi in collegio. Li avevano iniziati il signore e la signorina Murdstone, e mia madre, naturalmente, era stata d'accordo con loro. Comunque nulla era stato deciso su questo. E frattanto prendevo lezioni in casa.

       Potrė mai dimenticare quelle lezioni? Nominalmente erano presiedute da mia madre, ma in realtą dal signor Murdstone e da sua sorella, che erano sempre presenti e trovavano in esse un'occasione favorevole per darle lezioni di quella cosiddetta fermezza che era il flagello delle nostre due vite. Credo che mi tenessero in casa solo per questo. Ero stato abbastanza pronto a imparare, e lo facevo volentieri, finché mia madre e io eravamo vissuti da soli insieme. Posso ricordare in confuso quando imparavo l'alfabeto sulle sue ginocchia. Ancor oggi, quando guardo i grossi caratteri neri del sillabario, l'imbarazzante novitą delle loro forme, la facile bonomia delle O, delle Q e delle S, mi sembrano ripresentarsi ai miei occhi come allora. Ma non risvegliano in me alcun sentimento di disgusto né di riluttanza. Al contrario, mi sembra di aver camminato lungo un sentiero fiorito fino al libro dei coccodrilli, e di essere stato confortato per tutta la via dalla voce gentile, dai dolci modi di mia madre. Ma queste solenni lezioni che seguirono, le ricordo come un colpo mortale alla mia pace, una fatica ingrata e opprimente, una quotidiana disperazione. Erano lunghissime, numerose, difficili - alcune assolutamente incomprensibili per me - e in genere ne ero disorientato come credo lo fosse la mia stessa povera mamma.

       Lasciatemi ricordare come erano di solito, e riandare a una di quelle mattine.

       Entro nel secondo salotto dopo colazione, con i miei libri, un quaderno e una lavagna. Mia madre Ź gią pronta per me alla sua scrivania, ma non certo pronta, nemmeno per metą, come lo Ź il signor Murdstone nella sua poltrona presso la finestra (sebbene pretenda di leggere un libro) o la signorina Murdstone, che siede accanto a mia madre, intenta a infilare perline di acciaio. La sola vista di quei due ha una tale influenza su di me che comincio a sentirmi sfuggir via le parole raccolte con tanta pena nella mia testa, e andarsene non so dove. Frattanto mi domando: dove saranno andate?

       Porgo il primo libro a mia madre. Forse Ź una grammatica, forse un libro di storia o di geografia. Do un'ultima occhiata da naufrago alla pagina mentre lo metto nella sua mano, e scatto a voce alta e a passo di corsa finché l'ho fresca in mente. Incespico su una parola. Il signor Murdstone alza gli occhi. Incespico su di un'altra parola. La signorina Murdstone alza gli occhi. Divento rosso, ruzzolo sopra una mezza dozzina di parole e mi fermo. Penso che mi madre mi mostrerebbe il libro se osasse, ma non osa e dice dolcemente:

       «Oh, Davy, Davy!»

       «Andiamo, Clara,» dice il signor Murdstone, «sii energica con il ragazzo. Non dire ‹Oh, Davy, Davy!› ť infantile. O sa la lezione o non la sa.»

       «Non la sa,» interviene paurosamente la signorina Murdstone.

       «Temo proprio che non la sappia,» dice mia madre.

       «Allora vedi, Clara,» risponde la signorina Murdstone, «dovresti restituirgli il libro e costringerlo a impararla.»

       «Sď, certo,» dice mia madre, «Ź proprio quello che intendevo fare, mia cara Jane. Su, Davy, prova ancora una volta e non fare lo stupido.»

       Obbedisco alla prima parte dell'ingiunzione provando ancora una volta, ma non ho egual successo quanto alla seconda, perché sono realmente istupidito. Incespico prima ancora di arrivare al punto di prima, un passo che prima avevo saputo benissimo, e mi fermo a pensare. Ma non posso pensare alla lezione. Penso a quante iarde di filo sono intrecciate nella cuffia della signorina Murdstone, o al costo della veste da camera del signor Murdstone, o a ridicoli problemi di questo genere con cui non ho nulla a che fare e dei quali non ho alcun desiderio di occuparmi. Il signor Murdstone fa un gesto di impazienza che io mi aspetto da tempo. La signorina Murdstone lo imita. Mia madre rivolge loro un'occhiata sottomessa, chiude il libro e lo mette da parte come un arretrato da riprendere quando avrė finito gli altri compiti.

       Presto questi arretrati formano una pila che aumenta a palla di neve. E quanto piĚ ingrossa piĚ io istupidisco. Il caso Ź cosď disperato e io sento di avvoltolarmi in un tale pantano di assurditą che rinuncio a ogni idea di uscirne e mi abbandono al mio fato. L'aria desolata con cui mia madre e io ci guardiamo l'un l'altro mentre io continuo a prender cantonate Ź una vera tristezza. Ma il momento piĚ drammatico di queste miserande lezioni Ź quando mia madre (pensando di non essere osservata da alcuno) cerca di darmi l'imbeccata muovendo appena le labbra. Nell'istante stesso la signorina Murdstone, che non ha aspettato altro per tutto quel tempo, dice con voce profonda e ammonitrice: «Clara!»

       Mia madre sussulta, diventa rossa e sorride debolmente. Il signor Murdstone si alza dalla poltrona, prende il libro, me lo tira addosso o me lo dą sulle orecchie e mi spinge fuori dalla stanza per le spalle.

       Anche quando le lezioni sono finite, il peggio deve ancora venire sotto forma di uno spaventevole problema. ť stato inventato per me e mi viene enunciato oralmente dal signor Murdstone; comincia: «Se vado in una fabbrica di formaggi e compro cinquemila forme di doppio-Gloucester a quattro pence e mezzo l'una, pagamento a contanti...» Al che vedo la signorina Murdstone illuminarsi segretamente di gioia. Mi lambicco il cervello su questi formaggi senza alcun risultato né alcuna luce fino all'ora di pranzo, quando, dopo essermi ridotto un mulatto a forza di empire i pori della mia pelle con la polvere della lavagna, ho una fetta di pane per aiutarmi a venir fuori da tutto quel cacio, e sono considerato in disgrazia per tutto il resto della giornata.

       Mi sembra, a questa distanza di tempo, che i miei disgraziati studi avessero in genere questo andamento. Sarei andato molto bene se non ci fossero stati i Murdstone; ma l'influenza di quei due agiva su di me come il fascino di due serpenti su di uno sciagurato uccelletto. Anche quando riuscivo a superare la mattinata in modo passabile, non ci guadagnavo gran che oltre il pranzo; perché la signorina Murdstone non sopportava di vedermi disoccupato e se io imprudentemente mostravo di non aver nulla da fare, richiamava su di me l'attenzione di suo fratello dicendo: «Clara, mia cara, non c'Ź niente come il lavoro... dą un esercizio a tuo figlio»; cosa che mi faceva immediatamente precipitare in qualche nuovo cimento. Quanto a divertirmi un po' con i bambini della mia etą, mi capitava assai di rado; perché la tetra teologia dei Murdstone considerava tutti i ragazzi una torma di piccole vipere (sebbene ci fu una volta un fanciullo, fra i Discepoli) e riteneva che si contaminassero a vicenda.

       Il naturale risultato di questo trattamento, continuato, mi sembra, per sei mesi o piĚ, fu di rendermi tetro, ottuso e ostinato. E non meno mi rese tale il senso di essere ogni giorno piĚ escluso e alienato da mia madre. Credo che sarei giunto quasi all'idiozia se non fosse stato per una circostanza.

       E fu questa. Mio padre aveva lasciato una piccola raccolta di libri in una stanzetta del piano di sopra, alla quale avevo libero accesso (dato che era attigua alla mia) e che non venne mai violata da nessun altro di casa. Da quel benedetto stanzino vennero fuori Roderik Random, Peregrine Pickle, Humphrey Clinker, Tom Jones, il Vicario di Wakefield, Don Chisciotte, Gil Blas e Robinson Crusoe, glorioso esercito, per tenermi compagnia. Mantennero in vita la mia fantasia e la mia speranza in qualche cosa oltre quel luogo e quel tempo - essi e le Mille e una notte e i Racconti dei genii - e non mi fecero alcun danno; perché, qualunque cosa di male potesse esserci in alcuni, non era tale per me: non la capivo. Mi stupisce, adesso, come trovassi il tempo, in mezzo ai miei arrovellamenti e brancolamenti su ardui temi, di leggere quei libri, come feci. Ed Ź strano come riuscissi a consolarmi dei miei piccoli guai (che erano guai grossi per me) impersonando in essi i miei personaggi preferiti - come feci - e mettendo il signore e la signorina Murdstone in quelli malvagi, come feci egualmente. Sono stato Tom Jones (un Tom Jones da fanciulli, una creatura innocente) per tutta una settimana. Ho sostenuto una mia personale interpretazione di Roderick Random per un mese intero, credo. Lessi con aviditą alcuni volumi di Viaggi per mare e per terra - adesso ho dimenticato quali - che erano su quegli scaffali; e ricordo che per giorni e giorni mi aggirai per la regione a me concessa nella nostra casa armato della parte centrale di un vecchio paio di forme da stivali: perfetta realizzazione di Capitan Qualcuno della Reale Marina Britannica, in pericolo di essere circondato dai selvaggi e deciso a vender cara la propria vita. Il Capitano non perse mai la sua dignitą per il fatto di essere colpito sulle orecchie da una grammatica latina. Io sď, ma il Capitano era un Capitano e un eroe, a dispetto di tutte le grammatiche di tutti i linguaggi del mondo, morti o vivi.

       Fu questo il mio unico e costante conforto. Quando ci penso, mi torna sempre a mente il quadro di una sera d'estate, con i ragazzi che giocano nel cimitero e io seduto sul letto, intento a leggere come se fosse questione di vita o di morte. Ogni fienile dei dintorni, ogni pietra della chiesa, ogni palmo del cimitero avevano nella mia mente qualche associazione connessa con quei libri e rappresentava una localitą resa da essi famosa. Ho visto Tom Pipes arrampicarsi sul campanile; ho osservato Strap, con la bisaccia sulle spalle, fermarsi a riposare davanti al portello; e so che il commodoro Trunnion tenne quella riunione col signor Pickle nella sala della birreria del nostro piccolo villaggio.

       Il lettore conosce adesso, al pari di me, chi fossi quando giunsi a quel punto della mia storia giovanile a cui sto per fare ritorno.

       Un mattino, quando entrai nel salotto con i miei libri, trovai mia madre piena d'ansia nel volto, la signorina Murdstone con un'aria ferma e il signor Murdstone che legava qualche cosa all'estremitą di una bacchetta, una bacchetta corta e sottile che smise di legare quando entrai e fece volteggiare sibilando nell'aria.

       «Ti ripeto, Clara,» disse il signor Murdstone, «che sono stato frustato piĚ volte io stesso.»

       «Certo, Ź naturale,» disse la signorina Murdstone.

       «Sicuro, mia cara Jane,» balbettė docile mia madre. «Ma... pensi che abbia fatto bene a Edward?»

       «Pensi che gli abbia fatto male, Clara?» chiese con gravitą il signor Murdstone.

       «Questo Ź il punto,» affermė sua sorella.

       Al che mia madre rispose: «Certo, mia cara Jane,» e non disse altro.

       Fui in apprensione di essere personalmente interessato in questo dialogo e cercai l'occhio del signor Murdstone mentre lampeggiava sul mio.

       «Bene, David,» disse - e gli vidi ancora quell'occhiata dura mentre parlava - «oggi devi essere molto piĚ attento del solito.» Fece nuovamente volteggiare la bacchetta con un altro sibilo, e, finiti questi preparativi, se la mise a fianco con uno sguardo espressivo e prese il suo libro.

       Come inizio, era un buon stimolante per la mia presenza di spirito. Sentii che le parole della mia lezione mi filavano via non gią una per una, o riga per riga, ma a intere pagine. Tentai di trattenerle, ma pareva, se cosď posso esprimermi, che avessero messo i pattini e scivolassero via da me con una scorrevolezza inarrestabile.

       Cominciammo male e proseguimmo peggio. Ero entrato con l'idea di fare una bella figura, convinto di essere ben preparato; ma risultė che mi ero sbagliato completamente. I libri si accumularono l'uno dopo l'altro sulla pila dei fallimenti, mentre la signorina Murdstone ci teneva fermamente d'occhio per tutto il tempo. E quando arrivammo ai cinquemila formaggi (che quel giorno, ricordo, trasformė in bacchette), mia madre scoppiė in lacrime.

       «Clara!» disse la signorina Murdstone con la sua voce ammonitrice.

       «Credo di non star troppo bene, mia cara Jane,» rispose mia madre.

       Vidi lui dare un'occhiata solenne a sua sorella mentre si alzava prendendo la bacchetta e dicendo:

       «Suvvia, Jane, non possiamo aspettarci che Clara sopporti con perfetta fermezza, la pena e il tormento che David le ha procurato quest'oggi. Sarebbe stoicismo. Clara ha fatto progressi e si Ź molto rafforzata, ma non possiamo pretendere tanto da lei. David, noi due andremo di sopra, vieni, ragazzo.»

       Mentre lui mi spingeva fuori della porta, mia madre corse verso di noi. La signorina Murdstone esclamė: «Clara! Sei una perfetta sciocca?» e si interpose. Vidi mia madre chiudersi le orecchie e la sentii piangere.

       Mi portė su nella mia stanza, lento e solenne - sono sicuro che provava un piacere in questa ufficiale ostentazione di giustizia esecutiva - e, quando fummo lą, mi prese improvvisamente la testa sotto il braccio.

       «Signor Murdstone! Signore!» gridai. «No! Vi prego non picchiatemi! Ho cercato di imparare, signore, ma non posso farlo quando voi e la signorina Murdstone siete lą. Non posso proprio.»

       «Non puoi proprio, David?» disse. «Proveremo con questo.»

       Mi teneva la testa come in una morsa, ma io mi torsi in qualche modo e lo fermai per un momento supplicandolo di non percuotermi. Ma fu solo un momento, perché un attimo dopo mi colpď forte e nello stesso istante gli presi in bocca la mano con cui mi teneva, la strinsi fra i denti e morsi a fondo. Mi sento ancora allegare i denti a pensarci.

       Allora colpď come se avesse voluto battermi a morte. Al di sopra di tutto il baccano che facevamo, udii un gran correre su per le scale e le loro grida: sentii mia madre che urlava, e Peggotty. Poi lui scomparve e la porta fu chiusa a chiave dal di fuori; e io ero disteso sul pavimento, caldo e febbricitante, pesto, dolorante e furioso per quanto potessi.

       Come ricordo bene, quando mi fui calmato, quell'innaturale quiete che sembrava regnare su tutta la casa! Come ricordo bene, appena il bruciore e la furia cominciarono a raffreddarsi, quanto mi sentii disgraziato!

       Rimasi in ascolto per parecchio tempo, ma non si udiva alcun rumore. Mi tirai su dal pavimento e mi vidi la faccia nello specchio, cosď gonfia, brutta e congestionata che quasi mi fece paura. I solchi delle frustate mi davano acute fitte e mi strappavano nuovi gemiti a ogni mossa. Ma non erano nulla a confronto con il senso di colpa che provavo. Mi gravava sul cuore con una maggiore oppressione che se fossi stato, oso dire, il piĚ atroce dei criminali.

       Era cominciato a imbrunire e io avevo chiuso la finestra (ero stato lď per la maggior parte del tempo, con la testa appoggiata al davanzale un po' piangendo, un po' sonnecchiando e un po' guardando svogliatamente fuori), quando la chiave girė nella serratura e la signorina Murdstone entrė con un po' di pane e carne e del latte. Li pose sul tavolo senza dir parola, fissandomi frattanto con esemplare fermezza, e poi si ritirė chiudendo a chiave la porta dietro di sé.

       Era gią buio da un pezzo, e io me ne stavo lď seduto domandandomi se sarebbe venuto qualcun altro. Quando la cosa apparve improbabile, almeno per quella notte, mi spogliai e andai a letto; e lď cominciai a domandarmi con apprensione che cosa sarebbe avvenuto di me. Era un atto criminale quello che avevo commesso? Sarei stato arrestato e messo in prigione? Ero addirittura in pericolo di venire impiccato?

       Non dimenticherė mai il mio risveglio il mattino dopo; il mio sentirmi allegro e fresco nel primo momento e poi il ripiombare nella squallida e tetra oppressione del ricordo. La signorina Murdstone ricomparve prima che mi fossi alzato, mi disse, con le sole parole necessarie, che ero libero di passeggiare in giardino per una mezz'ora e non piĚ, e si ritirė lasciando la porta aperta perché potessi valermi di quella concessione.

       Ne approfittai e cosď feci ogni mattina della mia prigionia, che durė cinque giorni. Se avessi potuto vedere mia madre da sola, mi sarei gettato in ginocchio davanti a lei implorando il suo perdono; ma per tutto quel tempo non vidi alcuno, salvo la signorina Murdstone ed eccettuato il momento delle preghiere serali in salotto, alle quali ero scortato dalla signorina Murdstone dopo che tutti gli altri avevano preso posto: lď io me ne stavo, piccolo fuorilegge, tutto solo presso la porta, e di lą ero solennemente condotto via dal mio carceriere prima che alcuno si alzasse dalla sua devota posa. Notai solo che mia madre era il piĚ lontano possibile da me e voltava il viso da un'altra parte cosď che non potei mai vederglielo; e che la mano del signor Murdstone era avvolta in una larga benda di lino.

       Non potrei dare ad alcuno un'idea di quanto furono lunghi quei cinque giorni: nel mio ricordo occupano uno spazio di anni. Il modo con cui stavo in ascolto di tutti gli avvenimenti della casa che potessero essere per me udibili: lo squillo dei campanelli, l'aprirsi e chiudersi delle porte, il mormorio delle voci, i passi sulle scale; e poi ogni risata, o fischiettďo, o canto, lą fuori, che sembravano piĚ tristi di ogni altra cosa nella mia solitudine e nella mia disgrazia; e l'incerto passaggio delle ore, specialmente di notte, quando mi svegliavo credendo che fosse mattino e mi accorgevo che la famiglia non era ancora andata a letto e che l'intera notte doveva ancora venire; gli smorti sogni e gli incubi che avevo; il ritorno del mattino, del mezzogiorno, del pomeriggio, della sera, quando ď ragazzi giocavano nel cimitero e io li guardavo di lontano dall'interno della mia stanza vergognandomi di mostrarmi alla finestra per tema che si accorgessero della mia prigionia; la strana sensazione di non sentirmi parlare; i fuggevoli intervalli di qualche cosa di simile alla gaiezza che veniva col mangiare e col bere e se ne andava con essi; la caduta della pioggia, una sera, con un fresco odore, e il suo scrosciare sempre piĚ fitto fra me e la chiesa, finché quella pioggia stessa e la notte che avanzava parvero soffocarmi nel buio, nella paura e nel rimorso: tutto questo mi sembra essersi ripetuto e ripetuto per anni invece che per giorni tanto vivamente e profondamente mi Ź rimasto impresso nella memoria.

       L'ultima notte della mia prigionia, fui svegliato udendo pronunciare in un sussurro il mio nome. Balzai a sedere sul letto e, tendendo le braccia nel buio, dissi:

       «Sei tu, Peggotty?»

       Non ci fu risposta immediata ma, poco dopo, udii ancora il mio nome, in un tono cosď misterioso e imponente che, credo, sarei uscito di me se non mi fosse venuto in mente che doveva provenire dal buco della serratura.

       Raggiunsi a tastoni la porta e, avvicinando le labbra alla serratura, bisbigliai:

       «Sei tu, cara Peggotty?»

       «Sď, Davy, tesoro mio,» rispose. «Ma fa piano come un topo, se no il gatto ci sentirą.»

       Capii che alludeva alla signorina Murdstone, e mi resi conto della gravitą del caso perché la sua stanza era attigua alla mia.

       «Come sta la mamma, cara Peggotty? ť molto arrabbiata con me?»

       Potei sentire Peggotty che piangeva sommessa di lą dalla porta, come facevo io al di qua, prima di rispondere: «No, non molto.»

       «Che cosa vogliono fare di me, Peggotty? Lo sai?»

       «Collegio. Vicino a Londra,» fu la risposta di Peggotty. Dovetti farglielo ripetere perché la prima volta mi aveva parlato quasi in gola essendomi dimenticato di toglier la bocca dal buco della serratura e mettervi l'orecchio; e, sebbene sentissi solleticarmi le labbra dalle sue parole, non potevo udirle.

       «Quando, Peggotty?»

       «Domani.»

       «Per questo la signorina Murdstone ha tolto i miei abiti dai cassetti?» Lo aveva fatto, in realtą, benché abbia dimenticato di farne cenno.

       «Sď,» disse Peggotty. «Valigia.»

       «Potrė vedere la mamma?»

       «Sď,» rispose Peggotty. «Domani.»

       Allora Peggotty incollė la bocca al buco della serratura e vi fece passare attraverso queste parole con un sentimento e un ardore quali mai passarono, oso dire, attraverso un buco di serratura: sparando ogni frase, breve e spezzata, in uno scoppiettďo convulso suo proprio.

       «Davy, caro. Se non ti sono rimasta azzatamente vicina... negli ultimi tempi, come facevo prima... non Ź stato perché non ti voglia bene. Te ne voglio ancora e anche di piĚ, piccolo mio. Ma perché ho pensato che era meglio per te. E anche per qualcun altro. Davy, amore, mi ascolti? Puoi sentirmi?»

       «S-s-s-sď, Peggotty!» singhiozzai.

       «Amor mio!» disse Peggotty con compassione infinita. «Quello che ti voglio dire Ź... che non devi mai dimenticarmi... Perché io non ti dimenticherė mai... E mi prenderė molta cura della tua mamma, Davy... quanta ne ho presa sempre di te... E non la lascerė... Forse verrą il giorno in cui sarą felice di posare ancora la sua povera testa... sul braccio della sua stupida, bisbetica vecchia Peggotty... E ti scriverė, caro... anche se non sono istruita... E io... io...» Peggotty si mise a baciare la serratura non potendo baciare me.

       «Grazie, cara Peggotty!» dissi. «Oh, grazie, grazie! Vuoi promettermi una cosa, Peggotty? Vorrai scrivere al signor Peggotty, e alla piccola Emily, e alla signora Gummidge e a Ham per dirgli che non sono cosď cattivo come possono credere, e che gli mando tutto il mio amore... specialmente alla piccola Emily? Lo farai, Peggotty? Ti prego!»

       Quell'anima buona promise e tutti e due baciammo il buco della serratura con il piĚ profondo affetto. Ricordo che lo accarezzai come se fosse stato il suo onesto volto... e ci separammo. Da quella notte sorse nel mio petto, verso Peggotty, un sentimento che non so definire bene. Ella non sostituď mia madre; nessuno avrebbe potuto farlo; ma occupė uno spazio del mio cuore, che si richiuse su di lei, e io provai per lei qualche cosa che non ho piĚ provato per nessun essere umano. Era anche una sorta di comico affetto; e tuttavia, se fosse morta, non posso pensare che cosa avrei fatto o come avrei potuto rappresentare praticamente la tragedia che sarebbe stata per me.

       Al mattino la signorina Murdstone comparve come il solito e mi disse che dovevo andare in collegio, cosa che per me non era la novitą che supponeva. Mi avvertď anche che, appena vestito, dovevo scendere in salotto per far colazione. Lą trovai mia madre, molto pallida e con gli occhi rossi: corsi nelle sue braccia e le chiesi perdono per la mia anima dolente.

       «Oh, Davy!» disse. «Come hai potuto offendere una persona che amo? Cerca di essere migliore, prega per essere migliore! Io ti perdono; ma sono cosď addolorata, Davy, che tu abbia cosď cattivi sentimenti nel cuore.»

       Erano riusciti a convincerla che ero un cattivo soggetto, ed ella era piĚ angosciata per questo che per la mia partenza. Lo sentii penosamente. Tentai di mangiare la mia ultima colazione, ma le lacrime caddero sul pane imburrato e scivolarono nel tŹ. Vidi mia madre guardarmi ogni tanto, e poi dare un'occhiata alla vigile signorina Murdstone e poi abbassare lo sguardo o volgerlo altrove.

       «Portate la cassetta del signorino Copperfield!» ordinė la signorina Murdstone quando si udď un rumore di ruote al cancello.

       Cercai con gli occhi Peggotty, ma non c'era; né lei né il signor Murdstone si fecero vedere. La mia vecchia conoscenza, il corriere, era alla porta; la cassetta fu portata alla sua vettura e vi fu issata.

       «Clara!» disse la signorina Murdstone col suo tono ammonitore.

       «Sono pronta, mia cara Jane,» rispose mia madre. «Addio Davy. Tu parti per il tuo bene. Addio, bambino mio. Tornerai a casa per le vacanze e diventerai piĚ buono.»

       «Clara!» ripeté la signorina Murdstone.

       «Certo, mia cara Jane,» rispose mia madre, che mi tratteneva. «Io ti perdono, mio caro bambino. Dio ti benedica.»

       «Clara!» ammonď ancora la signorina Murdstone.

       La signorina Murdstone fu cosď buona da accompagnarmi al carro e da dirmi, per via, di sperare che mi sarei pentito prima di andare a finir male; dopo di che salii sul veicolo e il pigro cavallo si avviė trascinandoselo dietro.

 

V • SONO MANDATO VIA DA CASA

 

 

 

       Potevamo aver fatto un mezzo miglio, e il mio fazzoletto era tutto inzuppato, quando il corriere fermė brusco.

       Nel guardar fuori per sapere perché, vidi, con mio gran stupore, Peggotty sbucare da un cespuglio e arrampicarsi sul carro. Mi prese fra le braccia e mi strinse contro il suo busto finché la pressione sul mio naso divenne estremamente dolorosa, sebbene badassi a questo solo piĚ tardi, quando me lo sentii molto sensibile. Peggotty non disse una sola parola. Liberato un braccio, se lo ficcė fino al gomito in una tasca e ne tirė fuori dei cartocci di dolci, che mi cacciė nelle tasche, e un borsellino, che mi mise in mano; ma non pronunciė verbo. Dopo una seconda e definitiva stretta con entrambe le braccia, scese dalla vettura e corse via; e, credo e ho sempre creduto, senza un sol bottone sul suo vestito. Ne presi uno, fra i parecchi che erano rotolati tutt'intorno, e lo conservai gelosamente come ricordo per molto tempo.

       Il corriere mi guardė come per chiedermi se sarebbe tornata. Scossi la testa e dissi che pensavo di no. «Allora avanti,» disse al pigro cavallo, che proseguď secondo il comando.

       Poiché, nel frattempo, avevo pianto tutte le mie lacrime, cominciai a pensare che non sarebbe servito a nulla piangere ancora, considerando in particolare che né Roderick Random né il Capitano della Reale Marina Britannica avevano mai pianto, per quanto potessi ricordare, in situazioni difficili. Il corriere, vedendomi cosď risoluto, mi propose di stendere il fazzoletto ad asciugare sul dorso del cavallo. Lo ringraziai e consentii; e, cosď disteso, il fazzoletto mi parve stranamente piccolo.

       Adesso avevo tutto il tempo per esaminare il borsellino. Era di cuoio rigido, con lo scatto, e vi erano dentro tre brillanti scellini, che evidentemente Peggotty aveva lucidato col bianchetto per mia maggior gioia. Ma il suo contenuto piĚ prezioso erano due mezze corone avvolte in un foglietto su cui era scritto, per mano di mia madre: «A Davy, con tutto il mio amore.» Ne fui cosď sopraffatto che chiesi al corriere di essere cosď gentile da porgermi ancora il fazzoletto; ma lui mi disse che, a parer suo, era meglio farne a meno, e io pensai che in realtą era meglio cosď; mi asciugai gli occhi con la manica e la smisi.

       La smisi sul serio, per quanto, in conseguenza delle mie precedenti emozioni, fossi preso ogni tanto da una crisi di singhiozzi. Dopo che fummo andati avanti traballando per un po' di tempo, domandai al corriere se mi avrebbe accompagnato per tutto il viaggio.

       «Tutto il viaggio fin dove?» chiese lui.

       «Fin lą,» dissi io.

       «Lą dove?» chiese ancora il corriere.

       «Vicino a Londra,» risposi.

       «Accidenti!» esclamė il corriere. «Questo cavallo,» e diede una strappata alle redini per indicarlo, «cadrebbe piĚ morto di un maiale affumicato prima di aver fatto metą della strada.»

       «Allora mi portate solo fino a Yarmouth?» domandai.

       «In quei paraggi,» rispose. «Lą ti porterė alla diligenza e la diligenza ti porterą... dove devi andare.»

       Poiché era stato questo un discorso lunghissimo per il corriere (che si chiamava signor Barkis) - il quale, come ho fatto notare in un precedente capitolo, era di temperamento flemmatico e per nulla discorsivo - gli offrii una focaccetta come segno di attenzione, e lui se la mangiė in un boccone, esattamente come avrebbe fatto un elefante, e senza mostrare sul suo grosso viso un'espressione piĚ viva di quella che un elefante avrebbe potuto mostrare.

       «Ohé, li ha fatti lei?» chiese il signor Barkis, sempre piegato in avanti, con quel suo fare ciondolante, sul predellino della vettura, con un braccio su ciascun ginocchio.

       «Volete dire Peggotty, signore?»

       «Ah!» esclamė il signor Barkis. «Proprio lei.»

       «Sď. Fa lei tutta la nostra pasticceria e si incarica di tutto in cucina.»

       «Senti, senti.»

       Atteggiė le labbra come se volesse mettersi a fischiettare, ma non fischiettė. Rimase seduto contemplando le orecchie del cavallo, come se ci vedesse qualche cosa di nuovo, e se ne stette cosď per un bel pezzo. Poi disse di sfuggita: «Niente spasimanti, immagino.»

       «Croccanti avete detto, signor Barkis?» Perché pensavo che volesse mangiare qualche altro dolce e avesse specificamente alluso a questo genere di ghiottonerie.

       «Spasimanti,» ripeté il signor Barkis. «Innamorati; non c'Ź nessuno che va con lei?»

       «Con Peggotty?»

       «Ah!» disse. «Proprio lei.»

       «Oh, no. Non ha mai avuto innamorati.»

       «Davvero? Perė!» esclamė il signor Barkis.

       Di nuovo atteggiė le labbra a fischiettare e di nuovo non fischiettė, ma rimase seduto a contemplar le orecchie del cavallo.

       «E cosď,» continuė il signor Barkis dopo un lungo intervallo di meditazione, «lei fa tutte le torte con le mele e bada a tutto in cucina, va bene?»

       Risposi che cosď stavano i fatti.

       «Be', ti dirė una cosa,» disse il signor Barkis. «Puė darsi che tu le scriva?»

       «Certo che le scriverė,» risposi.

       «Ah!» disse lui volgendo lentamente gli occhi verso di me. «Be', se ti capita di scriverle, forse ti ricorderai di dirle che Barkis Ź pronto; te ne ricorderai?»

       «Che Barkis Ź pronto?» ripetei innocentemente. «ť tutto qui il messaggio?»

       «S-s-ď,» rispose con aria meditativa. «S-s-ď. Barkis Ź pronto.»

       «Ma voi sarete di ritorno a Blunderstone domani, signor Barkis,» obiettai, balbettando un poco all'idea che l'indomani sarei stato molto lontano di lą, «e potrete farle avere molto meglio il vostro messaggio.»

       Comunque, visto che rifiutava questo suggerimento scuotendo la testa e confermava la sua precedente richiesta dicendo con profonda gravitą: «‹Barkis Ź disposto›. Il messaggio Ź questo,» io fui pronto a incaricarmi della sua trasmissione. Mentre aspettavo la diligenza nell'albergo di Yarmouth quel pomeriggio stesso, mi procurai un foglio e un calamaio e scrissi a Peggotty un biglietto che suonava cosď: «Mia cara Peggotty. Sono arrivato qui sano e salvo. Barkis Ź pronto. Tutto il mio affetto alla mamma. Il tuo affezionato. P.S. Lui dice che vuole che tu lo sappia particolarmente: Barkis Ź pronto.»

       Quando mi fui assunto questo incarico per il futuro, il signor Barkis ricadde in un perfetto silenzio; e io, completamente spossato da tutto ciė che era avvenuto negli ultimi tempi, mi abbandonai su di un sacco nel carro e mi addormentai. Dormii profondamente finché raggiungemmo Yarmouth, che mi apparve cosď totalmente nuova e strana nel cortile dell'albergo a cui ci fermammo, che subito abbandonai una latente speranza di incontrarmi lď con qualcuno della famiglia del signor Peggotty, forse addirittura con la piccola Emily.

       La diligenza era nel cortile, tutta brillante, ma ancora senza i cavalli; e, in quelle condizioni, sembrava che nulla fosse piĚ inverosimile del fatto che potesse mai arrivare a Londra. Stavo pensando a questo e domandandomi dove sarebbe andata a finire la mia cassetta, che il signor Barkis aveva tirato giĚ e lasciato sul lastricato, presso il timone della diligenza (proseguendo poi lungo il cortile per voltare il suo veicolo) e anche dove sarei andato a finire io stesso, quando una signora si sporse da un bovindo dove erano appesi certi polli e pezzi di carne, e chiese:

       «ť questo il signorino che viene da Blunderstone?»

       «Sď, signora,» dissi.

       «Il vostro nome?» chiese lei.

       «Copperfield, signora,» risposi.

       «Non torna,» ribatté lei. «Qui non Ź stato prenotato nessun pranzo a questo nome.»

       «ť forse Murdstone, signora?» dissi.

       «Se siete il signorino Murdstone,» disse la signora, «perché mi avete dato prima un altro nome?»

       Le spiegai come stavano le cose, e lei suonė un campanello e ordinė: «William! conducilo in sala da pranzo!» al che un cameriere uscď di corsa dalla cucina, sul lato opposto del cortile, per condurmi, e parve molto sorpreso nel vedere che doveva condurre solo me.

       Era una grande sala con due grandi mappe alla parete. Non credo che avrei potuto sentirmi piĚ straniero a quel luogo se le mappe fossero state vere contrade lontane e io abbandonato in mezzo a esse. Mi parve di prendermi un'eccessiva libertą sedendomi, col berretto in mano, sull'estremitą della sedia piĚ vicina alla porta; e quando il cameriere stese una tovaglia apposta per me e vi mise sopra la saliera e l'oliera, credo di esser diventato tutto rosso dalla modestia.

       Mi portė delle costolette e dei legumi, togliendo il coperchio ai piatti in modo cosď brusco che temetti di averlo offeso in qualche modo. Ma lui mi rialzė notevolmente il morale avvicinando per me una sedia al tavolo e dicendo con grande affabilitą: «Coraggio, giovanotto, salta su.»

       Lo ringraziai e presi il mio posto a tavola; ma trovai estremamente difficile maneggiare il coltello e la forchetta con qualche cosa che assomigliasse alla destrezza o evitare di macchiarmi col sugo finché rimaneva piantato davanti a me fissandomi in faccia e facendomi arrossire nel modo piĚ pauroso ogni volta che incontravo i suoi occhi. Dopo avermi visto alla seconda costoletta disse:

       «C'Ź qui mezza pinta di birra per te. La vuoi subito?»

       Lo ringraziai e dissi «Sď.». Allora la versė da una brocca in un grande bicchiere e la tenne alzata contro luce per farla apparire piĚ brillante.

       «Anima mia!» esclamė. «Sembra un bel po', vero?»

       «Sembra proprio un bel po',» risposi sorridendo, perché ero felice di trovarlo cosď simpatico. Era un tipo dagli occhi ammiccanti e il volto pieno di foruncoletti, con i capelli ritti su tutta la testa; e, standosene lď con un braccio sul fianco mentre con l'altro teneva alto il bicchiere nella luce, aveva un'aria quanto mai amichevole.

       «C'era qui un signore, ieri,» disse, «un signore tarchiato, un certo Topsawyer... lo conosci, per caso?»

       «No,» dissi, «non credo»

       «In calzoncini e ghette, cappello a larghe tese, giacca grigia, cravattone picchiettato,» proseguď il cameriere.

       «No,» risposi io timidamente, «non ho il piacere...»

       «Venne qui,» continuė lui guardando il bicchiere contro luce, «ordinė un bicchiere di questa birra - volle ordinarla - io lo sconsigliavo - se la bevve e cadde morto. Era troppo vecchia per lui. Non bisognava spillarla, questo Ź il fatto.»

       Fui colpito a fondo nell'udire un cosď triste incidente e dissi che forse era meglio farmi avere un po' d'acqua.

       «Ma vedete,» disse il cameriere sempre guardando il bicchiere contro luce e tenendo un occhio chiuso, «ai nostri padroni non piace che la roba ordinata venga lasciata lď. Si sentono offesi. Se volete, la berrė io. Io ci sono abituato e l'abitudine Ź tutto. Non credo che mi farą male: basta che tiri indietro la testa e beva d'un fiato. Devo farlo?»

       Gli risposi che gli sarei stato molto obbligato se la beveva, purché pensasse di poterlo fare senza pericolo, ma solo a questa condizione. Quando lo vidi tirare indietro la testa e bere d'un fiato, confesso che ebbi una terribile paura che gli capitasse lo stesso destino del compianto signor Topsawyer e cadesse esanime sul tappeto. Ma non gli fece alcun male anzi, mi parve che stesse meglio di prima.

       «Che cosa abbiamo qui?» disse mettendomi una forchetta nel piatto. «Costolette per caso?»

       «Costolette,» dissi.

       «Dio mi benedica!» esclamė. «Non mi ero accorto che fossero costolette. Diamine, le costolette sono proprio quello che ci vuole per eliminare i brutti effetti di questa birra! Una vera fortuna!»

       Cosď con una mano prese una costoletta per l'osso e con l'altra una patata, e mangiė con ottimo appetito e con mia estrema soddisfazione. Dopo di ciė prese un'altra costoletta e un'altra patata, e infine ancora una costoletta e ancora una patata. Quando avemmo finito mi portė uno sformato e, dopo avermelo messo dinanzi, parve meditare e rimanere assorto per qualche momento.

       «Com'Ź il pasticcio?» chiese poi tornando in sé.

       «ť uno sformato,» risposi.

       «Uno sformato!» esclamė. «Il ciel mi benedica, Ź proprio cosď! Ma guarda!» e lo osservė da vicino. «Non mi dirai mica che Ź uno sformato con la besciamella!»

       «Proprio cosď.»

       «Oh, diamine,» disse prendendo un cucchiaio, «lo sformato con la besciamella Ź il mio sformato preferito! Una vera fortuna. Su, piccolo, guardiamo chi ne mangia di piĚ.»

       Ne mangiė certo di piĚ il cameriere. Mi invitė piĚ volte a farmi sotto e vincere, ma con il suo cucchiaio da tavola contro il mio cucchiaino da tŹ, la sua celeritą contro la mia, il suo appetito contro il mio, fui lasciato indietro fin dal primo boccone e non ebbi piĚ possibilitą di ricupero. Credo di non aver mai visto alcuno godersi uno sformato in quel modo; e quando ebbe finito continuava a ridere come se il suo godimento durasse ancora.

       Nel vederlo cosď gioviale e di buona compagnia, fu allora che gli chiesi carta, penna e inchiostro per scrivere a Peggotty. Non solo me li portė immediatamente, ma fu cosď buono da starmi a osservare mentre scrivevo la lettera. Quando ebbi finito mi domandė dove sarei andato in collegio.

       Risposi: «Vicino a Londra,» che, era tutto quello che sapevo.

       «Oh, anima mia!» esclamė profondamente costernato. «Quanto mi dispiace!»

       «Perché?» domandai.

       «Signore Iddio!» rispose scuotendo la testa. «ť il collegio dove ruppero le costole a quel bambino... due costole... era proprio un bambinetto. Direi che avesse... lasciami pensare... quanti anni hai, tu?»

       Gli dissi che ero fra gli otto e i nove.

       «Proprio la sua etą,» affermė. «Aveva otto anni e sei mesi quando gli ruppero la prima costola; otto anni e otto mesi quando gli ruppero la seconda e per lui fu finita.»

       Non potei nascondermi, né nascondere al cameriere, che era una coincidenza molto sconfortante, e mi informai di come avessero fatto. La sua risposta non mi sollevė affatto perché consisteva in due fosche parole: «A bastonate.»

       Il suon del corno della diligenza, nel cortile, fu un opportuno diversivo che mi fece balzar su e chiedere esitante, con quel misto di orgoglio e di diffidenza che dą il possesso di un borsellino (lo tirai fuori di tasca) se c'era qualche cosa da pagare.

       «C'Ź un foglio di carta da lettere,» mi rispose. «Hai mai comprato un foglio di carta da lettere?»

       Non potei ricordare di averlo mai fatto.

       «ť caro,» mi disse, «a causa della tassa. Tre pence. Cosď siamo tassati in questo paese. Non c'Ź altro eccetto il cameriere. All'inchiostro non ci pensare. Lo considero in perdita.»

       «Che cosa dovreste... che cosa dovrei... Quanto devo... che cosa sarebbe giusto pagare al cameriere, per favore?» balbettai divenendo di fiamma.

       «Se non avessi famiglia e la mia famiglia non avesse il vaiolo vaccino,» disse il cameriere, «non vi chiederei sei pence. Se non dovessi mantenere un parente anziano e una sorella bellina,» - qui il cameriere si mostrė molto agitato - «non vi chiederei nemmeno un quarto di penny. Se avessi un buon posto e qui mi trattassero bene, vi pregherei di accettare qualche cosetta invece di chiederla. Ma vivo di rifiuti... e dormo nella carbonaia...» e a questo punto il cameriere scoppiė in lacrime.

       Fui molto afflitto dalle sue sventure e mi resi conto che qualsiasi compenso inferiore ai nove pence sarebbe stato pura brutalitą e durezza di cuore. Gli diedi dunque uno dei miei tre brillanti scellini, che egli ricevette con molta umiltą e venerazione, e si fece girare sul pollice subito dopo per vedere se era buono.

       Rimasi un tantino sconcertato nell'accorgermi, quando fui aiutato a salire dietro la diligenza, che si sospettava mi fossi divorato l'intero pranzo senza alcun aiuto. Lo scoprii avendo udito per caso la signora del bovindo dire al postiglione: «State attento a questo ragazzo, George, che non abbia a scoppiare!» e notando che le cameriere del luogo uscivano a guardarmi con risolini soffocati come se fossi un piccolo fenomeno. Il mio disgraziato amico cameriere, che si era perfettamente riavuto, non parve essere per nulla turbato da tutto questo, ma si unď all'ammirazione generale senza mostrare la minima confusione. Se ebbi qualche dubbio su di lui, penso che dovette vagamente risvegliarsi in quel momento; ma sono propenso a credere che, con la semplice ingenuitą di un bimbo e la naturale fiducia che un fanciullo ripone negli adulti (qualitą che purtroppo ogni fanciullo sostituisce prematuramente con una saggezza mondana) non ebbi, nell'insieme, nessun serio sospetto su di lui, nemmeno allora.

       Devo confessare che trovai alquanto penoso il sentirmi fatto oggetto, senza meritarlo, di scherzi fra il cocchiere e il postiglione circa il fatto che la diligenza doveva pesare molto posteriormente, dato che sedevo appunto lď, e la molto maggior convenienza di farmi viaggiare su un furgone. E poiché la storia del mio supposto appetito si diffuse fra i viaggiatori esterni, essi vi si divertirono in egual modo; e mi domandarono se, in collegio, avrei pagato la retta di due o tre ragazzi, e se era stato fatto per me un contratto speciale o normale, e altre piacevoli domande. Ma il peggio fu che mi resi conto che avrei dovuto vergognarmi di mangiar qualche cosa quando se ne fosse offerta l'opportunitą, e che, dopo un desinare piuttosto leggero, avrei dovuto tenermi la fame per tutta la notte, perché, nella furia, avevo lasciato i miei dolci all'albergo. Le mie apprensioni si attuarono. Quando ci fermammo per la cena, non ebbi il coraggio di toccar cibo, sebbene mi sarebbe molto piaciuto, ma me ne rimasi seduto presso il fuoco dicendo che non avevo bisogno di nulla. Nemmeno questo mi salvė, tuttavia, da nuovi scherzi: perché un signore dalla voce rauca e i lineamenti rozzi, che aveva tirato fuori panini imbottiti da una scatola per tutto il viaggio, eccettuato quando si attaccava a una bottiglia, disse che ero come il boa constrictor, che trangugia tutto in una volta quanto puė bastargli per molto tempo; dopo di che si fece un spanciata di manzo lesso.

       Eravamo partiti da Yarmouth alle tre del pomeriggio e dovevamo essere a Londra circa alle otto del mattino successivo. Il tempo era da piena estate e la serata bellissima. Quando attraversammo un villaggio, mi raffigurai quali potevano essere l'interno delle case e le occupazioni dei loro abitatori; e quando i ragazzi ci corsero dietro e si aggrapparono dietro la diligenza rimanendovi appesi per un pezzo, mi domandai se i loro padri erano ancora vivi e se si sentivano felici a casa loro. Avevo dunque una quantitą di cose a cui pensare, e inoltre la mia mente continuava ad arrovellarsi su che tipo di luogo fosse quello a cui ero diretto: una paurosa meditazione. A volte, ricordo, mi abbandonavo a pensieri sulla mia casa e su Peggotty; e tentavo, in un modo confuso e cieco, di ricordare che cosa provavo e che tipo di ragazzo ero prima che mordessi il signor Murdstone; ma per quanto mi sforzassi non ci riuscivo: tanto avevo l'impressione di averlo morso in una remota antichitą.

       La notte non fu piacevole quanto la sera perché cominciė a far freddo; e poiché mi avevano messo fra due signori (quello dai lineamenti rozzi e un altro) per impedirmi di ruzzolar fuori dalla diligenza, fui quasi soffocato dal loro continuo addormentarsi e cadermi addosso con tutto il loro peso. A volte mi schiacciavano talmente che non potevo fare a meno di gridare: «Oh! per piacere!» cosa che non piaceva loro affatto perché li svegliava. Davanti a me c'era una signora anziana con un gran mantello di pelliccia, che, nel buio, assomigliava piĚ a un mucchio di fieno che a una signora, tanto era infagottata. Questa signora aveva con sé un paniere e per molto tempo non riuscď a trovare dove metterlo o che farne finché scoprď che, date le mie gambe corte, poteva essere alloggiato sotto di me. Quella cesta mi faceva venire il crampo alle gambe e me le indolenziva fino a condurmi alla disperazione; ma se arrischiavo il minimo movimento facendo battere un bicchiere che vi era dentro contro qualche altra cosa (il che avveniva immancabilmente), lei mi allungava un maledetto calcio dicendo: «Su, non dar fastidio. Hai le ossa abbastanza giovani, questo Ź certo.»

       Alla fine sorse il sole e allora i miei compagni parvero dormire piĚ a loro agio. ť difficile concepire le difficoltą che li avevano travagliati tutta notte e che avevano trovato espressione nei rantoli e nei grugniti piĚ terrificanti. Via via che il sole si alzava, il loro sonno diveniva piĚ leggero, e cosď, a poco a poco, si svegliarono. Ricordo di essere rimasto molto meravigliato dalla falsitą con cui ognuno di loro affermava di non aver chiuso occhio e il non comune sdegno con cui ognuno respingeva l'accusa. Provo ancor oggi lo stesso genere di stupore, avendo invariabilmente notato che, di tutte le debolezze umane, quella che la nostra comune natura Ź meno disposta a confessare (non so immaginare perché) Ź la debolezza di esserci addormentati in diligenza.

       Non ho bisogno di soffermarmi qui a riferire quale meraviglioso luogo mi apparisse Londra quando la vidi in distanza, come mi convincessi che tutte le avventure dei miei eroi favoriti accadessero e continuassero costantemente ad accadere laggiĚ, e come vagamente entrassi nell'idea che fosse piena di meraviglie e di cattiveria piĚ di ogni altra cittą della terra. Ci avvicinammo gradatamente e, a tempo debito, giungemmo alla locanda nel distretto di Whitechapel a cui eravamo diretti. Ho dimenticato se fosse il Toro Azzurro o il Cinghiale Azzurro, ma so che si trattava di qualche cosa di azzurro e che la sua immagine era dipinta dietro la diligenza.

       L'occhio del postiglione, che stava scendendo da cassetta, si accese su di me, e, volgendosi alla porta della biglietteria, egli gridė: «C'Ź nessuno che sia venuto a prendere un ragazzo registrato sotto il nome di Murdstone, di Blunderstone, Suffolk, da consegnare a chi lo richieda?»

       Nessuno rispose.

       «Provate Copperfield, signore, per piacere,» dissi guardando a terra senza speranza.

       «C'Ź nessuno che sia venuto a prendere un ragazzo registrato sotto il nome di Murdstone, di Blunderstone, Suffolk, ma che si chiama Copperfield, da consegnare a chi lo richieda?» ripeté il postiglione. «Su, c'Ź nessuno?»

       No. Non c'era nessuno. Mi guardai ansioso intorno; ma il mio sguardo interrogativo non fece alcuna impressione sui presenti, se si eccettua un tipo in ghette, con un occhio solo, il quale suggerď che avrebbero fatto meglio a mettermi al collo un collare di rame e legarmi alla stalla.

       Fu portata una scala e io scesi dopo la signora che somigliava a un mucchio di fieno: non avevo osato muovermi prima che la sua cesta fosse tolta. Frattanto la carrozza si era vuotata, il bagaglio fu presto scaricato, i cavalli erano stati portati via prima del bagaglio, e adesso la diligenza stessa venne spinta e fatta indietreggiare da alcuni stallieri, sgombrando la via. Nessuno appariva ancora a reclamare il ragazzo impolverato che veniva da Blunderstone nel Suffolk.

       PiĚ solo di Robinson Crusoe, il quale non aveva nessuno che lo stesse a guardare e fosse testimonio della sua solitudine, entrai nella biglietteria e, dietro invito dell'impiegato di servizio, passai dietro il banco e mi sedetti sulla bilancia su cui si pesavano i bagagli. Lď, mentre me ne stavo rannicchiato a contemplare i pacchi, le balle e i registri, con l'odore di stalla nelle narici (che da allora rimase per me sempre associato con quella mattinata) una processione delle piĚ terribili considerazioni cominciė a svolgersi nella mia mente. Supponendo che nessuno venisse a prendermi, per quanto tempo mi avrebbero concesso di restare lď? Mi avrebbero tenuto abbastanza a lungo da poter spendere sette scellini? Avrei dovuto dormire, di notte, in una di quelle casse di legno, con gli altri bagagli, e, la mattina, lavarmi alla pompa del cortile? O mi avrebbero mandato via ogni notte per farmi rientrare il mattino dopo, quando l'ufficio si apriva, finché qualcuno fosse venuto a reclamarmi? E qualora non ci fosse stato alcun errore e il signor Murdstone avesse ordito questo piano per sbarazzarsi di me, che cosa avrei dovuto fare? Se anche mi permettevano di restare lď finché non avessi speso i miei sette scellini, non potevo sperare di restarci quando fossi ridotto alla fame. Sarebbe stato ovviamente scomodo e spiacevole per i clienti oltre a implicare, da parte dell'Azzurro Quel-che-era, il rischio di dovermi pagare il funerale. Se me ne andavo subito per tentar di tornare a casa a piedi, come avrei trovato la strada? come potevo sperare di camminare cosď a lungo? come potevo fidarmi di qualcuno, eccetto Peggotty, anche se riuscivo a tornare? Se poi avessi rintracciato le piĚ vicine autoritą adatte e mi fossi offerto di ingaggiarmi come soldato o come marinaio, ero cosď piccolo che non mi avrebbero certo accettato. Questi pensieri, e cento altri dello stesso genere, mi portarono a calor rosso e mi resero pazzo di paura e di angoscia. Ero nel pieno di questa febbre quando entrė un uomo e bisbigliė qualche cosa all'impiegato; questi mi prese immediatamente su dalla bilancia e mi rifilė a lui come se fossi stato pesato, valutato, consegnato e pagato.

       Mentre uscivo dall'ufficio, tenuto per mano dalla mia nuova conoscenza, gli diedi un'occhiata. Era un giovane magro e pallidiccio con le guance scavate e un mento quasi nero come quello del signor Murdstone; ma qui finivano le somiglianze perché i favoriti erano rasati e i capelli, invece di essere lisci e lucidi, erano ruvidi e secchi. Indossava un abito di panno nero, piuttosto ruvido e secco anche lui e piuttosto corto di maniche e di gambe, e portava al collo una cravatta bianca che non era eccessivamente pulita. Non supposi, e non suppongo, che quella cravatta fosse tutta la sua biancheria, ma era certo tutta quella che mostrava o di cui desse indizio.

       «Sei il nuovo ragazzo?» chiese.

       «Sď, signore,» risposi.

       Almeno supponevo di esserlo. Non ne ero sicuro.

       «Io sono uno dei maestri del Collegio Salem,» mi disse. Gli feci un inchino e mi sentii molto intimidito. Mi vergognavo a tal punto di alludere a una cosa volgare come la mia cassetta davanti a uno studioso e maestro del Collegio Salem, che ci eravamo gią alquanto allontanati dal cortile quando ebbi il coraggio di menzionarla. Tornammo indietro, in seguito alla mia umile supposizione che avrebbe potuto essermi utile in seguito; e lui disse all'impiegato che il corriere era gią stato incaricato di venirla a prendere a mezzogiorno.

       «Scusatemi, signore,» gli dissi quando avemmo percorso all'incirca la stessa distanza di prima, «Ź molto lontano?»

       «Dalle parti di Blackheath,» mi rispose.

       «E questo posto Ź lontano, signore?» domandai con diffidenza.

       «Una discreta camminata,» disse. «Prenderemo la diligenza: sono circa sei miglia.»

       Mi sentivo cosď debole e stanco che l'idea di tener duro ancora per sei miglia mi appariva superiore alle mie forze. Mi feci coraggio per dirgli che non avevo preso nulla dal giorno prima e che, se mi avesse permesso di comprarmi qualche cosa da mangiare, gliene sarei stato molto obbligato. Parve sorpreso - lo vedo ancora fermarsi e guardarmi - e, dopo aver meditato un poco, disse di dovere far visita a una persona anziana che abitava non lontano e che la cosa migliore per me sarebbe stata di comprar del pane, o quale altro cibo egualmente sano preferissi, e far colazione in quella casa, dove avrei potuto trovare anche un po' di latte.

       Di conseguenza guardammo nella vetrina di un fornaio, e, dopo che io ebbi fatto una serie di proposte per comprare tutto ciė che avrebbe potuto farmi male, ed egli le ebbe respinte una per una, ci decidemmo in favore di una pagnottina di pane scuro, che mi costė tre pence. Poi, in una drogheria, comprammo un uovo e una fetta di pancetta affumicata: acquisti tutti che mi lasciarono ancora ciė che consideravo una buona quantitą di spiccioli del mio secondo scintillante scellino, e che mi fecero considerare Londra come un luogo veramente a buon mercato. Fatte queste provviste, tirammo avanti tra un gran frastuono e trambusto che confusero la mia testa gią stanca oltre ogni possibilitą di descrizione, e attraversammo un ponte che, senza dubbio, era il Ponte di Londra (credo proprio che egli me lo abbia detto, ma ero mezzo addormentato) finché giungemmo alla casa di quella povera persona, che faceva parte di una serie di ospizi di caritą, come capii dal loro aspetto e dall'iscrizione su di una lastra di pietra posta su di una porta, secondo la quale essi erano stati istituiti per venticinque donne povere.

       Il maestro del Collegio Salem alzė il saliscendi di una fra numerose porticine nere, tutte eguali, ognuna con una finestrina a vetri romboidale da un parte e un'altra finestrina a vetri romboidali piĚ in alto; ed entrammo nell'appartamentino di una di queste povere vecchie, la quale stava soffiando sul fuoco per far bollire qualche cosa in una piccola casseruola. Nel veder entrare il maestro, la vecchia si fermė col soffietto sul ginocchio, e disse qualche parola che mi parve suonasse come: «Il mio Charley!» ma, vedendo entrare anche me, si alzė e, stropicciandosi le mani, fece una sorta di mezzo e impacciato inchino.

       «Potreste cuocere, per favore, la colazione di questo signorino?» chiese il maestro del Collegio Salem.

       «Se posso?» rispose la vecchia. «Certo che posso.»

       «Come sta la signora Fibbiston, quest'oggi?» chiese il maestro guardando un'altra vecchia seduta in una poltrona presso il fuoco, cosď simile a un mucchio di stracci che ringrazio ancor oggi il cielo per non essermici seduto sopra per sbaglio.

       «Ah, molto male,» disse la prima vecchia. «ť una delle sue giornate brutte. Se per qualche caso il fuoco dovesse spegnersi, credo proprio che se ne andrebbe per non tornare piĚ.»

       Mentre la guardavano, la guardai anch'io. Sebbene fosse una giornata calda, sembrava non pensare ad altro che al fuoco. Mi venne in mente che fosse gelosa perfino del pentolino che vi era sopra, e ho ragione di credere che fu piena di rabbia per l'uso che se ne fece allo scopo di bollirvi il mio uovo e friggervi la mia pancetta, perché la vidi, con i miei occhi sconcertati, scuotere il pugno verso di me mentre venivano eseguite quelle operazioni culinarie e nessun altro la guardava. Il sole entrava a fiotti dalla finestrina, ma lei sedeva volgendogli il proprio dorso e quello della sua poltrona, proteggendo il fuoco come se fosse lei a tenerlo assiduamente caldo invece di esserne riscaldata, e fissandolo nel modo piĚ sospettoso. La fine dei preparativi per la mia colazione, liberando il fuoco, le procurė una cosď intensa gioia che rise forte, e devo dire che fu un riso tutt'altro che melodioso.

       Mi sedetti davanti alla mia pagnottina scura, al mio uovo e alla mia fettina di pancetta, con in piĚ una scodella di latte, e feci il piĚ delizioso dei desinari. Mentre ero nel pieno della mia gioia, la vecchia della casa disse al maestro: «Avete con voi il flauto?»

       «Sď,» rispose lui.

       «Suonatelo un po',» disse la vecchia con voce accattivante. «Su.»

       Il maestro, allora, infilė una mano sotto la falda della sua giacca e ne trasse un flauto in tre pezzi, che avvitė insieme, e cominciė senz'altro a suonare. Dopo averci ripensato sopra per molti anni, la mia impressione Ź che non puė esserci mai stato al mondo qualcuno che suonasse peggio. Emise i piĚ strazianti suoni che abbia mai udito emettere con alcun mezzo, naturale o artificiale. Ignoro che arie fossero - se pur c'era qualcosa di simile in quella esecuzione, cosa di cui dubito - ma l'influenza di quei toni su di me fu, anzi tutto, di farmi pensare a tutti i miei guai fino a potere appena trattenere le lacrime; poi di togliermi l'appetito; infine di darmi una sonnolenza tale da non riuscire a tenere gli occhi aperti. Torno a chiuderli e ancora mi assopisco se appena l'onda dei ricordi mi risommerge. Ancora una volta la stanzetta, con la sua credenza ad angolo aperta, le sue sedie a spalliera quadrata, la scaletta a gomito che portava al piano di sopra e le tre penne di pavone in bella mostra sulla mensola del camino - ricordo di essermi domandato, appena entrato, che cosa avrebbe pensato quel pavone se avesse saputo a che cosa erano destinati i suoi ornamenti - ancora una volta, dico, quando ci ripenso, quella stanzetta svanisce dinanzi a me e io chino la testa e mi addormento. Il flauto non si ode piĚ, e odo invece lo scarrucolďo delle ruote della diligenza: sono ancora in viaggio. La diligenza sobbalza, mi sveglio di colpo e il flauto Ź tornato, e il maestro del Collegio Salem Ź lď seduto con le gambe accavallate, che suona in modo straziante mentre la vecchietta della casa lo guarda deliziata. Svanisce anche lei a sua volta, svanisce lui, svanisce tutto e non vi Ź piĚ flauto, non piĚ maestro né Collegio Salem, né David Copperfield, non c'Ź piĚ nulla tranne un sonno profondo.

       Sognai, credo, che una volta, mentre egli stava soffiando nel suo angoscioso strumento, la vecchietta della casa che gli si era sempre piĚ avvicinata in estatica ammirazione, si chinasse sullo schienale della sua sedia per gettargli amorosamente le braccia attorno al collo, facendolo sostare per un momento. Io ero in uno stato intermedio tra la veglia e il sonno, o allora o immediatamente dopo; perché, quando riprese - era un fatto reale che si fosse interrotto - vidi e udii la stessa vecchietta domandare alla signora Fibbiston se non era delizioso (intendendo il flauto), al che la signora Fibbiston rispose «Oh, sď, sď!» indicando il fuoco, al quale, sono convinto, attribuiva il merito di tutta quella esecuzione.

       Quando gią avevo l'impressione di avere sonnecchiato abbastanza, il maestro del Collegio Salem svitė il flauto nei suoi tre pezzi, li rimise al posto in cui erano prima e mi portė via. Trovammo la diligenza lď vicino e ci arrampicammo sull'imperiale; ma io ero cosď morto di sonno che, quando ci fermammo lungo la strada per prender su qualche altro, mi misero nell'interno, dove non c'era alcun passeggero e dove dormii profondamente finché mi accorsi che la diligenza andava a passo d'uomo su per un'erta collina tra un verde fogliame. Poco dopo si fermė: era giunta a destinazione.

       Una breve camminata ci portė - voglio dire il maestro e me - al Collegio Salem, che era cintato da un alto muro di mattoni e aveva un aspetto molto tetro. Sopra una porta che si apriva in questo muro c'era una tavola con su scritto: COLLEGIO SALEM; e attraverso una grata che si apriva in quella porta venimmo scrutati, quando suonammo il campanello, da una faccia arcigna che, appena la porta fu aperta, vidi appartenere a un uomo massiccio con il collo taurino e una gamba di legno, tempie sporgenti e capelli tagliati corti tutt'attorno al capo.

       «Il nuovo ragazzo,» disse il maestro.

       L'uomo dalla gamba di legno mi squadrė in lungo e in largo - non ci impiegė molto tempo perché c'era poco da squadrare in me - chiuse la porta dietro di noi e sfilė la chiave. Ci eravamo gią avviati verso l'edificio tra folti alberi scuri quando lui gridė dietro alla mia guida:

       «Un momento!»

       Ci voltammo e lo vedemmo in piedi sulla porta della piccola portineria in cui viveva, con un paio di stivali in mano.

       «Ecco qui! ť venuto il ciabattino,» disse, «mentre eravate fuori, signor Mell, e dice che non puė rappezzarli piĚ. Dice che non c'Ź rimasto nemmeno un pezzetto degli stivali originali e si domanda che cosa vi potevate aspettare che facesse.»

       Cosď dicendo gettė le scarpe verso il signor Mell, che tornė indietro di qualche passo per raccattarle e le contemplė (molto sconsolatamente, temo) mentre riprendevamo a camminare insieme. Osservai allora per la prima volta che le scarpe che aveva ai piedi erano rovinate un bel po' oltre i limiti del portabile e che la calza stava scappando fuori da uno strappo come un bocciuolo.

       Il Collegio Salem era un edificio quadrato, di mattoni, con due ali e dall'aspetto nudo e spoglio. Tutt'intorno c'era una tal pace che io chiesi al signor Mell se i ragazzi erano fuori; parve sorpreso che ignorassi che si era nel periodo delle vacanze. Che tutti i ragazzi erano tornati alle loro case. Che il signor Creakle, il proprietario, era al mare con la signora e la signorina Creakle; e che io ero stato mandato lą in tempo di vacanze per punizione delle mie malefatte: cose tutte che mi spiegė mentre proseguivamo.

       Contemplai l'aula, in cui mi condusse, come il piĚ miserando e desolato luogo che avessi mai visto. La vedo ancora. Una lunga sala con tre lunghe file di scrivanie e sei di panche, e attorno tutta irta di pioli per appendervi i cappelli e le lavagne. Brandelli di vecchi quaderni e vecchi esercizi sono sparsi sul pavimento sudicio. Alcune casette per bachi da seta, costruite con gli stessi materiali, sono disseminate qua e lą sulle scrivanie. Due miserabili topolini bianchi, abbandonati dal loro proprietario, corrono su e giĚ in un castello ammuffito di cartone e fil di ferro scrutando in tutti gli angoli con i loro occhietti rossi in cerca di qualche cosa da mangiare. Un uccello, in una gabbia poco piĚ grande di lui, fa ogni tanto un dolente strepito saltando sul suo trespolo, alto due pollici, o cadendone, ma non canta né cinguetta. Nella stanza c'Ź un odore singolare e malsano, come di fustagno ammuffito, mele dolci stantie e libri marci. Non ci potrebbe essere piĚ inchiostro sparso dappertutto se la stanza fosse priva di tetto fin dalla sua costruzione e gli aperti cieli avessero piovuto, nevicato, grandinato, soffiato inchiostro per tutte le stagioni dell'anno.

       Avendomi il signor Mell lasciato per portare di sopra i suoi non piĚ riparabili stivali, me ne andai pian piano verso l'estremitą superiore della sala, osservando tutto via via che avanzavo. Improvvisamente mi trovai davanti un cartello di cartone, scritto in bella calligrafia, che stava su di una scrivania e recava queste parole: «Attenti. Morde.»

       Saltai subito sulla scrivania, temendo che ci fosse sotto perlomeno un grosso cane. Ma, sebbene guardassi tutt'ingiro con occhi sgomenti, non poterci scorgere alcuna traccia di esso. Stavo ancora scrutando da ogni parte, quando tornė il signor Mell e mi domandė che cosa facessi lą sopra.

       «Chiedo scusa, signore,» dico io, «ma, se non vi dispiace, sto cercando il cane.»

       «Il cane?» dice lui. «Quale cane?»

       «Non Ź un cane, signore?»

       «Che cosa non Ź un cane?»

       «Quello a cui bisogna stare attenti; quello che morde.»

       «No, Copperfield,» dice lui gravemente, «non Ź un cane. ť un ragazzo. Ho avuto ordine, Copperfield, di attaccarti questo cartello alla schiena. Mi dispiace di cominciare con te in questo modo, ma devo farlo.»

       Cosď dicendo mi tirė giĚ e mi legė il cartello, che era stato esattamente costruito a questo scopo, sulle spalle, come uno zaino; e dovunque andassi, da allora in poi, ebbi la consolazione di portarmelo dietro.

       Quanto abbia sofferto per quel cartello nessuno puė immaginarlo. Fosse o no possibile alla gente di vedermi, immaginavo sempre che qualcuno lo stesse leggendo. Non mi giovava affatto voltarmi e non trovare alcuno; perché, dovunque fosse rivolto il mio dorso, lą mi figuravo sempre che ci fosse qualche lettore. Quell'uomo crudele con la gamba di legno aggravava le mie sofferenze. Era un'autoritą, e se mai mi vedeva appoggiato a un albero, o a un muro, o alla casa, tuonava con voce formidabile dalla porta della portineria: «Ehi, signorino! Dico a voi, Copperfield! Mettete bene in vista quel distintivo, o farė rapporto!» Il luogo di ricreazione era un cortile nudo e ghiaioso che si stendeva lungo tutto il retro dell'edificio e degli uffici; sapevo che i domestici leggevano quel cartello, che lo leggeva il macellaio, che lo leggeva il panettiere; in una parola, che chiunque entrasse in casa o ne uscisse, al mattino, quando mi si ordinava di passeggiare in quel cortile, leggeva che bisognava fare attenzione a me perché mordevo. Ricordo che cominciai veramente ad aver paura di me stesso come di una sorta di ragazzo selvaggio che dava morsi.

       C'era una vecchia porta, in questo cortile di ricreazione, sulla quale i ragazzi si erano abituati a incidere i loro nomi. Era completamente coperta di tali iscrizioni. Nel mio terrore per la fine delle vacanze e il loro ritorno, non potevo leggere il nome di un ragazzo senza domandarmi con quale tono e con quale enfasi avrebbe letto: «Attenti. Morde.» C'era un ragazzo - un certo J. Steerforth - che aveva inciso il suo nome molto profondamente e piĚ volte, e che, pensavo, avrebbe letto l'iscrizione a voce alta e poi mi avrebbe tirato i capelli. Un altro, un certo Tommy Traddles, che temevo ci avrebbe scherzato, sopra fingendo di essere atterrito di me. Di un terzo, George Demple, fantasticavo che l'avrebbe canticchiata. Ho fissato quella porta, piccola creatura raggelata dal terrore, finché i proprietari di tutti quei nomi - il signor Mell diceva che ve n'erano allora quarantacinque nel collegio - parvero mettermi al bando per acclamazione generale, gridando, ognuno al suo modo: «Attenti. Morde!»

       Lo stesso avveniva per i posti alle scrivanie e alle panche. Lo stesso per i filari di letti vuoti a cui gettavo timide occhiate quando andavo o quando ero a letto. Ricordo di avere sognato, per piĚ notti di seguito, di essere con mia madre come usavamo un tempo, o di andare a una festa dal signor Peggotty, o di viaggiare sull'imperiale della diligenza, o di pranzare di nuovo col mio sfortunato amico cameriere, e in tutte queste circostanze facevo strillare e sbigottire la gente con l'infelice rivelazione di non avere niente altro addosso che la mia camicina da notte e quel cartello.

       Nella monotonia della mia vita e nella mia costante apprensione della riapertura del collegio, era quella davvero una pena intollerabile. Ogni giorno dovevo fare lunghi compiti col signor Mell; ma li facevo, e, non essendoci nessun signore o signorina Murdstone, me la cavavo senza guai. Prima e dopo di essi passeggiavo, sorvegliato, come ho detto, dall'uomo con la gamba di legno. Con quale vivezza mi tornano alla memoria la nube di tristezza che avvolgeva la casa, le verdi e rotte lastre nel cortile, la vecchia botte sconnessa per raccogliere l'acqua piovana, e i tronchi scoloriti di alcuni di quei torvi alberi che sembravano aver sgocciolato alla pioggia piĚ di ogni altro albero e meno di ogni altro avere stormito al sole! All'una pranzavamo, il signor Mell e io, all'estremo di una lunga e nuda sala da pranzo piena di tavoli e che sapeva di grasso. Seguivano altre lezioni fino all'ora del tŹ, che il signor Mell prendeva in una tazzina azzurra e io in un boccale di stagno. Per tutto il giorno, fino alle sette o alle otto di sera, il signor Mell, a una sua scrivania appartata nell'aula, lavorava duro con penna, inchiostro, righello, registri e carta per preparare i conti (come scroprii) dell'ultimo semestre. Dopo aver messo in ordine le sue cose per la notte, tirava fuori il suo flauto e ci soffiava dentro fino a farmi pensare che, a poco a poco, avrebbe finito col soffiare tutto il suo essere nella larga imboccatura a un estremo dello strumento per colar fuori dai tasti.

       Immagino la mia piccola persona nelle stanze semibuie, seduta con la testa sulla mano, ad ascoltare la dolente esecuzione del signor Mell e a imparare a memoria le lezioni per il giorno dopo. Mi immagino con i miei libri chiusi, sempre ad ascoltare la dolente esecuzione del signor Mell, e rievocando attraverso di essa le consuetudini di casa mia e il soffiar del vento sulle pianure di Yarmouth, oppresso dalla tristezza e dalla solitudine. Mi immagino andare a letto in quelle stanze deserte e sedermi sulla sponda chiedendo fra le lacrime una parola di conforto da Peggotty. Mi immagino, al mattino, scendere al terreno e guardare attraverso il lungo e spettrale spiraglio di una finestra sulle scale la campana del collegio che pende dalla cima di un padiglione sormontato da una banderuola, con in cuore la paura del momento in cui suonerą per chiamare allo studio J. Steerforth e tutti gli altri. Questa paura Ź solo seconda, nelle mie presaghe apprensioni, a quella del giorno in cui l'uomo dalla gamba di legno aprirą il cancello rugginoso per fare entrare il terribile signor Creakle. Non posso pensare che fossi un personaggio molto pericoloso in nessuna di queste circostanze, ma in tutte portavo lo stesso ammonimento sulla schiena.

       Il signor Mell non mi parlė mai molto, ma non fu mai duro con me. Suppongo che ci facessimo compagnia a vicenda senza parlarci. Ho dimenticato di dire che, a volte, parlava fra sé, e sogghignava, e stringeva i pugni, e digrignava i denti, e si strappava i capelli in modo inesplicabile. Ma aveva queste singolaritą: le prime volte ne fui impaurito, in seguito mi ci abituai.

 

VI • ALLARGO LA CERCHIA DELLE MIE CONOSCENZE

 

 

 

       Avevo condotto questa vita da circa un mese, quando l'uomo dalla gamba di legno cominciė ad arrancare dappertutto con una grande scopa di filacce e un secchio d'acqua, dal che arguii che si stavano facendo preparativi per ricevere il signor Creakle e i ragazzi. Non mi ero sbagliato; perché la scopa entrė presto nell'aula scolastica e ne scacciė il signor Mell e me, che ci rifugiammo dove potemmo e tirammo avanti come potemmo per alcuni giorni, durante i quali ci trovammo sempre fra i piedi di due o tre ragazze raramente viste prima, e circondati da una nube di polvere cosď insistente che io starnutai quasi come se il Collegio Salem fosse stato un'enorme tabacchiera.

       Un giorno fui informato dal signor Mell che il signor Creakle sarebbe arrivato quella sera stessa. E la sera, dopo il tŹ, sentii che era venuto. Prima dell'ora di andare a letto, l'uomo dalla gamba di legno venne a prendermi per portarmi davanti a lui.

       L'ala dell'edificio riservata al signor Creakle era molto piĚ comoda della nostra e aveva un giardinetto accogliente che appariva assai piacevole a confronto con il polveroso cortile di ricreazione: un tal deserto in miniatura da farmi pensare che solo un cammello o un dromedario avrebbero potuto sentirsi lď a loro agio. Mi parve ardito perfino notare che il corridoio, era bene arredato, mentre venivo avanti tremando per giungere alla presenza del signor Creakle: la quale mi sconcertė tanto, quando vi fui ammesso, che vidi appena la signora Creakle, o la signorina Creakle (che erano entrambe nel salotto), o qualsiasi altra cosa a eccezione del signor Creakle, un signore robusto, decorato da un gran fascio di catene da orologio e di sigilli, seduto in una poltrona, con un bicchierone e una bottiglia a fianco.

       «Dunque!» esclamė il signor Creakle. «Questo Ź il signorino a cui bisogna limare i denti! Voltatelo.»

       L'uomo dalla gamba di legno mi voltė in modo che mostrassi il cartello; e, dopo avergli dato il tempo per farne un attento esame, mi fece voltare ancora col viso verso il signor Creakle, ponendosi lui stesso al suo fianco. Il signor Creakle aveva una faccia rossa e collerica, gli occhi piccoli e sprofondati nella testa, grosse vene sulla fronte, un nasetto inconsistente e un gran mento. Era calvo sul sommo del capo e si spazzolava sulle tempie pochi capelli sottili e impomatati, che gią volgevano al grigio, in modo che si unissero sulla fronte. Ma la caratteristica che m'impressionė di piĚ fu che non aveva voce e parlava come in un sussurro. Lo sforzo che questo gli costava, o la coscienza di parlare in quel flebile modo, rendevano, quando parlava, ancor piĚ iraconda la sua faccia iraconda e ancor piĚ turgide le sue grosse vene, tanto che non mi meraviglio, guardando indietro, se questa mi colpď come la sua peculiaritą principale.

       «Bene,» disse il signor Creakle. «Qual Ź il rapporto su questo ragazzo?»

       «Non c'Ź ancora niente contro di lui,» rispose l'uomo dalla gamba di legno. «Non si sono presentate occasioni.»

       Mi parve che il signor Creakle fosse deluso, e mi parve anche che la signora e la signorina Creakle (a cui rivolsi ora un'occhiata per la prima volta e che erano entrambe sottili e tranquille) non lo fossero.

       «Venite qui, signore,» ordinė il signor Creakle facendomi un cenno.

       «Venite qui!» fece eco l'uomo dalla gamba di legno ripetendo il gesto.

       «Ho il piacere di conoscere il vostro patrigno,» sussurrė il signor Creakle prendendomi per un orecchio; «ed Ź un uomo degno e di forte carattere. Mi conosce e io conosco lui. E voi mi conoscete? eh?» incalzė il signor Creakle pizzicandomi l'orecchio con feroce gaiezza.

       «Non ancora, signore,» dissi io contraendomi per il dolore.

       «Non ancora, eh?» ripeté il signor Creakle. «Ma mi conoscerete presto, eh?»

       «Lo conoscerete presto, eh?» ripeté l'uomo dalla gamba di legno. Scoprii in seguito che, con la sua voce robusta, egli faceva da interprete al signor Creakle per i ragazzi.

       Ero quanto mai atterrito e dissi che lo speravo, col suo permesso. Frattanto mi sentivo ardere l'orecchio tanto me lo pizzicava.

       «Vi dirė quello che sono,» bisbigliė il signor Creakle lasciandomi finalmente l'orecchio, con un ultimo pizzicotto che mi fece venir le lacrime agli occhi. «Sono un tartaro.»

       «Un tartaro,» disse l'uomo dalla gamba di legno.

       «Quando dico che farė una cosa, la faccio,» proseguď il signor Creakle, «e quando dico che voglio che una cosa sia fatta, voglio che sia fatta.»

       «... voglio che una cosa sia fatta, voglio che sia fatta,» ripeté l'uomo dalla gamba di legno.

       «Sono un carattere deciso,» disse il signor Creakle. «Ecco quello che sono. Faccio il mio dovere. Ecco quello che faccio. La mia carne e il mio sangue» - nel dir cosď guardė la signora Creakle - «se si voltano contro di me, non sono piĚ mia carne e mio sangue. Li rinnego. Quel tale» - e si volse all'uomo dalla gamba di legno - «si Ź fatto vedere ancora?»

       «No,» fu la risposta.

       «No,» ripeté il signor Creakle. «Sa come stanno le cose. Mi conosce. Stia alla larga. Dico che stia alla larga,» insisté il signor Creakle battendo il pugno sul tavolo e fissando la signora Creakle, «perché mi conosce. Adesso avete cominciato a conoscermi anche voi, caro amico, e potete andare. Portatelo via.»

       Fui felicissimo di essere licenziato, perché la signora e la signorina Creakle si stavano entrambe asciugando gli occhi, e io mi sentivo a disagio per loro non meno che per me. Ma avevo in mente una petizione che mi riguardava cosď da vicino da non poter fare a meno di dire, meravigliandomi del mio stesso coraggio:

       «Vi prego, signore...»

       Il signor Creakle bisbigliė: «Ah! Che c'Ź?» e chinė gli occhi su di me come se avesse voluto incenerirmi.

       «Vi prego, signore,» balbettai, «se potessi avere il permesso (sono davvero molto pentito di quello che ho fatto) di togliermi questa scritta prima che tornino i ragazzi...»

       Ignoro se il signor Creakle facesse sul serio o volesse solo spaventarmi, ma diede un tal balzo sulla poltrona che io mi ritirai precipitosamente senza attendere la scorta dell'uomo dalla gamba di legno, e non mi fermai prima di aver raggiunto la mia camerata, dove, accorgendomi di non essere inseguito, andai a letto, dato che era l'ora, e vi rimasi per un paio d'ore scosso da un tremito.

       Il mattino dopo tornė il signor Sharp: era il primo maestro, superiore del signor Mell. Il signor Mell prendeva i pasti con i ragazzi, mentre il signor Sharp pranzava e cenava alla tavola del signor Creakle. Era un signore molliccio, dall'aria delicata, mi parve, con un gran naso e un certo modo di portar la testa inclinata da un lato, come se fosse un po' troppo pesante per lui. Aveva i capelli molto morbidi e ondulati, ma fui avvertito dal primo ragazzo di ritorno che si trattava di una parrucca (di seconda mano, disse lui) e che il signor Sharp andava ogni sabato pomeriggio a farsela ondulare.

       Chi mi diede questa notizia non fu altri che Tommy Traddles. Era stato il primo a tornare. Mi si presentė informandomi che avrei trovato il suo nome sull'angolo destro della porta, sopra il chiavistello; allora io dissi: «Traddles?» e lui rispose: «Proprio lui,» dopo di che mi chiese un completo resoconto su di me e sulla mia famiglia.

       Fu una vera fortuna per me che Traddles fosse tornato per primo. Si divertď tanto alla vista del mio cartello da risparmiarmi l'imbarazzo di mostrarlo o di nasconderlo, presentandomi a ogni ragazzo che tornava, grande o piccolo, immediatamente al suo arrivo con questa formula: «Guarda qui! Proprio un bello scherzo!» Per non minor fortuna, la maggior parte dei ragazzi tornė alquanto giĚ di morale, ed essi non fecero, a mie spese, tutti quegli schiamazzi che mi aspettavo. Certo, alcuni di loro mi danzarono attorno come una torma di Pellirosse, e la maggior parte non poté resistere alla tentazione di fingere che fossi un cane e di darmi pacche e carezze perché non li mordessi dicendomi «A cuccia, da bravo!» e chiamandomi Fido. Questo, naturalmente, era spiacevole, fra tanti estranei, e mi costė qualche lacrima, ma nell'insieme andė molto meglio di quanto mi fossi immaginato.

       Comunque, non mi considerarono ufficialmente accolto nel collegio finché non arrivė J. Steerforth. Fui condotto davanti a questo ragazzo, che godeva fama di essere molto istruito, aveva un bellissimo aspetto ed era maggiore di me di almeno mezza dozzina d'anni, come davanti a un magistrato. Sotto una tettoia del cortile di ricreazione, egli si informė minutamente dei particolari del mio castigo e si compiacque di esprimere la sua opinione dicendo che era una «bella vergogna»; cosa per cui gli rimasi sempre legato in seguito.

       «Quanto denaro hai, Copperfield?» mi chiese passeggiando al mio fianco dopo aver sistemato la mia faccenda in questi termini.

       Gli dissi di avere sette scellini.

       «Faresti bene a darli a me per custodirli,» disse. «Almeno se vuoi. Se non vuoi non sei costretto.»

       Mi affrettai ad aderire alla sua amichevole proposta, e, aperto il borsellino di Peggotty, lo rovesciai nelle sue mani.

       «Vuoi comprare qualche cosa subito?»

       «No, grazie,» risposi.

       «Se vuoi, puoi farlo, sai?» mi disse Steerforth. «Basta che tu dica una parola.»

       «No, grazie signore,» ripetei.

       «Forse ti piacerebbe spendere un paio di scellini o giĚ di lď in una bottiglia di ribes da bersi poi su in camera,» disse Steerforth. «So che fai parte della mia camerata.»

       Non ci avevo davvero mai pensato, ma risposi che sď, mi sarebbe piaciuto.

       «Benissimo,» proseguď Steerforth. «E direi che saresti felice di spendere un altro scellino in dolci di mandorle.»

       Risposi che sď, mi sarebbe piaciuto anche questo.

       «E un altro scellino in biscotti e un altro in frutta eh?» continuė Steerforth. «A parer mio, piccolo Copperfield, ci staresti.»

       Sorrisi perché lui sorrideva, ma intimamente ero anche un po' turbato.

       «Bene,» concluse Steerforth. «Li faremo bastare per quanto Ź possibile, ecco tutto. Farė per te del mio meglio. Posso uscire quando voglio e farė entrare di contrabbando il foraggio.» Cosď dicendo si mise il denaro in tasca e mi disse gentilmente di non darmi pensiero: avrebbe provveduto lui a che tutto andasse bene.

       Mantenne la parola, sebbene avessi il segreto sospetto che tutto quello che andava bene per lui andasse male per me - perché temevo che fosse il totale sperpero delle due mezze corone di mia madre - sebbene avessi conservato il pezzo di carta in cui erano avvolte: un salvataggio prezioso. Quando salď di sopra per andare a letto, mostrė l'equivalente di tutti i miei sette scellini e lo depose sul mio letto, al chiaro di luna, dicendo:

       «Ecco qui, piccolo Copperfield, hai a disposizione un trattamento da re.»

       Non potevo pensare a far gli onori del festino, con l'etą che avevo, in sua presenza; mi tremavano le mani al solo pensarlo. Lo pregai di essere cosď gentile da assumere la presidenza; e poiché la mia richiesta venne appoggiata dagli altri ragazzi della camerata, egli acconsentď e si sedette sul mio cuscino distribuendo le cibarie - con perfetta equitą, devo dire - mescendo il ribes in un bicchierino senza stelo, che era di sua proprietą. Quanto a me, sedevo alla sua sinistra, mentre gli altri erano raggruppati intorno a noi, sui letti vicini e sul pavimento.

       Come ricordo bene quella nostra riunione in cui si parlava a sussurri; o, per meglio dire, in cui loro parlavano e io rispettosamente ascoltavo. La luce lunare filtrava appena nella stanza attraverso la finestra disegnando un'altra pallida finestra sul pavimento, e la maggior parte di noi era in ombra eccetto quando Steerforth intingeva uno stecchino in una scatola di fosforo, volendo cercare qualche cosa sulla tavola, e gettava su di noi un bagliore azzurro che subito svaniva! Un certo senso di mistero, conseguenza dell'oscuritą, della segretezza di quella baldoria, dei sussurri con cui tutto veniva detto, si impadronisce ancora di me, e io ascolto tutto ciė che essi mi dicono con un vago senso di solennitą e di paura, che mi allieta nel farmeli sentire tutti vicini e mi atterrisce (sebbene finga di ridere) quando Traddles sostiene di vedere un fantasma in un angolo.

       Udii ogni sorta di cose sulla scuola e su tutti coloro che ne facevano parte. Seppi che il signor Creakle non si era vantato senza ragione di essere un tartaro; che era il piĚ duro e il piĚ severo dei maestri; che picchiava a destra e a manca ogni giorno della sua vita, lanciandosi alla carica fra i ragazzi come un ussaro e menando botte senza pietą. Che non conosceva niente altro se non l'arte di picchiare, essendo, quanto a lui, piĚ ignorante (disse Steerforth) dell'ultimo dei ragazzi del collegio; che era stato, molti anni prima, un piccolo commerciante di luppolo nel distretto e che aveva messo su il collegio dopo aver fatto bancarotta col luppolo e aver sperperato il denaro della signora Creakle. E una gran quantitą di cose del genere, che mi domandavo come mai sapessero.

       Sentii che l'uomo dalla gamba di legno, che si chiamava Tungay, era un barbaro irriducibile che aveva un tempo aiutato il signor Creakle nel commercio del luppolo ed era poi entrato con lui nel mondo della scuola in conseguenza dell'aver perso una gamba, come supponevano i ragazzi, al servizio di lui, dell'aver fatto per lui una gran quantitą di cose disoneste e dell'essere a conoscenza dei suoi segreti. Seppi che, con la sola eccezione del signor Creakle, Tungay considerava l'intero collegio, maestri e ragazzi, come suoi naturali nemici e che l'unico piacere della sua vita consisteva nell'essere arcigno e malvagio. Udii che il signor Creakle aveva un figlio che non era mai stato amico di Tungay e che, quando era assistente nel collegio, aveva una volta fatto rimostranze al padre in un'occasione in cui la disciplina era stata esercitata con eccessiva crudeltą; si supponeva inoltre che avesse protestato contro il modo con cui suo padre trattava sua madre. Di conseguenza il signor Creakle lo aveva cacciato di casa e da allora la signora e la signorina Creakle avevano condotto una vita assai triste.

       Ma la cosa piĚ straordinaria che sentii del signor Creakle fu che vi era nel collegio un ragazzo sul quale non aveva mai osato alzare la mano e che quel ragazzo era J. Steerforth. Lo stesso Steerforth lo confermė quando se ne venne a parlare, dicendo che gli sarebbe piaciuto vederglielo tentare. Richiesto da un ragazzino timido (che non ero io) su come si sarebbe comportato se lui avesse tentato di farlo, Steerforth intinse uno stecchino nella sua scatola di fosforo per illuminare la sua risposta e dichiarė che, tanto per cominciare, lo avrebbe sbattuto a terra colpendolo in fronte con la bottiglia d'inchiostro da sette scellini e sei pence che era sempre sulla mensola del camino. Noi restammo acquattati nell'ombra per qualche momento, senza respiro.

       Seppi che, a quanto si supponeva, tanto il signor Sharp quanto il signor Mell avevano uno stipendio da fame; e che, quando a desinare c'era carne calda e carne fredda sulla tavola del signor Creakle, sempre ci si attendeva che il signor Sharp dicesse di preferire la fredda; cosa che fu confermata da J. Steerforth, l'unico convittore privilegiato. Sentii dire che la parrucca del signor Sharp non gli si adattava affatto bene e che egli non aveva alcuna ragione di mostrarsi cosď «pimpante» - qualcuno disse «arrogante» - a proposito di essa perché, sotto, si vedevano benissimo i suoi capelli rossi.

       Seppi che un ragazzo, figlio di un commerciante di carbone, era tenuto come pagamento del conto del carbone e che per questo era chiamato «Scambio o Permuta», espressione tratta dal libro di matematica dove Ź cosď indicata questa operazione. Sentii dire che la birra che ci veniva servita era un vero furto a danno dei nostri genitori e lo sformato un abuso. Udii che l'intero collegio considerava la signorina Creakle innamorata di Steerforth; e certo, mentre me ne stavo seduto nel buio, pensando alla sua voce sonora, al suo bel volto, ai suoi modi disinvolti e ai suoi capelli ricciuti, dovetti trovar la cosa molto probabile. Seppi anche che il signor Mell era un buon diavolo ma senza il becco di un quattrino, e che senza dubbio la vecchia signora Mell, sua madre, era povera come Giobbe. Pensai allora alla mia colazione e a quelle parole che erano suonate come «Il mio Charley!» ma, sono felice di ricordarlo, rimasi muto come un pesce in proposito.

       Tutti questi discorsi, e parecchi altri dello stesso genere, prolungarono alquanto il banchetto. La maggior parte dei convitati se n'era andata a letto appena finito di mangiare e di bere; e noi, che eravamo rimasti a sussurrare o ad ascoltare semivestiti, alla fine ci coricammo a nostra volta.

       «Buona notte, piccolo Copperfield,» disse Steerforth.

       «Mi prenderė cura di te.»

       «Siete molto buono,» gli risposi pieno di gratitudine.

       «Ve ne sono veramente obbligato.»

       «Non hai una sorella, per caso?» chiese Steerforth sbadigliando.

       «No,» risposi.

       «Peccato,» commentė lui. «Se ne avessi avuta una, credo che sarebbe stata una fanciulla graziosa, timida, piccolina, con gli occhi brillanti. Mi sarebbe piaciuto conoscerla. Buona notte, piccolo Copperfield.»

       «Buona notte, signore,» risposi.

       Continuai a pensare a lui per molto tempo, dopo essere andato a letto, e ricordo che mi sollevai per guardarlo disteso nella luce lunare, col suo bel viso voltato verso di me e la testa naturalmente reclinata sul braccio. Ai miei occhi era una personaggio di gran potere, e per questo il mio pensiero correva spontaneamente a lui. Non vi erano ombre nel futuro che si illuminava su di lui nel chiaro di luna. Non vi era nulla di fosco nelle orme che lasciava nel giardino in cui sognai di passeggiare per tutta la notte.

 

VII • IL MIO «PRIMO SEMESTRE» AL COLLEGIO SALEM

 

 

 

       La scuola cominciė sul serio il giorno dopo. Ricordo che mi fece un'impressione profonda l'improvviso trasformarsi del frastuono di voci nell'aula in un silenzio di morte quando il signor Creakle entrė, dopo colazione, e si fermė sulla soglia volgendo lo sguardo su di noi come un gigante da fiaba che sorvegliasse i suoi prigionieri.

       Tungay stava a fianco del signor Creakle. Non aveva alcuna ragione, pensai, per gridare «Silenzio!» in tono cosď feroce, perché i ragazzi erano rimasti di colpo silenziosi e irrigiditi.

       Il signor Creakle fu visto parlare, e Tungay fu udito dire queste parole:

       «Dunque, ragazzi, comincia un nuovo semestre. State attenti a quello che farete in questa ripresa. Venite con nuovo vigore alle lezioni, ve lo consiglio, perché io vengo con nuovo vigore alle punizioni. Non cederė di un pollice. Non vi servirą a nulla fregarvi la schiena; non cancellerete i segni che ci lascerė io. E adesso, tutti al lavoro.»

       Quando questo spaventoso esordio ebbe termine e Tungay se ne fu andato arrancando, il signor Creakle si avvicinė al mio posto e mi disse che, se io ero famoso per mordere, era famoso per mordere anche lui. Mi mostrė poi la sua canna e mi domandė come la giudicavo come dente. Era un dente acuto, eh? Un bel doppio dente, eh? Aveva una bella punta, eh? Mordeva bene, eh? Mordeva bene? E a ogni domanda mi menava un colpo secco che mi faceva contorcere. Cosď presi presto familiaritą col Collegio Salem (come disse Steerforth) e presto fui anche in lacrime.

       Non intendo perė dire che questi fossero speciali segni di distinzione riservati a me solo. Al contrario, una vasta maggioranza di ragazzi (specialmente i piĚ piccoli) ebbero simili prove di attenzione via via che il signor Creakle faceva il giro dell'aula. Metą del collegio stava contorcendosi e piangendo prima ancora che fosse iniziato il lavoro della giornata; e non oso ricordare quanti altri si contorsero e piansero prima che il lavoro della giornata fosse finito, per timore di apparire esagerato.

       Direi che non c'Ź mai stato un uomo il quale abbia tratto piĚ godimento del signor Creakle dalla sua professione. Nel battere i ragazzi provava un piacere simile a quello di soddisfare un ingordo appetito. Sono certo che non poteva resistere, specialmente davanti a un ragazzino paffutello: un tipetto del genere aveva per lui un tal fascino che la sua mente non trovava requie finché non lo avesse segnato e marchiato per tutto il giorno. Io stesso ero paffuto e dovevo saperlo. Quando ripenso adesso a quell'uomo, il sangue mi ribolle contro di lui con quel disinteressato sdegno che proverei se avessi saputo tutto di lui senza essere mai stato in suo potere; ma mi ribolle in particolare perché so che era un bruto inetto, non piĚ meritevole della carica a lui affidata che di essere Primo Ammiraglio o Generalissimo: nelle quali funzioni avrebbe probabilmente commesso infinitamente meno mali.

       Miserabili, piccoli propiziatori di un idolo senza rimorsi, come eravamo abietti dinanzi a lui! Quale ingresso nella vita mi appare adesso, guardandomi indietro, l'essere stati cosď bassi e servili verso un uomo di quelle tendenze e di quelle pretese!

       Eccomi seduto ancora alla scrivania osservando i suoi occhi: osservando umilmente i suoi occhi mentre corregge col righello il quaderno di aritmetica di un'altra vittima le cui mani sono state appena colpite da quello stesso righello, e che cerca di farne scomparire il dolore accarezzandosele con un fazzoletto. Sono tutto occupato in questo. Non guardo i suoi occhi per ozio, ma perché ne sono morbosamente attratto, nell'atterrito desiderio di sapere che cosa farą adesso e se toccherą a me soffrire o a qualche altro. Oltre di me, tutta una fila di ragazzini, con lo stesso interesse negli occhi, lo fissa in egual modo. Credo che lo sappia, sebbene finga di non badarci. Fa tremende smorfie mentre corregge il quaderno; e adesso volge lo sguardo di sbieco verso la nostra fila e tutti noi ci sprofondiamo tremanti nei nostri libri. Un momento dopo lo stiamo ancora spiando. Un infelice reo, trovato colpevole di aver sbagliato un esercizio, si avvicina al suo comando. Il reo balbetta scuse, pronuncia una solenne promessa di far meglio domani. Il signor Creakle dice una battuta scherzosa prima di picchiarlo e noi ridiamo: miserabili cuccioli, ridiamo, coi volti color della cenere e il cuore che ci cade nelle scarpe.

       Eccomi seduto ancora alla scrivania in un sonnolento pomeriggio estivo. Un ronzio di bisbigli si leva intorno a me, come se i ragazzi fossero altrettanti mosconi. Una sensazione appiccicaticcia di tiepido grasso di carne si impadronisce di me (abbiamo pranzato da un'ora o due) e ho la testa pesante come piombo. Darei il mondo intero per poter dormire. Sto seduto con gli occhi fissi sul signor Creakle, battendo le ciglia verso di lui come un piccolo gufo; quando il sonno mi sopraffą per un attimo, egli mi appare ancora attraverso il velo del torpore, correggendo quei quaderni di aritmetica, finché mi arriva silenzioso alle spalle e mi sveglia a una piĚ netta percezione di lui con un solco rosso sulla schiena.

       Eccomi nel cortile della ricreazione, con l'occhio ancora affascinato da lui sebbene non possa vederlo. La finestra vicina, dietro la quale so che sta pranzando, fa le sue veci, e io fisso quella invece di lui. Se appare lď presso il suo volto, il mio assume un'espressione implorante e sottomessa. Se guarda attraverso il vetro, il piĚ audace dei ragazzi (Steerforth eccettuato) interrompe a mezzo un grido o uno strillo e diviene contemplativo. Un giorno Traddles (il piĚ sfortunato ragazzo del mondo) manda per caso in frantumi quel vetro con una palla. Rabbrividisco ancora adesso alla terribile sensazione di vedere che il fatto Ź avvenuto e di rendermi conto che la palla Ź rimbalzata sul sacro capo del signor Creakle.

       Povero Traddles! Stretto in un vestituccio azzurro cielo che gli rendeva le braccia e le gambe simili a salsicciotti tedeschi o a rotolate con la marmellata, era il piĚ allegro e il piĚ disgraziato dei ragazzi. Veniva sempre sferzato - credo che lo fu ogni santo giorno di quel semestre eccetto un lunedď di vacanza in cui fu solo picchiato col righello sulle mani - ed era sempre in procinto di scriverne allo zio senza farlo mai. Dopo avere appoggiato per un momento la testa sulla scrivania, subito si rianimava in qualche modo e riprendeva a ridere, e disegnava scheletri su tutta la sua lavagna prima ancora di avere gli occhi asciutti. Dapprima mi domandai stupito quale consolazione Traddles traesse dal disegnare scheletri; e per qualche tempo lo considerai una specie di asceta il quale, con quei simboli di mortalitą, volesse ricordarsi che le sferzate non potevano durare in eterno. Ma credo che lo facesse solo perché erano facili a disegnarsi non richiedendo i lineamenti.

       Era un ragazzo di onore, Traddles, e considerava un sacro dovere, per i ragazzi, sostenersi a vicenda. Per questo pagė di persona in parecchie occasioni; una in particolare, quando Steerforth rise in chiesa e il sacrestano credette che fosse stato Traddles e lo portė fuori. Lo vedo ancora andarsene sotto sorveglianza fra il disprezzo di tutta la congregazione. Non disse mai chi era il vero colpevole, sebbene il giorno dopo fosse ancora tutto dolorante per la punizione e restasse chiuso in cella per tante ore che ne uscď con un intero cimitero di scheletri brulicanti per tutto il suo dizionario latino. Ma ebbe il suo compenso. Steerforth affermė che in Traddles non vi era nulla di vile e noi lo considerammo come la lode piĚ alta. Per parte mia, sarei stato disposto ad affrontare molte cose (sebbene fossi assai meno coraggioso di Traddles e molto piĚ piccolo) per avere un tal premio.

       Vedere Steerforth andare in chiesa davanti a noi dando il braccio alla signorina Creakle, fu uno dei piĚ imponenti spettacoli della mia vita. Non giudicavo la signorina Creakle eguale in bellezza alla piccola Emily, e non l'amavo (non avrei osato); ma la consideravo una giovinetta quanto mai attraente e insuperabile quanto a gentilezza. Quando Steerforth, in calzoni bianchi, le reggeva il parasole, mi sentivo orgoglioso di conoscerlo e pensavo che ella non poteva fare a meno di adorarlo con tutto il cuore. Il signor Sharp e il signor Mell erano entrambi personaggi notevoli ai miei occhi; ma Steerforth stava a loro come il sole a due stelle.

       Steerforth continuava a proteggermi e si dimostrė un amico utilissimo, poiché nessuno osava dar fastidio a chi fosse onorato dal suo appoggio. Non poteva - o comunque non lo fece mai - difendermi dal signor Creakle, che era quanto mai severo con me; ma ogni volta che venivo trattato peggio del solito, mi diceva regolarmente che avevo bisogno di un po' del suo coraggio e che lui stesso non avrebbe saputo resistere a tanto: cosa che io prendevo come un incoraggiamento e che consideravo molto gentile da parte sua. Ci fu un vantaggio, e uno solo che sappia, nella severitą del signor Creakle. Egli trovava un ostacolo nel mio cartello quando, passeggiando in su e in giĚ, giungeva dietro la panca su cui sedevo e voleva menarmi un colpo di passaggio. Per questo mi fu presto tolto e non lo vidi piĚ.

       Una circostanza casuale rafforzė la mia intimitą con Steerforth in un modo che mi riempď di orgoglio e di soddisfazione, sebbene desse luogo ogni tanto a qualche inconveniente. Avvenne in una certa occasione in cui egli mi faceva l'onore di parlare con me nel cortile di ricreazione, e io notai che qualche cosa o qualcuno - adesso non ricordo bene di che si trattasse - assomigliava a qualche cosa o a qualcuno nel Pellegrino Pickle. Lď per lď non disse nulla, ma la sera, quando andai a letto, mi domandė se avevo quel libro.

       Gli risposi di no e gli spiegai come avevo potuto leggerlo al pari degli altri libri che ho gią nominato.

       «E te li ricordi?» mi chiese Steerforth.

       «Oh, sď,» risposi; avevo una buona memoria ed ero certo di ricordarli benissimo.

       «E allora ti dirė una cosa, piccolo Copperfield,» disse Steerforth, «tu me li racconterai. La sera non riesco ad addormentarmi presto e in genere mi sveglio molto presto al mattino. Li passeremo tutti l'uno dopo l'altro. Faremo una vera e propria Mille e una notte.»

       Mi sentii estremamente lusingato da questo accordo e cominciammo a metterlo in esecuzione quella sera stessa. Quale strazio abbia fatto dei miei autori preferiti in seguito alla mia interpretazione personale di essi, non sono in grado di dirlo e non desidero affatto saperlo; ma avevo in essi una profonda fede e, per quanto mi consta, un modo semplice e vivo di narrare quel che narravo: doti, queste, che fecero poi molta strada.

       Il rovescio della medaglia era che spesso, di notte, avevo un gran sonno o mi sentivo poco in vena e poco disposto a riassumere il racconto; e allora era una dura fatica, ma dovevo affrontarla, perché deludere o scontentare Steerforth era fuori questione. Al mattino, poi, quando mi sentivo stanco e sarei stato felice di godermi un'altra ora di riposo, era assai fastidioso essere svegliato, come la sultana Scheherazade, e costretto ad addentrarmi in una lunga storia prima che suonasse la campana della sveglia. Ma Steerforth era deciso, e siccome, in compenso, mi spiegava le operazioni di matematica e gli esercizi e tutto ciė che nei miei compiti era troppo difficile per me, non ci perdevo nulla nell'affare. Devo perė rendermi giustizia. Non ero mosso da motivi interessati o egoistici, e tanto meno avevo paura di lui. Lo ammiravo e lo amavo, e la sua approvazione era per me un sufficiente compenso: cosď prezioso, che oggi ricordo con nostalgia queste piccole cose.

       Steerforth era anche pieno di riguardi; e lo dimostrė in una particolare circostanza, con una inflessibilitą che dovette riuscire piuttosto tormentosa lo sospetto, per il povero Traddles e per gli altri. La promessa lettera di Peggotty - e che lettera confortante fu quella! - arrivė nelle prime settimane del semestre; e con essa una torta con un magnifico contorno di arance e due bottiglie di sciroppo di primule. Questo tesoro, come di dovere, lo misi ai piedi di Steerforth pregandolo di distribuirlo.

       «Adesso ti dirė una cosa, piccolo Copperfield,» disse, «lo sciroppo lo metteremo da parte per inumidirti la gola durante i tuoi racconti.»

       Arrossii a questa idea e, modestamente, lo pregai di non pensarci nemmeno. Ma lui ribatté di avere notato che spesso ero rauco - un tantino impastato, fu la sua esatta espressione - e che ogni goccia di quello sciroppo doveva essere dedicata allo scopo che aveva detto. Di conseguenza fu chiuso a chiave nella sua cassetta, travasato da lui stesso in un'ampolla con una cannuccia di penna d'oca nel tappo e somministrato a me quando si poteva supporre che avessi bisogno di un corroborante. A volte, per farne uno specifico ancor piĚ sovrano, era cosď buono da spremervi dentro succo d'arancia, o rinforzarlo con zenzero, o farvi sciogliere una caramella di menta; e, sebbene non possa affermare che il gusto risultasse migliorato da questi esperimenti, o che fosse esattamente quello il composto da scegliersi come stomatico, ultima cosa la notte e prima al mattino, io lo bevevo con animo grato ed ero molto sensibile alla sua attenzione.

       Mi sembra che ci soffermassimo per mesi sul Pellegrino e per ancor piĚ mesi su altri racconti. L'istituzione non venne mai meno per mancanza di storie, di questo sono sicuro; e lo sciroppo durė almeno quanto il materiale narrativo. Il povero Traddles - non penso mai a quel ragazzo se non con uno strano desiderio di ridere e con le lacrime agli occhi - fungeva in qualche modo da coro; mostrava di esser preso da convulsioni di allegria nei passaggi comici e di essere sopraffatto dal terrore quando apparivano nella narrazione qualche episodio o qualche personaggio pauroso. Molto spesso ne ero sconcertato. Ricordo che era un suo caratteristico scherzo fingere di non potersi trattenere dal battere i denti ogni volta che si accennava all'alguazil nelle avventure di Gil Blas; e mi sovviene che quando Gil Blas incontrė il capitano dei ladroni a Madrid, questo sfortunato burlone simulė un tale accesso di spavento da essere udito dal signor Creakle, vagante in cerca di preda per il corridoio, e generosamente frustato per schiamazzi in dormitorio.

       Quanto c'era di me di romanzesco e di sognante fu alimentato da tutto questo raccontare nell'ombra, e sotto questo aspetto l'esperienza poté non giovarmi molto. Ma l'essere accarezzato come una specie di trastullo nella mia camerata e la coscienza che questo mio talento faceva parlare di me i ragazzi e richiamava su di me molta attenzione sebbene fossi il piĚ piccolo, mi stimolavano in quella fatica. In una scuola diretta dalla pura crudeltą, sia o no un ignorante chi la presiede, non Ź probabile che ci sia da imparare molto. Credo che i nostri ragazzi formassero in genere un gruppo ignorante quanto poté mai esserlo una qualsiasi altra scolaresca al mondo; erano troppo tormentati e malmenati per imparare; non potevano trarne profitto piĚ di quanto alcuno possa trarre un profitto qualsiasi da una vita di continua disgrazia, tormento e ansia. Ma la mia piccola vanitą, e l'aiuto di Steerforth, mi incitavano in qualche modo; e, senza risparmiarmi molto, se pur qualche cosa mi risparmiarono, in fatto di punizioni, mi resero, per tutto il tempo che fui lą, un'eccezione nell'insieme, tanto da permettermi di raccattare e trattenere qualche briciola di sapere.

       In questo fui molto aiutato dal signor Mell, il quale aveva per me una predilezione che ricordo con gratitudine. Sempre mi addolorava vedere come Steerforth lo trattasse con sistematico disprezzo e di rado perdesse l'occasione per ferire i suoi sentimenti o indurre gli altri a farlo. E questo mi turbė per molto tempo, tanto piĚ perché avevo presto confidato a Steerforth, a cui non potevo tenere celato un tale segreto piĚ di quanto potessi nascondergli una torta o qualsiasi altra mia proprietą tangibile, tutto quel che riguardava le due vecchie che il signor Mell mi aveva condotto a visitare; e avevo sempre paura che Steerforth lo rivelasse e se ne servisse contro di lui.

       Credo che nessuno di noi immaginasse, quel primo mattino in cui feci colazione e mi addormentai all'ombra delle penne di pavone e al suono del flauto, quali conseguenze sarebbero derivate dall'ingresso della mia insignificante persona in quell'ospizio per poveri. Ma la mia visita provocė eventi imprevisti, e anche molto seri, a loro modo.

       Un giorno in cui il signor Creakle era rimasto a casa per una indisposizione che, naturalmente, diffuse una viva gioia in tutta la scuola, durante le lezioni del mattino c'era stato parecchio chiasso. Il grande sollievo e la profonda soddisfazione che i ragazzi provavano li avevano resi difficili da tenere; e sebbene il terribile Tungay fosse apparso due o tre volte con la sua gamba di legno prendendo nota dei nomi dei piĚ indisciplinati, non aveva fatto grande impressione perché essi erano perfettamente sicuri che il giorno dopo avrebbero avuto dei guai qualunque cosa facessero, e, senza la minima esitazione, pensavano bene di spassarsela almeno quel giorno.

       A rigore era un giorno di mezza vacanza, un sabato. Ma poiché il fracasso nel cortile di ricreazione avrebbe disturbato il signor Creakle e il tempo non era favorevole per andare a passeggio, ci fu ordinato di rimanere in classe nel pomeriggio e di attendere a qualche compito piĚ facile del solito che era stato preparato per l'occasione. Era il giorno della settimana in cui il signor Sharp usciva per farsi arricciare la parrucca, e cosď il signor Mell, che aveva sempre i lavori piĚ ingrati, quali che fossero, teneva scuola da solo.

       Se potessi associare l'idea di un toro o di un orso con un'anima mite come quella del signor Mell, ripensando a quel pomeriggio in cui lo strepito era giunto al colmo lo paragonerei a uno di questi animali aggredito da migliaia di cani. Me lo ricordo chinare la testa dolente, sostenendola con la mano ossuta, sul libro che era sulla scrivania, e tentare disperatamente di tirare avanti col suo faticoso lavoro tra un fracasso che avrebbe fatto venir le vertigini al Presidente della Camera dei Comuni. V'erano ragazzi che saltavano dentro e fuori dal loro posto giocando ai quattro cantoni con altri; ragazzi che ridevano, ragazzi che cantavano, ragazzi che parlavano, ragazzi che ballavano, ragazzi che urlavano; ragazzi che strascicavano i piedi, ragazzi che turbinavano intorno a lui ghignando, facendo smorfie, facendogli il verso alle spalle o davanti agli occhi, beffando con varie mimiche la sua povertą, le sue scarpe, le sue vesti, sua madre, tutto ciė che gli appartenesse e per cui avrebbero dovuto nutrire rispetto.

       «Silenzio!» gridė il signor Mell alzandosi di scatto e battendo il libro sulla scrivania.

       «Che cosa significa tutto questo? ť impossibile sopportarlo. C'Ź da impazzire. Come potete comportarvi cosď verso di me, ragazzi?»

       Il libro con cui aveva colpito la scrivania era il mio; e poiché gli stavo a fianco, seguendo i suoi occhi mentre egli li volgeva attorno alla stanza, vidi tutti i ragazzi fermarsi, alcuni improvvisamente sorpresi, altri mezzo impauriti e alcuni, forse, pentiti.

       Il posto di Steerforth era all'estremitą dell'aula, al lato opposto della lunga sala. Lui se ne stava indolentemente disteso con le spalle contro il muro e le mani in tasca, e guardava il signor Mell con la bocca stretta come se stesse fischiando, quando il signor Mell guardė lui.

       «Silenzio, signor Steerforth!» gridė.

       «Fate silenzio voi,» rispose Steerforth arrossendo. «A chi credete di parlare?»

       «Sedetevi,» comandė il signor Mell.

       «Sedetevi voi,» rispose Steerforth, «e badate ai fatti vostri.» Ci fu una risatina e un tentativo di applauso; ma il signor Mell era cosď bianco in volto che seguď immediatamente un silenzio, e un ragazzo che si era precipitato dietro di lui per imitare ancora sua madre, cambiė idea e finse di temperare una penna.

       «Se credete, Steerforth,» disse il signor Mell, «che io non mi sia accorto dell'influenza che potete esercitare qui, su tutte queste giovani menti,» - e pose la mano, senza badare a quel che faceva (immaginai), sulla mia testa - «o che non vi abbia osservato, pochi minuti fa, incitare contro di me i piĚ giovani di voi, vi sbagliate.»

       «Io non mi prendo la pena di pensare minimamente a voi,» rispose freddamente Steerforth, «quindi si dą il caso che non mi sono sbagliato affatto.»

       «E quando vi servite della vostra posizione di favore qui dentro, signore,» continuė il signor Mell col labbro che gli tremava convulso, «per insultare un gentiluomo...»

       «Un che? Dov'Ź?» lo interruppe Steerforth.

       A questo punto qualcuno gridė: «Vergogna, Steerforth! ť troppo!» Era Traddles, che il signor Mell mise fuor di questione imponendogli di tenere la lingua a posto.

       «Per insultare un uomo che non ha fortuna nella vita, signore, che non vi ha mai fatto la minima offesa, e che non merita l'insulto per molte ragioni che voi siete abbastanza intelligente e in etą per capire,» continuė il signor Mell con le labbra che gli tremavano sempre piĚ, «commettete un'azione bassa e vile. E adesso, signore, potete sedervi o stare in piedi a vostro talento. Copperfield, proseguiamo.»

       «Un momento, piccolo Copperfield,» disse Steerforth avanzando nell'aula. «Vi dirė come stanno le cose una volta per tutte. Quando vi prendete la libertą di chiamarmi basso e vile o qualsiasi altra cosa del genere, vi dirė che siete uno spudorato mendicante. Mendicante lo siete sempre stato e lo sapete; ma quando fate cosď siete un mendicante spudorato.»

       Non so bene se stesse per colpire il signor Mell, o il signor Mell stesse per colpire lui o se entrambi avessero la stessa intenzione. Vidi l'intera scolaresca irrigidirsi come pietrificata, e d'un tratto il signor Creakle fu in mezzo a noi con Tungay al suo fianco e la signora e la signorina Creakle che guardavano dalla soglia come atterrite. Il signor Mell rimase seduto per qualche momento, assolutamente immobile, coi gomiti sulla scrivania e la faccia fra le mani.

       «Signor Mell,» disse il signor Creakle scuotendolo per un braccio; e il suo sussurro fu adesso cosď udibile che Tungay non credette necessario ripetere le sue parole, «spero che non vi siate dimenticato di voi stesso.»

       «No, signore, no,» rispose il maestro mostrando il volto, scuotendo la testa e fregandosi le mani in grande agitazione. «No, signore. No. Mi sono ricordato di chi sono, io... no, signor Creakle, non ho dimenticato chi sono, io... me ne sono ricordato, signore. Io... Io... potrei desiderare che voi vi foste ricordato di me un poco prima, signor Creakle. Sarebbe... sarebbe stato piĚ gentile, signore... piĚ giusto, signore. Mi avrebbe risparmiato qualche cosa, signore.»

       Il signor Creakle, guardando duramente il signor Mell, pose la mano sulla spalla di Tungay, portė un piede sulla panca piĚ vicina e si sedette sulla scrivania. Dopo aver guardato ancora con severitą il signor Mell dall'alto del suo trono, poiché egli continuava a scuotere la testa e a strusciarsi le mani, sempre in quello stato di agitazione, il signor Creakle si volse a Steerforth dicendo:

       «Ebbene, signore, visto che costui non si degna di parlarmi, che cosa Ź tutto questo?»

       Steerforth evase per un momento la domanda, guardando pieno di disprezzo e d'ira il suo avversario e restando in silenzio. Ricordo che, in questo intervallo, non potei fare a meno di pensare alla nobiltą del suo aspetto e a quanto scialbo e comune apparisse il signor Mell in suo confronto.

       «Che cosa voleva intendere, parlando di favoriti, allora?» disse Steerforth alla fine.

       «Favoriti?» ripeté il signor Creakle, con le vene della fronte che si gonfiavano a un tratto. «Chi ha parlato di favoriti?»

       «Ne ha parlato lui,» rispose Steerforth.

       «E, di grazia, che cosa intendevate con questo, signore?» domandė il signor Creakle volgendosi con asprezza al suo assistente.

       «Intendevo, signor Creakle,» rispose lui a voce bassa, «quello che ho detto; che nessun allievo ha il diritto di valersi di una posizione di favore per avvilirmi.»

       «Per avvilire voi?» esclamė il signor Creakle. «Per il cielo! Ma permettetemi di domandarvi, signor Come-vi-chiamate,» e qui il signor Creakle incrociė le braccia, con la sua canna e tutto, sul petto e aggrottė le sopracciglia in modo che i suoi piccoli occhi divennero appena visibili sotto di esse: «quando avete parlato di favoriti avete mostrato il rispetto dovuto alla mia persona? Alla mia persona, signore,» proseguď il signor Creakle tendendo improvvisamente la testa verso di lui e tirandola di nuovo indietro, «quella del capo di questo istituto e del vostro datore di lavoro?»

       «Non Ź stato saggio, signore, lo ammetto volentieri,» rispose il signor Mell. «Non lo avrei fatto se fossi stato piĚ calmo.»

       Qui Steerforth intervenne:

       «Allora ha detto che sono basso, allora ha detto che sono vile, e allora l'ho chiamato mendicante. Se io fossi stato piĚ calmo non lo avrei chiamato cosď. Ma l'ho fatto e sono pronto a subirne le conseguenze.»

       Senza forse considerare se c'era una qualsiasi conseguenza possibile, mi sentii ardere di entusiasmo per questo generoso discorso. Fece impressione anche sui ragazzi perché si udď fra loro un mormorio basso sebbene nessuno dicesse una parola.

       «Sono stupito, Steerforth - sebbene la vostra franchezza vi faccia onore,» disse il signor Creakle, «vi faccia certo onore - sono sorpreso, Steerforth, devo dire, che abbiate potuto rivolgere un tale epiteto a una persona impiegata e stipendiata dal Collegio Salem.»

       Steerforth diede in una breve risata.

       «Questo non Ź rispondere alla mia osservazione, signore,» ribatté il signor Creakle. «Mi aspetto da voi qualche cosa di piĚ, Steerforth.»

       Se il signor Mell appariva scialbo ai miei occhi, in confronto di quel bel ragazzo, sarebbe assolutamente impossibile dire quanto scialbo mi apparisse il signor Creakle.

       «Fateglielo negare,» disse Steerforth.

       «Negare di essere un mendicante, Steerforth?» gridė il signor Creakle. «Evvia, dov'Ź che va a mendicare?»

       «Se non Ź un mendicante lui stesso, lo Ź un suo prossimo parente,» rispose Steerforth. «Il che fa lo stesso.»

       Mi lanciė un'occhiata, e la mano del signor Mell mi batté delicatamente sulla spalla. Io alzai gli occhi con il rossore nel volto e il rimorso nel cuore, ma lo sguardo del signor Mell era fisso su Steerforth. Continuava a battermi delicatamente la spalla, ma guardava lui.

       «Poiché desiderate che mi giustifichi, signor Creakle,» continuė Steerforth, «e dica quello che intendo, quello che ho da dire Ź questo: che sua madre vive di caritą in un ospizio.»

       Il signor Mell continuė a fissarlo e a battermi piano sulla spalla, e disse fra sé in un sussurro, se udii bene: «Sď, me lo aspettavo.»

       Il signor Creakle si volse al suo assistente con un cipiglio severo e una cortesia elaborata.

       «Adesso avete udito quello che afferma questo signore, signor Mell. Abbiate la bontą, vi prego, di metterlo a posto dinanzi a tutta la scuola.»

       «Ha ragione, signore, non c'Ź nulla da correggere,» rispose il signor Mell in un silenzio di morte; «quello che ha detto Ź vero.»

       «Siate cosď gentile, allora, da dichiarare pubblicamente, vi prego,» riprese il signor Creakle piegando la testa da un lato e ruotando gli occhi su tutta la classe, «se sono mai venuto a conoscenza di ciė fino a questo momento.»

       «Direttamente, non credo,» rispose lui.

       «Come? Non sapete?» esclamė il signor Creakle. «Non sapete proprio?»

       «Temo che non abbiate mai supposto molto buona la mia condizione materiale,» rispose l'assistente. «Sapete bene qual Ź e quale Ź sempre stata la mia posizione qui.»

       «Temo, se arrivate a questo,» ribatté il signor Creakle con le vene della fronte piĚ gonfie che mai, «che la vostra posizione qui sia stata assolutamente falsa, e che voi abbiate preso questa scuola per un'istituzione di caritą. Signor Mell, col vostro permesso, dobbiamo dividerci. E quanto prima sarą, meglio sarą.»

       «Non c'Ź momento piĚ adatto di questo,» rispose il signor Mell alzandosi.

       «Come volete, signore,» disse il signor Creakle.

       «Mi congedo da voi, signor Creakle, e da voi tutti,» disse il signor Mell volgendo uno sguardo in giro all'aula e ancora battendomi delicatamente sulla spalla. «James Steerforth, il miglior augurio che possa farvi Ź che giungiate a vergognarvi di quello che avete fatto oggi. Ora come ora preferirei sapervi qualsiasi cosa eccetto che un amico mio o di chiunque mi stia a cuore.»

       Ancora una volta posė la mano sulla mia spalla; poi, preso il suo flauto e pochi libri dalla scrivania, e lasciatavi la chiave per il suo successore, abbandonė l'aula con tutto il suo avere sotto braccio. Il signor Creakle tenne allora un discorso, per mezzo di Tungay, nel quale ringraziava Steerforth per avere difeso (forse con eccessivo calore) l'indipendenza e la rispettabilitą del Collegio Salem, e che concluse stringendo la mano a Steerforth lanciavamo tre evviva, non sapevo bene perché ma immaginavo per Steerforth e cosď partecipai ad essi con tutto il mio ardore sebbene mi sentissi molto infelice. Poi il signor Creakle sferzė Tommy Traddles avendolo sorpreso in lacrime, invece che in esultanza, a causa della partenza del signor Mell; e tornė al suo sofą, o al suo letto o a qualsiasi altro posto donde era venuto.

       Fummo lasciati a noi stessi e ci guardammo l'un l'altro, ricordo, con un'aria molto confusa. Quanto a me, sentivo che avevo tanto da rimproverarmi e di cui pentirmi in quello che era accaduto, che nulla avrebbe potuto aiutarmi a reprimere le lacrime se non il timore che Steerforth, il quale spesso - lo vedevo - volgeva lo sguardo verso di me, potesse giudicare poco amichevole - o dovrei piuttosto dire, considerando le nostre relative etą e i sentimenti che nutrivo per lui, irriverente - l'emozione che mi angosciava, se l'avessi mostrata. Era molto arrabbiato con Traddles, e disse di esser contento che le avesse prese.

       Il povero Traddles, che aveva superato la fase di star con la testa appoggiata alla scrivania e si andava consolando al solito con una schiera di scheletri, disse che non gliene importava. Il signor Mell era stato trattato ingiustamente.

       «Chi lo ha trattato ingiustamente, ragazzetta?» chiese Steerforth.

       «Tu, lo hai fatto,» rispose Traddles.

       «E che cosa ho fatto?»

       «Che cosa hai fatto?» ribatté Traddles. «Hai ferito i suoi sentimenti e gli hai fatto perdere il posto.»

       «I suoi sentimenti!» ripeté Steerforth con disprezzo.

       «I suoi sentimenti ne caveranno presto qualche vantaggio, te lo garantisco. I suoi sentimenti non sono come i tuoi, signorina Traddles. E quanto al suo posto - che era un magnifico posto, vero? - credi che non scriverė a casa per fargli avere un po' di denaro, Marietta?»

       Giudicammo molto nobile questa intenzione di Steerforth, la cui madre era una ricca vedova e si diceva facesse quasi tutto quello che lui le chiedeva. Fummo tutti lietissimi di vedere Traddles battuto e Steerforth levato alle stelle: specialmente quando ci disse, come si degnė di dirci, di aver fatto quello che aveva fatto esclusivamente per noi e per il nostro bene, e che ci aveva reso un gran favore senza averci alcun interesse.

       Ma devo dire che, quella notte, mentre tiravo avanti con un racconto, al buio, il vecchio flauto del signor Mell parve tristemente risuonare piĚ di una volta al mio orecchio; e che, quando infine Steerforth fu stanco e io mi abbandonai nel mio letto, immaginai di udirlo suonare in qualche parte cosď dolorosamente che mi sentii pieno di angoscia.

       Lo dimenticai presto nella contemplazione di Steerforth che, con un disinvolto dilettantismo e senza alcun libro (mi sembrava che sapesse tutto a memoria) continuė le lezioni del signor Mell finché fu trovato un nuovo maestro. Questi proveniva da un ginnasio, e, prima di entrare nelle sue funzioni, pranzė un giorno in salotto per essere presentato a Steerforth. Steerforth lo apprezzė moltissimo e ci disse che era una «pasta». Senza capire con esattezza quale dotta distinzione implicasse questo termine, lo rispettai enormemente grazie ad essa e non ebbi alcun dubbio sulla sua superiore dottrina: sebbene non si prendesse mai per me quelle pene - non ch'io fossi qualcuno - che si era preso il signor Mell.

       Ci fu solo un altro evento, in questo semestre, al di fuori della quotidiana vita scolastica, che fece in me un'impressione tale da sopravvivere ancor oggi. E sopravvive per molte ragioni.

       Un pomeriggio che stavamo tutti tribolando in uno stato di terribile disperazione e il signor Creakle menava botte a destra e a manca che era uno spavento, Tungay entrė e annunciė col suo solito vocione: «Visite per Copperfield!»

       Furono scambiate poche parole fra lui e il signor Creakle: chi erano i visitatori e in quale stanza bisognava farli entrare; e poi io, che, secondo l'usanza, mi ero alzato in piedi appena fatto l'annuncio e mi sentivo venir meno dallo stupore, ebbi l'ordine di salire per le scale di servizio e mettermi una gala pulita prima di entrare nella sala da pranzo. Obbedii a queste ingiunzioni con un batticuore e una fretta che i miei giovani spiriti non avevano mai conosciuto; e, quando raggiunsi la porta del salotto e mi passė per la testa l'idea che potesse esser mia madre - fin allora avevo solo pensato al signore o alla signorina Murdstone - trassi la mano dalla maniglia e sostai per dare un singhiozzo prima di entrare.

       Lď per lď non vidi alcuno; ma, sentendo una pressione contro la porta, guardai dietro di essa e lď, con mia gran meraviglia, c'erano il signor Peggotty e Ham che mi facevano inchini e scappellate e si schiacciavano a vicenda contro il muro. Non potei fare a meno di ridere; ma molto piĚ per il piacere di vederli che per il buffo modo con cui mi apparivano. Ci stringemmo le mani molto cordialmente; e io risi e risi finché mi tirai fuori di tasca il fazzoletto per asciugarmi gli occhi.

       Il signor Peggotty (che, ricordo, rimase sempre a bocca aperta per tutta la visita) apparve molto preoccupato quando mi vide far questo e diede di gomito a Ham perché dicesse qualche cosa.

       «Su, allegro, signorino Davy!» disse Ham col suo bonario sorriso. «Perdinci come siete cresciuto!»

       «Sono cresciuto?» chiesi asciugandomi gli occhi. Non piangevo per nulla di particolare, che io sappia; ma in qualche modo il rivedere i vecchi amici mi portava al pianto.

       «Cresciuto, signorino Davy? Altro che cresciuto!» disse Ham.

       «Altro che cresciuto!» fece eco il signor Peggotty.

       Mi fecero di nuovo ridere scambiandosi le loro risa, e allora ridemmo tutti e tre finché mi sentii in pericolo di piangere ancora.

       «Sapete come sta la mamma, signor Peggotty?» dissi. «E come sta la mia cara vecchia Peggotty?»

       «Magnificamente,» rispose il signor Peggotty.

       «E la piccola Emily? e la signora Gummidge?»

       «Ma... gnificamente,» rispose il signor Peggotty.

       Ci fu un silenzio. Il signor Peggotty, per colmarlo, trasse dalle sue tasche due magnifiche aragoste, un enorme granchio e un sacchetto di tela pieno di gamberetti, e li ammucchiė sulle braccia di Ham.

       «Vedete,» disse il signor Peggotty, «sapendo che, quando stavate da noi, vi piaceva un po' di profumo, ci siamo presi la libertą. La vecchia madre li ha bolliti, li ha. La signora Gummidge li ha bolliti. Sď,» disse lentamente il signor Peggotty, che mi sembrava indugiasse sull'argomento non avendone un altro pronto, «la signora Gummidge, ve lo assicuro, li ha bolliti.»

       Espressi i miei ringraziamenti; e il signor Peggotty, dopo aver guardato Ham, che rivolgeva al pesce un sorriso pecorino, senza fare alcun tentativo per aiutarlo, disse:

       «Vedete, quando il vento e la marea sono favorevoli, noi veniamo a Gravesen con una delle nostre paranze di Yarmouth. Mia sorella mi ha scritto il nome di questo posto e mi ha detto che se mai mi capitava di andare a Gravesen dovevo venire a cercare il signorino Davy e portargli i suoi rispetti, augurargli devotamente ogni bene e riferirgli della sua famiglia, che sta tutta magnificamente. La piccola Emily, vedete, quando saremo tornati scriverą a mia sorella che vi ho visto e che anche voi state magnificamente, e cosď sarą tutta una giostra.»

       Dovetti meditare un poco prima di capire quello che il signor Peggotty intendeva con questa immagine, espressiva di un completo giro di comunicazioni. Poi lo ringraziai di cuore e dissi, rendendomi conto di arrossire, che immaginavo che anche la piccola Emily fosse cambiata da quando raccoglievamo conchiglie e sassolini sulla spiaggia.

       «Sta diventando una donna, ecco quello che sta diventando,» mi rispose il signor Peggotty. «Domandatelo a lui.»

       Intendeva Ham, che raggiava di gioia e di approvazione sopra il sacchetto dei gamberi.

       «Che bel faccino che ha!» esclamė il signor Peggotty mentre il suo volto si illuminava come una lucerna.

       «E che istruzione!» aggiunse Ham.

       «E come scrive!» continuė il signor Peggotty. «Caratteri neri come il giaietto, e cosď grandi che si possono vedere da ogni luogo.»

       Era davvero delizioso vedere da quale entusiasmo fosse animato il signor Peggotty quando parlava della sua piccola protetta. ť ancora davanti a me col suo volto onesto e peloso, radiante di un orgoglio e di un felice amore per i quali non trovo parole. I suoi occhi leali si accendono e scintillano come se nelle loro profonditą si agitasse qualche cosa di luminoso. Il suo largo petto si gonfia per il piacere. Le sue mani forti e pesanti si stringono insieme per l'ardore; ed egli sottolinea tutto quello che dice agitando la destra che, ai miei occhi di pigmeo, appare un martello da fabbro.

       Ham aveva la sua stessa esultanza. Credo che avrebbero parlato ancor piĚ di lei se non fossero stati intimiditi dall'inatteso arrivo di Steerforth, il quale, vedendomi in un angolo, intento a parlare con due estranei, interruppe l'arietta che stava cantando e disse: «Non sapevo che tu fossi qui, piccolo Copperfield!» (perché non era la consueta stanza delle visite) e ci passė vicino per uscire.

       Non so se lo chiamai, mentre se ne andava, per l'orgoglio di avere un amico come Steerforth o per il desiderio di spiegargli come mi trovavo ad avere amici come il signor Peggotty. Ma dissi modestamente (buon Dio, come tutto ciė mi torna in mente dopo tanto tempo):

       «Non andatevene, Steerforth, vi prego. Questi sono due barcaioli di Yarmouth - brava e cara gente - parenti della mia bambinaia, che sono venuti da Gravesen per vedermi.»

       «Ah, sď?» disse Steerforth tornando. «Sono felice di vederli. Come state?»

       C'era una disinvoltura nei suoi modi - modi gai e spigliati, senza alcuna spavalderia - che ancor oggi credo suscitasse una specie di fascino. Credo ancora che in virtĚ del suo portamento, dei suoi spiriti vitali, della sua voce piacevole, della bellezza del suo volto e della sua figura, e, per quanto sappia, di certi innati poteri di attrazione (che penso ben pochi posseggano) portasse con sé una sorta di incanto al quale era naturale debolezza cedere e a cui pochi avrebbero saputo resistere. Non potei non vedere quanto i miei amici si trovassero bene con lui e come in un attimo parvero pronti ad aprirgli il loro cuore.

       «Vi prego, signor Peggotty,» dissi, «dovete far sapere a casa mia, quando sarą spedita quella lettera, che il signor Steerforth Ź molto buono con me e che non so che cosa farei qui senza di lui.»

       «Sciocchezze!» disse Steerforth ridendo. «Non dovete raccontare niente di simile.»

       «E se il signor Steerforth dovesse mai venire nel Norfolk o nel Suffolk, signor Peggotty,» proseguii, «quando ci sarė io, potete star sicuri che lo porterė a Yarmouth, se vorrą, a vedere la vostra casa. Non avete mai visto una casa cosď bella, Steerforth. ť stata ricavata da una barca.»

       «Ricavata da una barca?» esclamė Steerforth. «ť proprio la casa che ci vuole per un cosď perfetto barcaiolo.»

       «Proprio cosď, signore, proprio cosď,» disse Ham con un largo sorriso, «Avete ragione, signore! Signorino Davy, il signore ha ragione. Un perfetto barcaiolo! Oh, oh, ecco quello che Ź!»

       Il signor Peggotty era non meno compiaciuto di suo nipote, sebbene la modestia gli impedisse di accogliere cosď rumorosamente un complimento personale.

       «Be', signore,» disse con un riso basso, inchinandosi e ripiegandosi sul petto i lembi del fazzoletto che aveva al collo. «Grazie, signore, grazie. Faccio quello che posso nel mio genere di vita, signore.»

       «Il migliore degli uomini non puė far di piĚ, signor Peggotty,» rispose Steerforth. Aveva gią imparato il suo nome.

       «Ci scommetto che Ź quello che fate anche voi, signore,» disse il signor Peggotty scuotendo la testa, «e che lo fate bene... proprio bene. Grazie, signore. Vi sono obbligato, signore, per la buona accoglienza. Sono rozzo, signore, ma di me ci si puė fidare... almeno, spero che ci si possa fidare, capite. La mia casa non Ź gran cosa da vedere, signore, ma la metto di cuore al vostro servizio se mai doveste venirvi col signorino Davy. Sono un vero sguiscione, sono,» continuė il signor Peggotty che, con questa parola, intendeva una lumaca alludendo alla sua lentezza nel prender congedo, perché aveva tentato di andarsene dopo ogni battuta e sempre, per una ragione o per un'altra, era tornato indietro; «ma vi auguro a tutti e due di stare bene e di essere felici!»

       Ham fece eco a questi sentimenti, e ci separammo da loro nel modo piĚ cordiale. Quella sera fui quasi tentato di parlare a Steerforth della piccola Emily, ma ero troppo timido per pronunciarne il nome e avevo troppa paura che mi deridesse. Ricordo di aver meditato un bel po', e con una sorta di disagio, a quanto aveva detto il signor Peggotty, sul suo avviarsi a divenire una donna; ma decisi che erano sciocchezze.

       Trasportammo i crostacei, o il «profumo», come li aveva chiamati modestamente il signor Peggotty, nella nostra camerata senza essere notati, e quella sera ci concedemmo una grande cena. Ma Traddles non poté uscirne felicemente. Era troppo disgraziato per affrontare anche una semplice cena come chiunque altro. Durante la notte si sentď male - era completamente a terra - a causa del granchio; e dopo essere stato semiavvelenato da pozioni nere e pillole turchine in dosi tali che Demple (il cui padre era medico) definď sufficienti ad abbattere un cavallo, si ebbe una buona sferzata e sei capitoli del Testamento greco per aver rifiutato di confessare.

       Il resto del semestre Ź, nel mio ricordo, un guazzabuglio in cui si frammischiano la tenace lotta quotidiana per l'esistenza; il cader dell'estate e il cambiamento di stagione; le mattine gelate in cui eravamo buttati giĚ dal letto dallo squillo della campana, e il freddo, freddissimo sapore delle buie notti quando la campana ci mandava a letto di nuovo; l'aula della sera, malamente illuminata e poco riscaldata, e l'aula del mattino che non era niente altro che una grande macchina per rabbrividire; l'alternarsi del manzo lesso e del manzo arrosto, del montone lesso e del montone arrosto; le fette di pane e burro, i libri di scuola orecchiuti, le lavagne scheggiate, i quaderni macchiati di lacrime, le sferzate, i colpi di righello, il taglio dei capelli, le domeniche piovose, gli sformati col grasso di rognone e una sudicia atmosfera d'inchiostro che avvolgeva il tutto.

       Ben ricordo, tuttavia, come la lontana idea delle vacanze, dopo essere apparsa per un tempo immenso come un punto immobile, cominciė ad avanzare verso di noi e a crescere sempre piĚ. Come dal conto dei mesi si passė a quello delle settimane e poi dei giorni; e come allora cominciai a temere di non essere richiamato a casa, e, quando seppi da Steerforth che ero stato richiamato e fui sicuro di tornare, ebbi cupi presentimenti di potermi rompere una gamba prima della partenza. Come rapidamente, infine, l'ultimo giorno di scuola si avvicinė: la settimana dopo la prossima, la prossima settimana, questa settimana, dopodomani, domani, oggi, stasera... finché sono nella diligenza di Yarmouth e torno a casa.

       PiĚ volte mi addormentai e mi svegliai bruscamente in quella diligenza, e feci molti sogni sconclusionati su tutte queste cose. Ma, quando mi svegliavo ogni tanto, la campagna fuori del finestrino non era il cortile di ricreazione del Collegio Salem, e quello che risuonava ai miei orecchi non era la sferza del signor Creakle che colpiva Traddles, ma la frusta del cocchiere che incitava i cavalli.

 

VIII • LE MIE VACANZE. IN PARTICOLARE UN POMERIGGIO FELICE

 

 

 

       Quando arrivammo, prima di giorno, alla locanda dove la diligenza fermava, che non era quella dove serviva il mio amico cameriere, fui condotto in una bella cameretta sulla cui porta era dipinto: DELFINO. Ricordo che avevo un gran freddo, nonostante il tŹ bollente che mi avevano fatto prendere a terreno, davanti a un bel fuoco; e fui felicissimo di infilarmi nel letto del Delfino, tirarmi sul capo le coperte del Delfino e addormentarmi.

       Il signor Barkis, il corriere, doveva venire a prendermi alle nove del mattino. Mi alzai alle otto, un po' stordito per la brevitą del mio riposo, e mi trovai pronto prima dell'ora stabilita. Mi accolse esattamente come se non fossero trascorsi nemmeno cinque minuti da quando eravamo stati insieme l'ultima volta e io fossi entrato nell'albergo solo per cambiare un seipence o qualche cosa di simile.

       Appena io e la mia cassetta fummo sul carro e il corriere si fu seduto, il pigro cavallo si mosse con tutti noi al suo passo consueto.

       «Avete un ottimo aspetto, signor Barkis,» gli dissi pensando che sarebbe stato contento di saperlo.

       Il signor Barkis si strofinė la gota col polsino e poi guardė il polsino come se si aspettasse di trovarci sopra un po' della sua lanugine; ma non diede altro indizio di avere apprezzato il complimento.

       «Ho inviato il vostro messaggio, signor Barkis», continuai: «Ho scritto a Peggotty.»

       «Ah!» disse il signor Barkis.

       Aveva un'aria arcigna e rispondeva secco secco.

       «C'era qualche cosa di sbagliato, signor Barkis?» domandai dopo una breve esitazione.

       «Macché,» rispose il signor Barkis.

       «Dico nel messaggio.»

       «Il messaggio magari andava bene,» disse il signor Barkis; «ma tutto Ź finito lď.»

       Poiché non capivo che cosa intendesse dire, ripetei insistendo: «Finito lď, signor Barkis?»

       «Non ne Ź seguito nulla,» mi spiegė guardandomi di traverso. «Nessuna risposta.»

       «Vi aspettavate una risposta, allora, signor Barkis?» chiesi io spalancando gli occhi. Perché questa era per me una nuova luce.

       «Quando un uomo dice di essere pronto,» rispose il signor Barkis volgendomi ancora uno sguardo lento, «Ź come se dicesse che aspetta una risposta.»

       «Ebbene, signor Barkis?»

       «Ebbene,» disse lui riportando gli occhi sulle orecchie del suo cavallo, «quest'uomo Ź ancora qui che aspetta da allora.»

       «Glielo avete detto, signor Barkis?»

       «No... no,» brontolė lui meditandoci sopra. «Non ho nessun diritto di andare a dirglielo. Non le ho mai detto sei parole di fila: io non andrė certo a dirglielo.»

       «E sareste contento se lo facessi io, signor Barkis?» chiesi con aria dubbiosa.

       «Tu puoi dirglielo, se vuoi,» rispose il signor Barkis volgendomi un altro sguardo lento, «che Barkis aspettava una risposta. Dille... come si chiama?»

       «Come si chiama?»

       «Eh!» confermė con un cenno del capo.

       «Peggotty.»

       «ť il suo nome? O il suo cognome?»

       «Oh, non Ź il suo nome. Il suo nome Ź Clara.»

       «Senti, senti,» commentė il signor Barkis.

       Parve trovare un immenso campo di riflessione in questa circostanza e se ne stette meditabondo, fischiettando fra sé per qualche tempo.

       «Be',» concluse infine. «Dille: ‹Peggotty! Barkis sta aspettando una risposta.› Forse lei dirą: ‹Una risposta a che cosa?› E tu dirai: ‹A quello che ti ho detto.› ‹E che cos'Ź?› dirą lei. ‹Che Barkis Ź pronto,› dirai tu.»

       Il signor Barkis accompagnė questi ingegnosissimi suggerimenti con una gomitata che mi lasciė una fitta nel fianco. Dopo di che si piegė verso il cavallo, al suo solito modo, e non fece altra allusione al soggetto a eccezione di quando, una mezz'ora dopo, si trasse di tasca un gessetto e scrisse «Clara Peggotty» sull'interno della tenda del suo carro, apparentemente come un promemoria personale.

       Ah, che strana sensazione era quella di tornare a casa ora che non era piĚ la mia casa, e di accorgermi che ogni oggetto su cui posavo gli occhi mi ricordava la felice casa di un tempo, quasi un sogno che non avrei piĚ potuto sognare! I giorni in cui mia madre e io e Peggotty eravamo tutti l'uno per l'altro e non c'era alcuno fra noi mi sorgevano dinanzi cosď penosamente, lungo la strada, che mi domando se fossi lieto di trovarmi lď... mi domando se non avrei preferito essere rimasto lontano e dimenticare tutto in compagnia di Steerforth. Ma ormai ero lď; e presto mi trovai davanti alla nostra casa, dove i vecchi e nudi olmi torcevano le loro tante braccia nella triste aria invernale e brandelli dei vecchi nidi di cornacchia erano trascinati via dal vento.

       Il corriere tirė giĚ la mia cassetta davanti al cancello del giardino e mi lasciė. Io percorsi il sentiero verso casa lanciando occhiate alle finestre con la paura di vedere, a ogni passo, il signor Murdstone o la signorina Murdstone affacciarsi minacciosi a una di esse. Tuttavia non apparve alcun volto; e, arrivato alla casa, sapendo che la porta, prima di buio, si poteva aprire senza bussare, entrai con passo timido e cheto.

       Dio solo sa quanto era immerso nella mia infanzia il ricordo che fu svegliato in me dalla voce di mia madre nel vecchio salotto quando misi piede nell'anticamera. Cantava sommessa. Credo che devo averla sentita cantare cosď su di me quando giacevo fra le sue braccia e non ero che un neonato. La melodia era nuova per me, e tuttavia cosď antica che colmė fino all'orlo il mio cuore; come un amico che torni dopo una lunga assenza.

       Pensai, dal modo solitario e pensoso con cui mia madre mormorava quel canto, che fosse sola. Ed entrai piano piano nella stanza. Era seduta presso il fuoco e allattava un piccolino di cui si teneva contro il collo la mano minuta. Aveva gli occhi chini verso il suo volto e se ne stava lď, cantando per lui. Fin qui avevo avuto ragione: non vi era altra compagnia.

       Le parlai, ed ella sussultė con un grido. Ma, nel vedermi, mi chiamė il suo caro Davy, il suo bambino! E, attraversata metą della stanza per venirmi incontro, si inginocchiė sul pavimento, e mi baciė, e posė la mia testa sul suo petto, accanto alla creaturina che aveva lď il suo nido, e mi pose la mano sulle labbra.

       Vorrei essere morto. Vorrei essere morto allora con quel sentimento nel cuore. Sarei stato piĚ degno del cielo di quanto sia mai stato poi.

       «ť tuo fratello,» disse mia madre accarezzandomi. «Davy, mio caro ragazzo! Povero bambino mio!» E mi baciė ancora e ancora, cingendomi il collo. Era cosď quando Peggotty entrė di corsa e si gettė sul pavimento accanto a noi e per un quarto d'ora parve fuori di sé.

       Pare che non mi aspettassero cosď presto, perché il corriere era arrivato molto prima del solito. Pare anche che il signore e la signorina Murdstone fossero andati a fare una visita nelle vicinanze e non sarebbero tornati prima di notte. Non avevo mai sperato questo. Non avevo mai creduto possibile che noi tre avremmo potuto stare insieme indisturbati, ancora una volta; e per un momento mi parve che fossero tornati i vecchi giorni.

       Desinammo insieme presso il fuoco. Peggotty era lď per servirci, ma mia madre non volle lasciarglielo fare e la costrinse a mettersi a tavola con noi. Io ebbi il mio vecchio piatto con su la vignetta di una nave da guerra a vele spiegate, che Peggotty aveva riposto in qualche parte per tutto il tempo che ero stato via, e non avrebbe voluto vedere rompersi, diceva, nemmeno per cento sterline. Ebbi il mio vecchio bicchiere con su scritto David, la mia vecchia forchetta e il coltellino che non tagliava.

       Mentre eravamo a tavola, mi parve l'occasione opportuna per parlare a Peggotty del signor Barkis, e lei, prima ancora che avessi finito quel che avevo da dirle, cominciė a ridere e a gettarsi il grembiule sul volto.

       «Peggotty,» disse mia madre, «di che si tratta?»

       Ma Peggotty non faceva che rider di piĚ e, quando mia madre tentė di toglierle il grembiule, se lo tenne ancor piĚ stretto sulla faccia cosď che sembrava aver la testa in un sacco.

       «Che cosa fai, sciocca?» disse mia madre ridendo.

       «Oh, diavolo di un uomo!.» esclamė Peggotty. «Vuole sposarmi.»

       «Sarebbe una buona occasione per te, no?» disse mia madre.

       «Oh! non lo so,» rispose Peggotty. «Non domandatemelo. Non lo vorrei nemmeno se fosse d'oro. Come non vorrei nessun altro.»

       «E allora perché non glielo dici, scioccherella?»

       «Dirglielo?» ribatté Peggotty sporgendo lo sguardo di sopra il grembiule. «Non me ne ha mai fatto parola. Sa il fatto suo. Se fosse cosď audace da dirmi una sola parola, lo prenderei a sberle.»

       Aveva la faccia rossa come non gliel'avevo mai vista, credo: né la sua né nessun'altra; ma lei si limitava a coprirsela per pochi momenti ogni volta, quando la prendeva un violento accesso di risa; e, dopo due o tre di queste crisi, continuė a desinare.

       Notai che mia madre, sebbene sorridesse quando Peggotty la guardava, era divenuta seria e pensierosa. Mi ero accorto fin da prima che era cambiata. Il suo volto era ancora molto grazioso ma appariva consunto e troppo affilato; le mani erano cosď sottili e pallide da sembrarmi quasi trasparenti. Ma il mutamento a cui mi riferisco adesso era un altro: si rivelava nei suoi modi, che erano divenuti ansiosi e inquieti. Alla fine disse tendendo la mano e ponendola affettuosamente su quella della sua vecchia domestica:

       «Cara Peggotty, non hai intenzione di maritarti?»

       «Io, signora?» rispose Peggotty spalancando gli occhi. «Dio vi benedica, no!»

       «Non ancora?» chiese mia madre teneramente.

       «Mai!» esclamė Peggotty.

       Mia madre le prese la mano dicendo:

       «Non lasciarmi, Peggotty. Resta con me. Forse non sarą per molto tempo. Che cosa farei senza di te?»

       «Io lasciarvi, mio bene!» gridė Peggotty. «Nemmeno per tutto il mondo e sua moglie in piĚ. Andiamo, chi vi ha messo questa idea nella testolina?» Perché Peggotty era abituata da tempo a parlare talora a mia madre come a una bambina.

       Ma mia madre non rispose, se non per ringraziarla, e Peggotty proseguď impetuosa secondo il suo modo.

       «Io lasciarvi? Mi par di vedermi. Peggotty che se ne va via da voi! Mi piacerebbe coglierla sul fatto! No, no, no,» insisté Peggotty scuotendo la testa e incrociando le braccia; «queste cose non le fa, mia cara. Non che non ci siano certi gattimammoni che sarebbero molto contenti di vedergliele fare, ma non avranno questa soddisfazione. Tanto peggio per loro. Starė con voi finché non sarė divenuta una vecchia bisbetica e brontolona. E quando sarė troppo sorda, zoppa, cieca, sdentata e biascicona per servire a qualche cosa, nemmeno a farmi criticare, andrė dal mio Davy e lo pregherė di prendermi con sé.»

       «E io, Peggotty,» dissi, «sarė felice di vederti e ti accoglierė come una regina.»

       «Dio ti benedica!» esclamė Peggotty. «Lo so che lo farai!» E mi baciė in anticipo, in grato riconoscimento della mia ospitalitą. Dopo di che si coprď ancora la testa col grembiule e diede in un altro scoppio di risa a beneficio del signor Barkis. E poi prese il piccolo su dal suo lettino e lo cullė. E poi sparecchiė la tavola; e poi tornė con un'altra cuffia, e la sua scatola da lavoro, e il metro e il pezzetto di candela, tutto proprio come una volta.

       Ci sedemmo attorno al fuoco conversando con vera gioia. Io raccontai loro quale crudele maestro fosse il signor Creakle, ed esse mi commiserarono profondamente. Raccontai quale magnifico ragazzo fosse Steerforth e quale protettore per me, e Peggotty disse che avrebbe camminato per miglia pur di vederlo. Presi il piccolino fra le braccia quando si svegliė e lo cullai amorosamente. Quando si addormentė ancora scivolai al fianco di mia madre stringendomi a lei secondo la mia vecchia consuetudine, interrotta da tanto tempo, e mi sedetti cingendole la vita con le braccia e appoggiandole sulla spalla la mia piccola gota rossa; e ancora una volta sentii fluire su di me i suoi bei capelli come l'ala di un angelo, pensavo sempre, lo ricordo e mi sentii veramente felice.

       Mentre me ne stavo cosď, guardando il fuoco e osservando vaghi disegni nei carboni ardenti, quasi mi sembrava di non essere mai stato via, che il signore e la signorina Murdstone fossero figure inconsistenti come quei disegni e destinate a svanire con lo spegnersi del fuoco, e che non vi fosse nulla di reale in tutto ciė che ricordavo, salvo mia madre, Peggotty e io.

       Peggotty continuė a rammendare una calza finché ci fu luce abbastanza, e poi rimase seduta con la calza infilata come un guanto nella sinistra e l'ago nella destra, pronta a dare un altro punto appena ci fosse un bagliore. Non riesco a concepire di chi potessero essere tutte quelle calze che Peggotty non finiva mai di rammendare, o di dove provenisse quell'interminabile rifornimento di calze bisognose di rammendi. Fin dalla mia prima infanzia la vedo continuamente occupata in quel genere di cucito e mai in altri, per nessuna ragione.

       «Mi domando,» disse Peggotty, che ogni tanto era presa da accessi di curiositą sugli argomenti piĚ inattesi, «che cosa Ź successo della prozia di Davy.»

       «Oh, Dio, Peggotty!» esclamė mia madre uscendo da una fantasticheria, «Che assurditą dici!»

       «Be', me lo domando davvero,» rispose Peggotty.

       «Che cosa puė averti messo in testa un tipo simile?» domandė la mamma. «Non avevi nessun altro al mondo a cui pensare?»

       «Non so come sia,» disse Peggotty, «sarą forse perché sono stupida, ma la mia testa non riesce mai a pescar fuori la gente per sua propria scelta. Tutti vanno e vengono, o non vanno né vengono, a loro talento. Mi domando proprio che cosa Ź successo di lei.»

       «Come sei sciocca, Peggotty!» ribatté mia madre. «Si direbbe che tu desideri una sua seconda visita.»

       «Il cielo me ne guardi!» esclamė Peggotty.

       «Bene, allora non parlare di queste cose spiacevoli, anima benedetta. La signorina Betsey Ź senza dubbio chiusa nella sua villetta davanti al mare e ci resterą. A ogni modo non Ź probabile che venga a disturbarci ancora.»

       «No!» meditė Peggotty. «No, non Ź affatto probabile. Mi domando se, quando morirą, lascerą qualche cosa a Davy.»

       «Dio mi protegga, Peggotty,» rispose mia madre, «sei proprio priva di buon senso! Come se non sapessi che si Ź infuriata con questo povero bambino solo perché era nato.»

       «Immagino che non sarebbe disposta a perdonarlo, adesso,» insinuė Peggotty.

       «E perché dovrebbe essere disposta a perdonarlo, adesso?» chiese mia madre piuttosto seccamente.

       «Adesso che ha un fratello, voglio dire,» spiegė Peggotty.

       La mamma cominciė immediatamente a piangere, domandandosi come Peggotty osava dire una cosa simile.

       «Come se questo piccolo innocente nella sua culla avesse mai fatto del male a te o a qualche altro, brutta gelosa!» disse. «Faresti meglio a sposare il corriere Barkis. Perché non lo sposi?»

       «Renderei felice la signorina Murdstone, se lo facessi,» rispose Peggotty.

       «Che brutto carattere hai, Peggotty!» ribatté mia madre. «Sei gelosa della signorina Murdstone quanto puė esserlo una sciocca. Immagino che vorresti tenere tu stessa le chiavi e distribuire tutto. Non me ne meraviglierei proprio, se fosse cosď. Eppure lo sai che lo fa solo per bontą e con le migliori intenzioni! Lo sai che Ź cosď, Peggotty... lo sai benissimo.»

       Peggotty brontolė qualche cosa come «All'inferno le migliori intenzioni!» e qualche altra cosa sul fatto che le migliori intenzioni erano un po' troppe.

       «Lo so quello che vuoi dire, ossessione che non sei altro,» proseguď mia madre. «Ti capisco perfettamente, Peggotty. Lo sai, e mi meraviglio che tu non diventi rossa come questo fuoco. Ma una cosa per volta. Adesso si tratta della signorina Murdstone, Peggotty, e di qui non si scappa. Non l'hai sentita ripetere centinaia di volte che a parer suo sono troppo spensierata e troppo... troppo...»

       «Graziosa,» suggerď Peggotty.

       «Be',» ribatté mia madre quasi ridente, «se lei Ź tanto sciocca da dire cosď, ne ho forse colpa io?»

       «Nessuno dice questo,» rispose Peggotty.

       «No, spero proprio di no! Non l'hai sentita ripetere centinaia di volte che per questo desiderava risparmiarmi una quantitą di preoccupazioni che a suo parere non sono adatte a me e per le quali in realtą non credo di essere adatta? Non Ź forse la prima ad alzarsi e l'ultima ad andare a letto? Non va continuamente su e giĚ, non fa ogni sorta di faccende, non va a frugare dappertutto, nella carbonaia, nella dispensa e che so io, cosa che non puė essere molto piacevole? E tu vuoi insinuare che in tutto questo non ci sia un po' di devozione?»

       «Io non insinuo nulla,» disse Peggotty.

       «Sď, che lo fai,» replicė mia madre. «Non fai niente altro, oltre il tuo lavoro. Sei sempre lď a insinuare: per te Ź una gioia. E quando parli delle buone intenzioni del signor Murdstone...»

       «Non ne ho mai parlato,» affermė Peggotty.

       «No, ma hai fatto insinuazioni. ť proprio quello che sto dicendo. ť il tuo peggior difetto. Tu hai bisogno di insinuare. Ho detto proprio adesso che ti conosco, e vedi che Ź cosď. Quando parli delle buone intenzioni del signor Murdstone e pretendi di sminuirle (perché non credo che tu lo faccia realmente nell'intimo del tuo cuore, Peggotty) devi essere convinta al pari di me di quanto siano buone e di come lo guidino in tutto quello che fa. Se sembra essere stato troppo severo con una certa persona, Peggotty - tu sai, e anche Davy sa, ne sono certa, che non alludo a nessuno dei presenti - Ź solo perché ha la convinzione che sia per il bene di questa persona. Egli ama naturalmente una certa persona, per amor mio; e agisce solo per il bene di lei. ť miglior giudice di quanto non sia io; perché so benissimo di essere una creatura debole, leggera e fanciullesca mentre lui Ź un uomo fermo, grave e serio. E si dą,» continuė mia madre mentre le lacrime proprie della sua natura appassionata le rigavano il volto, «si dą molta pena per me; e io dovrei essergli molto grata e molto sottomessa anche nel pensiero; e quando non lo sono, Peggotty, ne soffro e mi condanno, e dubito del mio stesso cuore, e non so piĚ che fare.»

       Peggotty stava seduta col mento appoggiato sul piede della calza, guardando silenziosamente il fuoco.

       «Su, Peggotty,» disse mia madre cambiando tono, «non allontaniamoci l'una dall'altra, perché non potrei sopportarlo. Tu sei la mia vera amica, lo so, se ho ancora delle amiche in questo mondo. Quando ti chiamo sciocca, opprimente, o qualche cosa del genere, Peggotty, voglio solo dire che sei la mia vera amica e che lo sei sempre stata, fin dalla sera in cui il signor Copperfield mi portė per la prima volta in questa casa e tu uscisti dal cancello per venirmi incontro.»

       Peggotty non fu tarda a rispondere e a ratificare il patto di amicizia dandomi uno dei suoi migliori abbracci. Credo di avere avuto, al momento, qualche sprazzo di luce sul vero carattere di questa conversazione; ma oggi sono sicuro che quella buona creatura l'aveva suscitata e vi aveva assunto la sua parte solo perché mia madre potesse trovare in essa il conforto di quella piccola ricapitolazione contraddittoria a cui si era abbandonata. Il suo intento fu raggiunto, perché ricordo che mia madre fu molto piĚ serena durante il resto della serata e che Peggotty la tenne meno d'occhio.

       Dopo il tŹ, quando il fuoco fu attizzato e smoccolate le candele, lessi a Peggotty un capitolo del libro sui coccodrilli in ricordo dei vecchi tempi - se lo tolse di tasca: ignoro se lo avesse conservato lď fin da allora - e poi parlammo del collegio Salem, cosa che mi riportė a Steerforth, il mio grande argomento. Eravamo molto felici, e quella serata, ultima della sua stirpe e destinata a chiudere quel volume della mia vita, non mi uscirą mai dalla memoria.

       Erano quasi le dieci quando udimmo un rumore di ruote. Ci alzammo tutti e mia madre disse in fretta che, poiché era cosď tardi e il signore e la signorina Murdstone desideravano che i ragazzi andassero a letto e si svegliassero presto, era forse meglio che io mi ritirassi. La baciai e salii subito con la mia candela, prima che quelli entrassero. Parve alla mia fantasia infantile, mentre salivo nella stanza da letto in cui ero stato imprigionato, che essi portassero nella casa una folata d'aria fredda dalla quale l'antico clima familiare fu travolto come una foglia.

       Mi sentii a disagio circa lo scendere a colazione il mattino dopo, poiché non avevo posto gli occhi sul signor Murdstone dal giorno in cui avevo commesso quel crimine memorando. Comunque, visto che bisognava farlo, scesi dopo due o tre false partenze che si arrestarono a mezza strada, e altrettanti ritorni in punta di piedi nella mia stanza; e mi presentai in salotto.

       Lui era in piedi davanti al caminetto, col dorso rivolto al fuoco, mentre la signorina Murdstone preparava il tŹ. Mi guardė fisso quando entrai, ma non diede alcun segno di riconoscimento.

       Dopo un attimo di confusione, andai da lui dicendo: «Vi chiedo perdono, signore. Sono molto addolorato di quello che ho fatto e spero che vorrete perdonarmi.»

       «Sono lieto di sentire che sei addolorato, David,» mi rispose.

       La mano che mi tese era quella che avevo morso. Non potei impedire ai miei occhi di indugiare un attimo sulla cicatrice rossa che scorgevo; ma non era cosď rossa come divenni io quando gli vidi in volto quell'espressione sinistra.

       «Come state, signora?» dissi alla signorina Murdstone.

       «Ah, povera me!» sospirė lei porgendomi il ramaiolino del tŹ invece delle dita. «Quanto durano le vacanze?»

       «Un mese signora.»

       «A cominciare da quando?»

       «Da oggi, signora.»

       «Oh!» disse la signorina Murdstone. «Dunque un giorno di meno.»

       Tenne cosď un calendario delle vacanze e ogni mattina cancellava un giorno esattamente nello stesso modo. Lo fece con aria tetra finché giunse a dieci, ma, quando cominciarono i numeri di due cifre, divenne piĚ speranzosa e, col passar del tempo, perfino faceta.

       Fu proprio quel primo giorno che ebbi la disgrazia di gettarla, sebbene in genere non andasse soggetta a tali debolezze, in uno stato di violenta costernazione. Entrai nella stanza dove erano sedute lei e mia madre, e, con molta cura, presi fra le braccia, dal grembo della mamma, il piccolino, che aveva solo poche settimane. Improvvisamente la signorina Murdstone diede un tale strido che per poco non lo lasciai cadere.

       «Mia cara Jane!» esclamė mia madre.

       «Gran Dio, Clara, non vedi?» gridė la signorina Murdstone.

       «Vedere che cosa, cara Jane?» chiese mia madre; «dove?»

       «Lo ha preso!» stridette la signorina Murdstone. «Il ragazzo ha preso il bambino!»

       Era divenuta un cencio per l'orrore; ma riprese forze per fare un balzo su di me e strapparmelo dalle braccia. Poi tornė ad afflosciarsi, e si sentď cosď male che dovemmo darle la sua acquavite di ciliege. Quando si riebbe, mi fu da lei solennemente proibito di toccare mai piĚ mio fratello per qualunque motivo; e la mia povera mamma, che, lo vedevo bene, desiderava tutt'altro, confermė sottomessa la proibizione dicendo: «Senza dubbio hai ragione, mia cara Jane.»

       In un'altra occasione in cui eravamo tutti e tre riuniti, quello stesso caro piccolino - mi era realmente caro per amore di nostra madre - fu l'innocente causa di una crisi per la signorina Murdstone. Mia madre, che aveva guardato a lungo i suoi occhi mentre lo teneva in grembo, disse:

       «Davy! vieni qui!» e guardė i miei.

       Vidi la signorina Murdstone metter giĚ le sue perline.

       «Davvero,» disse dolcemente mia madre, «sono identici. Credo che siano i miei. Mi sembra che abbiano proprio il colore dei miei. Ma sono straordinariamente eguali.»

       «Di che parli, Clara?» chiese la signorina Murdstone.

       «Mia cara Jane,» balbettė mia madre un po' smarrita per il tono aspro della domanda, «trovo che gli occhi del piccolo e quelli di Davy sono esattamente identici.»

       «Clara!» disse la signorina Murdstone alzandosi furiosa, «certe volte sei una vera sciocca.»

       «Mia cara Jane,» protestė mia madre.

       «Una vera sciocca,» ripeté la signorina Murdstone. «Chi altri potrebbe paragonare il bambino di mio fratello col tuo ragazzo? Non hanno niente in comune. Sono in tutto diversi. Assolutamente diversi sotto ogni aspetto. E spero che rimarranno tali. Non resterė qui a udire certi confronti.» E cosď dicendo uscď piena di maestą e sbatté la porta dietro di sé.

       Insomma, non ero un favorito della signorina Murdstone. E non ero, insomma, un favorito di nessuno, laggiĚ, nemmeno di me stesso; perché quelli che mi amavano non potevano mostrarlo e quelli che non mi amavano lo mostravano cosď apertamente che avevo sempre la dolente coscienza di apparire forzato, zotico e balordo.

       Sentivo di metterli a disagio come essi mettevano a disagio me. Se entravo nella stanza in cui erano e mia madre appariva allegra, una nube di ansia passava sul suo volto dal momento del mio ingresso. Se il signor Murdstone era del suo miglior umore, glielo smorzavo. Se la signorina Murdstone era del suo peggiore, glielo intensificavo. Avevo un sufficiente intuito per capire che, in ogni caso, la vittima era mia madre; che aveva paura di parlarmi o di essere affettuosa con me per non offenderli cosď facendo e dover subire poi una predica; che non solo era continuamente in apprensione per le offese che poteva recare lei, ma anche per le eventuali mie, e osservava ansiosa i loro sguardi se appena mi muovevo. Decisi quindi di tenermi quanto piĚ potevo fuori dalla loro strada; e sentii battere dall'orologio della chiesa molte ore invernali nella mia triste stanza, avvolto nel mio cappottuccio e immerso nella lettura di un libro.

       Di sera, a volte, andavo in cucina per starmene seduto insieme a Peggotty. Lą mi trovavo bene e non avevo paura di essere quello che ero. Ma nessuna di queste risorse fu approvata in salotto. L'umore tormentante e tormentoso che vi dominava me le precluse entrambe. Ero ancora considerato necessario all'educazione della mia povera mamma, e, rappresentando una delle prove a cui ella doveva essere sottoposta, non si poté tollerare che mi assentassi.

       «David,» mi disse il signor Murdstone un dopopranzo quando io stavo per lasciar la stanza come al solito; «sono spiacente di notare che hai un carattere cupo.»

       «Scontroso come un orso,» aggiunse la signorina Murdstone.

       Rimasi fermo e chinai il capo.

       «Ora, David,» continuė il signor Murdstone, «un carattere cupo e ostinato Ź fra tutti il peggiore.»

       «E fra tutti i caratteri di questo genere che ho mai visto,» notė sua sorella, «questo del ragazzo Ź il piĚ ribelle e caparbio. Penso, mia cara Clara, che anche tu lo avrai notato.»

       «Ti chiedo scusa, mia cara Jane,» disse mia madre, «ma sei proprio sicura - certo vorrai scusarmi, mia cara Jane - di capire Davy?»

       «Dovrei vergognarmi di me stessa, Clara,» rispose la signorina Murdstone, «se non fossi in grado di capire questo ragazzo o qualsiasi altro. Non pretendo di essere profonda, ma mi rivendico un certo buon senso.»

       «Certo, mia cara Jane,» ammise mia madre, «hai una forte facoltą di comprensione...»

       «Oh per caritą, no! Ti prego di non dir queste cose, Clara,» la interruppe aspra la signorina Murdstone.

       «Ma sono sicura che Ź cosď,» riprese mia madre, «tutti lo sanno. Ne faccio tanto profitto io stessa in molti modi - almeno dovrei farne - che nessuno puė esserne convinto piĚ di me; e per questo parlo con molta esitazione, mia cara Jane, te lo assicuro.»

       «Diciamo dunque che non capisco il ragazzo, Clara,» ribatté la signorina Murdstone aggiustandosi le catenelle sui polsi. «Ammettiamo pure, se vuoi, che non lo capisca affatto. ť troppo profondo per me. Ma forse la perspicacia di mio fratello puė permettergli di avere qualche lume sul suo carattere. E credo che mio fratello stesse parlando proprio di questo quando noi - non molto civilmente - lo abbiamo interrotto.»

       «Credo, Clara,» disse il signor Murdstone con voce grave, «che, su questo soggetto, possano esservi giudici migliori e piĚ spassionati di te.»

       «Edward,» rispose timidamente mia madre, «tu sei, su ogni soggetto, molto miglior giudice che io non pretenda di essere. Tanto tu quanto Jane. Dicevo solo...»

       «Dicevi solo qualche cosa di fiacco e di sconsiderato,» replicė lui. «Cerca di non farlo piĚ, mia cara Clara, e controllati.»

       Le labbra di mia madre si mossero, come se ella rispondesse: «Sď, mio caro Edward,» ma non si udď alcun suono.

       «Osservavo dunque, David,» riprese il signor Murdstone voltando rigidamente la testa e gli occhi verso di me, «che sono spiacente di notare in te un carattere cupo. Non Ź questa un'inclinazione che io possa tollerare di lasciare svilupparsi sotto i miei occhi senza sforzarmi di correggerla. Devi far di tutto per cambiarla, signorino. Noi dobbiamo far di tutto per cambiarla se tu non lo fai.»

       «Vi chiedo scusa, signore,» balbettai. «Non ho mai avuto intenzione di essere cupo da quando sono tornato.»

       «Non rifugiatevi in una menzogna, signorino!» mi rispose cosď fieramente che vidi mia madre tendere involontariamente la mano tremante come per interporsi fra noi. «Ti sei ritirato tutto immusonito nella tua camera. Sei rimasto nella tua camera mentre avresti dovuto essere qui. Adesso sai una volta per tutte, che io esigo che tu stia qui e non lą. Inoltre esigo che, qui, tu obbedisca. Mi conosci, David. Voglio che sia cosď.»

       La signorina Murdstone diede una risatella rauca.

       «Voglio un contegno rispettoso, pronto e sollecito verso di me,» continuė, «e verso Jane Murdstone, e verso tua madre. Non voglio vedere questa stanza evitata, come se fosse infetta, secondo il talento di un ragazzo. Siediti.»

       Me lo ordinė come a un cane, e obbedii come un cane.

       «Un'altra cosa,» disse. «Noto che sei portato verso le compagnie basse e volgari. Non devi familiarizzare con la servitĚ. La cucina non ti migliorerą nei molti aspetti sotto i quali hai bisogno di essere migliorato. Della donna che ti istiga non dico nulla... visto che tu, Clara,» e si volse a mia madre con voce bassa, «per lunghe abitudini e radicati capricci, hai per lei una debolezza non ancora superata.»

       «Una mania veramente assurda!» esclamė la signorina Murdstone.

       «Dico solo,» riprese volgendosi a me, «che disapprovo la tua preferenza per compagnie come quella della signora Peggotty e che dovrai farne a meno. Dunque, David, mi hai capito, e sai quali saranno le conseguenze se non mi obbedirai alla lettera.»

       Lo sapevo benissimo - forse meglio che lui non pensasse, almeno per quanto riguardava la mia povera mamma - e gli obbedii alla lettera. Non mi ritirai piĚ nella mia stanza; non mi rifugiai piĚ presso Peggotty; ma me ne stetti seduto ad annoiarmi in salotto giorno dopo giorno, aspettando la sera e il momento di andare a letto.

       Quale fastidiosa costrizione subii, standomene seduto nella stessa posizione per ore e ore, senza osare muovere un braccio o una gamba per paura che la signorina Murdstone si lamentasse (come faceva al minimo pretesto) della mia irrequietezza, e senza osare muovere un occhio per paura che ella vi scorgesse qualche sguardo ostile o inquisitorio che le avrebbe dato nuovo motivo di lamentele verso di me! Che noia insopportabile starsene lď ad ascoltare il tic-tac dell'orologio; a osservare la signorina Murdstone che infilava lucenti perline di acciaio; a domandarmi se si sarebbe mai sposata e, in tal caso, con quale mai sorta di disgraziato; a contare le modanature nella cornice della cappa del camino; a vagabondare con lo sguardo per il soffitto e tra i riccioli e gli svolazzi della tappezzeria lungo le pareti!

       Quante passeggiate solitarie feci, per sentieri fangosi, nel maltempo invernale, portando dappertutto quel salotto con dentro il signore e la signorina Murdstone: mostruoso fardello di cui ero costretto a caricarmi, incubo che non era possibile spezzare, peso che mi opprimeva lo spirito e lo ottundeva!

       Quanti pasti consumai nel silenzio e nell'imbarazzo, sempre con la sensazione che vi fossero un coltello e una forchetta di troppo, i miei; un appetito di troppo, il mio; un piatto e una sedia di troppo, i miei; e qualcuno di troppo, io!

       Quante serate trascorsi, quando venivano portate le candele e io dovevo occuparmi in qualche modo, ma, non osando leggere un libro divertente, mi immergevo in qualche trattato di aritmetica duro di linguaggio e ancor piĚ duro di cuore; quando le tavole dei pesi e delle misure prendevano il ritmo di ariette come Britagna regna o Bando alla malinconia; quando non volevano star ferme per essere imparate ma si infilavano come l'ago della nonna nella mia sventurata testa entrando da un orecchio e uscendo dall'altro!

       In quanti sbadigli e assopimenti caddi, a dispetto di tutte le mie precauzioni; con quali sobbalzi mi risvegliai da brevi sonni furtivi; quante risposte non ebbi alle piccole osservazioni che raramente facevo; quale nullitą mi sembrava d'essere, a cui nessuno badava e che era tuttavia fra i piedi di tutti; quale enorme sollievo era per me sentire la signorina Murdstone che salutava il primo rintocco delle nove e mi ordinava di andare a letto.

       Cosď si trascinarono le vacanze finché arrivė il mattino in cui la signorina Murdstone disse: «Ecco l'ultimo giorno!» e mi diede la tazza di tŹ che concludeva quel periodo.

       Non mi dispiaceva di andarmene. Ero caduto in uno stato di intontimento; ma mi stavo riprendendo un poco e pensavo a Steerforth, sebbene il signor Creakle si profilasse dietro di lui. Ancora una volta il signor Barkis apparve al cancello e ancora la signorina Murdstone, con la sua voce ammonitrice, disse «Clara!» quando mia madre si chinė su di me per salutarmi.

       La baciai, baciai il fratellino, e allora fui molto triste; ma non triste per la partenza, perché l'abisso fra noi era lď, ogni giorno, e continua era la nostra separazione. E non tanto Ź vivo nella mia mente l'abbraccio che mi diede, sebbene non avrebbe potuto esser piĚ fervido, quanto quello che seguď a quell'abbraccio.

       Ero gią nel carro del corriere quando la udii che mi chiamava. Guardai fuori: era sola e ferma al cancello del giardino, sollevando il suo piccolo fra le braccia per farmelo vedere. L'aria era fredda e immobile, e non un capello della sua testa, non un lembo del suo abito si agitavano mentre lei mi guardava intenta, alzando il bambino.

       Cosď la persi di vista. Cosď la rividi in seguito, nei miei sonni di collegio - una silenziosa presenza accanto al mio letto - che mi guardava con lo stesso volto intento - tenendo il suo bambino fra le braccia.

 

IX • UN COMPLEANNO MEMORABILE

 

 

 

       Sorvolo tutto quello che accadde in collegio finché, in marzo, giunse il mio compleanno. Non ricordo nulla, se non che Steerforth era piĚ ammirevole che mai. Se ne sarebbe andato alla fine di quel semestre, se non prima, e mi appariva piĚ animato e indipendente di prima, e quindi piĚ attraente; ma oltre questo non ricordo altro. Il grande ricordo che segna questa epoca nella mia mente sembra essersi inghiottiti tutti i ricordi minori restando isolato.

       Mi Ź perfino difficile credere che ci sia un intervallo di due interi mesi fra il mio ritorno al Collegio Salem e l'arrivo del mio compleanno. Posso solo accettare che il fatto andė cosď perché so che dovette andare cosď; altrimenti sarei convinto che non vi fu alcuna interruzione di tempo e che un avvenimento seguď l'altro da presso.

       Come ricordo bene quel giorno! Sento ancora l'odore della nebbia che gravava sul luogo; vedo la bianca, spettrale gelata dietro di essa; mi sento i capelli cosparsi di brina cadermi freddi e umidi sulle guance; guardo lungo la fosca prospettiva dell'aula, con una crepitante candela qua e lą a illuminare il mattino brumoso, e l'alito dei ragazzi che sale in spire fumose nel freddo crudo mentre loro si soffiano sulle dita e battono i piedi sul pavimento.

       Era dopo la colazione, e ci avevano appena richiamati dentro dal cortile di ricreazione, quando il signor Sharp entrė dicendo:

       «David Copperfield Ź chiamato in salotto.»

       Mi aspettavo un cestino da Peggotty, e mi illuminai a quell'annuncio. Alcuni dei ragazzi che mi erano intorno misero avanti i loro diritti a non esser dimenticati nella distribuzione di quel che vi sarebbe stato di buono, e io uscii dal mio posto con grande alacritą.

       «Non aver fretta, David,» disse il signor Sharp. «Abbiamo tempo a sufficienza, ragazzo mio, non aver fretta.»

       Avrei potuto meravigliarmi del tono commosso con cui parlava, se vi avessi fatto attenzione; ma ci pensai solo piĚ tardi. Mi affrettai verso il salotto: e lą trovai il signor Creakle, seduto a colazione con la sua sferza e un giornale davanti, e la signora Creakle con una lettera aperta in mano. Ma nessun cestino.

       «David Copperfield,» disse la signora Creakle facendomi accomodare su un divano e sedendosi accanto a me. «Devo parlarti in particolare. Ho qualche cosa da dirti, ragazzo mio.»

       Il signor Creakle, a cui naturalmente volsi lo sguardo, scosse la testa senza guardarmi e soffocė un sospiro con una gran fetta di pane imburrato.

       «Tu sei troppo giovane per sapere come il mondo cambia di giorno in giorno,» proseguď la signora Creakle, «e come, su di esso, la gente se ne va continuamente. Ma tutti noi dobbiamo impararlo, David; alcuni quando sono ancora giovani, altri da vecchi, e altri in tutti i momenti della loro vita.»

       La guardai molto compreso.

       «Quando sei partito da casa, alla fine delle vacanze,» disse la signora Creakle dopo una pausa, «stavano tutti bene?» E dopo un'altra pausa: «Stava bene anche tua mamma?»

       Tremai senza sapere con precisione perché, e continuai a guardarla gravemente, senza tentar di rispondere.

       «Perché,» disse lei, «sono dolente di dirti di avere saputo questa mattina che tua mamma Ź molto malata.»

       Si levė una nebbia tra la signora Creakle e me, e per un momento mi parve che la sua immagine vi si muovesse dentro. Poi sentii lacrime ardenti scorrermi sul volto e tornai di nuovo in me.

       «ť malata gravemente,» aggiunse.

       Adesso sapevo tutto.

       «ť morta.»

       Non c'era bisogno di dirmelo. Io ero gią scoppiato in un pianto desolato e mi ero sentito orfano nel vasto mondo.

       Fu molto amorevole con me. Mi tenne lď tutto il giorno lasciandomi solo ogni tanto; e io piangevo, e mi addormentavo stanco di piangere, e mi svegliavo per piangere ancora. Quando non ebbi piĚ lacrime, cominciai a pensare; e allora piĚ grave fu l'oppressione sul mio petto e il mio dolore divenne una pena sorda per cui non vi era sollievo.

       E tuttavia i miei pensieri si svolgevano con una certa oziosa futilitą; non erano intenti alla calamitą che mi opprimeva il cuore, ma vagavano pigramente presso di essa. Pensavo alla nostra casa chiusa e silenziosa. Pensavo al piccolino che, a quanto mi aveva detto la signora Creakle, andava languendo da qualche tempo e tutti pensavano sarebbe morto egualmente. Pensavo alla tomba di mio padre nel cimitero, presso la nostra casa, e a mia madre, giacente lą sotto l'albero che conoscevo cosď bene. Quando fui lasciato solo, salii su di una sedia e mi guardai nello specchio per vedere quanto fossero rossi i miei occhi e angosciato il mio volto. Considerai se le mie lacrime, ora che erano trascorse alcune ore, fluivano realmente in minor misura, come mi sembrava, e che cosa, in rapporto con la mia perdita, mi avrebbe commosso di piĚ al pensarvi, tornando a casa... perché dovevo tornare a casa per il funerale. Sono consapevole di aver sentito che vi era adesso in me una particolare dignitą in confronto agli altri ragazzi e che, nel mio dolore, ero divenuto importante.

       Se mai un bambino fu colpito da un sincero dolore, fui io quello. Ma ricordo che questa importanza fu per me una sorta di soddisfazione quando, nel pomeriggio, andai a passeggiare nel cortile di ricreazione mentre i ragazzi erano a scuola. Quando li vidi lanciarmi occhiate dalle finestre avviandosi alle loro lezioni, mi sentii insigne e presi un aspetto piĚ malinconico, e camminai piĚ lentamente. Quando le lezioni ebbero termine ed essi uscirono e mi rivolsero la parola, trovai molto generoso in me non essere altero con alcuno di loro e occuparmi di ognuno esattamente come prima.

       Dovevo partire la sera successiva; non con la vettura di posta ma con la pesante diligenza notturna che chiamavano la Contadina ed era principalmente usata da gente di campagna che compiva brevi tragitti intermedi lungo l'intero percorso. Quella sera non ci furono racconti, e Traddles insisté per prestarmi il suo cuscino. Ignoro quale vantaggio pensasse che potessi trarne, perché avevo il mio: ma era tutto quello che poteva prestarmi, povero ragazzo, a parte un foglio di carta da lettere pieno di scheletri; e quello me lo diede al momento della partenza come un lenimento alla mia pena e un contributo alla pace del mio spirito.

       Lasciai il collegio Salem l'indomani nel pomeriggio. Non pensavo, nel lasciarlo, che non vi sarei tornato piĚ. Viaggiammo lentamente per tutta la notte e non raggiungemmo Yarmouth prima delle nove o delle dieci del mattino. Mi guardai attorno cercando il signor Barkis, ma non c'era; in sua vece un vecchietto grasso, dal fiato corto e l'aspetto allegro, vestito di nero, con stinti fiocchetti di nastro al ginocchio dei calzoncini, calze nere e cappello a larga tesa, venne sbuffando al finestrino della diligenza e disse:

       «Il signorino Copperfield?»

       «Sď, signore.»

       «Volete venire con me, signorino, per favore?» disse aprendo lo sportello, «avrė il piacere di condurvi a casa.»

       Misi la mano nella sua, domandandomi chi fosse, e ce ne andammo a un negozio in una via stretta, sul quale era scritto: OMER, TESSUTI, SARTORIA, MERCERIA, ARREDI FUNEBRI ECC.

       Era un negozietto chiuso e soffocante, pieno di ogni sorta di vesti, fatte e disfatte, compresa una vetrina stipata di cappelli di castoro e di berretti. Entrammo in una stanzuccia dietro il negozio, dove vidi tre ragazze che lavoravano in un mare di stoffa nera, ammucchiata sul tavolo, e di brandelli e ritagli di essa, sparsi su tutto il pavimento. Vi era un bel fuoco e un odore di crespo caldo che mozzava il fiato: non sapevo allora che odore fosse, ma adesso lo so.

       Le tre ragazze, che apparivano molto occupate, ma a loro agio, alzarono gli occhi per guardarmi e poi tornarono al lavoro. Punto dopo l'altro, punto dopo l'altro, punto dopo l'altro. In egual tempo, da un laboratorio in fondo a un piccolo cortile su cui dava la finestra, veniva un suono di martello regolare che assumeva una sorta di cadenza: rat - tat-tat, rat - tat-tat, rat - tat-tat, senza variazioni.

       «Bene,» disse la mia guida a una delle tre ragazze, «come andiamo, Minnie?»

       «Saremo pronte in tempo per la prova,» rispose lei allegramente senza guardarlo. «Non aver paura, papą.»

       Il signor Omer si tolse il cappello dalla larga tesa, si sedette e ansimė. Era cosď grasso che dovette ansare parecchio prima di poter dire: Benissimo.»

       «Papą,» disse Minnie scherzando, «che tricheco che stai diventando!»

       «Be', non so come sia, mia cara,» rispose lui meditandoci, «ma Ź proprio cosď.»

       «Ami troppo i tuoi comodi, vedi,» disse Minnie. «Prendi le cose con tanta calma.»

       «Prenderle diversamente non serve, cara mia,» rispose il signor Omer.

       «No davvero,» confermė la figlia. «Qui siamo tutti abbastanza allegri, grazie al cielo! Non Ź vero, papą?»

       «Spero di sď, cara,» disse il signor Omer. «E adesso che ho ripreso fiato, tirerė giĚ le misure a questo giovane studente. Volete passare nel negozio, signorino Copperfield?»

       Precedetti il signor Omer in ottemperanza alla sua preghiera; ed egli, dopo avermi mostrato un rotolo di panno che definď extra superiore e un lutto perfino troppo bello per parentele di qualsiasi genere, mi prese varie misure annotandole in un registro. Mentre le annotava richiamė la mia attenzione sul suo assortimento e su certe mode che, diceva, erano «appena venute su» e su certe altre che, diceva, erano «appena andate via».

       «E, a causa di tutto questo va e vieni noi ci rimettiamo spesso un bel mucchietto di denaro,» disse il signor Omer. «Ma le mode sono come gli esseri umani. Anche loro arrivano, nessuno sa quando, perché o come; e anche loro se ne vanno, nessuno sa come, quando o perché. Tutto Ź come la vita, a mio parere, se considerate la cosa da questo punto di vista.»

       Io ero troppo angosciato per discutere il problema, che probabilmente sarebbe stato al di lą dei miei limiti in ogni circostanza; e il signor Omer mi riportė nella stanzetta respirando con qualche difficoltą lungo il percorso.

       Poi, affacciandosi a una piccola e ripidissima discesa di gradini dietro una porta, gridė: «Portate su quel tŹ con pane e burro!» il quale tŹ, dopo un certo tempo, durante il quale me ne rimasi seduto a guardarmi intorno e a pensare e ad ascoltare il fruscďo degli aghi nella stanzetta e la cadenza martellata dall'altra parte del cortile, apparve su di un vassoio e risultė che era per me.

       «Io sapevo gią di voi,» disse il signor Omer dopo avermi contemplato per alcuni minuti durante i quali non feci molto onore alla colazione perché tutte quelle cose nere mi toglievano l'appetito, «sapevo gią di voi da molto tempo, mio giovane amico.»

       «Davvero, signore?»

       «Da quando siete in vita,» confermė il signor Omer. «Potrei dire anche da prima. Prima di voi ho conosciuto vostro padre. Era alto cinque piedi e nove pollici e mezzo, e adesso giace venticinque piedi sotto terra.»

       «Rat - tat-tat, rat - tat-tat, rat - tat-tat,» si sentiva in fondo al cortile.

       «Giace venticinque piedi sotto terra a dir poco,» continuė affabilmente il signor Omer. «Non ricordo bene se fu per sua richiesta o per desiderio della signora.»

       «Sapete come sta il mio fratellino, signore?» chiesi.

       Il signor Omer scosse la testa.

       «Rat - tat-tat, rat - tat-tat, rat - tat-tat.»

       «ť fra le braccia della sua mamma,» rispose.

       «Oh, povero piccolo! ť morto?»

       «Non addoloratevi piĚ di quanto non possiate farne a meno,» disse il signor Omer. «Sď, il bambino Ź morto.»

       Le mie ferite si riaprirono a questa notizia. Lasciai la colazione, appena assaggiata, e andai a posare la testa a un altro tavolo, in un angolo della stanzetta, che Minnie si affrettė a sgombrare per paura che macchiassi con le mie lacrime i panni da lutto che vi eran sopra. Era una graziosa e brava ragazza, e mi scostė i capelli dagli occhi sfiorandomeli con affettuosa delicatezza; ma era felice di avere quasi terminato, nel tempo richiesto, il suo lavoro, e cosď diversa da me!

       Poco dopo il martellďo finď e un giovanotto di bell'aspetto attraversė il cortile per entrare nella stanza. Aveva un martello in mano e la bocca piena di piccoli chiodi che dovette togliersi prima di poter parlare.

       «Bene, Joram!» disse il signor Omer. «E tu come vai?»

       «Benissimo,» rispose Joram. «Tutto fatto, signore.»

       Minnie arrossď un poco e le altre due ragazze si sorrisero.

       «Diamine! Allora ci hai lavorato stanotte al lume di candela mentre ero al circolo! ť cosď?» esclamė il signor Omer chiudendo un occhio.

       «Sď,» confermė Joram. «Poiché avevate detto che, se finivo in tempo, avremmo potuto fare una giterella tutti insieme, Minnie, io... e voi.»

       «Oh! Pensavo che tu volessi lasciarmi fuori,» disse il signor Omer ridendo fino ad avere un accesso di tosse.

       «Poiché siete stato cosď buono da dir questo,» concluse il giovanotto, «mi ci sono messo d'impegno, capite. Volete dirmi la vostra opinione sul lavoro?»

       «Sicuro,» disse il signor Omer alzandosi. «Mio caro,» e si fermė volgendosi a me, «vorreste vedere la...»

       «No, papą,» lo interruppe Minnie.

       «Pensavo che potesse fargli piacere,» rispose il signor Omer. «Ma forse hai ragione tu.»

       Non posso dire come sapessi che era la bara della mia cara mamma, quella che andavano a vedere. Non avevo mai sentito costruirne una, né, che sappia, ne avevo mai viste: ma mi era venuto in mente quello che doveva essere quel rumore appena lo ebbi udito; e, quando il giovanotto entrė, non ebbi dubbi su quello che aveva fatto.

       Avendo ora finito il lavoro, le due ragazze di cui non avevo udito i nomi, si tolsero di dosso con la spazzola i ritagli e i fili e andarono nel negozio per metterlo in ordine e ricevere i clienti. Minnie rimase nel retro per ripiegare quello che avevano fatto e disporlo in due ceste. Fece tutto questo sulle sue ginocchia canticchiando, frattanto un'arietta allegra. Joram, che non avevo dubbi fosse il suo innamorato, entrė e le rubė un bacio mentre ella era cosď affaccendata (parve non preoccuparsi minimamente di me), e disse che suo padre era andato per il calesse e che lui doveva affrettarsi per farsi trovar pronto. Poi uscď di nuovo; e allora lei si mise in tasca il ditale e le forbici, si infilė accuratamente l'ago infilato di nero sul petto della sua veste, e indossė svelta l'abito da passeggio guardandosi a un piccolo specchio dietro la porta nel quale vidi riflesso il suo volto felice.

       Osservai tutto questo seduto al tavolo nell'angolo, con la testa abbandonata sulla mano e i pensieri che vagavano sulle cose piĚ diverse. Presto il calesse si fermė davanti al negozio e vi furono caricate per prime le ceste, poi io, e infine salirono loro tre. Ricordo che era una sorta di veicolo per metą calesse e per metą furgone, dipinto di scuro e tirato da un cavallo nero dalla lunga coda. C'era spazio in abbondanza per tutti noi.

       Non credo di aver mai provato in vita mia (adesso sono forse piĚ saggio) un sentimento strano come fu quello di trovarmi con loro, ricordare quale era stato il loro lavoro e vederli godersi la scarrozzata. Non ero irritato con loro; ne avevo piuttosto paura, come se fossi stato gettato fra esseri con i quali non sentivo alcuna comunitą di natura. Erano allegrissimi. Il vecchio sedeva davanti per guidare, e i due giovani stavano dietro di lui e, ogni volta che egli parlava loro, si tendevano in avanti, l'uno da una parte del suo volto paffuto, l'altro dall'altra, ascoltandolo con molta attenzione. Avrebbero parlato anche a me, ma io mi tenevo indietro, tutto avvilito nel mio angolo, sgomentato dalle loro espressioni amorose e dalla loro ilaritą, sebbene fosse tutt'altro che rumorosa, e quasi meravigliato che nessun castigo piombasse su di loro per la durezza del loro cuore.

       Cosď, quando si fermarono per ristorare il cavallo e mangiarono e bevvero in tutta allegria, io non potei toccare nulla di quello che essi prendevano e mantenni intatto il digiuno. E cosď, quando giungemmo a casa, mi lasciai cadere giĚ dalla parte posteriore del veicolo quanto piĚ in fretta potei per non trovarmi in loro compagnia davanti a quelle solenni finestre che mi guardavano cieche, come occhi un tempo fulgidi e ora chiusi. E oh, quanto poco ebbi bisogno di pensare a quello che piĚ avrebbe potuto spingermi al pianto, al mio ritorno, vedendo la finestra della stanza di mia madre e, accanto ad essa, quella che, nei tempi felici, era stata la mia!

       Mi trovai fra le braccia di Peggotty prima di raggiungere la porta, ed essa mi condusse in casa. Il suo dolore esplose veemente nel primo vedermi; ma subito si controllė, e mi parlė sommessa, e avanzė silenziosa come se la morta potesse essere disturbata. Seppi che da lungo tempo non andava a letto. Di notte continuava a restar seduta per vegliare. Finché la sua povera cara era su questa terra, diceva, non l'avrebbe mai abbandonata.

       Il signor Murdstone non badė affatto a me quando entrai nel salotto in cui era, ma rimase seduto accanto al fuoco, piangendo silenziosamente e meditando nella sua poltrona. La signorina Murdstone, che era affaccendata alla scrivania coperta di lettere e di fogli, mi tese le fredde unghie e mi chiese, con un sussurro metallico, se mi avevano preso le misure per il lutto.

       Risposi: «Sď.»

       «E le camicie,» disse la signorina Murdstone, «le hai riportate a casa?»

       «Sď, signora. Ho riportato a casa tutte le mie vesti.»

       Questa fu tutta la consolazione che la sua fermezza mi concesse. Non dubito che, in tale occasione, provasse un raffinato piacere nell'esibire quello che chiamava il suo autocontrollo, la sua fermezza, la sua forza di mente, il suo senso comune e tutto il diabolico elenco delle sue sgradevoli doti. Era particolarmente orgogliosa del suo senso pratico; e lo dispiegava adesso riducendo tutto a penna e inchiostro senza che nulla la commuovesse. Per tutto il resto del giorno, e in seguito da mattina a sera, rimase seduta alla scrivania grattando compostamente con un'aspra penna, parlando a chiunque con lo stesso imperturbabile bisbiglio, senza mai rilassare un muscolo del suo volto, o addolcire il tono della sua voce, o mostrarsi con un atomo del suo vestito in disordine.

       Suo fratello prendeva un libro ogni tanto, ma non glielo vidi mai leggere. Lo apriva e lo guardava come se stesse leggendo, ma rimaneva per un'ora intera senza voltar pagina, e poi lo rimetteva al suo posto e camminava su e giĚ per la stanza. Io, di solito, stavo seduto con le mani intrecciate a guardarlo e a contare i suoi passi un'ora dopo l'altra. Raramente parlava alla sorella e mai a me. Sembrava essere l'unica cosa inquieta, a eccezione dei pendoli, nell'immobilitą della casa.

       In questi giorni che precedettero il funerale, io vidi poco Peggotty, se non che, scendendo o salendo le scale, la trovavo sempre vicino alla stanza in cui giacevano mia madre e il suo bambino; inoltre veniva da me ogni sera e si sedeva al capo del mio letto mentre mi addormentavo. Un giorno o due prima della sepoltura - penso si trattasse di un giorno o due ma mi rendo conto della confusione che Ź nella mia mente per quel che riguarda quel triste periodo in cui nulla sembra indicare una progressione - ella mi condusse nella stanza. Ricordo solo che, sotto qualche cosa di bianco che copriva il letto, con un piacevole senso di lindo e di fresco tutt'intorno, mi parve che giacesse, divenuta corpo, la solenne immobilitą della casa; e che, quando ella cercė di trarre delicatamente indietro la coperta, io gridai: «Oh no! oh no!» e le trattenni la mano.

       Se il funerale fosse avvenuto ieri non potrei averne un ricordo piĚ vivo. Perfino l'aria del salotto buono quando varcai la soglia, il fuoco brillante, lo scintillare del vino nelle caraffe, le decorazioni dei bicchieri e dei piatti, il lieve e dolce profumo della torta, l'odore del vestito della signorina Murdstone, e le nostre vesti nere. Il signor Chillip Ź nella stanza e viene a parlare con me.

       «Come state, signorino David?» mi dice affabilmente.

       Non posso rispondergli che sto bene. Gli do la mano, che egli mi tiene nella sua.

       «Povero me!» esclama il signor Chillip sorridendo mitemente, con qualche cosa di brillante nell'occhio. «I nostri piccoli amici ci crescono sotto gli occhi. Crescono senza che ce ne accorgiamo, signora.»

       E si rivolge alla signorina Murdstone, che non risponde.

       «Come si Ź sviluppato, signora!» dice il signor Chillip.

       La signorina Murdstone risponde solo con un cipiglio e un cenno formale: il signor Chillip, sconfitto, si ritira in un angolo portandomi con sé e non apre piĚ bocca.

       Lo noto perché noto tutto quello che avviene, non perché mi curi di me o me ne sia mai curato da quando sono tornato a casa. E adesso il campanello comincia a suonare e arrivano il signor Omer con un altro per prepararci. Come Peggotty mi soleva dire tanto tempo fa, coloro che avevano accompagnato mio padre alla stessa tomba venivano preparati nella stessa stanza.

       Siamo il signor Murdstone, il nostro vicino signor Grayper, il signor Chillip e io. Quando usciamo, i portatori e il loro carico sono nel giardino; e procedono davanti a noi giĚ per il sentiero, e oltre gli olmi, e attraverso il cancello e nel cimitero dove ho udito tante volte gli uccelli cantare nelle mattine d'estate.

       Stiamo fermi attorno alla tomba. Il giorno mi sembra diverso da ogni altro giorno, la luce non ha lo stesso colore: ha un colore piĚ fosco. E ora v'Ź un silenzio solenne, che abbiamo portato con noi dalla casa insieme a ciė che riposa nella polvere; e, mentre restiamo cosď, a testa nuda, odo la voce del pastore che suona lontana, nell'aria aperta, e tuttavia chiara e distinta, nel pronunciare: «Io sono la resurrezione e la via, dice il Signore!» Allora odo dei singhiozzi e, appartata fra gli astanti, vedo quella serva buona e fedele che, fra tutti gli abitanti della terra, io amo di piĚ e a cui, nel mio cuore infantile, sono certo che il Signore dirą un giorno: «Hai agito bene.»

       Vi sono molte facce che conosco, nella piccola folla; volti che ho conosciuto in chiesa, quando il mio si volgeva continuamente attorno; volti che mia madre vide per la prima volta quando giunse al villaggio nel fiore della sua giovinezza. Io non bado a loro - non bado a nulla oltre il mio dolore - e tuttavia li vedo e li riconosco tutti; e anche nel fondo, molto lontana, vedo Minnie intenta, che lancia ogni tanto occhiate al suo innamorato che mi sta accanto.

       Tutto Ź finito, la fossa Ź stata riempita e ci volgiamo per andar via. Dinanzi a noi sorge la nostra casa, cosď graziosa e immutata, cosď collegata nella mia mente con l'idea recente di ciė che Ź scomparso, che tutte le mie angosce non sono state nulla di fronte a quella che essa richiama. Ma mi portano via; e il signor Chillip mi parla; e, quando siamo a casa, mi avvicina dell'acqua alle labbra; e, quando gli chiedo il permesso di salire nella mia stanza, mi congeda con la delicatezza di una donna. Tutto questo, lo ripeto, Ź cosa di ieri. Eventi successivi sono volati via da me verso quella sponda dove tutte le cose dimenticate riappariranno, ma questo rimane come un'alta rocca sull'oceano.

       Sapevo che Peggotty sarebbe venuta nella mia stanza. La pace sabatica di quel giorno (era cosď simile a una domenica! ma l'ho dimenticato) si confaceva a entrambi. Mi si sedette accanto sul mio lettino; e, tenendomi la mano, portandosela a volte alle labbra, carezzandomela a volte con le sue, quasi avesse cercato di consolare il mio fratellino, mi raccontė, a suo modo, tutto quello che poteva dirmi su quanto era avvenuto.

 

       «Non stava piĚ bene da molto tempo,» disse Peggotty. «Aveva la mente piena di incertezze e non era felice. Quando nacque il bambino, credetti dapprima che si sarebbe rimessa, ma era troppo delicata e cominciė a deperire di giorno in giorno. Prima che venisse il bambino, le piaceva spesso starsene seduta da sola, e allora piangeva; ma in seguito prese l'abitudine di cantare per lui... cosď dolcemente che una volta, nell'udirla, pensai che era come una voce nell'aria, che andasse dileguando.

       «Negli ultimi tempi credo che fosse divenuta ancora piĚ timida e piĚ spaventata; ogni parola aspra era un colpo per lei. Ma con me era sempre la stessa. Non cambiė mai con la sua sciocca Peggotty, no, la mia cara bambina.»

       Qui Peggotty si interruppe e, per un poco, mi batté dolcemente sulla mano.

       «L'ultima volta che la vidi come era un tempo fu la sera che tornasti a casa, bambino mio. Il giorno che partisti, mi disse: ‹Non rivedrė piĚ il mio caro piccolo. Me lo dice qualche cosa, e so che dice la veritą.›

       «Dopo di allora tentė di tenersi su; e molte volte, quando le dicevano che era spensierata e gaia, faceva credere di esserlo davvero; ma ormai erano tutte cose passate. Non disse mai a suo marito quello che aveva detto a me... aveva paura di parlarne con chiunque altro... finché una sera, poco piĚ di una settimana prima che avvenisse, gli disse: ‹Mio caro, credo di star per morire.›

       «‹Adesso non ci penso piĚ, Peggotty,› mi disse quella sera quando la misi a letto. «Ci crederą sempre piĚ, poveretto, ogni giorno di piĚ per quei pochi giorni che rimangono; e poi sarą finito. Sono molto stanca. Se questo Ź sonno, resta vicina a me mentre dormo; non lasciarmi. Dio benedica i miei due figli! Dio protegga e custodisca il mio bambino senza padre.›

       «Da allora non la lasciai piĚ,» disse Peggotty. «Spesso parlava con quei due da basso - perché gli voleva bene; non poteva fare a meno di voler bene a quelli che le erano attorno - ma, quando si allontanavano dal suo letto, sempre si volgeva a me, come se non ci fosse riposo se non dove era Peggotty, e non si addormentava mai in altro modo.

       «L'ultima notte, la sera, mi baciė e disse: ‹Se dovesse morire anche il mio piccolo, Peggotty, ti prego, fa' che me lo mettano fra le braccia e ci seppelliscano insieme.› (E fu fatto, perché quel povero agnellino visse solo un giorno piĚ di lei.) ‹Fa' che il mio diletto ragazzo venga con voi al luogo del nostro riposo,› disse, ‹e digli che la sua mamma, quando giaceva qui, lo ha benedetto non una volta ma mille volte.›.» Seguď un altro silenzio e un altro lieve battito sulla mia mano.

       «Era gią notte avanzata,» continuė Peggotty, «quando mi chiese da bere; e quando ebbe bevuto, mi rivolse un sorriso cosď mansueto, povera cara!... Cosď bello!

       «Era sorta l'alba, e il sole stava alzandosi quando mi ricordė quanto era sempre stato buono e riguardoso con lei il signor Copperfield, e quanta pazienza aveva avuto e come le dicesse, quando lei dubitava di se stessa, che un cuore amante era migliore e piĚ forte di un cuore saggio e che lui trovava in lei la felicitą. ‹Peggotty cara,› mi disse allora, ‹portami piĚ vicina a te,› perché era molto debole. ‹Mettimi quel tuo braccio amorevole sotto il collo,› mi disse, ‹e voltami verso di te, perché il tuo volto si allontana e voglio che mi sia piĚ vicino.› Feci quello che chiedeva; e, oh, Davy, era venuto il momento in cui si erano avverate le parole che ti dissi quando partisti la prima volta... e lei fu felice di posare la sua povera testa sul braccio della sua stupida, bisbetica, vecchia Peggotty... e morď come un bambino che si addormenti!»

 

       Cosď finď il racconto di Peggotty. Dal momento in cui seppi della morte di mia madre, l'immagine di lei, come era stata negli ultimi tempi si era dileguata dalla mia mente. Da quell'istante la ricordai solo come la giovane madre delle mie prime impressioni, che soleva arrotolarsi e arrotolarsi i suoi lucidi ricci attorno al dito e danzare con me in salotto al crepuscolo. Quello che Peggotty mi aveva raccontato adesso, non solo non mi riportė all'ultimo periodo, ma mi radicė nella memoria la prima immagine. Potrą essere strano, ma Ź vero. Con la morte ella era tornata a volo alla sua calma e serena gioventĚ, cancellando tutto il resto. La madre che giaceva nella tomba era la madre della mia infanzia; la piccola creatura fra le sue braccia ero io stesso quale ero stato un tempo, placato per sempre sul suo seno.

 

X • VENGO TRASCURATO E POI SI PROVVEDE A ME

 

 

 

       Il primo atto di amministrazione che la signorina Murdstone compď quando fu trascorso il giorno della cerimonia solenne e la luce fu liberamente ammessa nella casa, fu di dare a Peggotty un mese di preavviso. Per quanta avversione Peggotty potesse avere per quel servizio, credo che lo avrebbe continuato per amor mio, preferendolo a quanto di meglio ci fosse al mondo. Mi disse che dovevamo separarci e mi spiegė perché; e ci condolemmo a vicenda con tutta sinceritą.

       Per quel che riguardava il mio futuro, non fu detta una parola né fatto un passo. Direi che sarebbero stati felici se avessero potuto sbarazzarsi anche di me con un mese di preavviso. Una volta radunai tutto il mio coraggio per chiedere alla signorina Murdstone quando sarei tornato in collegio; e lei mi rispose seccamente di credere che non ci sarei tornato piĚ. Non mi fu detto altro. Ero quanto mai ansioso di sapere che cosa avrebbero fatto di me, e cosď pure Peggotty; ma né lei né io riuscivamo a cogliere la minima informazione sull'argomento.

       Era avvenuto un cambiamento, nella mia condizione, che, mentre mi liberava da una quantitą di guai attuali, avrebbe potuto procurarmi, se fossi stato capace di considerarlo a fondo, guai ben maggiori nel futuro. Si trattava di questo: tutte le costrizioni da cui ero stato oppresso, furono abbandonate a un tratto. Non solo non mi si chiedeva piĚ di occupare il mio uggioso posto in salotto, ma in diverse occasioni, quando mi sedetti lď, la signorina Murdstone mi accennė di andarmene con un cipiglio. Non solo non mi si ordinė di evitare la compagnia di Peggotty, ma nessuno si curė di cercarmi né di chiedermi dove fossi purché me ne stessi lontano dai piedi del signor Murdstone.

       Dapprima ebbi il quotidiano terrore che volesse riprendere in mano egli stesso la mia educazione o che si dedicasse a essa la signorina Murdstone; ma presto cominciai a pensare che questi timori erano senza fondamento e che tutto quello che potevo aspettarmi era di essere abbandonato a me stesso.

       Non mi sembra che questa scoperta mi procurasse allora troppa pena. Ero ancora stordito dal colpo della morte di mia madre e in uno stato di indolenza per tutto ciė che fosse accessorio. Ricordo infatti di avere pensato, in certi momenti, all'eventualitą di non essere piĚ educato né curato e di venir su trasandato e cupo, trascinando una vita oziosa per il villaggio; come pure alla possibilitą di liberarmi da questo destino andandomene in qualche parte, come un eroe di romanzo, a cercar fortuna. Ma queste erano visioni passeggere, sogni a occhi aperti che facevo ogni tanto quasi li vedessi lievemente dipinti o scritti sulle pareti della mia stanza, e che, dileguando, ne lasciavano ancora vuota la superficie.

       «Peggotty,» mormorai pensoso una sera mentre mi scaldavo le mani al fuoco della cucina, «il signor Murdstone mi ha in uggia ancora piĚ di prima. Non gli sono mai stato molto simpatico, Peggotty, ma adesso cerca di non vedermi nemmeno, se puė.»

       «Forse sarą perché Ź addolorato,» disse Peggotty accarezzandomi i capelli.

       «Anch'io sono addolorato, Peggotty. Se lo credessi solo addolorato, non ci baderei affatto. Ma non Ź questo; ho, no, non si tratta davvero di questo.»

       «Come lo sai che non si tratta di questo?» chiese Peggotty dopo un silenzio.

       «Oh, il suo dolore Ź un'altra cosa, del tutto diversa. ť addolorato in questo momento, mentre se ne sta seduto accanto al fuoco con la signorina Murdstone; ma se entrassi io, Peggotty, sarebbe qualche cosa di piĚ che addolorato.»

       «E che cosa sarebbe?» chiese Peggotty.

       «Sarebbe furioso,» risposi imitando involontariamente il suo cupo cipiglio. «Se fosse solo addolorato non mi guarderebbe come fa. Io sono soltanto addolorato, e questo mi rende piĚ buono.»

       Peggotty non disse nulla per un po' di tempo; e io continuai a scaldarmi le mani, silenzioso come lei.

       «Davy,» disse infine.

       «Sď, Peggotty.»

       «Ho tentato, mio caro, in tutti i modi che ho potuto escogitare - tutti quelli che mi si presentavano e tutti quelli che non mi si presentavano, insomma - di trovare un servizio conveniente qui a Blunderstone; ma non c'Ź niente di simile, amor mio.»

       «E che cosa intendi di fare, Peggotty?» chiesi io ansioso. «Pensi di andare a cercar fortuna?»

       «Credo che sarė costretta a ritirarmi a Yarmouth,» rispose Peggotty, «e stabilirmi lą.»

       «Avresti potuto andar piĚ lontano,» dissi illuminandomi un poco, «e sarebbe stato come perderti. LaggiĚ, mia cara vecchia Peggotty, potrė vederti qualche volta. Non sarai all'altro capo del mondo, non Ź vero?»

       «Tutto al contrario, ringraziando Dio!» esclamė Peggotty tutta ravvivata. «Finché starai qui, piccolo mio, verrė a vederti tutte le settimane che Dio manda in terra. Un giorno ogni settimana che passa!»

       Questa promessa mi tolse un gran peso dal cuore: ma non era ancora tutto perché Peggotty proseguď:

       «Vedi, Davy, prima di tutto andrė, per un'altra quindicina di giorni, da mio fratello... giusto per avere il tempo di guardarmi intorno e tornare a essere quella che sono. E cosď ho pensato che forse, visto che adesso non hanno bisogno di te, potrebbero lasciarti venire con me.»

       Se qualche cosa, che non fosse un mutamento di relazioni con coloro che mi circondavano, eccettuata Peggotty, poteva darmi un senso di piacere in quel periodo, era, piĚ di ogni altro, questo progetto. L'idea di vedermi ancora intorno quei volti onesti, felici di accogliermi; di ritrovare la pace dei dolci mattini domenicali quando le campane suonavano, le pietre cadevano nell'acqua e i battelli si levavano come ombre nella nebbia; di vagabondare su e giĚ con la piccola Emily raccontandole i miei crucci e trovando incantesimi contro di essi nelle conchiglie e nei sassolini della riva, mi riportava la calma nel cuore. Naturalmente un attimo dopo tutto fu sconvolto dal timore che la signorina Murdstone non desse il suo consenso; ma anche questo fu presto messo a posto perché la signorina venne a fare un'ispezione serale nella dispensa, mentre noi stavamo ancora parlando, e Peggotty, con una temerarietą che mi sbigottď, affrontė subito l'argomento.

       «Il ragazzo starą in ozio, laggiĚ,» disse la signorina Murdstone guardando in un vaso di sottaceti, «e l'ozio Ź la radice di ogni male. Ma di certo starebbe in ozio anche qui... e in qualsiasi altro posto, a parer mio.»

       Mi accorsi che Peggotty aveva pronta una risposta furiosa; ma se la inghiottď per amor mio e rimase zitta.

       «Hum!» brontolė la signorina Murdstone sempre con lo sguardo attento ai sottaceti; «quello che piĚ di tutto ha importanza - un'importanza fondamentale - Ź che mio fratello non sia disturbato e non abbia noie. Penso che sarą meglio acconsentire.»

       La ringraziai, senza alcuna manifestazione di gioia per paura che ciė potesse indurla a ritirare il suo consenso. Né potei fare a meno di considerarlo una precauzione prudente dopo che ella mi ebbe guardato al di sopra del vaso dei sottaceti con una tale traboccante aciditą da far credere che i suoi occhi neri ne avessero assorbito il contenuto. Comunque il permesso fu dato e non fu ritirato; e quando il mese di preavviso ebbe termine, Peggotty e io eravamo pronti alla partenza.

       Il signor Barkis entrė in casa per prendere i bagagli di Peggotty. Prima di allora non lo avevo mai visto varcare il cancello del giardino. Mi diede un'occhiata, mentre si metteva in spalla la cassa piĚ grande e si avviava, che mi parve significativa, se pur qualche cosa di significativo poteva mai apparire sul volto del signor Barkis.

       Peggotty, naturalmente, era molto depressa nel lasciare quella che per tanti anni era stata la sua casa e dove si erano formati i due piĚ profondi affetti della sua vita, per mia madre e per me. Il mattino presto era anche andata a fare una visita al cimitero; salď sul carro e si sedette col fazzoletto davanti agli occhi.

       Finché rimase in quella posizione, il signor Barkis non diede alcun segno di vita. Stava seduto al suo solito posto e con la sua solita attitudine come un grosso pupazzo imbottito. Ma quando lei cominciė a guardarsi attorno e a parlarmi, scosse la testa e piĚ volte fece larghi sorrisi.

       Non ho la minima nozione di a chi li rivolgesse né che cosa volesse intendere con essi.

       «ť una bella giornata, signor Barkis,» dissi come atto di cortesia.

       «Brutta non Ź,» rispose il signor Barkis, che in genere controllava il suo linguaggio e non amava compromettersi.

       «Adesso Peggotty sta proprio bene, signor Barkis,» notai per sua soddisfazione.

       «Davvero?» disse il signor Barkis.

       Dopo averci riflettuto sopra con un'aria sagace, il signor Barkis le diede un'occhiata e disse:

       «State proprio bene?»

       Peggotty rise e rispose di sď.

       «Ma dico realmente e veramente, sapete. State bene?» mugolė il signor Barkis scivolandole piĚ vicino sul sedile e dandole di gomito. «State bene? Proprio bene realmente e veramente. State bene, eh?» A ognuna di queste domande il signor Barkis si spingeva ancor piĚ vicino a lei e le dava un altro colpetto di gomito; cosď che, in ultimo, ci trovammo tutti ammucchiati insieme sull'angolo sinistro del carro e io ero cosď strizzato da sentirmi mancare il fiato.

       Poiché Peggotty richiamė la sua attenzione sulle mie pene, il signor Barkis mi lasciė subito un po' di spazio e finď col ritrarsi a poco a poco. Ma non potei fare a meno di notare che egli sembrava convinto di aver trovato un meraviglioso espediente per esprimersi in modo chiaro, piacevole e arguto senza l'inconveniente di dover inventare una conversazione. E, ripensandoci, ridacchiė fra sé per qualche tempo in modo molto manifesto. A poco a poco tornė a Peggotty e, ripetendo: «State proprio bene?» si abbatté su di noi come prima finché non mi restė quasi un briciolo di fiato in corpo. Poco dopo fece la stessa incursione su di noi con la stessa domanda e lo stesso risultato. Alla fine, tutte le volte che lo vedevo avvicinarsi mi alzavo e, in piedi sul predellino, facevo finta di ammirare il panorama; dopo di che mi trovai molto meglio.

       Fu cosď gentile da fermarsi a un'osteria, espressamente per noi, e convitarci a base di montone arrosto e birra. Perfino in un momento in cui Peggotty stava bevendo fu preso dal desiderio di uno di questi approcci e per poco non la fece soffocare. Ma, avvicinandoci alla fine del nostro viaggio, ebbe altre cose da fare e minor tempo per la galanteria; e quando arrivammo sul selciato di Yarmouth, fummo tutti troppo scossi e sballottati, temo, per aver modo di pensare ad altro.

       Il signor Peggotty e Ham erano ad attenderci al vecchio posto. Ricevettero me e Peggotty con grande affetto e strinsero la mano a Barkis che, col cappello gettato sulla nuca e una certa espressione di vergogna in faccia e, giĚ giĚ, fino alle gambe, mi parve presentare un insieme piuttosto inconsistente. Ognuno di loro prese uno dei bauli di Peggotty, e stavamo per andarcene quando il signor Barkis mi fece solennemente segno con l'indice di andare con lui sotto un portico.

       «Io dico,» mugolė il signor Barkis, «che tutto Ź andato bene.»

       Lo guardai in faccia e risposi, con un tentativo di essere molto profondo: «Oh!»

       «Adesso non Ź finita qui,» continuė il signor Barkis con un cenno confidenziale. «ť andato tutto bene.»

       Di nuovo risposi: «Oh!»

       «Voi sapete chi era pronto,» disse il mio amico. «Era Barkis e soltanto Barkis.»

       Assentii senza capire.

       «Va tutto bene,» concluse il signor Barkis stringendomi la mano. «Sono vostro amico. Avete cominciato voi a farla andar bene. Va tutto bene.»

       Nei suoi tentativi di essere particolarmente chiaro, il signor Barkis era cosď assolutamente misterioso, che io avrei potuto continuare a guardarlo in faccia per un'ora e senza dubbio non avrei cavato da lui maggiori informazioni che dal quadrante di un orologio fermo; sennonché Peggotty mi chiamė. Mentre camminavamo, lei mi domandė che cosa mi avesse detto; e io le risposi che aveva detto che tutto andava bene.

       «Che sfacciato!» esclamė Peggotty, «ma non me ne importa! Davy caro, che ne diresti se pensassi a sposarmi?»

       «Diamine... immagino che continueresti a volermi bene, Peggotty, quanto me ne vuoi adesso,» risposi dopo averci pensato sopra un poco.

       Con gran meraviglia di quelli che passavano per la strada, come dei suoi due parenti che ci precedevano, quella buona creatura fu costretta a fermarsi e abbracciarmi sul posto con mille proteste del suo inalterabile amore.

       «Dimmi che cosa ne penseresti, caro,» mi domandė ancora quando queste espansioni furono finite e noi ci eravamo rimessi in cammino.

       «Se pensassi a sposare... il signor Barkis, Peggotty?»

       «Sď.»

       «Penserei che sarebbe una bellissima cosa. Perché allora, Peggotty, avresti sempre il carro e il cavallo a disposizione per venirmi a trovare, e potresti farlo per nulla ed esser sicura di venire.»

       «Che buon senso ha questo amore!» esclamė Peggotty. «A che cosa ho pensato per tutto questo mese? Sď, tesoro; e credo che sarei molto piĚ indipendente, vedi. Senza contare che lavorerei molto piĚ volentieri in una casa mia, adesso, che in quella di qualsiasi altro. Non so che cosa sarei capace di fare, adesso, come domestica di estranei. E sarei sempre vicina al luogo in cui riposa la mia diletta,» aggiunse Peggotty pensosa, «e potrei andare a vederla quando volessi; e quando io giungerė al riposo, potrė essere sepolta non lontano dalla mia cara bambina.»

       Nessuno di noi disse nulla per un poco.

       «Ma non ci penserei nemmeno una volta,» riprese Peggotty allegramente, «se il mio Davy ci avesse qualche cosa da ridire... nemmeno se mi facessero la richiesta in chiesa trenta volte tre e mi si dovesse consumare l'anello in tasca.»

       «Guardami, Peggotty,» le risposi, «e vedi da te se non sono realmente felice e non lo desidero sinceramente!» E davvero lo desideravo con tutto il cuore.

       «Bene, amor mio,» disse Peggotty dandomi una stretta, «ci ho pensato su notte e giorno in tutti i modi che ho potuto, e spero nel modo giusto; ma voglio pensarci ancora e parlarne a mio fratello; frattanto ce lo terremo per noi, Davy, per te e per me. Barkis Ź un brav'uomo di animo semplice,» continuė Peggotty, «e se farė con lui il mio dovere credo che sarą colpa mia se non mi troverė... se non starė proprio bene,» concluse ridendo di cuore.

       Questa citazione del signor Barkis era cosď appropriata e ci divertď tanto che ridemmo ancora piĚ volte ed eravamo di ottimo umore quando giungemmo in vista della casa del signor Peggotty.

       Appariva esattamente la stessa, sennonché, forse, appariva un po' rimpiccolita ai miei occhi; e la signora Gummidge ci aspettava sulla porta come se fosse rimasta lď da sempre. Nell'interno era tutto eguale, fino alle alghe marine nel vaso blu nella mia stanza. Entrai nel magazzino e mi guardai attorno: e le stesse aragoste, granchi e gamberi, in preda allo stesso desiderio di attanagliare il mondo in genere, apparivano nello stesso stato di agglomeramento nello stesso vecchio angolo.

       Ma non riuscivo a vedere la piccola Emily, e allora domandai al signor Peggotty dove fosse.

       «ť a scuola, signore,» mi rispose asciugandosi sulla fronte il sudore, conseguenza dell'aver portato il baule di Peggotty; «sarą a casa,» e guardė l'orologio della Selva Nera, «tra venti minuti o una mezz'ora. Tutti noi sentiamo la sua mancanza, Dio la benedica.»

       La signora Gummidge diede un gemito.

       «Allegra, ragazza!» gridė il signor Peggotty.

       «Io la sento piĚ di ogni altro,» disse la signora Gummidge; «sono una povera creatura sola e derelitta, e lei era quasi l'unica cosa che non mi andava di traverso.»

       La signora Gummidge, uggiolando e scuotendo la testa, si mise a sventolare il fuoco. Il signor Peggotty, volgendo gli occhi su tutti noi mentre ella era cosď occupata, disse a voce bassa coprendosi la bocca con la mano: «Pensa al vecchio!» Dal che congetturai a buon diritto che, dalla mia prima visita, nessun miglioramento era avvenuto nel morale della signora Gummidge.

       Ora, tutto quel luogo era, o avrebbe dovuto essere, delizioso come sempre; e tuttavia non mi faceva la stessa impressione. Ne ebbi piuttosto un senso di delusione. Forse perché la piccola Emily non era in casa. Conoscevo la strada per cui sarebbe tornata, e poco dopo mi trovai a girellare lungo il sentiero per incontrarla.

       Presto una figura apparve in distanza, e immediatamente riconobbi Emily, che era ancora piccola di statura, sebbene fosse cresciuta. Ma quando mi fu piĚ vicina e io vidi i suoi occhi azzurri ancora piĚ azzurri, e ancor piĚ luce attorno alle fossette delle sue gote, e tutto in lei ancor piĚ grazioso e piĚ gaio, un curioso sentimento s'impadronď di me e mi costrinse a fingere di non riconoscerla e a passarle accanto come se stessi fissando qualche cosa nella lontananza. Se non mi sbaglio, devo aver fatto la stessa cosa anche in seguito, nella mia vita.

       La piccola Emily non se ne curė affatto; mi vide benissimo, ma, invece di voltarsi e chiamarmi, corse via ridendo. Questo mi costrinse a correrle dietro, e lei andava cosď veloce che eravamo molto vicini alla casetta quando la raggiunsi.

       «Oh, sei proprio tu,» disse la piccola Emily.

       «Diamine, lo sapevi bene chi ero,» dissi io.

       «E tu non avevi capito chi ero io?» replicė Emily. Io volevo baciarla, ma lei si coprď con le mani le labbra di ciliegia, e disse che adesso non era piĚ una bambina, e fuggď, ridendo piĚ che mai, dentro casa.

       Sembrava divertirsi a stuzzicarmi, un mutamento che mi stupď moltissimo. La tavola era apparecchiata per il tŹ, e la nostra piccola cassapanca fu messa al suo vecchio posto, ma, invece di venire a sedersi accanto a me, lei andė a far compagnia alla lamentosa signora Gummidge: e quando il signor Peggotty le chiese perché, si scompigliė i capelli su tutto il volto per nasconderlo e non riuscď a far altro che ridere.

       «Una micetta Ź!» disse il signor Peggotty battendole delicatamente sulla spalla con la sua grossa mano.

       «Proprio cosď! proprio cosď!» esclamė Ham. «Signorino Davy, proprio cosď!» e si sedette volgendole delle risatelle soffocate, in uno stato di ammirazione e di piacere frammisti che gli infuocarono il volto.

       In realtą la piccola Emily era viziata da tutti loro; e da nessuno piĚ che dal signor Peggotty stesso, del quale poteva far quel che voleva solo andando a posargli la guancia contro gli ispidi favoriti. Questa, almeno, fu la mia opinione quando la vidi far cosď; e pensai che il signor Peggotty aveva tutte le ragioni. Ma era cosď affettuosa e dolce, e aveva un modo cosď cattivante di essere a un tempo timida e astuta, che mi legė a sé piĚ che mai.

       Era anche di buon cuore; perché quando, seduti attorno al fuoco dopo il tŹ, il signor Peggotty, nel fumo della sua pipa, fece un'allusione alla perdita che avevo subito, ebbe le lacrime agli occhi e mi rivolse, da un capo all'altro del tavolo, uno sguardo cosď affettuoso che gliene fui riconoscente dal profondo.

       «Ah!» disse il signor Peggotty prendendole i ricci e facendoseli scorrere sulla mano come rivi d'acqua, «ecco un'altra orfana, vedete, signore? E qui,» aggiunse colpendo Ham sul petto col rovescio della mano, «ce n'Ź un altro, sebbene non abbia molto l'aria di esserlo.»

       «Se avessi voi come tutore, signor Peggotty,» dissi scuotendo la testa, «credo che neanche io mi sentirei molto orfano.»

       «Ben detto, signorino Davy!» esclamė Ham in estasi. «Evviva! Ben detto. Nemmeno voi vi sentireste! Evviva, evviva!» E qui restituď il colpo al signor Peggotty, e la piccola Emily si alzė per baciare lo stesso signor Peggotty.

       «E come sta il vostro amico, signore?» mi chiese questi.

       «Steerforth?»

       «Eccolo il nome!» gridė il signor Peggotty volgendosi a Ham. «Lo sapevo che era qualche cosa di simile.»

       «Dicevate che era Rudderford,» osservė Ham ridendo.

       «Ebbene?» ribatté il signor Peggotty. «Si governa col timone, no? Non ero tanto lontano. Come sta, signore?»

       «Quando ho lasciato il collegio stava benissimo, signor Peggotty.»

       «Quello sď che Ź un amico!» disse il signor Peggotty tendendo la sua pipa. «Se si parla di amici, Ź un vero amico! Dio mi aiuti, fa piacere a guardarlo!»

       «ť molto bello, no?» dissi, sentendo che il cuore mi si scaldava a questa lode.

       «Bello?» esclamė il signor Peggotty. «Supera gli altri come... come un... be', non so come che cosa superi gli altri. ť cosď fiero!»

       «Sď! ť proprio il suo carattere,» dissi. «Coraggioso come un leone, e non potete immaginare quanto sia leale, signor Peggotty.»

       «E suppongo,» proseguď il signor Peggotty guardandomi attraverso il fumo della sua pipa, «che in fatto di istruzione si lascerebbe indietro chiunque.»

       «Sď,» risposi felice; «sa tutto. Ha un'intelligenza sorprendente.»

       «Quello sď che Ź un amico!» mormorė il signor Peggotty scuotendo gravemente la testa.

       «Sembra che nulla gli costi fatica,» dissi. «Capisce quello che deve fare solo con un'occhiata. ť il miglior giocatore di cricket che abbia conosciuto. A dama vi dą tutte le pedine che volete, e vince come niente.»

       Il signor Peggotty scosse ancora la testa come per dire: «Naturalmente.»

       «Parla cosď bene,» continuai, «che nessuno puė tenergli testa; e non so che direste, signor Peggotty, se lo sentiste cantare.»

       Nuova scrollata di capo da parte del signor Peggotty, come per dire: «Non c'Ź da dubitarne.»

       «E poi Ź un ragazzo cosď generoso, sensibile e nobile,» dissi ormai lanciato nel mio tema preferito, «che Ź appena possibile fargli tutti gli elogi che merita. Non mi sentirė mai abbastanza riconoscente per la generositą con cui mi ha protetto, io che, nel collegio, ero tanto piĚ giovane e tanto inferiore a lui.»

       Proseguivo cosď con grande ardore quando il mio sguardo si arrestė sul volto della piccola Emily, che si protendeva sul tavolo ascoltando con la piĚ profonda attenzione: tratteneva il fiato, i suoi occhi azzurri brillavano come gioielli e le sue gote erano soffuse di rossore. Appariva cosď singolarmente intenta e graziosa che mi fermai in una sorta di meraviglia; tutti la osservarono in egual tempo perché, quando mi arrestai, risero fissandola.

       «Emily Ź come me,» disse Peggotty: «le piacerebbe conoscerlo.»

       Emily rimase confusa nel sentirsi guardata da tutti, e chinė la testa mentre il suo volto arrossiva ancor piĚ. Poi, alzando gli occhi e guardando attraverso i riccioli scomposti, nel vedere tutti i nostri sguardi ancora rivolti su di lei (io, almeno, sono sicuro che avrei potuto continuare a fissarla per ore), scappė via e non si fece vedere fin quasi al momento di andare a letto.

       Mi coricai nel vecchio lettino a poppa del battello, e il vento venne mugliando attraverso la pianura come faceva un tempo. Ma, questa volta, non potei fare a meno di fantasticare che gemesse per coloro che non erano piĚ; e invece di temere che il mare potesse gonfiarsi durante la notte e portar via il battello, pensai al mare che era ingrossato dopo l'ultima volta che avevo udito quel fragore, e aveva travolto la mia casa felice. Ricordo che, mentre i suoni del vento e delle acque cominciavano ad affievolirsi nel mio orecchio, inserii una breve clausola nelle mie orazioni e pregai di poter crescere e sposare la piccola Emily, scivolando cosď dolcemente nel sonno.

       I giorni passarono in fretta come erano passati la prima volta, eccetto che - e fu una grande eccezione - la piccola Emily ed io andammo raramente a vagabondare sulla spiaggia. Lei aveva lezioni da imparare e lavori di cucito da fare; e rimaneva assente per gran parte del giorno. Ma sentivo che non ci saremmo dati a quei vecchi vagabondaggi nemmeno se fosse stato altrimenti. Per quanto selvaggia e piena di estri infantili, Emily era divenuta una piccola donna piĚ di quanto avessi supposto. Sembrava essersi allontanata enormemente da me in poco piĚ di un anno. Mi voleva bene, ma mi derideva e mi tormentava; quando cercavo di andarle incontro, sgattaiolava per un'altra strada e la trovavo ridente sulla porta nel tornare deluso. I momenti migliori erano quando lei se ne stava quietamente al lavoro, sulla soglia, e io sedevo ai suoi piedi, sul gradino di legno, leggendo per lei. Mi sembra, oggi, di non aver mai visto soli radiosi come in quei fulgidi pomeriggi di aprile; di non aver mai contemplato una figuretta solare come quella che ero solito vedere seduta sulla soglia della vecchia barca; di non aver mai piĚ potuto ammirare quei cieli, quelle acque, quelle barche gloriose che veleggiavano nell'aria dorata.

       Giusto la prima sera dopo il nostro arrivo, il signor Barkis comparve con un'aria straordinariamente assente e impacciata e con un fagotto di aranci avvolti in un fazzoletto. Poiché non vi fece la minima allusione, si suppose che li avesse dimenticati per caso quando se ne andė; finché Ham, che gli era corso dietro per restituirglieli, tornė con la notizia che erano per Peggotty. Dopo di allora apparve ogni sera esattamente alla stessa ora e sempre con un fagottino, al quale non faceva mai allusione, e che metteva regolarmente dietro la porta per lasciarlo lď. Queste offerte affettive erano del tipo piĚ vario ed eccentrico. Ricordo fra di esse una doppia serie di piedini di porco, un grande puntaspilli, un mezzo staio di mele o giĚ di lď, un paio di orecchini di giaietto, alcune cipolle di Spagna, un canarino in gabbia e uno zampone salato.

       Il corteggiamento del signor Barkis, per quanto ricordo, era di un genere tutto particolare. Molto raramente diceva una parola; si sedeva accanto al fuoco quasi nello stesso atteggiamento con cui sedeva sul suo carro e piantava gli occhi addosso a Peggotty, che gli stava di fronte. Una sera, ispirato, credo, da insolito ardore, si precipitė sul pezzetto di candela che lei teneva a portata di mano per incerare il filo, se Io mise nella tasca del panciotto e se lo portė via. Dopo di allora, il suo gran diletto fu di tirarlo fuori quando veniva richiesto, mezzo incollato alla fodera della tasca e quasi allo stato fuso, e di intascarlo nuovamente quando non ce n'era piĚ bisogno. Sembrava godersela un mucchio e non sentire minimamente la necessitą di parlare. Anche quando portava fuori Peggotty per una passeggiata nella pianura, credo che non provasse alcuna inquietudine in proposito, accontentandosi di chiederle ogni tanto se stava proprio bene. Ricordo che a volte, quando se n'era andato, Peggotty si tirava il grembiule sul volto e rideva per mezz'ora. In realtą eravamo tutti piĚ o meno divertiti, a eccezione della sventurata signora Gummidge, il cui corteggiamento sembrava essere stato di natura perfettamente parallela, e che era continuamente ricondotta, da queste operazioni, al ricordo del suo vecchio.

       Alla fine, quando il termine della mia visita stava per scadere, fu annunciato che Peggotty e il signor Barkis avrebbero passato un giorno di vacanza insieme e che la piccola Emily e io li avremmo accompagnati. La notte che precedette ebbi un sonno quanto mai agitato pregustando il piacere di passare un'intera giornata con Emily. Al mattino fummo tutti in piedi per tempo; e, mentre eravamo ancora a colazione, apparve in distanza il signor Barkis, che guidava un calesse verso l'oggetto dei suoi affetti.

       Peggotty era vestita come al solito, nel suo lindo e semplice lutto; ma il signor Barkis smagliava in una giacca azzurra a cui il sarto aveva dato una cosď generosa misura che i polsini avrebbero reso inutili i guanti nel piĚ rigido inverno mentre il colletto era cosď alto che gli tirava su i capelli fino al cocuzzolo. Anche i suoi fulgidi bottoni erano del massimo formato. Completato da pantaloni grigi e panciotto di camoscio, il signor Barkis mi parve un vero fenomeno di rispettabilitą.

       Mentre eravamo tutti in faccende davanti alla porta, vidi il signor Peggotty lď pronto con una vecchia scarpa, che doveva esserci tirata dietro per augurio e che lui porgeva, a questo scopo, alla signora Gummidge.

       «No, Daniel. Sarebbe meglio che lo facesse qualcun altro,» disse la signora Gummidge. «Io sono una povera donna sola e derelitta, e tutto ciė che non mi ricorda gente sola e derelitta mi va di traverso.»

       «Su, vecchia ragazza!» gridė il signor Peggotty. «Prendetela e tiratela.»

       «No, Daniel,» rispose la signora Gummidge lamentandosi e scuotendo la testa. «Se fossi meno sensibile potrei far di piĚ. Voi non siete sensibile come me, Daniel; le cose non vi vanno di traverso e voi non andate di traverso alle cose. ť meglio che la tiriate voi.»

       Ma qui Peggotty, che era andata passando in gran fretta dall'uno all'altro baciando tutti, gridė dalla vettura, in cui frattanto ci eravamo tutti sistemati (Emily e io su due seggioline affiancate) che doveva farlo la signora Gummidge. Cosď la signora Gummidge tirė; e, mi dispiace dirlo, fece cadere una nube di tristezza sulla nostra festosa partenza, perché scoppiė immediatamente in lacrime e si abbandonė sopraffatta fra le braccia di Ham dichiarando di saper benissimo di essere un inutile fardello e che avrebbero fatto meglio a portarla subito all'ospizio. Cosa che mi parve molto sensata e che Ham avrebbe dovuto mettere senz'altro in atto.

       Partimmo comunque per la nostra escursione festiva; e la prima cosa che facemmo fu di fermarci a una chiesa, dove il signor Barkis legė il cavallo a un cancello ed entrė con Peggotty lasciando la piccola Emily e me soli nel calesse. Io colsi l'occasione per mettere il braccio attorno alla vita di Emily e le proposi che, siccome ero ormai alla vigilia della partenza, dovevamo decidere di essere molto affettuosi reciprocamente e molto felici per tutto quel giorno. La piccola Emily acconsentď e mi permise di darle un bacio; e io divenni eroico. Ricordo che le dichiarai di non poter amare altri che lei per tutta la vita e di essere pronto a versare il sangue di chiunque aspirasse al suo affetto.

       Quanto si divertď, la piccola Emily, a queste parole! Con quale contegnosa sicurezza di essere immensamente piĚ adulta e piĚ saggia di me quella donnina ammaliatrice disse che ero «uno sciocchino»; e poi rise in un modo cosď affascinante che io dimenticai il dolore di essere stato chiamato in modo cosď mortificante, nel piacere di guardarla.

       Il signor Barkis e Peggotty rimasero in chiesa un bel pezzo, ma infine ne uscirono e allora riprendemmo a scarrozzare verso la campagna. Mentre si procedeva, il signor Barkis si volse verso di me e disse ammiccando (fra parentesi dirė che, prima di allora, non avrei mai pensato che fosse capace di ammiccare):

       «Qual era il nome che io scrissi sulla tenda del carro?»

       «Clara Peggotty,» rispose:

       «E qual Ź il nome che scriverei adesso, se ci fosse qui una tenda?»

       «Ancora Clara Peggotty?» arrischiai.

       «Clara Peggotty BARKIS!» rispose lui e scoppiė in una risata ruggente che fece traballare il calesse.

       In una parola si erano sposati ed erano entrati in chiesa appunto per questo. Peggotty aveva deciso che la cosa doveva esser fatta con la piĚ assoluta semplicitą; e il pastore glielo aveva concesso rinunciando ai testimoni della cerimonia. Rimase un poco confusa quando il signor Barkis diede l'inaspettato annuncio della loro unione, e non si stancava di abbracciarmi a garanzia del suo immutato affetto; ma presto tornė in se stessa e si disse felice che tutto fosse finito.

       Trottammo fino a una piccola osteria in una via secondaria, dove eravamo attesi e dove ci fu servito un ottimo desinare, e passammo la giornata lieti e contenti. Se Peggotty si fosse sposata ogni giorno negli ultimi dieci anni non avrebbe potuto mostrare maggior disinvoltura in questa occasione; non appariva in lei alcun cambiamento: era la stessa di sempre, e uscď perfino a fare una passeggiatina con la piccola Emily e con me prima del tŹ, mentre il signor Barkis fumava filosoficamente la pipa, godendosi, immagino, la contemplazione della sua felicitą. Se Ź cosď, quella felicitą gli aguzzė l'appetito, perché ricordo perfettamente che, sebbene avesse mangiato a desinare un bel po' di maiale e verdure finendo con un paio di polli, sentď il bisogno di farsi portare, al tŹ, del prosciutto freddo e ne fece fuori parecchio senza la minima emozione.

       Ho pensato spesso, in seguito, a quale strano, innocente e inconsueto matrimonio fu quello! Salimmo di nuovo in calesse appena fu buio e tornammo con comodo guardando le stelle e parlando su questo tema. Io ne fui il principale espositore e spalancai straordinariamente gli orizzonti mentali del signor Barkis. Gli dissi tutto quello che sapevo, ma lui avrebbe preso per oro colato tutto ciė che mi fosse passato per la testa di raccontargli, perché aveva una profonda venerazione per le mie capacitą e, proprio in quella occasione, informė sua moglie, davanti a me, che ero un «piccolo Rescio», col che credo che intendesse un prodigio.

       Quando fu esaurito l'argomento stelle, o meglio quando ebbi esaurito le facoltą mentali del signor Barkis, la piccola Emily e io ci facemmo un mantello con una vecchia coperta e restammo lď sotto per il resto del viaggio. Ah, come l'amavo! Quale felicitą, pensavo, se fossimo stati sposati e fossimo andati a vivere in qualche parte fra gli alberi e i campi, senza divenire adulti, senza divenire saggi, eterni fanciulli, vagabondando con la mano nella mano, nel sole e per prati fioriti, posando di notte il capo sul musco, in un dolce sonno di purezza e di pace, per essere infine sepolti dagli uccelli dopo la morte! Un quadro di questo genere, fuori del mondo reale, fulgido della luce della nostra innocenza e vago come le stelle lontane, mi fu nella mente per tutta la strada. Sono felice di pensare che, al matrimonio di Peggotty, furono presenti due cuori candidi come quello della piccola Emily e il mio. Sono felice di pensare che gli Amori e le Grazie assunsero queste lievi forme nel suo semplice corteo nuziale.

       Fummo dunque di ritorno alla vecchia barca nelle prime ore della sera; e lą il signore e la signora Barkis ci salutarono per avviarsi tranquillamente verso la loro casa. Sentii allora, per la prima volta, di avere perduto Peggotty. E davvero sarei andato a letto col cuore gonfio sotto qualsiasi altro tetto che non fosse stato quello che riparava il capo della piccola Emily.

       Il signor Peggotty e Ham capirono, al pari di me, quali fossero i miei pensieri, e furono pronti a disperderli con un po' di cena e con i loro volti ospitali. La piccola Emily venne a sedersi accanto a me sulla cassapanca per l'unica volta in tutta la mia visita: e fu la meravigliosa conclusione di una giornata meravigliosa.

       Era una notte di marea; e subito dopo che fummo andati a letto, il signor Peggotty e Ham uscirono per la pesca. Io mi sentii pieno di ardimento sentendomi solo nella casa solitaria come protettore di Emily e della signora Gummidge, e non desiderai altro se non che un leone o un serpente, o qualche altro mostro male intenzionato, si precipitasse su di noi e io potessi annientarlo coprendomi di gloria. Ma poiché quella notte niente di simile si trovė a passeggiare per la pianura di Yarmouth, mi aggrappai al miglior sostituto che avessi sognando draghi fino al mattino.

       Col mattino arrivė Peggotty, che mi chiamė come al solito di sotto la mia finestra come se anche il corriere signor Barkis fosse stato un sogno dal principio alla fine. Dopo colazione mi portė a casa sua, che era proprio una bella casetta. Di tutto il mobilio che conteneva deve avermi particolarmente impressionato un certo vecchio scrittoio di un qualche legno scuro, in salotto (la cucina col pavimento a mattonelle era la stanza comune), con un coperchio a ribalta, che si apriva, si abbassava e formava il piano di una scrivania nella quale vi era una grande edizione in quarto del Libro dei martiri di Foxe. Questo volume prezioso, di cui non ricordo una parola, lo scoprii immediatamente e subito mi ci immersi; e in seguito non visitai mai la casa senza inginocchiarmi su di una sedia, aprire lo scrigno in cui tale gemma era conservata, spalancar le braccia sulla scrivania e mettermi con nuova lena a divorare il libro. Era particolarmente edificato, temo, dalle incisioni, che erano numerose e rappresentavano ogni sorta di cupi orrori; ma, da allora, i Martiri e la casa di Peggotty divennero inseparabili nella mia mente, e lo sono ancora.

       Quel giorno stesso mi congedai dal signor Peggotty, da Ham, dalla signora Gummidge e dalla piccola Emily; e passai la notte da Peggotty, in una stanzetta sotto il tetto (con il libro dei coccodrilli in uno scaffale a capo del letto), che sarebbe stata sempre la mia, disse Peggotty, e sarebbe sempre stata tenuta per me esattamente nello stesso stato.

       «Giovane o vecchio, caro Davy, finché sarė in vita e avrė questa casa sulla mia testa,» disse Peggotty, «troverai questa stanza come se ti aspettassi qui di minuto in minuto. La terrė in ordine ogni giorno come facevo con la tua stanzetta, amor mio; e se dovessi andare in Cina potrai star sicuro che sarą tenuta nello stesso modo finché sarai via.»

       Sentii con tutto il cuore la sinceritą e la costanza della mia vecchia bambinaia e la ringraziai per quanto potei. Cosa che non fu nulla di straordinario perché lei mi parlava cosď tenendomi le braccia al collo, al mattino, e io dovevo tornare a casa quel mattino stesso, come appunto feci, accompagnato sul carro da lei e dal signor Barkis. Mi lasciarono al cancello, e non fu facile né lieve; e uno strano spettacolo fu per me veder partire il carro portandosi via Peggotty e lasciando me sotto i vecchi olmi a contemplar la casa nella quale non c'era piĚ un volto che avrebbe guardato il mio con amore o simpatia.

       Caddi adesso in uno stato di abbandono che non posso ricordare senza compassione. Precipitai improvvisamente in una solitudine - lontano da ogni attenzione amichevole, lontano dai rapporti con ogni altro ragazzo della mia etą, lontano da ogni compagnia che non fosse quella dei miei mortificati pensieri - che sembra gettare la sua ombra su questo stesso foglio mentre scrivo.

       Che cosa avrei dato perché mi mandassero nel piĚ duro collegio che vi sia mai stato! per avere un qualsiasi insegnamento, in qualsiasi luogo! Ma nessuna speranza di questo genere si illuminava davanti a me. Quei due mi disamavano e mi abbandonavano al mio destino cupi, severi e ostinati. Credo che, in quel tempo, il signor Murdstone si trovasse in strettezze; ma questo ha poca importanza. Non poteva soffrirmi; e nell'allontanarmi cosď da sé tentava, credo, di togliermi di testa l'idea di avere dei diritti su di lui: e ci riuscď.

       Non ero materialmente maltrattato. Non mi picchiavano né mi costringevano a soffrir la fame; ma il male che mi facevano non aveva soste né mitigazioni e veniva fatto in modo freddo e sistematico. Giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, mese dopo mese, ero semplicemente trascurato. A volte, quando ci ripenso, mi domando che cosa avrebbero fatto se mi fossi ammalato: se mi avrebbero abbandonato nella mia stanza solitaria a languire nel mio isolamento consueto, o se qualcuno mi sarebbe venuto in aiuto.

       Quando il signore e la signorina Murdstone erano in casa, prendevo i pasti con loro; in loro assenza mangiavo da solo. Per tutto il tempo girellavo per la casa e nei dintorni completamente abbandonato, salvo il fatto che mi impedivano di farmi una qualsiasi amicizia, forse temendo che, se me la fossi procurata, avrei potuto lagnarmi con qualcuno. Per questa ragione, sebbene il signor Chillip mi avesse spesso invitato ad andare a fargli visita (era vedovo, avendo perduto anni prima una mogliettina dai capelli biondi, che ricordo appena collegandola nei miei pensieri con una gattina pezzata di bianco, rosso e nero un po' sbiadita) solo raramente godevo la felicitą di passare un pomeriggio nel suo piccolo ambulatorio, a leggere qualche libro nuovo per me, con l'odore di un'intera farmacopea nelle narici, o a pestare qualche cosa in un mortaio sotto la sua mite sorveglianza.

       Per la stessa ragione, a cui si aggiungeva senza dubbio l'antica antipatia per lei, solo raramente mi si concedeva di andare a far visita a Peggotty. Fedele alla sua promessa, lei veniva a trovarmi, o a incontrarmi in qualche luogo delle vicinanze, una volta la settimana e non mai a mani vuote; ma molte e amare furono le mie delusioni quando mi si negava il permesso di restituirle la visita a casa sua. Alcune poche volte, tuttavia, a lunghi intervalli, mi fu concesso di andare; e allora scoprii che il signor Barkis era un po' avaro, o, come si esprimeva rispettosamente Peggotty, un «tantino trattenuto», e custodiva un bel po' di denaro in una cassa sotto il letto, che, a sentir lui, era solo piena di giacche e di calzoni. In questa cassa le sue ricchezze si nascondevano con una cosď tenace modestia, che i piĚ discreti prelevamenti potevano essere tentati solo grazie ad accorti artifici; cosď che Peggotty doveva preparare un lungo ed elaborato piano, una vera Congiura delle Polveri, per le spese di ogni sabato.

       In tutto questo periodo ero cosď consapevole dello sgominio di tutto ciė che avevo potuto promettere e del mio completo abbandono, che mi sarei sentito assolutamente infelice, non ne ho alcun dubbio, se non fosse stato per i miei vecchi libri. Erano il mio unico conforto; ed io fui fedele a loro come loro lo furono a me: li lessi e rilessi non so piĚ quante volte.

       Mi avvicino adesso a un periodo della mia vita di cui non potrė mai perdere il ricordo finché avrė memoria, e la cui rievocazione mi Ź spesso comparsa davanti, come uno spettro, al di fuori della mia volontą, a infestare epoche piĚ felici.

       Mi trovavo fuori, un giorno, bighellonando in qualche parte, al modo svogliato e meditabondo che mi suggeriva il mio genere di vita, quando, nel voltare l'angolo di un sentiero presso la nostra casa, mi imbattei nel signor Murdstone che passeggiava con un signore. Mi confusi, e stavo per oltrepassarli quando quel signore gridė:

       «Ma guarda! Brooks!»

       «No, signore, David Copperfield,» dissi.

       «Non venirmelo a raccontare. Tu sei Brooks,» insisté il signore. «Sei Brooks di Sheffield. Questo Ź il tuo nome.»

       A queste parole lo osservai piĚ attentamente. Mi ricordai anche della sua risata, e riconobbi in lui il signor Quinion, quello che ero andato a visitare a Lowestoft col signor Murdstone prima... non importa... non c'Ź bisogno che ricordi quando.

       «E come te la passi? dov'Ź che fai i tuoi studi, Brooks?» chiese il signor Quinion.

       Mi aveva messo una mano sulla spalla e mi fece voltare perché camminassi con loro. Io non sapevo che rispondere e diedi uno sguardo interrogativo al signor Murdstone.

       «Per il momento Ź a casa,» disse quest'ultimo. «Non segue alcun corso di studi. Non so che cosa farne, di lui. ť un carattere difficile.»

       Il suo antico sguardo falso si fermė per un momento su di me; poi il suo occhio si rabbuiė in un cipiglio ed egli, pieno di avversione, lo volse altrove.

       «Hum!» disse il signor Quinion guardandoci entrambi, mi parve. «Bella giornata.»

       Seguď un silenzio, e io stavo pensando al miglior modo per liberarmi la spalla dalla sua mano e andarmene, quando lui disse: «Immagino che sarai ancora un ragazzino sveglio, eh, Brooks?»

       «Sď! ť abbastanza sveglio,» disse il signor Murdstone con impazienza. «Fareste meglio a lasciarlo andare. Non vi sarą grato per il fastidio che gli date.»

       A questo accenno il signor Quinion mi lasciė e io mi affrettai a tornare a casa. Nel voltarmi indietro mentre entravo in giardino, vidi il signor Murdstone appoggiato al cancelletto del cimitero mentre il signor Quinion gli parlava. Tutti e due mi guardavano, e capii che parlavano di me.

       Quella notte il signor Quinion dormď a casa nostra. Il mattino seguente, dopo colazione, avevo scostato la sedia e stavo per lasciar la stanza quando il signor Murdstone mi richiamė. Poi si accostė gravemente a un altro tavolo, dove sua sorella era seduta davanti alla propria scrivania. Il signor Quinion, con le mani in tasca, guardava fuori dalla finestra; e io rimasi in piedi guardandoli tutti.

       «David,» disse il signor Murdstone, «il mondo in cui siamo esige che un giovane sia attivo; non imbronciato e fannullone.»

       «Come te,» aggiunse sua sorella.

       «Jane Murdstone, lascia che parli io, di grazia. Ripeto, David, che il mondo in cui siamo esige che un giovane sia attivo e non imbronciato e fannullone. E questo specialmente per un giovane del tuo carattere, che ha bisogno di una quantitą di emendamenti e a cui non si puė rendere un miglior servizio che costringerlo ai modi del mondo che lavora, piegarlo e domarlo.»

       «Perché qui l'ostinazione non serve a nulla,» disse sua sorella. «Ha bisogno solo di essere frantumata. Deve essere frantumata e lo sarą.»

       Lui diede uno sguardo metą di rimprovero e metą di approvazione e continuė:

       «Immagino che tu sappia, David, che non sono ricco. In ogni caso lo sai adesso. Tu hai gią ricevuto una certa notevole educazione. Gli studi sono costosi; e anche se non lo fossero e io potessi sostenerne la spesa, sono convinto che non sarebbe affatto vantaggioso per te continuare la scuola. Quella che ti sta davanti Ź la lotta con il mondo; e quanto prima la comincerai, tanto meglio sarą.»

       Credo che, nel limite delle mie povere possibilitą, pensassi di averla gią cominciata: ma, comunque sia, lo penso adesso.

       «Tu hai gią sentito parlare dell'ufficio di contabilitą» disse il signor Murdstone.

       «L'ufficio di contabilitą, signore?» ripetei.

       «Di Murdstone e Grinby, commercio di vini,» rispose.

       Penso di averlo guardato con incertezza perché lui proseguď in fretta: «Avrai sentito parlare dell'ufficio di contabilitą, o dell'azienda, o delle cantine, o della banchina o di qualche cosa del genere.»

       «Credo di aver sentito parlare dell'azienda, signore,» dissi ricordando quello che avevo sentito dire vagamente delle risorse sue e di sua sorella. «Ma non so quando.»

       «Non importa quando,» rispose. «Questa azienda Ź diretta dal signor Quinion.»

       Diedi un'occhiata deferente a quest'ultimo, che continuava a guardare fuori della finestra.

       «Il signor Quinion mi fa notare che dą lavoro ad alcuni altri ragazzi e che non vede ragione per non dare lavoro anche a te, alle stesse condizioni.»

       «Visto che non ha,» osservė il signor Quinion a voce bassa e voltandosi a mezzo, «nessun'altra prospettiva, Murdstone.»

       Con un gesto impaziente e addirittura irritato il signor Murdstone concluse senza badare alle sue parole:

       «Queste condizioni sono che tu guadagnerai quanto basta per il tuo vitto e per gli spiccioli. Il tuo alloggio (a cui ho gią provveduto) sarą pagato da me, e cosď pure il bucato...»

       «Che dovrą essere tenuto entro i limiti stabiliti da me,» disse sua sorella.

       «Anche ai tuoi abiti penseremo noi,» continuė il signor Murdstone, «visto che, per ora, non sarai in grado di provvedervi da solo. Cosď adesso, David, partirai per Londra col signor Quinion, per cominciare a vivere nel mondo per tuo conto.»

       «Insomma abbiamo provveduto a te,» concluse la sorella, «e tu vedrai di fare il tuo dovere.»

       Sebbene capissi benissimo che lo scopo di queste dichiarazioni era di sbarazzarsi di me, non ricordo bene se ne fossi compiaciuto o atterrito. Ho l'impressione di essere rimasto con le idee molto confuse in proposito e che, oscillando fra i due estremi, non ne toccassi alcuno. Né avevo molto tempo per chiarirmi le idee poiché il signor Quinion doveva partire l'indomani.

       Contemplatemi, il giorno dopo, con un cappellino bianco tutto consunto e circondato da un crespo nero per il lutto di mia madre, giacchetta nera e un paio di rigidi calzoni di velluto a coste, che la signorina Murdstone considerava la miglior difesa per le mie gambe in quella lotta con il mondo che dovevo affrontare. Contemplatemi cosď acconciato e con i miei piccoli beni terreni davanti a me in un bauletto, mentre me ne sto seduto, povero bambino solo e derelitto (come avrebbe detto la signora Gummidge) nella sedia di posta che porta il signor Quinion a Yarmouth per prendere la diligenza di Londra! Guardate come la nostra casa e la chiesa impiccoliscono nella lontananza; come la tomba dietro l'albero Ź coperta dall'interporsi di altri oggetti; come la guglia del campanile non sale piĚ verso l'alto dal mio vecchio campo di giuochi lasciando vuoto il cielo.

 

XI • COMINCIO A VIVERE PER MIO CONTO, E NON MI PIACE

 

 

 

       Oggi conosco abbastanza il mondo per aver quasi perso la facoltą di stupirmi eccessivamente di qualsiasi cosa; ma Ź per me ancora oggetto di qualche sorpresa il fatto di essere stato mandato allo sbaraglio, con tanta disinvoltura, all'etą che avevo. Un bambino di ottime qualitą e con un forte potere di osservazione, pronto, volenteroso, sensibile, facile a esser ferito nel corpo e nello spirito, mi sembra veramente strano che nessuno abbia fatto un sol gesto per venirgli in aiuto. Ma nessun gesto fu fatto; e io, a dieci anni, divenni un piccolo operaio al servizio di Murdstone e Grinby.

       Il magazzino di Murdstone e Grinby era sulle rive del fiume, giĚ ai Blackfriars. Restauri moderni hanno mutato il luogo: si trattava dell'ultima casa in fondo a una via stretta che piegava verso il fiume terminando con alcuni gradini dove la gente si imbarcava. Era una vecchia casa in rovina con una propria banchina, che dava direttamente sull'acqua quando la marea era alta, e sul fango a bassa marea; e letteralmente infestata dai topi. Le stanze a pannelli, scolorite dal sudiciume e dal fumo di un centinaio d'anni, direi; i pavimenti e le scale sconnessi; gli squittii e le risse dei vecchi topi grigi nelle cantine; e la sporcizia e il marciume del luogo, sono, nella mia memoria, non gią cose di molti anni fa, ma del momento presente. Mi sono tutte davanti proprio come nella maledetta ora in cui vi capitai per la prima volta, con la mano tremante in quella del signor Quinion.

       Murdstone e Grinby commerciavano con gente di vario tipo, ma un importante settore della loro attivitą consisteva nel rifornimento di vini e liquori ad alcune navi postali. Non ricordo adesso dove fossero dirette per lo piĚ, ma credo che alcune di esse facessero viaggi regolari alle Indie orientali e occidentali. So che una delle conseguenze di questo traffico era una gran quantitą di bottiglie vuote, e certi uomini e ragazzi avevano il compito di guardarle contro luce, buttar via quelle incrinate e lavare e risciacquare le altre. Quando le bottiglie vuote erano finite, c'era da incollare le etichette su quelle piene, o da metterci i turaccioli, o da imprimere sui turaccioli il sigillo, o da incassare le bottiglie pronte. Questo era il mio lavoro, e io ero uno dei ragazzi lď occupati.

       Eravamo in tre o quattro, me compreso. Il mio posto di lavoro si trovava in un angolo del magazzino, dove il signor Quinion poteva vedermi quando, nell'ufficio di contabilitą, si alzava sulla traversa superiore del suo sgabello e mi lanciava un'occhiata dalla finestra che era sopra la sua scrivania. Qui, il mattino in cui cominciai a vivere per mio conto sotto cosď felici auspici, il piĚ anziano dei ragazzi fu incaricato di spiegarmi il mio lavoro. Si chiamava Mick Walker e portava un grembiule sbrindellato e un berretto di carta. Mi fece sapere che suo padre era un barcaiolo e sfilava con un cappello di velluto nero nel corteo del Lord Mayor. Mi informė anche che il nostro principale collega era un altro ragazzo che mi presentė con il nome - per me straordinario - di Patata Infarinata. Scoprii comunque che questo giovane non era stato battezzato con tal nome, ma che questo gli era stato appioppato nel magazzino in grazia della sua carnagione, che era pallida come se infarinata. Il padre di Patata era un traghettatore il quale aveva in piĚ la prerogativa di essere pompiere e come tale era ingaggiato in uno dei maggiori teatri, dove una giovane parente dello stesso Patata - credo la sua sorellina - faceva il diavoletto nelle pantomime.

       Nessuna parola puė esprimere la segreta angoscia del mio animo nel vedermi capitato in quella compagnia; paragonai questi miei colleghi di ogni giorno a venire con quelli della mia piĚ felice infanzia - per non parlare di Steerforth, di Traddles e del resto di quei ragazzi - e mi sentii frantumate nel cuore le mie speranze di divenire un uomo colto e notevole. Non posso descrivere l'intimo ricordo del senso, che provai, di essere ormai privo di speranze; della vergogna della mia condizione; della desolazione del mio cuore di fanciullo al pensiero che giorno per giorno tutto ciė che avevo imparato e pensato, e in cui mi ero compiaciuto, su cui avevo fondato le mie fantasie e la mia emulazione, sarebbe a poco a poco fuggito da me per non tornare mai piĚ. Ogni volta che Mick Walker si allontanė nel corso di quel pomeriggio, io frammischiai le mie lacrime all'acqua in cui lavavo le bottiglie; e singhiozzai come se ci fosse un'incrinatura nel mio cuore e me lo sentissi sempre in pericolo di spezzarsi.

       L'orologio dell'ufficio di contabilitą segnava la mezza e tutti si preparavano ad andare a desinare quando il signor Quinion batté alla sua finestra e mi accennė di entrare. Entrai e vi trovai un corpulento signore di mezza etą in soprabito bruno e calzoni e scarpe neri, che non aveva piĚ capelli in testa (una testa grande e lucente) di quanti ve ne siano su di un uovo, e con una larga faccia che si volse verso di me in tutta la sua pienezza. Gli abiti erano logori, ma il collo della camicia imponente. Portava un certo brioso bastoncino con due grandi fiocchi color ruggine; e dalla giacca gli pendeva un occhialetto, per ornamento, come scoprii in seguito, perché ci guardava attraverso assai di rado e, quando lo faceva, non poteva vedere niente.

       «ť questo,» disse il signor Quinion alludendo a me.

       «Questo,» disse lo sconosciuto con un certo fare strascicato di condiscendenza nella voce e una certa indescrivibile aria di signorilitą che mi fecero molta impressione, «Ź il signorino Copperfield. Spero di trovarvi in buona salute, signore.»

       Sa il cielo quanto mi trovassi a disagio, ma in quell'epoca della mia esistenza, le lamentele eccessive non erano nel mio carattere; cosď dissi di star benissimo e di sperare altrettanto di lui.

       «Grazie al cielo,» rispose lo sconosciuto, «sto perfettamente bene. Ho ricevuto una lettera del signor Murdstone nella quale mi palesa il suo desiderio che io riceva in una stanza sul retro della mia casa, che attualmente Ź vacante... e che, in breve, Ź da affittare come... in breve,» disse lo sconosciuto con un sorriso e un'effusione di confidenza, «come stanza da letto... al giovane principiante che ho adesso il piacere di...» e qui agitė una mano nell'aria e incastrė il mento nel colletto della camicia.

       «Questo Ź il signor Micawber,» disse il signor Quinion rivolgendosi a me.

       «Hem!» confermė lo straniero. «Tale Ź il mio nome.»

       «Il signor Micawber,» continuė il signor Quinion, «Ź conosciuto dal signor Murdstone. Riceve ordini per noi su commissione, quando riesce a trovarne. Il signor Murdstone gli ha scritto a proposito del tuo alloggio e lui ti ospiterą come pigionante.»

       «Il mio indirizzo,» disse il signor Micawber, «Ź Windsor Terrace, City Road. Io... in breve,» proseguď con la stessa aria di signorilitą e una nuova effusione di confidenza, «abito lď.»

       Gli feci un inchino.

       «Sotto l'impressione,» continuė il signor Micawber, «che le vostre peregrinazioni in questa metropoli non siano ancora state molto estese, e che voi abbiate qualche difficoltą nel penetrare gli arcani della moderna Babilonia in direzione di City Road... in breve,» concluse il signor Micawber in un'altra effusione di confidenza, «che possiate perdervi... sarė felice di venire a prendervi stasera e di impartirvi la conoscenza della via piĚ breve.»

       Lo ringraziai di tutto cuore, perché era molto gentile da parte sua offrirmi di assumersi quel disturbo.

       «A che ora,» chiese il signor Micawber, «dovrė...»

       «Circa le otto,» rispose il signor Quinion.

       «Circa le otto,» ripeté il signor Micawber. «Permettetemi di augurarvi una buona giornata, signor Quinion. Non vi disturberė oltre.»

       Cosď si mise il cappello e se ne andė col bastoncino sotto braccio: molto impettito e mettendosi a canticchiare un motivo appena fu fuori dell'ufficio.

       Allora il signor Quinion mi impegnė formalmente a fare del mio meglio nel magazzino di Murdstone e Grinby, per un salario, credo, di sei scellini la settimana. Non son sicuro se fossero sei o sette. Propendo a credere, data la mia incertezza su questo punto, che fossero sei dapprima e sette in seguito. Mi pagė una settimana anticipata (credo di sua tasca), e io diedi sei pence a Patata perché quella sera mi portasse il baule a Windsor Terrace: per quanto piccolo era troppo pesante per le mie forze. Spesi altri sei pence per il desinare, che consistette in un pasticcio di carne e un giro alla pompa piĚ vicina; e trascorsi l'ora che ci era concessa per il pasto a gironzolare per le strade.

       La sera, all'ora convenuta, il signor Micawber riapparve. Mi lavai le mani e la faccia per fare maggior onore alla sua squisita distinzione, e ci avviammo insieme verso la nostra casa, come immagino dovrė chiamarla da ora in poi. Il signor Micawber, per tutto il percorso, cercė di imprimermi bene in mente i nomi delle vie e la forma delle case d'angolo, affinché potessi ritrovare facilmente la strada il giorno dopo.

       Arrivati che fummo a questa casa in Windsor Terrace (che, mi accorsi, era frusta come lui, ma, pure come lui, cercava di fare tutto lo sfoggio che poteva), mi presentė alla signora Micawber, una dama esile e sfiorita, senza nulla di giovanile, che sedeva nel salotto (il primo piano era assolutamente privo di mobili e le veneziane rimanevano abbassate per ingannare i vicini), con un bambino al petto. Questo piccolo era uno di due gemelli; e posso notare qui che molto raramente, finché stetti con quella famiglia, li vidi entrambi contemporaneamente staccati dalla signora Micawber. Ce n'era sempre uno che poppava.

       V'erano altri due bambini; il signorino Micawber, di circa quattro anni, e la signorina Micawber, di circa tre. Loro e una ragazza di carnagione scura che sbuffava sempre, faceva da domestica e, prima che fosse passata mezz'ora, mi informė di essere «orfana», proveniente dal vicino ospizio di San Luca, completavano la famiglia. La mia stanza era all'ultimo piano, sul retro: una stanza senza finestre, tutta stampigliata con una decorazione che la mia giovane fantasia si raffigurė come una tartina azzurra, e molto scarsamente ammobiliata.

       «Non avrei mai pensato,» disse la signora Micawber quando venne su, gemelli e tutto, per mostrarmi l'appartamento, e si fu seduta a prender fiato, «prima di sposarmi, quando vivevo col papą e la mamma, che mi sarei trovata nella necessitą di avere un pigionante. Ma poiché il signor Micawber Ź in difficoltą, ogni considerazione dei sentimenti privati deve farsi da parte.»

       Io dissi: «Sď, signora.»

       «In questo momento,» continuė la signora Micawber, «le difficoltą del signor Micawber sono tali che quasi ci travolgono; e non so se gli sarą possibile superarle. Quando vivevo in casa mia col papą e la mamma, davvero non avrei nemmeno capito il significato di queste parole, nel senso in cui le adopero adesso, ma experientia docet, come era solito dire il papą.»

       Non sono sicuro se ella mi disse che il signor Micawber era stato ufficiale di Marina, o se me lo sono immaginato io. So solo che, ancor oggi, credo che egli fosse in marina ai suoi bei tempi, pur ignorando il perché. Attualmente egli era una specie di commesso viaggiatore cittadino per una quantitą di ditte diverse; temo, guadagnandoci poco.

       «Se i creditori del signor Micawber non vorranno concedergli un po' di respiro,» proseguď la signora Micawber, «ne sopporteranno le conseguenze; e prima verranno a una conclusione, meglio sarą. Non si puė cavar sangue da una pietra, né, per ora, si puė ottenere dal signor Micawber alcun acconto (per non parlare delle spese legali).»

       Non ho mai potuto capire se la mia precoce indipendenza ingannė la signora Micawber circa la mia etą, o se lei era ormai cosď posseduta da quell'argomento che ne avrebbe parlato perfino ai due gemelli se non avesse avuto altri con cui sfogarsi, ma questo fu il tono con cui cominciė, e proseguď poi su di esso per tutto il tempo che la conobbi.

       Povera signora Micawber! Diceva di avere tentato di darsi da fare; e senza dubbio lo aveva fatto. Il centro del portone di casa era interamente coperto da una gran targa di ottone su cui era inciso: «Istituto per Signorine della signora Micawber»: ma non mi risultė che alcuna signorina avesse mai frequentato quel collegio, o lo frequentasse, o si proponesse di frequentarlo, né che fosse mai stato fatto il minimo preparativo per riceverne una. Gli unici visitatori che io vidi, o di cui udii parlare, erano i creditori. Quelli arrivavano a tutte le ore e alcuni di essi erano decisamente feroci. Un certo tale dalla faccia sporca, credo che fosse un calzolaio, era solito infilarsi nel corridoio gią alle sette del mattino e gridare dalle scale al signor Micawber: «Venite fuori! Non siete ancora uscito, lo sapete bene. Volete pagarmi o no? Non nascondetevi; lo sapete che Ź una bassezza. Se fossi in voi non sarei cosď meschino. Mi pagate o no? Dovete pagarmi, mi sentite? Venite fuori!» Non ricevendo risposta a queste intimazioni, passava pieno di furia alle espressioni: «Imbroglioni» e «ladri»; e poiché anche queste rimanevano senza effetto, ricorreva a volte all'estremo espediente di attraversar la strada e tuonare verso le finestre del secondo piano, dove sapeva che c'era il signor Micawber. In queste occasioni il signor Micawber era trascinato dal dolore e dall'umiliazione (me ne accorsi una volta dalle strida di sua moglie) fino al punto di mostrar di agire contro se stesso con un rasoio; ma mezz'ora dopo si puliva con estrema cura le scarpe e usciva mugolando un motivetto con un'aria piĚ aristocratica che mai. La signora Micawber possedeva una non minore elasticitą. L'ho vista cadere in deliquio alle tre, davanti alla cartella delle tasse, e, alle quattro, mangiare cotolette di vitello impanate e bere birra calda, il tutto pagato con due cucchiai da tŹ portati al monte dei pegni. Una volta in cui aveva appena ricevuto una citazione, tornando a casa, per qualche motivo, piĚ presto del solito, alle sei, la trovai distesa in deliquio (naturalmente con uno dei gemelli) sotto la grata della stufa, con tutti i capelli tirati sul volto; ma non la vidi mai piĚ allegra di quella stessa sera, intenta a cucinare una cotoletta di vitello e a raccontarmi storie del suo papą e della sua mamma e della gente che solevano ricevere.

       In questa casa e con questa famiglia trascorrevo le mie ore di libertą. Provvedevo da solo alla mia colazione con una pagnottina da un penny e un penny di latte. Tenevo un'altra pagnottina e un pezzetto di formaggio su di un particolare scaffale di una particolare credenza per farne la mia cena quando tornavo la sera. Tutto ciė apriva un vuoto nei miei sei o sette scellini, lo so fin troppo; stavo nel magazzino tutto il giorno e dovevo mantenermi con questa somma per tutta la settimana. Dal lunedď mattina al sabato sera non avevo consigli, né guida, né incoraggiamento, né conforto, né assistenza, né aiuto di alcun genere né da parte di alcuno che possa ricordare, quanto Ź vero che spero di andare in paradiso!

       Ero cosď giovane e infantile, e cosď poco qualificato - come avrebbe potuto essere altrimenti? - ad assumermi l'intera responsabilitą della mia esistenza, che spesso, al mattino, andando da Murdstone e Grinby, non sapevo resistere alla tentazione delle paste rafferme messe in vendita a metą prezzo nelle vetrine dei pasticceri, e spendevo in esse il denaro che avrei dovuto serbare per il desinare. Allora restavo senza pranzo, o compravo un panino o una fetta di sformato. Ricordo due rosticcerie che alternavo a seconda delle mie finanze. Una era in un cortile presso la chiesa di San Martino - proprio dietro la chiesa - che adesso Ź scomparso. Gli sformati di questa bottega erano fatti con l'uva passa, piuttosto di buona qualitą, ma cari: quello da due pence non era piĚ grande di un piĚ ordinario sformato da un penny. Una buona bottega per questi ultimi era nello Strand: nella parte che Ź stata ricostruita in seguito. Era uno sformato grosso e pallido, molle e pesante, con dentro grossi acini d'uva schiacciati, molto radi. Arrivava caldo verso l'ora in cui passavo ogni giorno, e piĚ volte mi servď da desinare. Quando facevo un buon pranzo regolare mi concedevo una cervellata con un panino da un penny o una porzione da quattro pence di bue al sangue presa in una rosticceria, o una porzione di pane e formaggio e un bicchiere di birra da una vecchia e miserevole osteria di fronte al nostro luogo di lavoro, chiamata il Leone, o il Leone e qualche altra cosa che ho dimenticato. Ricordo che una volta, col mio pane (che mi ero portato da casa il mattino) sotto braccio, avvolto in un foglio, come un libro, entrai in una trattoria alla moda, famosa per i suoi piatti di bue, presso Drury Lane, e ordinai una «porzioncina» di quella squisitezza per mangiarmela col pane. Che cosa pensasse il cameriere di un cosď singolare e piccolo cliente che entrava solo solo, non saprei dire; ma me lo vedo ancor oggi, che mi guarda a occhi sbarrati mentre consumo il mio desinare e chiama l'altro cameriere perché assista allo spettacolo. Gli diedi mezzo penny di mancia, e mi dispiace che se lo sia preso.

       Mi sembra che avessimo una mezz'ora libera per il tŹ. Quando avevo abbastanza denaro solevo comprarmi mezza pinta di caffŹ gią fatto e una fetta di pane e burro. Quando non ne avevo, andavo a guardare un negozio di cacciagione in Fleet Street; oppure gironzolavo per tutto il tempo fino al mercato di Covent Garden per contemplare gli ananassi. Mi piaceva immensamente vagabondare nei dintorni dell'Adelphi perché, con quegli archi oscuri, era un posto pieno di mistero. Mi vedo uscire, una sera, da uno di quegli archi, in una piccola osteria presso il fiume, con uno spazio aperto davanti, dove alcuni scaricatori di carbone stavano ballando; per osservarli mi sedetti su di una panca. Mi domando che cosa avranno pensato di me.

       Ero cosď bambino e cosď piccolo che spesso, quando mi avvicinavo al banco di qualche osteria sconosciuta chiedendo un bicchiere di birra chiara o scura per mandar giĚ quello che avevo mangiato a desinare, non osavano darmelo. Ricordo che una sera afosa andai al banco di un'osteria e dissi al padrone:

       «Quanto costa un bicchiere della vostra migliore birra: ma proprio la migliore?» Perché era un'occasione speciale. Non so quale. Forse il mio compleanno.

       «Due pence e mezzo,» rispose lui, «Ź il prezzo della Genuina Extra.»

       «Allora,» dico io tirando fuori il denaro, «spillatemi per piacere un bicchiere di Genuina Extra con molta spuma.»

       L'oste mi squadrė dalla testa ai piedi, di lą dal banco, con uno strano sorriso in faccia; e, invece di spillarmi la birra, si volse dietro un divisorio e disse qualche cosa a sua moglie. Lei venne fuori dal retro, col lavoro in mano, «si unď a lui nel contemplarmi. Me li vedo davanti tutti e tre in questo momento: l'oste in maniche di camicia, appoggiato alla ribalta del banco, la moglie che mi guarda dallo sportello, e io, alquanto confuso, che li fisso dall'altra parte del banco. Mi fecero una quantitą di domande: come mi chiamavo, quanti anni avevo, dove abitavo, dove lavoravo e come ero capitato lď. Alle quali domande, per non compromettere nessuno, temo di avere inventato risposte appropriate. Mi servirono la birra, sebbene sospetti che non fosse Genuina Extra; e la moglie del padrone, aprendo la porta a due sportelli del banco e chinandosi su di me, mi restituď il denaro e mi diede un bacio metą ammirativo e metą compassionevole, ma schietto e molto femminile, su questo non ho dubbi.

       So di non esagerare, inconsciamente e involontariamente, la scarsitą delle mie risorse e le difficoltą della mia vita. So che, se mai il signor Quinion mi dava uno scellino, in qualsiasi momento, lo spendevo in un desinare o in una merenda. So che lavoravo dalla mattina alla sera, cencioso fanciullo, con uomini e ragazzi volgari. So che vagabondavo per le strade nutrito scarsamente e male. So che, se non fosse stato per la grazia divina, sarei potuto facilmente divenire, tanta era la cura che ci si prendeva di me, un ladroncello o un piccolo vagabondo.

       Tuttavia, anche da Murdstone e Grinby, mantenevo una certa distinzione. A parte il fatto che il signor Quinion faceva tutto quello che un uomo distratto e molto indaffarato, costretto a occuparsi di un essere cosď fuori del comune, poteva, per trattarmi su di un piede diverso dagli altri, non feci mai parola, con uomini o ragazzi, di come fossi capitato lď, né diedi mai il minimo segno che mi dispiacesse di esserci capitato. Nessun altro che io seppe mai che soffrivo in segreto e che soffrivo nel modo piĚ vivo. Come ho gią detto, va oltre le mie possibilitą descrivere le mie sofferenze. Ma facevo il mio lavoro e non rivelavo i miei pensieri. Mi resi conto fin dagli inizi che, se non lavoravo bene come gli altri, non potevo evitare la sgarberia e il disprezzo. E divenni subito svelto e abile per lo meno quanto gli altri ragazzi. Per quanto fossi perfettamente affabile con loro, la mia condotta e i miei modi erano abbastanza diversi dai loro per mettere fra noi una distanza. I ragazzi e gli uomini parlavano in genere di me come del «signorino» o del «piccolo di Suffolk». Un uomo chiamato Gregory, capo degli imballatori, e un certo Tripp, il carrettiere, che portava una giacca rossa, a volte solevano chiamarmi «David»: ma per lo piĚ, credo, quando eravamo in grande confidenza e quando io mi ero sforzato, durante il lavoro, di intrattenerli con alcuni ricordi delle mie antiche letture, che andavano rapidamente scomparendo dalla mia memoria. Una volta Patata Infarinata saltė su ribellandosi alla distinzione in cui mi tenevano; ma Mick Walker lo rimise subito a posto.

       Consideravo totalmente insperabile una liberazione da un tal genere di esistenza, e quindi ci rinunciai senz'altro. Ma sono assolutamente convinto che mai, nemmeno per un'ora, mi riconciliai con essa o mi sentii altro che miserevolmente infelice. Tuttavia la sopportavo; e nemmeno a Peggotty, un po' per l'amore che le portavo, un po' per la vergogna, rivelai la veritą in alcuna lettera (sebbene molte ne passassero tra noi).

       Le difficoltą del signor Micawber si aggiungevano alle angustie del mio animo. Nella mia disperata condizione divenni molto attaccato a quella famiglia, e solevo aggirarmi rimuginando fra me i calcoli che la signora Micawber faceva su modi e mezzi di salvezza, e oppresso dal peso dei debiti del signor Micawber. Il sabato sera, che era per me una gran festa - in parte perché era magnifico tornare a casa con sei o sette scellini in tasca, guardando nelle vetrine e pensando a che cosa si sarebbe potuto comprare con una tale somma, e in parte perché tornavo a casa prima - la signora Micawber mi faceva le sue piĚ strazianti confidenze; e cosď pure la domenica mattina, quando versavo la porzione di tŹ o di caffŹ, che mi ero comprato la sera prima, in una ciotoletta da barba e mi sedevo a colazione piĚ tardi del solito. Non era nulla di straordinario, per il signor Micawber, singhiozzare violentemente all'inizio di una di queste conversazioni del sabato sera, e mettersi a cantare sulla gioia che la bella Nan dava a Jack, verso la fine. L'ho visto tornare a cena in un fiume di lacrime dichiarando che non gli restava altro che la prigione, e andare a letto calcolando la spesa di mettere i bovindi alla casa «qualora saltasse fuori qualche cosa», secondo la sua espressione preferita. E la signora Micawber era esattamente lo stesso.

       Una curiosa amicizia a eguale livello, nata, suppongo, dalle nostre rispettive condizioni, sorse tra me e questa gente nonostante la comica differenza di etą. Ma io non mi lasciai mai indurre ad accettare i loro inviti di mangiare e bere con loro, a loro spese (sapendo che se la passavano male col macellaio e col fornaio, e spesso non ne avevano abbastanza per loro stessi), finché la signora Micawber non mi accolse nella sua totale confidenza. Cosa che fece una sera nel modo seguente:

       «Signorino Copperfield,» mi disse la signora Micawber, «io non vi considero un estraneo, e quindi non esito a dirvi che le difficoltą del signor Micawber stanno arrivando a una crisi.»

       Mi sentii molto rattristato nell'udir questo, e guardai con profonda simpatia gli occhi arrossati della signora.

       «Tolto un fondo di formaggio olandese - che non Ź adatto alle esigenze dei bambini -» proseguď la signora Micawber, «non c'Ź veramente una briciola di qualche cosa nella dispensa. Ero solita parlare di dispensa, quando vivevo col papą e la mamma, e adesso mi servo di questa parola quasi inconsciamente. Quello che voglio dire Ź che non abbiamo in casa nulla da mangiare.»

       «Dio mio!» esclamai profondamente preoccupato.

       Avevo in tasca due o tre scellini della mia paga settimanale - dal che presumo che questa conversazione deve essere avvenuta la sera di un mercoledď - e mi affrettai a tirarli fuori pregando la signora Micawber, con schietta emozione, di volerli accettare come prestito. Ma quella dama, baciandomi, e facendomeli rimettere in tasca, rispose che non poteva nemmeno pensarci.

       «No, mio caro signorino Copperfield,» disse, «lungi da me un'idea simile! Ma voi avete una discrezione superiore alla vostra etą, e potete rendermi un favore di altro genere, se volete; un favore che accetterei con riconoscenza.»

       Pregai la signora di indicarmelo.

       «Mi sono privata io stessa del vasellame,» disse la signora Micawber. «Sei tazzine da tŹ, due saliere e un paio di zuccheriere: grazie a queste, in momenti diversi, ho ottenuto denaro in prestito, segretamente, con le mie stesse mani. Ma i gemelli sono per me un grave impegno e, d'altra parte, queste transazioni, dati i miei ricordi del papą e della mamma, mi sono molto penose. Vi sono ancora alcune cosette a cui possiamo rinunciare. I sentimenti del signor Micawber non permetterebbero mai, a lui, di sbarazzarsene personalmente; e Clickett» - era la ragazza dell'ospizio - «con la sua mente volgare, si prenderebbe delle spiacevoli libertą se riponessi in lei tanta confidenza. Signorino Copperfield, se potessi chiedervi...»

       Capii adesso quello che la signora Micawber desiderava, e la pregai di servirsi di me senza limitazioni. Cominciai quella sera stessa a collocare gli oggetti piĚ facilmente portabili; e insistetti in spedizioni del genere quasi ogni mattina, prima di recarmi da Murdstone e Grinby.

       Il signor Micawber aveva alcuni pochi libri su di una piccola cassettiera che chiamava la biblioteca; e questi partirono per primi. Li portai, l'uno dopo l'altro, a una bancarella in City Road - una parte della quale, presso casa nostra, a quel tempo era quasi tutta occupata da bancarelle e vendite di uccelli - e li vendetti per quello che mi davano. Il padrone di questa bancarella, che abitava in una casupola lď vicino, soleva ubriacarsi tutte le sere ed essere violentemente rampognato da sua moglie tutte le mattine. PiĚ di un volta, quando andavo lą di buon ora, mi accolse in un letto pieghevole, con un taglio sulla fronte o un occhio nero, testimonianze dei suoi eccessi serali (temo che avesse la sbornia litigiosa), e mentre lui, con la mano tremante, cercava di trovare gli scellini necessari in una o nell'altra tasca dei suoi abiti gettati sul pavimento, sua moglie, con un bambino fra le braccia e le scarpe scalcagnate, non la finiva di vituperarlo. Spesso aveva perso il denaro e allora mi diceva di tornare; ma sua moglie ne aveva sempre un po' - direi che se lo era preso durante le sue ubriacature - e concludeva segretamente l'affare sulle scale, mentre scendevamo insieme.

       Anche al monte dei pegni cominciai a essere molto conosciuto. Il principale signore in funzione dietro il banco si era fatto una grande idea di me, e spesso, ricordo, mi pregava di declinargli all'orecchio un sostantivo o un aggettivo latino, o di coniugargli un verbo della stessa lingua, mentre trattava la mia bisogna. Dopo questi affari, la signora Micawber dava un piccolo trattenimento, che in genere era una cena, e questi pasti avevano un particolare gusto che ricordo assai bene.

       Alla fine le difficoltą del signor Micawber giunsero a una crisi: fu arrestato un mattino presto e portato nella prigione del King's Bench, nel Borough. Uscendo di casa mi disse che il dio della luce era tramontato per lui; e io pensai proprio che il suo cuore fosse spezzato al pari del mio. Ma seppi in seguito che era stato visto giocare un'allegra partita a birilli prima di pranzo.

       La prima domenica dopo che era stato portato laggiĚ, dovevo andare a trovarlo e desinare con lui. Dovevo chiedere la via per arrivare a un certo posto, e proprio vicino a quel posto ne avrei visto un altro simile, e proprio vicino a quello avrei visto un cortile, dovevo attraversarlo e andare avanti dritto finché avrei incontrato un secondino. Feci tutto questo, e quando alla fine incontrai il secondino (povero bambino che ero!) e pensai che, quando Roderick Random era in una prigione per debiti, v'era lą un uomo con niente altro addosso che un vecchio tappeto, il secondino ondeggiė vagamente davanti ai miei occhi offuscati e al mio cuore palpitante.

       Il signor Micawber mi aspettava dietro il cancello; salimmo nella sua stanza (penultimo piano) e piangemmo tutte le nostre lacrime. Mi scongiurė solennemente, ricordo, di prendere insegnamento dalla sua sorte e di non dimenticare che, se un uomo aveva una entrata annua di venti sterline e spendeva diciannove sterline, diciannove scellini e sei pence, sarebbe stato felice, ma se spendeva ventun sterline, sarebbe stato miserabile. Dopo di che mi chiese uno scellino in prestito per la birra scura, mi diede un ordine di pagamento per tale somma da presentarsi alla signora Micawber, mise via il fazzoletto e si rianimė.

       Sedemmo davanti a un modesto fuoco con due mattoni nella grata rugginosa, uno per lato, per impedire che consumasse troppo carbone; finché un altro debitore, che divideva la stanza col signor Micawber, tornė dal forno con un lombo di montone che era il nostro capitale sociale sotto forma di desinare. Allora fui spedito dal «capitano Hopkins» nella stanza sopra, con gli omaggi del signor Micawber: ero un suo piccolo amico e lo pregavo di prestarmi un coltello e una forchetta.

       Il capitano Hopkins mi prestė coltello e forchetta con i suoi omaggi per il signor Micawber. Nella sua stanzetta c'erano una signora molto sudicia e due pallide ragazze, sue figlie, coi capelli arruffati. Pensai che era piĚ sicuro chiedere in prestito al capitano Hopkins un coltello e una forchetta che non un pettine. Il capitano stesso era nella piĚ miseranda delle condizioni, con grandi favoriti e un vecchio, vecchissimo pastrano scuro senza giacca sotto. Vidi il suo letto arrotolato in un angolo e, su di uno scaffale, tutto quanto possedeva in fatto di vassoi, piatti e pentole; e divinai (Dio sa come) che, sebbene le due ragazze coi capelli scarmigliati fossero le figlie del capitano Hopkins, la signora sudicia non era sposata al suddetto capitano. La mia timida permanenza sulla soglia non durė piĚ di due minuti al massimo; ma tornai giĚ con tutto questo ben sicuro nella mia mente, non meno di quanto lo fossero il coltello e la forchetta nella mia mano.

       Tutto considerato, ci fu in quel pranzo qualche cosa di zingaresco che non era sgradevole. Riportai il coltello e la forchetta al capitano Hopkins nelle prime ore del pomeriggio e tornai a casa per confortare la signora Micawber col resoconto della mia visita. Lei cadde in deliquio appena mi vide e poi preparė un piccolo bricco di zabaglione di birra aromatizzato con noce moscata per consolarci mentre parlavamo di quell'argomento.

       Non so come accadde che il mobilio di casa andasse in vendita a beneficio della famiglia, né chi lo vendette; so solo che, in questo, io non c'entrai. Venduto, comunque, fu, e portato via in un furgone; eccetto il letto, poche sedie e il tavolo della cucina. Con queste proprietą ci accampammo, per cosď dire, nei due salotti della casa vuota in Windsor Terrace: la signora Micawber, i bambini, l'«orflana» e io stesso. In queste due stanze vivevamo notte e giorno. Non ho idea per quanto tempo, ma mi sembra per un tempo assai lungo. Alla fine la signora Micawber decise di trasferirsi nella prigione, dove il signor Micawber era riuscito ad assicurarsi una stanza per sé solo. Cosď portai la chiave dell'appartamento al padron di casa, che fu lietissimo di riaverla; e i letti furono mandati al King's Bench, eccetto il mio, per il quale fu affittata una stanzetta fuori mura, nei pressi di quello stesso stabilimento, con mia grande soddisfazione poiché i Micawber e io eravamo divenuti ormai troppo affiatati, nelle nostre disgrazie, per separarci. L'«orflana» fu egualmente sistemata in un alloggio gratuito delle stesse vicinanze. Il mio era un tranquillo abbaino sul retro, col tetto in pendenza, che dava sull'attraente panorama di un deposito di legname; e, quando ne presi possesso, riflettendo che i guai del signor Micawber erano finalmente arrivati a una crisi, mi parve un vero paradiso.

       Per tutto questo tempo continuavo a lavorare da Murdstone e Grinby nello stesso modo grossolano, con gli stessi grossolani compagni e con lo stesso senso di degradazione immeritata che avevo avuto fin dagli inizi. Ma, certo per mia fortuna, non feci mai una sola conoscenza, né mai scambiai parola, con i numerosi ragazzi che incontravo andando al magazzino, o tornandone, o girellando per le strade all'ora dei pasti. Conducevo la stessa vita segretamente infelice, ma la conducevo nello stesso modo solitario e limitato a me stesso. Gli unici cambiamenti di cui abbia consapevolezza sono, anzitutto, che ero divenuto piĚ cencioso, e, secondariamente, che mi ero liberato di gran parte del peso di dover badare al signore e alla signora Micawber, perché alcuni parenti o amici si erano impegnati ad aiutarli nella loro attuale condizione, ed essi vivevano, in prigione, molto piĚ comodamente di quanto avessero vissuto per molto tempo in libertą. Adesso solevo far colazione con loro grazie a certi arrangiamenti di cui ho dimenticato i particolari. Ho anche dimenticato a che ora si aprissero i cancelli, al mattino, permettendomi di entrare; ma so che spesso ero in piedi alle sei e che il mio favorito rifugio nell'intervallo era il vecchio Ponte di Londra, dove solevo rannicchiarmi in uno dei recessi di pietra per veder passare la gente, o affacciarmi alla balaustrata per contemplare il sole che scintillava nell'acqua e accendeva la fiamma dorata sulla cima del Monumento. L'«orflana» mi incontrava qui qualche volta, per sentirsi raccontare certe meravigliose fandonie relative alle banchine e alla Torre: delle quali non posso dire altro se non che spero di averci creduto io stesso. La sera solevo tornare alla prigione e andare su e giĚ per il passeggio col signor Micawber, o giocare a carte con la signora Micawber ascoltando i suoi ricordi del papą e della mamma. Se il signor Murdstone sapesse dove ero, non potrei dire. Non ne parlai mai da Murdstone e Grinby.

       Gli affari del signor Micawber, per quanto la crisi fosse passata, erano alquanto intricati per via di un certo «atto» del quale sentivo parlar sempre e che, suppongo adesso, doveva essere un qualche precedente accordo fatto con i suoi creditori, sebbene fossi allora cosď lontano dall'averne un'idea chiara che ricordo di averlo confuso con una di quelle diaboliche pergamene che si crede fossero un tempo cosď diffuse in Germania. Alla fine parve che questo documento fosse stato tolto di mezzo in qualche modo; comunque cessė di essere quello scoglio che era stato, e la signora Micawber mi informė che la «sua famiglia» aveva deciso che il signor Micawber doveva appellarsi, per il suo rilascio, all'Atto dei Debitori Insolvibili, che lo avrebbe rimesso in libertą, pensava lei, entro sei mesi circa.

       «E allora,» disse il signor Micawber che era presente, «non dubito che, se il Cielo vorrą, potrė cominciare a essere a posto col mondo e a vivere in un modo assolutamente nuovo, se... insomma se salterą fuori qualche cosa.»

       Per non tralasciare nulla di ciė che potesse essere messo su carta, ricordo che il signor Micawber, verso questo tempo, redasse una petizione alla Camera dei Comuni invocando una modifica alla legge sul carcere per debiti. Annoto qui questo ricordo perché Ź per me un esempio del modo con cui adattavo le mie antiche letture alla mia nuova vita, e creavo romanzi per me stesso, traendoli dalle strade, e dagli uomini e dalle donne che conoscevo; e di come certi tratti del carattere che, suppongo, svilupperė inconsciamente nel descrivere la mia vita si formassero a poco a poco in questo frattempo.

       V'era nella prigione un circolo nel quale il signor Micawber, come gentiluomo, era una grande autoritą. Egli aveva esposto al circolo l'idea di questa petizione, e il circolo l'aveva vigorosamente approvata. Di conseguenza il signor Micawber (che era un uomo eccellente e l'essere piĚ attivo che sia mai esistito per ogni cosa eccettuati i suoi affari, e che non era mai tanto felice come quando poteva occuparsi di qualcosa che non gli avrebbe recato il minimo profitto) si mise al lavoro per la sua petizione, la compose, la ricopiė su di un immenso foglio, la dispiegė su di un tavolo e fissė un'ora in cui tutto il circolo e tutti coloro che erano nell'edificio, se volevano, potevano salire nella sua stanza e firmarla.

       Quando seppi dell'imminenza di questa cerimonia, divenni cosď ansioso di vederli arrivare, l'uno dopo l'altro, sebbene conoscessi gią la maggior parte di loro e loro conoscessero me, che ottenni un'ora di permesso da Murdstone e Grinby e mi stabilii a questo scopo in un angolo della stanza. Tutti i principali membri del circolo che potevano entrare in quella cameretta senza riempirla si schierarono a sostegno del signor Micawber davanti alla petizione, mentre il mio vecchio amico capitano Hopkins (che si era lavato per fare onore a un avvenimento cosď solenne) vi stava a fianco per leggerla a tutti coloro che ne ignorassero il contenuto. La porta venne allora spalancata e tutta la popolazione cominciė a entrare in lunga fila: la folla aspettava fuori mentre uno entrava, firmava e usciva. A ognuno, via via, il capitano Hopkins chiedeva: «L'avete letta?» - «No.» - «Volete che ve la legga?» Se quello mostrava debolmente la minima disposizione ad ascoltarla, il capitano Hopkins, con una gran voce risonante, gliela leggeva fino all'ultima parola. Il capitano l'avrebbe letta ventimila volte se ventimila persone avessero voluto ascoltarlo, una per una. Ricordo una certa cadenza ridondante che dava ad alcune frasi come: «I rappresentanti del popolo riuniti in Parlamento», «I postulanti si rivolgono perciė all'onorevole Camera», «I sudditi meno fortunati della sua graziosa Maestą», come se le parole fossero qualche cosa di concreto nella sua bocca e di gusto delizioso. Il signor Micawber, frattanto, ascoltava con un tantino della vanitą dell'autore e contemplava (senza turbamento) le punte che orlavano il muro di fronte.

       Mi domando quanta di quella gente mancasse nella folla di figure immaginarie che continuavano a sfilare davanti a me in processione, all'eco della voce del capitano Hopkins, quando andavo su e giĚ fra Southwark e Blackfriars o gironzolavo all'ora dei pasti per le strade buie, le cui pietre, per quanto sappia, possono sussistere ancora, consunte dal mio piede infantile! Quando i miei pensieri, oggi, tornano a quella lenta agonia della mia giovinezza, mi domando quante delle storie che inventai per gente come quella siano sospese come una nebbia di fantasia su fatti reali ben ricordati! Quando calpesto l'antico suolo non mi meraviglio se mi sembra di vedere e di commiserare un innocente fanciullo romantico che cammina dinanzi a me e trae il suo mondo immaginario da cosď strane esperienze e cosď sordide cose.

 

XII • POICHÉ LA VITA PER MIO CONTO CONTINUA A NON PIACERMI, PRENDO UNA GRANDE DECISIONE

 

 

 

       A tempo debito, l'appello del signor Micawber fu maturo per la discussione; e, con mia gran gioia, il gentiluomo fu assolto in forza dell'Atto dei Debitori Insolvibili. I suoi creditori non si mostrarono implacabili; e la signora Micawber mi confidė che perfino il vendicativo calzolaio aveva dichiarato in piena corte che non gli portava rancore, ma che, quando gli si doveva del denaro, desiderava essere pagato. Disse che, secondo il suo parere, ciė era proprio della natura umana.

       Quando la sua causa si fu conclusa, il signor Micawber tornė al King's Bench perché vi erano ancora alcuni conti da regolare e alcune formalitą da compiere prima che potesse essere effettivamente rilasciato. Il circolo lo accolse con grandi effusioni e, quella sera stessa, tenne una riunione musicale in suo onore; frattanto la signora Micawber ed io ci concedevamo in privato un fritto di agnello, circondati dalla famiglia addormentata.

       «In un'occasione cosď importante, signorino Copperfield,» disse la signora Micawber, «vi darė un altro sorso di flip,», perché ne avevamo gią bevuti parecchi, «alla memoria del mio papą e della mia mamma.»

       «Sono morti, signora?» chiesi dopo aver bevuto quel brindisi in un bicchiere da vino.

       «La mamma lasciė questa vita,» rispose la signora Micawber, «prima che cominciassero le difficoltą del signor Micawber, o per lo meno prima che divenissero critiche. Il papą visse tanto da poter dare piĚ volte garanzia per il signor Micawber, e infine spirė, rimpianto da molti.»

       La signora Micawber scosse la testa e lasciė cadere una pia lacrima sul gemello che aveva in braccio in quel momento.

       Poiché non potevo sperare che mi si presentasse un'occasione piĚ favorevole per avanzare una domanda che mi interessava da vicino, le dissi:

       «Posso chiedervi, signora, che cosa intendete fare, voi e il signor Micawber, ora che il signor Micawber ha superato le sue difficoltą ed Ź libero? Avete gią deciso?»

       «La mia famiglia,» rispose la signora Micawber, che pronunciava sempre queste tre parole in tono solenne, sebbene non riuscissi mai a scoprire chi si celava sotto questa denominazione, «la mia famiglia Ź di opinione che il signor Micawber dovrebbe lasciare Londra ed esercitare i suoi talenti in campagna. Il signor Micawber Ź un uomo di grande talento, signorino Copperfield.»

       Dissi di esserne sicuro.

       «Di grande talento,» ripeté la signora Micawber. «La mia famiglia Ź di opinione che, con un po' di interessamento, si potrebbe ottenere qualche cosa alla Dogana per un uomo della sua abilitą. E, poiché le influenze della mia famiglia sono locali, Ź suo desiderio che il signor Micawber si trasferisca a Plymouth. Considerano indispensabile che egli si trovi sul luogo.»

       «Per essere pronto?» suggerii.

       «Esattamente,» rispose la signora Micawber. «Per essere pronto... qualora saltasse fuori qualche cosa.»

       «E andrete anche voi, signora?»

       Gli eventi del giorno, combinandosi con i gemelli, se non con il flip, avevano reso la signora Micawber piuttosto isterica, ed ella versė abbondanti lacrime nel rispondere:

       «Non abbandonerė mai il signor Micawber. Il signor Micawber puė avermi nascosto le sue difficoltą nel primo momento, ma forse il suo temperamento esuberante lo avrą indotto ad attendere di averle superate. La collana di perle e i braccialetti che ho ereditato dalla mamma, sono stati venduti per meno della metą del loro valore; e il completo di corallo, che era stato il dono di nozze del mio papą, Ź stato dato via proprio per niente. Ma non abbandonerė mai il signor Micawber. No!» esclamė la signora Micawber ancor piĚ appassionata, «non lo farė mai! ť inutile chiedermelo!»

       Mi sentii molto a disagio - come se la signora Micawber supponesse che le avessi chiesto di fare qualche cosa del genere! - e me ne rimasi seduto guardandola con apprensione.

       «Il signor Micawber ha i suoi torti. Non nego che Ź imprevidente. Non nego che mi ha tenuta all'oscuro per quanto riguardava le sue risorse e i suoi impegni,» continuė fissando la parete; «ma non abbandonerė mai il signor Micawber!»

       Poiché adesso la signora Micawber alzava la voce in un vero e proprio strido, io fui cosď atterrito che mi precipitai nella stanza del circolo e disturbai il signor Micawber nel momento in cui presiedeva a una lunga tavolata dirigendo il coro di

              Vai, uh, Bertino,

              Vai, oh, Bertino,

              Vai, uh, Bertino,

              Vai, uh, e vai, oh-o-o!

per portargli la notizia che la signora Micawber era in uno stato inquietante. Al che lui scoppiė immediatamente in lacrime e venne via insieme a me col panciotto pieno di teste e code di gamberetti, piatto forte della cena.

       «Emma angelo mio!» gridė il signor Micawber irrompendo nella stanza; «che succede?»

       «Non ti abbandonerė mai, Micawber!» esclamė lei.

       «Vita mia!» disse il signor Micawber prendendola fra le braccia. «Ne sono perfettamente sicuro.»

       «ť il genitore dei miei figli! Il padre dei miei gemelli! ť il mio marito adorato,» gridė la signora Micawber dibattendosi; «e io mai - abbandonerė il signor Micawber!»

       Il signor Micawber fu cosď profondamente colpito da questa prova della sua devozione (quanto a me, mi scioglievo in lacrime), che si chinė su di lei in modo appassionato implorandola di alzare lo sguardo e di calmarsi. Ma quanto piĚ pregava la signora Micawber di alzare gli occhi, tanto piĚ lei li spalancava nel vuoto; e tanto piĚ la pregava di ricomporsi tanto meno lei lo faceva. Di conseguenza il signor Micawber fu presto cosď sopraffatto che mischiė le sue lacrime con quelle di lei e con le mie; finché mi pregė di fargli il favore di prendere un sedile e andarmene con quello sulle scale, mentre lui l'avrebbe messa a letto. Io avrei voluto prendere congedo, ma lui non volle sentirne parlare finché non fosse suonata la campana che annunciava l'uscita dei visitatori. Cosď mi sedetti davanti alla finestra delle scale, finché lui uscď con un'altra sedia e mi si mise accanto.

       «Come sta ora la signora Micawber, signore?» chiesi.

       «ť molto depressa,» rispose il signor Micawber scuotendo la testa. «Reazione. Ah! questa Ź stata una giornata terribile! Adesso siamo soli... tutto Ź fuggito da noi!»

       Il signor Micawber mi strinse la mano, emise un gemito e infine pianse. Io ero molto commosso e anche deluso perché mi ero aspettato che, in questa felice e tanto attesa occasione, saremmo stati tutti di ottimo umore. Ma il signore e la signora Micawber erano cosď abituati alle loro antiche difficoltą, credo, che si sentirono in pieno naufragio quando si accorsero di essersene liberati. Tutta la loro elasticitą era scomparsa: non li vidi mai nemmeno per la metą infelici come quella sera; tanto che, quando suonė la campana e il signor Micawber mi accompagnė all'ingresso e si separė da me benedicendomi, sentii una gran paura nel lasciarlo solo vedendolo in quello stato di completa desolazione.

       Ma pur nella confusione e nell'abbattimento di spiriti in cui eravamo stati travolti, cosď inaspettatamente per me, mi rendevo perfettamente conto che il signore e la signora Micawber con tutta la loro famiglia stavano per lasciare Londra, e che era imminente una separazione fra noi. E quella sera, mentre tornavo a casa, e nelle ore insonni che seguirono quando fui andato a letto, mi si presentė per la prima volta l'idea - non so proprio come mi venne in testa - che in seguito prese forma in una decisione risoluta.

       Io mi ero ormai cosď abituato ai Micawber, avevo avuto una tale intimitą con loro nelle loro angosce, e rimanevo cosď completamente privo di amici senza di loro, che la prospettiva di ripiombare in nuovi maneggi per trovarmi un alloggio e di capitare ancora una volta fra gente sconosciuta era per me come sentirmi abbandonato alla deriva nella mia vita presente, di cui conoscevo gią tutto quello che l'esperienza mi aveva fatto conoscere. Tutti i piĚ delicati sentimenti che quell'esperienza aveva ferito in me, tutta la vergogna e la disperazione che aveva tenuto vive nel mio cuore, divennero piĚ cocenti nel pensare a questo; e decisi che una tal vita era ormai insopportabile.

       Che non c'era speranza di sfuggirvi se non vi sfuggivo per mia iniziativa, lo sapevo benissimo. Raramente avevo avuto notizie della signorina Murdstone e mai del signor Murdstone; ma due o tre pacchi di abiti nuovi o rammendati erano stati inviati, per me, al signor Quinion, e in ognuno c'era un pezzo di carta per farmi sapere che J.M. sperava che D.C. si applicasse al lavoro e si dedicasse interamente ai suoi doveri: senza il minimo accenno a una mia possibilitą di esser mai qualche cosa di diverso dal comune uomo di fatica in cui mi stavo rapidamente trasformando.

       L'indomani stesso, mentre la mia mente era nel primo fervore di ciė che avevo concepito, mi fu evidente che la signora Micawber non aveva parlato a caso della loro partenza. Presero alloggio, per una settimana, nella stessa casa in cui abitavo, e al termine di quel periodo sarebbero partiti per Plymouth. Nel pomeriggio, il signor Micawber venne di persona all'ufficio di contabilitą per avvertire il signor Quinion che mi avrebbe lasciato il giorno della sua partenza e per fare di me un alto elogio che sono certo di aver meritato. Il signor Quinion, chiamato il carrettiere Tipp, che era sposato e aveva una camera da affittare, mi sistemė per l'avvenire presso di lui: per nostro mutuo consenso, come egli aveva ogni ragione di credere; perché io non dissi nulla, sebbene la mia risoluzione fosse gią stata presa.

       Per tutto il restante periodo della nostra residenza sotto lo stesso tetto, passai le serate col signore e la signora Micawber; e credo che ci affezionassimo sempre piĚ l'uno all'altro via via che il tempo passava. L'ultima domenica mi invitarono a pranzo; e vennero in tavola lombo di maiale con salsa di mele e uno sformato. Io avevo comprato un cavallino di legno, pomellato, come dono di addio per il piccolo Wilkins Micawber - che era il bambino - e una bambola per la piccola Emma. Regalai anche uno scellino all'«orflana», che stava per essere congedata.

       Passammo una giornata molto piacevole, sebbene fossimo tutti commossi per la separazione vicina.

       «Non ricorderė mai, signorino Copperfield,» disse la signora Micawber, «il periodo in cui il signor Micawber era in difficoltą, senza pensare a voi. La vostra condotta Ź sempre stata delicata e obbligante piĚ che non si possa dire. Non siete mai stato un pigionante: siete stato un amico.»

       «Mia cara,» disse il signor Micawber, «Copperfield,» perché cosď era solito chiamarmi negli ultimi tempi, «ha un cuore per sentire le sventure dei suoi amici quando una nube li offusca, e una testa per decidere, e una mano per... insomma una generica abilitą per collocare con profitto qualsiasi cosa di cui ci si puė sbarazzare.»

       Gli dissi quanto fossi sensibile a questo apprezzamento e quanto spiacente che ci dovessimo lasciare.

       «Mio caro giovane amico,» disse il signor Micawber, «io sono piĚ vecchio di voi; un uomo che ha qualche esperienza di vita e... e, insomma, che ha qualche esperienza delle difficoltą, generalmente parlando. Attualmente, e finché non salterą fuori qualche cosa (e posso dire di aspettarlo di ora in ora), non ho altro da darvi che dei consigli. Tuttavia il mio consiglio Ź tanto piĚ degno di essere seguito in quanto... insomma, in quanto io stesso non l'ho mai seguito e sono il...» qui il signor Micawber, che era stato fin allora radioso e sorridente per tutta la testa e il volto, cambiė espressione accigliandosi, «il povero disgraziato che vedete.»

       «Mio caro Micawber,» implorė sua moglie.

       «Ho detto,» riprese il signor Micawber dimenticando tutto e tornando a sorridere, «il povero disgraziato che vedete. Il mio consiglio Ź: mai rimandare al domani quello che si puė fare oggi. La procrastinazione Ź il vero ladro del tempo. Bisogna prenderlo per il colletto.»

       «La massima del mio povero papą,» osservė la signora Micawber.

       «Mia cara,» disse il signor Micawber, «il tuo papą si comportava molto bene a modo suo, e non permetta il cielo che io cerchi di denigrarlo. Preso tutto insieme, insomma, non potremo mai incontrare, probabilmente, un altro che all'etą sua possegga le sue stesse gambe per portar ghette o che sia capace di leggere gli stessi caratteri di stampa senza occhiali. Ma volle applicare la sua massima al nostro matrimonio, mia cara; e, di conseguenza, questo fu messo in atto cosď prematuramente che non mi riebbi mai piĚ dalla spesa.»

       Il signor Micawber guardė con la coda dell'occhio la signora Micawber e aggiunse: «Non che me ne dispiaccia. Tutto al contrario, amor mio.» Dopo di che rimase serio per circa un minuto.

       «Il mio secondo consiglio, Copperfield,» continuė il signor Micawber, «lo conoscete gią. Entrata annua venti sterline, spesa annua diciannove, diciannove e sei, risultato: felicitą. Entrata annua venti sterline, spesa annua venti sterline e sei pence, risultato: sciagure. Il fiore Ź appassito, avvizzita la foglia, il dio della luce tramonta sulla terribile scena e... e insomma siete a terra per sempre. Come me.»

       Per rendere piĚ imponente il suo esempio, il signor Micawber bevve un bicchiere di ponce con un'aria altamente compiaciuta e soddisfatta e fischiettė la Cornamusa del collegio.

       Non mancai di assicurarlo che mi sarei fissato bene in mente questi precetti, sebbene in realtą non avessi bisogno di dirlo perché, in quel momento, avevano fatto su di me una visibile impressione. Il mattino dopo, incontrai l'intera famiglia all'ufficio delle diligenze e, col cuore desolato, li vidi prender posto all'esterno, posteriormente.

       «Signorino Copperfield,» disse la signora Micawber, «Dio vi benedica! Non potrė mai dimenticare tutto questo, lo sapete, e non lo farei nemmeno se potessi.»

       «Copperfield,» disse il signor Micawber, «addio! Ogni felicitą e prosperitą! Se nel progressivo volger degli anni potrė convincermi che il mio sciagurato destino Ź stato un ammonimento per voi, avrė la certezza di non avere occupato del tutto invano il posto che avrebbe potuto avere un altro uomo nell'esistenza. E se mai saltasse fuori qualche cosa (e ne ho qualche fiducia) sarė estremamente felice di aver l'occasione di venire incontro alle vostre speranze.»

       Credo che, mentre la signora Micawber sedeva sul retro della diligenza con i bambini, e io rimanevo in piedi sulla strada fissandoli intento, una nebbia si sia schiarita dinanzi ai suoi occhi ed ella vedesse infine quale piccolo essere io fossi. Penso cosď perché mi accennė di salire, con in volto un'espressione materna del tutto nuova, e mi cinse il collo con le braccia, e mi diede lo stesso bacio che avrebbe potuto dare a un suo figlio. Io ebbi appena il tempo di scendere prima che la diligenza partisse, e appena potei scorgere la famiglia per i fazzoletti che sventolava. In un minuto scomparvero. L'«orflana» e io rimanemmo a guardarci storditi negli occhi in mezzo alla strada, poi ci stringemmo le mani e ci salutammo: lei per tornare, immagino, all'ospizio di San Luca, e io per cominciare la mia tediosa giornata da Murdstone e Grinby.

       Ma non avevo intenzione di trascorrere laggiĚ ancor molti di questi giorni tediosi. No. Avevo deciso di fuggire: di avventurarmi con un qualsiasi mezzo nella campagna verso l'unica parente che avevo al mondo, e raccontare la mia storia alla zia, la signorina Betsey.

       Ho gią detto di non sapere come questa disperata idea mi fosse entrata nel cervello. Ma, adesso che era lď, vi rimaneva. E si rafforzė in una decisione di cui non ne ho mai concepita una piĚ risoluta in vita mia. Sono tutt'altro che sicuro di aver creduto che ci fosse in essa qualche effettiva speranza, ma sentivo con tutto il mio essere che dovevo metterla in pratica.

       PiĚ e piĚ volte, per centinaia di volte, dalla notte in cui quel pensiero mi era apparso per la prima volta impedendomi di dormire, ero tornato con la mente alla vecchia storia che mi raccontava la mia povera madre relativamente alla mia nascita: ascoltarla era stato per me una delle maggiori delizie dei vecchi tempi e la sapevo a memoria. Mia zia entrava in questa storia e ne usciva come un personaggio pauroso e terribile; ma v'era, nel suo comportamento, un piccolo tratto sul quale mi piaceva soffermarmi e che mi dava una qualche lieve ombra di incoraggiamento. Non potevo dimenticare che mia madre mi aveva detto di averla sentita toccare i suoi bei capelli con mano non rude; e, sebbene avesse potuto essere, quella, solo una fantasia di mia madre, priva di qualsiasi fondamento, io ne avevo tratto un quadretto della mia terribile zia intenerita da quella infantile bellezza che ricordavo cosď bene e amavo tanto, il quale mitigava tutto il racconto. ť molto probabile che quell'immagine mi sia rimasta per molto tempo nella mente e abbia a poco a poco dato corpo alla mia decisione.

       Poiché non sapevo nemmeno dove vivesse la signorina Betsey, scrissi una lunga lettera a Peggotty chiedendole incidentalmente se lo ricordava: inventai di aver sentito parlare di una signora del suo tipo, abitante in un luogo che nominai a caso, e di esser curioso di sapere se si trattava di lei. Nel corso della lettera dissi a Peggotty che avevo un particolare bisogno di mezza ghinea; e che, se mi avesse potuto prestare questa somma finché fossi in grado di restituirgliela, le sarei stato molto riconoscente e le avrei poi detto a che cosa mi era servita.

       La risposta di Peggotty arrivė subito e, come il solito, era piena di devoto affetto. Conteneva la mezza ghinea (temetti che avesse dovuto darsi molta pena per cavarla dallo scrigno del signor Barkis) e mi diceva che la signorina Betsey abitava presso Dover, ma se proprio a Dover o a Hythe, Sandgate, o Folkestone, non poteva precisarlo. Comunque, essendo stato informato da uno dei nostri uomini, a cui avevo chiesto notizie di questi luoghi, che erano molto vicini fra loro, considerai queste notizie sufficienti per il mio scopo e decisi di partire alla fine di quella settimana.

       Ero un omettino molto onesto e non volevo macchiare il ricordo che stavo per lasciare di me a Murdstone e Grinby: considerai dunque mio dovere restare fino al sabato sera; e, essendo stato pagato con una settimana di anticipo quando ero arrivato, decisi di non presentarmi all'ufficio di contabilitą all'ora solita per ricevere il mio salario. Appunto per questo mi ero fatto prestare mezza ghinea, onde non rimanere privo di mezzi per le mie spese di viaggio. Di conseguenza, giunta la sera del sabato, mentre tutti attendevano nel magazzino di esser pagati, appena il carrettiere Tipp, che aveva sempre la precedenza, fu entrato per prendere il suo denaro, strinsi la mano a Mick Walker, lo pregai, quando fosse venuto il suo turno, di dire al signor Quinion che ero andato a portare il mio baule in casa di Tipp, e, augurata l'ultima buona notte a Patata Infarinata, filai via.

       Il baule era nel mio vecchio alloggio, al di lą del fiume, e io ne avevo gią scritto l'indirizzo sul verso di uno di quei cartelli che inchiodavamo sui barili: «Signorino David, da consegnarsi quando sarą richiesto all'Ufficio delle Diligenze di Dover.» Lo avevo pronto in tasca per applicarlo al baule dopo averlo portato fuori di casa; e, nell'avviarmi al mio alloggio, mi guardavo intorno cercando qualcuno che potesse aiutarmi a trasportare il baule stesso alla biglietteria.

       C'era un giovanotto dalle gambe lunghe con un carrettino vuoto, tirato da un asino, fermo presso l'Obelisco, in Blackfriars Road, di cui colsi lo sguardo mentre gli passavo vicino, e che, chiamandomi «soldo di cacio», mi avvertď che «se proprio volevo conoscerlo, poi me ne sarei pentito», alludendo, evidentemente, al modo con cui lo fissavo. Mi fermai per rassicurarlo che non lo avevo fatto con cattive intenzioni ma perché ero incerto se avrebbe accettato o no un lavoro.

       «Quale lavoro?» chiese il giovane con le gambe lunghe.

       «Portarmi un baule,» risposi io.

       «Quale baule?» chiese ancora il giovane.

       Gli dissi che era il mio, che bisognava andare a prenderlo giĚ per quella strada e che doveva portarlo all'ufficio delle diligenze di Dover per un compenso di sei pence.

       «Vada per i sei pence!» disse il giovane dalle gambe lunghe, e, saltato immediatamente sul carrettino, che non era altro che un piano di legno su ruote, sferragliė via a tal velocitą che io ebbi un bel da fare per tener dietro al suo somaro.

       C'era qualche cosa di insolente, in quel giovanotto, e in particolare nel modo con cui masticava paglia mentre mi parlava, che non mi piaceva affatto; comunque, poiché il contratto era stato stipulato, lo condussi su nella stanza che stavo per lasciare, portammo giĚ il baule e lo mettemmo sul carretto. Non volevo applicarvi l'indirizzo in quella stessa stanza per paura che qualcuno della famiglia del padron di casa potesse chiedermi quello che avevo intenzione di fare e trattenermi; cosď pregai il giovane di fermarsi un minuto quando avrebbe raggiunto il muro cieco della prigione del King's Bench. Avevo appena pronunciato queste parole, che quello partď con grande strepito come se lui, il mio baule, il carro e l'asino fossero impazziti tutti insieme, ed io ero completamente senza fiato per il correre e il gridargli dietro quando lo raggiunsi al punto stabilito.

       Accaldato e sconvolto, mi feci cadere di tasca la mia mezza ghinea nel tirar fuori il cartello. Me la misi in bocca per sicurezza e, per quanto mi tremassero le mani, avevo giusto fissato il cartello con mia grande soddisfazione quando mi sentii colpire violentemente sotto il mento dal giovane dalle gambe lunghe e vidi la mia mezza ghinea volare direttamente dalla mia bocca nella sua mano.

       «Come?» gridė il giovane afferrandomi per il colletto della giacca con un ghigno pauroso. «Questo Ź un caso da polizia, eh? Volevi svignartela, no? Andiamo alla polizia, furfantello, andiamo alla polizia!»

       «Restituitemi il mio denaro,» dissi io completamente atterrito, «e lasciatemi.»

       «Andiamo alla polizia!» ripeté il giovane. «Lo dimostrerai alla polizia che Ź tuo.»

       «Restituitemi il denaro e il baule,» gridai scoppiando in lacrime.

       Il giovanotto continuava a ripetere: «Andiamo alla polizia!» e mi spingeva violentemente contro il somaro come se ci fosse stata una qualche affinitą tra quell'animale e un magistrato; poi cambiė idea, saltė sul carretto, si sedette sul mio baule e, gridando che andava difilato alla polizia, sferragliė via piĚ veloce che mai.

       Io gli corsi dietro con tutte le mie energie, ma non avevo fiato per chiamarlo e, adesso, non avrei osato farlo nemmeno se ne avessi avuto. Evitai per un capello di essere investito almeno una ventina di volte in mezzo miglio. Lo perdevo, lo rivedevo, lo perdevo ancora, ora mi arrivava una frustata, ora un'imprecazione, ora scivolavo nel fango, ora mi trovavo ancora in piedi, ora piombavo nelle braccia di qualcuno, ora andavo a capofitto contro un palo. Alla fine, trafelato e atterrito, con la sensazione che mezza Londra si fosse frattanto voltata a contemplare le mie smanie, lasciai che il giovane se ne andasse col mio baule e il mio denaro; e, anelante e piangente, ma senza mai fermarmi, mi diressi verso Greenwich, che avevo saputo trovarsi sulla strada di Dover, portando con me da questo mondo, verso il ritiro di mia zia, la signorina Betsey, ben poco piĚ di quello che avevo portato in esso la notte in cui il mio arrivo l'aveva tanto irritata.

 

XIII • SEGUITO DELLA MIA DECISIONE

 

 

 

       Per quanto ne so, quando rinunciai all'inseguimento del giovanotto e del suo asino e presi la via di Greenwich, potrei avere avuto l'idea disperata di far di corsa tutta la strada fino a Dover. Ma, su questo punto, i miei sconvolti sentimenti si rimisero presto, se anche avevo avuto quell'idea; perché mi fermai sulla strada di Kent, in un piazzale che aveva davanti una fontana con una grande e goffa figura al centro, che soffiava dentro una conchiglia. Qui mi sedetti su di una soglia, totalmente esaurito dagli sforzi che avevo fatto e con appena il fiato per piangere la perdita del mio baule e della mia mezza ghinea.

       Frattanto si era fatto buio; mentre ero lď seduto a riposarmi udii gli orologi battere le dieci. Ma per fortuna era una sera d'estate e faceva bel tempo. Quando ebbi ripreso fiato e mi fui liberato da un senso di soffocazione che mi chiudeva la gola, mi alzai e proseguii. Nel pieno della mia desolazione, non mi passė neppure per la mente l'idea di tornare indietro. Credo che non ci avrei pensato nemmeno se sulla strada di Kent ci fosse stato un nevaio svizzero.

       Ma il fatto di possedere in tutto solo tre mezzi pence (e mi domando proprio come quei tre mezzi pence mi fossero rimasti in tasca un sabato sera!) non mi dava meno pensiero solo perché avevo ripreso a camminare. Cominciai a raffigurarmi, come un fatto di cronaca, il ritrovamento del mio cadavere, entro un giorno o due, sotto qualche cespuglio; e continuavo ad arrancare disperatamente, anche se piĚ in fretta che potevo, finché mi capitė di passare davanti a una botteguccia su cui era scritto che si compravano abiti da uomo e da donna e che si pagavano i migliori prezzi per stracci, ossa e avanzi di cucina. Il padrone di questa bottega era seduto davanti alla porta in maniche di camicia, fumando; e poiché vi era una gran quantitą di giacche e pantaloni appesi al basso soffitto mentre solo due fioche candele ardevano nell'interno per illuminarli, mi parve vedere in lui un uomo di temperamento vendicativo che stesse lď a godersela dopo aver impiccato tutti i suoi nemici.

       Le mie recenti esperienze col signore e la signora Micawber mi suggerirono che lď c'era la possibilitą di tener lontano il lupo almeno per un po' di tempo. Sgattaiolai nella straduzza piĚ vicina, mi sfilai il panciotto, me lo arrotolai accuratamente sotto braccio e tornai alla porta della bottega. «Scusate, signore,» dissi, «avrei questo da vendere per un giusto prezzo.»

       Il signor Dolloby - Dolloby, per lo meno, era il nome scritto sulla porta della bottega - prese il panciotto, appoggiė la sua lunghissima pipa ben dritta contro lo stipite della porta, entrė nella bottega seguito da me, smoccolė le due candele con le dita, spiegė il panciotto sul banco, lo guardė, lo alzė contro luce, tornė a guardarlo e infine disse:

       «Be', che cosa chiedete per questo panciottino?»

       «Oh, voi ve ne intendete di piĚ, signore,» risposi modestamente.

       «Io non posso fare insieme il venditore e il compratore,» disse il signor Dolloby. «Fate voi un prezzo per il panciottino.»

       «Potrebbe andare diciotto pence?» arrischiai dopo qualche esitazione.

       Il signor Dolloby tornė ad arrotolarlo e me lo restituď. «Deruberei la mia famiglia,» disse, «se offrissi nove pence.»

       Era un modo sgradevole di porre l'affare; perché imponeva a me, del tutto estraneo come ero, l'ingrato compito di chiedere al signor Dolloby di derubare la sua famiglia a mio favore. Comunque, dato l'incalzare delle circostanze, dissi che, se voleva, avrei accettato i nove pence. Il signor Dolloby me li diede, non senza brontolare. Gli augurai la buona notte e uscii dalla bottega, arricchito di quella somma ma impoverito di un panciotto. Tuttavia, se mi abbottonavo la giacchetta, non faceva molta differenza.

       In veritą prevedevo abbastanza chiaramente che la giacchetta gli sarebbe andata dietro e che avrei dovuto fare il piĚ della strada fino a Dover in camicia e calzoni, e che mi sarei potuto considerare fortunato se ci arrivavo almeno in quell'assetto. Ma la mia mente non approfondď questo punto come ci si potrebbe aspettare. Oltre a una generale impressione della distanza che mi stava dinanzi e della crudeltą con cui mi aveva trattato il giovane dal somaro, credo che non avessi la visione esatta delle mie imminenti difficoltą quando ripresi al cammino con i miei nove pence in tasca.

       Mi era venuto in mente un progetto per passar la notte e mi preparavo a metterlo in esecuzione. Si trattava di dormire sotto il muro dietro il mio antico collegio, in un angolo dove di solito c'era un mucchio di fieno. Pensavo che sarebbe stata una sorta di compagnia avere cosď vicini i ragazzi e la camerata in cui solevo raccontare le storie: sebbene i ragazzi non avrebbero mai saputo nulla della mia presenza e la camerata non mi avrebbe offerto riparo.

       Avevo avuto una giornata di dure fatiche ed ero un bel po' sfinito quando sbucai alla fine sulla spianata di Blackheath. Non mi fu facile trovare il Collegio Salem: ma infine lo trovai, trovai un mucchio di fieno nell'angolo e mi abbandonai su di esso, dopo avere perė fatto il giro del muro e guardato nelle finestre per assicurarmi che tutto fosse buio e silenzioso nell'interno. Non dimenticherė mai la sensazione desolata di sdraiarmi per la prima volta senza un tetto sul capo!.

       Il sonno venne su di me come venne su molti altri derelitti contro i quali, quella notte, le porte si chiusero e i cani abbaiarono; e sognai di essere nel mio vecchio letto di collegio, e parlare con i ragazzi della mia stanza. D'improvviso mi trovai dritto a sedere, con il nome di Steerforth sulle labbra, a guardare esterrefatto le stelle scintillanti e tremolanti sopra di me. Quando mi ricordai dov'ero a quell'ora insolita, mi attraversė come un brivido una sensazione che mi fece balzare in piedi, impaurito di non so che cosa, e muovere qualche passo. Ma il piĚ debole bagliore delle stelle e la pallida luce del cielo dove il giorno si avvicinava, mi rassicurarono: e poiché sentivo le palpebre pesanti, tornai a coricarmi e dormii - pur sapendo, nel sonno, di aver freddo - finché i caldi raggi del sole e la campana della sveglia del Collegio Salem mi destarono. Se avessi potuto sperare che Steerforth fosse lď, mi sarei nascosto nei paraggi aspettando che uscisse solo; ma sapevo che doveva essere partito da molto tempo. Traddles c'era ancora, forse, ma era cosa molto dubbia; e io non avevo sufficiente fiducia nella sua discrezione o nella sua fortuna, per quanto sicuro fossi del suo buon carattere, per essere indotto a confidargli le condizioni in cui mi trovavo. Per questo sgattaiolai via da quel muro mentre i ragazzi del signor Creakle si alzavano, e mi cacciai ancora nella lunga strada polverosa che per la prima volta avevo conosciuto come la via di Dover quando ero uno di loro e non immaginavo davvero di potere esser veduto un giorno su di essa come il povero viandante che ero adesso.

       Com'era diverso, quel mattino domenicale, dai vecchi mattini domenicali di Yarmouth! Al tempo debito udii suonare le campane delle chiese mentre faticosamente avanzavo; incontrai gente che andava in chiesa; oltrepassai un paio di chiese in cui la congregazione era riunita, e il suono dei canti usciva nella luce solare mentre il sacrestano se ne stava seduto a prendere il fresco nell'ombra del portico o sostava sotto il tasso e si riparava gli occhi con la mano osservando accigliato il mio passaggio. Ma la pace e il riposo dell'antico mattino domenicale erano dappertutto, fuori che in me. La differenza era questa. Sudicio e impolverato, con i capelli arruffati, mi sentivo desolatamente colpevole. Se non fosse stato per il mite quadretto che avevo evocato, di mia madre nella sua gioventĚ e nella sua bellezza, in lacrime accanto al fuoco, e di mia zia intenerita su di lei, non credo che, prima dell'indomani, avrei avuto il coraggio di riprendere il cammino. Ma quell'immagine mi era sempre davanti agli occhi e io la seguii.

       Percorsi, quella domenica, ventitré miglia sulla strada dritta, ma non certo facilmente perché ero nuovo a quel genere di fatica. Mi vedo, mentre si avvicina la sera, passare il ponte di Rochester, stanco e coi piedi dolenti, sbocconcellando il pane che mi ero comprato per cena. Una o due casette con l'insegna «Alloggio per viaggiatori» appesa fuori mi avevano tentato; ma temevo di spendere i pochi pence che mi restavano e temevo ancor piĚ gli sguardi truci dei vagabondi che avevo incontrato o oltrepassato. Non cercavo dunque altro riparo che il cielo; e dopo avere attraversato penosamente Chatam - che, quale mi apparve quella notte, Ź solo un incubo di calce, ponti levatoi e navi senza alberi in un fiume fangoso, coperte da un tetto come arche di NoŹ - arrancai da ultimo fino a una specie di piazzuola erbosa che sovrastava un sentiero dove una sentinella camminava in su e in giĚ. Qui mi coricai presso un cannone; e, felice della compagnia dei passi della sentinella, sebbene essa ignorasse la mia presenza sopra di lei come i ragazzi del Collegio Salem avevano ignorato il mio riposo sotto il muro, dormii profondamente fino al mattino.

       La mattina mi trovai tutto irrigidito, con i piedi dolenti, e completamente stordito dal rullo dei tamburi e dal passo delle truppe in marcia, che sembravano circondarmi da ogni parte quando scesi verso il lungo e stretto sentiero. Rendendomi conto che, quel giorno, avrei potuto camminare molto poco, se volevo risparmiar le forze per portare a termine il mio viaggio, decisi di dedicarlo soprattutto alla vendita della mia giacchetta. Di conseguenza me la tolsi, per abituarmi a farne a meno, e, portandola sotto braccio, cominciai a fare un giro di ispezione dei vari rigattieri.

       Era un buon posto per venderci una giacchetta; perché i venditori di abiti usati erano numerosi e stavano, parlando in generale, all'agguato dei clienti sulla porta delle loro botteghe. Ma siccome la maggior parte di essi tenevano appese, tra la loro mercanzia, una o due giacche da ufficiali, con spalline e tutto, fui intimidito dalla costositą del loro commercio e vagai per molto tempo senza offrire la mia merce ad alcuno.

       Questa mia modestia mi fece rivolgere alle botteghe di cose per marinai o del tipo di quella del signor Dolloby, piuttosto che ai normali rivenditori. Alla fine ne trovai una che mi parve promettente, all'angolo di un sudicio sentiero terminante in un recinto pieno di pungenti ortiche, contro la cui palizzata alcuni abiti usati da marinaio, che sembravano essere traboccati dalla bottega, svolazzavano fra brande, fucili arrugginiti, cappelli di tela cerata e certi vassoi cosď pieni di vecchie chiavi rugginose di ogni dimensione, che sembravano abbastanza assortite per aprire tutte le porte del mondo.

       In questa bottega, che era bassa e angusta, oscurata, piĚ che illuminata, da una finestrella, popolata di abiti appesi e in cui si scendeva per alcuni gradini, mi avventurai col cuore palpitante. E non mi sentii certo rinfrancato quando un brutto vecchio, con la parte inferiore del volto tutta coperta da un'ispida barba grigia, si precipitė fuori da un sudicio covo nel retro e mi afferrė per i capelli. Era un vecchio pauroso a vedersi, con un lurido panciotto di flanella e avvolto da un terribile sentore di rum. Il suo letto, coperto da una coltre sbrindellata di pezze cucite insieme e gettata giĚ a casaccio, era nel covo da cui era venuto fuori, dove un'altra finestrella mostrava un panorama di ortiche e un asino zoppo.

       «Oh, che cosa vuoi?» ghignė il vecchio con un uggiolďo monotono e aggressivo a un tempo. «Oh, per i miei occhi e le mie membra, che cosa vuoi? Oh, per i miei polmoni e il mio fegato, che cosa vuoi? Oh, goru, goru!»

       Fui cosď sconvolto da queste parole, specialmente dalla ripetizione dell'ultima, incomprensibile, una specie di rantolo in fondo alla gola, che non potei rispondere; e allora il vecchio, sempre tenendomi per i capelli, riprese da capo:

       «Oh, che cosa vuoi? Oh, per i miei occhi e le mie membra, che cosa vuoi? Oh, per i miei polmoni e il mio fegato, che cosa vuoi? Oh, goru!» E questo «goru» se lo spremette fuori di sé con tal violenza che gli occhi gli balzarono nelle orbite.

       «Volevo sapere,» risposi tremando, «se sareste disposto a comprare una giacchetta.»

       «Oh, guardiamola, questa giacchetta,» gridė il vecchio. «Oh, per il mio cuore sulla gratella, fammela vedere questa giacchetta! Oh, per i miei occhi e le mie membra, fuori la giacchetta!»

       E cosď dicendo tolse le mani tremanti, simili agli artigli di un grosso uccello, dai miei capelli e mise un paio di occhiali, per nulla decorativi, sui suoi occhi infiammati.

       «Oh, quanto vuoi per la giacchetta?» gridė il vecchio dopo averla esaminata. «Oh - goru! - quanto vuoi per la giacchetta?»

       «Mezza corona,» dissi facendo appello a tutte le mie forze.

       «Oh, per i miei polmoni e il mio fegato,» urlė il vecchio, «no! Oh, per i miei occhi, no! Oh, per le mie membra, no! Diciotto pence. Goru!»

       Ogni volta che lanciava queste esclamazioni i suoi occhi sembravano lď lď per balzar fuori dalle orbite; e ogni frase che diceva la pronunciava in una sorta di cadenza, sempre la stessa, e piĚ simile a una raffica di vento, quando comincia bassa, si eleva gradualmente e ricade, che a qualsiasi altro termine di paragone che possa trovare.

       «Be',» dissi io, felice di aver concluso l'affare, «datemi diciotto pence.»

       «Oh, per il mio fegato,» gridė il vecchio gettando la giacca su di uno scaffale. «Esci di bottega! Oh, per i miei polmoni, esci di bottega! Oh, per i miei occhi e le mie membra - goru! - non chieder denaro; facciamo un cambio.»

       Mai fui cosď atterrito in vita mia, prima di allora o dopo; tuttavia gli dissi umilmente che avevo bisogno di denaro e che nient'altro mi sarebbe servito, ma che sarei rimasto ad aspettarlo fuori, se lo desiderava, non avendo alcun desiderio di fargli urgenza. Cosď uscii e mi sedetti all'ombra in un angolo. E rimasi lď seduto per parecchie ore, tanto che l'ombra divenne sole e il sole tornė ombra, e io restavo sempre lď aspettando il denaro.

       Oso sperare che non vi sia mai stato un simile pazzo ubriaco nel suo tipo di commercio. Che fosse ben conosciuto nel vicinato e che godesse la reputazione di aver venduto l'anima al diavolo, lo capii presto dalle visite che gli fecero i ragazzi, i quali venivano, alla bottega per dargli noia, ricordargli quella leggenda e invitarlo a tirar fuori il suo oro.

       «Charley, non sei povero come vuoi far credere, lo sai. Tira fuori il tuo oro. Tira fuori un po' dell'oro che hai avuto vendendoti al diavolo. Su! ť nella fodera del materasso, Charley. Scucila e daccene un po'!» Queste parole e numerose offerte di prestargli un coltello per scucir la fodera lo esasperavano a tal punto che l'intera giornata fu un succedersi di sortite da parte sua e di fughe da parte dei ragazzi. A volte, nella sua rabbia, mi prendeva per uno di loro e mi veniva addosso digrignando i denti come se volesse farmi a pezzi; poi, ricordandosi giusto in tempo di chi ero, si rintanava nella bottega e si buttava sul letto, da quanto potevo capire dal suono della sua voce, che intonava freneticamente, con quella cadenza ventosa, la Morte di Nelson, mettendo un Oh! davanti a ogni verso e inserendovi innumerevoli goru. Come se questo non mi bastasse, i ragazzi, collegandomi con l'insieme dell'azienda, data la pazienza e la perseveranza con cui me ne stavo seduto lď fuori, mezzo svestito, mi lapidarono e maltrattarono per tutto il giorno.

       Lui fece parecchi tentativi per indurmi ad accettare un baratto, ora venendo fuori con una canna da pesca, ora con un violino, ora con un cappello a tricorno e infine con un flauto. Ma io resistetti a tutti questi approcci e rimasi lď, disperatamente seduto, chiedendogli ogni volta, con le lacrime agli occhi, di darmi il denaro o la giacchetta. Infine cominciė a pagarmi a mezzo penny per volta; e impiegė due ore per salire, a poco a poco, fino a uno scellino.

       «Oh, per i miei occhi e le mie membra!» gridė allora sporgendosi appena col suo orribile volto, dalla porta della bottega; e dopo una lunga pausa: «Te ne andrai per altri due pence?»

       «Non posso,» dissi; «morirei di fame.»

       «Oh, per i miei polmoni e il mio fegato, te ne andrai per altri tre pence?»

       «Me ne andrei per nulla, se potessi,» dissi, «ma mi occorre assolutamente quel denaro.»

       «Oh, goru!» (mi Ź proprio impossibile esprimere come spremeva fuori questa esclamazione dal suo torace, mentre si sporgeva verso di me dalla porta mostrando solo il suo volto astuto); «te ne andrai per altri quattro pence?»

       Ero cosď stanco e debole che conclusi con questa offerta; e, preso il denaro dalle sue grinfie, non senza tremare, me ne andai, affamato e assetato come non ero mai stato, un po' prima del tramonto. Ma, con una spesa di tre pence, mi rimisi completamente, e, piĚ in forze, tirai avanti zoppicando per sette miglia.

       Il mio letto, quella notte, fu un altro mucchio di fieno, su cui riposai comodamente dopo essermi lavati i piedi pieni di vesciche e averli avvolti meglio che potei in foglie fresche. Quando, il mattino dopo, ripresi la strada, mi accorsi che si svolgeva attraverso una serie di campi di luppolo e di frutteti. La stagione era abbastanza inoltrata e i frutteti rosseggiavano di mele mature; in alcune zone i raccoglitori di luppolo erano gią al lavoro. Tutto questo mi parve bellissimo e decisi che quella notte avrei dormito fra i luppoli: immaginando qualche piacevole compagnia nelle lunghe file di pali attorno a cui si avviticchiava il loro elegante fogliame.

       Quel giorno i vagabondi erano peggio che mai e mi ispiravano una tal paura che ne ho oggi un ricordo ancor vivo. Alcuni di loro erano ribaldi dall'aspetto feroce che mi squadravano quando passavo, e magari sď fermavano e mi gridavano di tornare indietro per parlare con loro, e, se me la davo a gambe, mi tiravano pietre. Ne ricordo uno ancor giovane - un calderaio ambulante, credo, a giudicare dalla sua borsa di attrezzi e dal suo fornello - che aveva una donna con sé e che si voltė a squadrarmi in questo modo, e poi mi ruggď di tornare indietro con voce cosď tremenda che mi fermai guardandomi intorno.

       «Vieni qui, quando ti si chiama,» urlė il calderaio, «se non vuoi che ti scucia la pancia.»

       Credetti meglio tornare indietro. Mentre lo avvicinavo, cercando di propiziarmelo con gli sguardi, notai che la donna aveva un occhio livido.

       «Dove vai?» mi chiede il calderaio afferrandomi per il petto della camicia con la sua mano annerita.

       «Vado a Dover,» risposi.

       «E di dove vieni?» mi chiese torcendomi ancor piĚ la camicia per tenermi meglio.

       «Vengo da Londra,» dissi.

       «Che lavoro hai?» mi chiese il calderaio. «Sei un manolesta?»

       «N... no,» risposi.

       «Ah no, per D... ? Se vieni a vantarti della tua onestą con me,» gridė il calderaio, «ti faccio saltare il cervello.»

       Con la mano libera minacciė di colpirmi e poi mi squadrė dalla testa ai piedi.

       «Hai in tasca il costo di una pinta di birra?» mi chiese. «Se lo hai, tiralo fuori prima che te lo prenda!»

       Lo avrei certo tirato fuori, se non avessi incontrato lo sguardo della donna e non l'avessi vista scuotere leggermente la testa e formulare «No!» con le labbra.

       «Sono poverissimo,» dissi tentando di sorridere, «non ho denaro con me.»

       «Ah, e questo che significa?» proseguď il calderaio guardandomi cosď trucemente che quasi temetti mi scorgesse il denaro in tasca.

       «Signore!» balbettai.

       «Che significa questo?» ripeté. «Perché porti il fazzoletto di seta di mio fratello? Dammelo subito.» E in un attimo me lo tolse dal collo e lo gettė alla donna.

       La donna diede in una gran risata, come se lo considerasse uno scherzo, me lo rilanciė, scosse ancora il capo, leggermente come prima, e con le labbra formulė la parola «Va!» Prima perė che potessi obbedire, il calderaio mi strappė di mano il fazzoletto con una brutalitą che mi fece volar via come una foglia, e, messoselo bravamente al collo, si rivolse alla donna bestemmiando e la sbatté a terra. La vedo sempre cadere indietro sulla dura strada e restarvi distesa con la cuffia che le era ruzzolata via e i capelli bianchi di polvere; né dimenticherė di averla vista, quando mi volsi a guardare di lontano, seduta sul margine laterale, che era una massicciata lungo la strada, asciugarsi il sangue sul volto col lembo del suo scialle, mentre lui proseguiva.

       Questa avventura mi spaventė tanto che, in seguito, quando vedevo avvicinarsi qualcuno di questa gente, tornavo indietro finché riuscivo a trovare un luogo in cui nascondermi e vi rimanevo finché non fossero passati e li avessi persi di vista; cosa che accadeva cosď spesso che mi trovai in serio ritardo. Ma in queste difficoltą, come in tutte le altre difficoltą del mio viaggio, fui sostenuto e guidato dalla mia fantastica raffigurazione di mia madre nella sua giovinezza, prima che venissi al mondo. Quell'immagine mi tenne sempre compagnia. Era lď tra i luppoli mentre ero immerso nel sonno; era con me nel mio camminare mattutino; mi fu davanti, a guidarmi, per tutto il giorno. Da allora l'ho associata con le assolate strade di Canterbury, assopite, per cosď dire, nella calda luce; e con la vista delle sue vecchie case e dei portali, e della maestosa, grigia cattedrale con i corvi che veleggiavano attorno alle torri. Quando giunsi, infine, alle nude e deserte dune presso Dover, ravvivė di speranza il solitario aspetto della scena; e mai mi abbandonė finché non ebbi raggiunto questa prima grande meta del mio viaggio ed ebbi posto effettivamente piede nella cittą stessa, il sesto giorno dopo la mia fuga. Ma allora, strano a dirsi, quando mi trovai con le scarpe rotte, polveroso, bruciato dal sole, semisvestito, nel luogo tanto desiderato, parve svanire come un sogno per lasciarmi disperato e depresso.

       Mi informai dapprima di mia zia fra i barcaioli e ricevetti risposte varie. Uno mi disse che abitava nel faro di South Foreland e per questo si era strinata i favoriti; un altro che era stata legata alla grande boa fuori del porto e poteva essere raggiunta solo a mezza marea; un terzo che era stata chiusa nella prigione di Maidstone perché rubava i bambini; un quarto che era stata vista cavalcare una scopa durante l'ultima bufera e volgersi verso Calais. I vetturini, fra i quali condussi in seguito la mia inchiesta, furono egualmente giocosi e non piĚ rispettosi; e i bottegai, a cui non piaceva il mio aspetto, mi risposero in genere, senza nemmeno ascoltare quel che volevo dire, che non avevano nulla per me. Mi sentii piĚ miserabile e derelitto che non mai durante il mio viaggio. Il denaro era tutto andato e non mi restava piĚ nulla da vendere; ero affamato, assetato, esaurito; e mi sentivo lontano dalla mia meta come se fossi rimasto a Londra.

       Avevo trascorso il mattino in queste ricerche e me ne stavo seduto sul gradino di una bottega deserta all'angolo di una strada, presso la piazza del mercato, meditando se andare verso quelle altre localitą che ho menzionato, quando un vetturino, passandomi accanto con la sua carrozzella, si lasciė cadere una coperta da cavallo. Qualcosa di bonario nel volto di quell'uomo mi incoraggiė a domandargli, mentre gliela porgevo, se poteva dirmi dove abitasse la signorina Trotwood; sebbene avessi fatto quella domanda tante volte che quasi mi morď sulle labbra.

       «Trotwood,» ripeté lui. «Guardiamo un po'. Conosco questo nome. ť una vecchia signora?»

       «Sď,» risposi, «piuttosto.»

       «Parecchio rigida di schiena?» disse raddrizzandosi lui stesso.

       «Sď,» risposi, «direi che Ź proprio cosď.»

       «Porta una borsa?» chiese, «una borsa molto capace? ť arcigna e ti viene addosso brusca brusca?»

       Mi sentii cascare il cuore nel riconoscere l'indubbia esattezza della descrizione.

       «Be', allora te lo dico,» continuė. «Se sali lassĚ,» e indicė con la frusta le colline, «e tiri avanti dritto finché non arrivi a certe case davanti al mare, credo che potrai aver sue notizie. Ma penso che non vorrą saperne di niente, cosď prenditi questo penny.»

       Accettai riconoscente il dono e mi ci comprai una pagnottella. Presi la direzione indicatami dal mio amico, sbocconcellando il pane per via, e camminai un bel pezzo senza incontrare le case di cui mi aveva parlato. Alla fine me ne vidi alcune davanti, e, avvicinatomi, entrai in una botteguccia (una di quelle che, a casa mia, usavamo chiamare di generi misti) e chiesi se avevano la bontą di dirmi dove abitava la signorina Trotwood. Mi ero rivolto all'uomo dietro il banco, che stava pesando del riso a una ragazza; ma questa, considerando la domanda rivolta a sé, si voltė di scatto.

       «La mia padrona?» disse. «Che cosa vuoi da lei, ragazzo?»

       «Vorrei parlarle, se permettete,» risposi.

       «Vuoi dire chiederle l'elemosina,» ribatté la damigella.

       «No,» protestai, «no davvero.» Ma, ricordandomi improvvisamente che, per la veritą, non venivo per altro, tacqui tutto confuso e col volto in fiamme.

       La cameriera di mia zia, come la giudicai da quanto mi aveva detto, mise il riso in un panierino e uscď dal negozio dicendomi che, se volevo sapere dove abitava la signorina Trotwood, potevo seguirla. Io non ebbi bisogno di un secondo permesso, sebbene fossi allora in uno stato di costernazione e di agitazione tale da sentirmi tremar le gambe. Seguii la ragazza e presto giungemmo a una linda casetta con graziosi bovindi: sul davanti v'era un piccolo cortile ghiaioso o giardino pieno di fiori, tenuto con cura e deliziosamente profumato.

       «Questa Ź la casa della signorina Trotwood,» disse la ragazza. «Adesso lo sai; ed Ź tutto quello che posso dirti.» Cosď dicendo entrė di corsa come per scuotersi di dosso ogni responsabilitą per la mia presenza lď; e mi lasciė fermo davanti al cancello del giardino, a guardare sconsolatamente, al di sopra di esso, la finestra del salotto, dove una tenda di mussolina aperta in parte nel mezzo, un grande schermo verde e rotondo, o ventaglio, fissato alla finestra, un tavolino e un'ampia poltrona mi suggerivano che mia zia, in quel momento, se ne stesse seduta lą nel peggiore degli umori.

       Le mie scarpe erano ormai in uno stato pietoso. Le suole erano cadute a pezzi e il cuoio delle tomaie si era lacerato e rotto al punto che di scarpe non era rimasta nemmeno la linea né la forma. Il cappello (che mi era servito anche da berretto da notte) era cosď pesto e spiegazzato che un vecchio tegame schiacciato e senza manico, in un letamaio, avrebbe potuto confrontarsi con lui senza vergogna. La camicia e i calzoni, macchiati di sudore, di rugiada, di erba, e della terra del Kent su cui avevo dormito - e strappati per di piĚ - avrebbero potuto servire da spaventapasseri nel giardino di mia zia mentre me ne stavo lď fermo davanti al cancello. I miei capelli non avevano conosciuto pettine né spazzola da quando avevo lasciato Londra. La faccia, il collo, le mani, per l'insolita esposizione all'aria e al sole, avevano il color bruno bruciato di una bacca. Dalla testa ai piedi ero impolverato e quasi bianco di calce e di polvere come se fossi uscito da una fornace. In queste condizioni, e pienamente consapevole dello stato in cui mi trovavo, attendevo di presentarmi e fare la mia prima impressione della mia formidabile zia.

       Poiché l'intatta calma della finestra del salotto mi indusse a pensare, dopo qualche tempo, che ella non fosse lą, alzai gli occhi alla finestra del piano di sopra, dove vidi un signore ben messo dall'aspetto piacente, con la testa grigia, che mi strizzė comicamente un occhio, mi fece piĚ volte cenni con la testa, la fece oscillare altrettante volte verso di me, rise e se ne andė.

       Ero gią abbastanza sconcertato fin dapprima, ma lo fui ancor piĚ da questo inatteso comportamento, tanto che ero sul punto di sgattaiolar via per pensare al miglior modo di procedere, quando uscď dalla casa una signora col fazzoletto legato sopra la cuffia, le mani in un paio di guanti da giardinaggio, una sacca da giardino messa davanti come il grembiule di un gabelliere e un gran coltello. Riconobbi immediatamente in lei la signorina Betsey, perché avanzava maestosamente proprio come la mia povera madre aveva tante volte descritto il suo avanzare nel nostro giardino alla Cornacchia di Blunderstone.

       «Via di qui!» comandė la signorina Betsey scuotendo la testa e tracciando nell'aria una specie di fendente col coltello. «Fila via. Non vogliamo ragazzi qui!»

       La guardai col cuore in gola mentre si dirigeva a un angolo del giardino e si fermava per scavare qualche radicetta. Poi, senza una briciola di coraggio ma con disperazione infinita, entrai piano e mi fermai accanto a lei toccandola con un dito.

       «Scusate, signora,» cominciai.

       Lei sussultė e alzė lo sguardo.

       «Scusate, zia.»

       «Eh?» esclamė la signorina Betsey con un tono di sbalordimento di cui non ho piĚ udito l'eguale.

       «Scusate, zia, sono vostro nipote.»

       «Oh, Signore!» disse mia zia. E cadde di colpo a sedere sul sentiero del giardino.

       «Sono David Copperfield di Bluderstone, nel Suffolk... dove veniste la sera in cui nacqui a far visita alla mia cara mamma. Sono stato molto infelice dopo la sua morte. Mi hanno trascurato, non mi hanno fatto studiare, mi hanno abbandonato a me stesso, mi hanno costretto a un lavoro non adatto a me. E allora sono fuggito da voi. Sono stato derubato appena partito, e ho fatto tutta la strada a piedi, e non ho dormito in un letto da quando ho cominciato il viaggio.» E qui il mio controllo cedette tutto d'un tratto, e, allargando le braccia per mostrarle la mia condizione miseranda e chiamarla a testimone delle mie sofferenze, scoppiai in una crisi di pianto che credo fosse rimasta chiusa in me per tutta quella settimana.

       La zia, senz'altra espressione in viso che non fosse di meraviglia, stette lď seduta sulla ghiaia a contemplarmi finché cominciai a piangere; allora saltė su in gran furia, mi prese per il colletto e mi trascinė nel salotto. Qui, la prima cosa che fece fu di aprire un alto armadio a muro, tirarne fuori parecchie bottiglie e versarmi in bocca un po' del contenuto di ognuna. Credo che fossero state prese a caso perché sono certo di avere gustato acqua di anice, salsa di acciughe e condimento per insalata. Dopo avermi somministrato questi ristori, siccome ero del tutto fuori di me e incapace di controllare i miei singhiozzi, mi depositė sul divano, con uno scialle sotto la testa e il fazzoletto, che si era tolto di testa, sotto i piedi perché non insudiciassi la stoffa; e infine, sedutasi dietro il ventaglio o lo schermo verde, che ho gią menzionato, cosď che non potevo vederla in viso, si mise a gridare a intervalli: «Misericordia!» lanciando queste esclamazioni come colpi di pistola.

       Dopo un poco suonė il campanello. «Janet,» disse la zia quando entrė la domestica. «Va di sopra, saluta per me il signor Dick e digli che desidero parlargli.»

       Janet parve un po' sorpresa nel vedermi disteso e rigido sul divano (non osavo muovermi per paura di irritare la zia) ma andė a far la commissione. La zia, con le mani dietro la schiena, passeggiė su e giĚ per la stanza finché entrė ridendo quel signore che mi aveva ammiccato dalla finestra del primo piano.

       «Signor Dick,» disse mia zia, «non fate lo sciocco, perché nessuno puė essere piĚ sensato di voi quando volete. Lo sappiamo tutti. Dunque non fate lo sciocco per nessuna ragione.»

       Il signore divenne immediatamente serio e mi guardė, credo, come se volesse pregarmi di non dir nulla della faccenda della finestra.

       «Signor Dick,» continuė mia zia, «mi avete sentito mai parlare di David Copperfield? Adesso non fate finta di non aver memoria, perché voi e io sappiamo benissimo che l'avete.»

       «David Copperfield?» ripeté il signor Dick, che non mi parve ricordare gran che in proposito. «David Copperfield? Oh sď, sicuro. David, naturalmente.»

       «Bene,» disse mia zia, «questo Ź il suo ragazzo... suo figlio. Somiglierebbe a suo padre per quanto Ź possibile, se non assomigliasse anche a sua madre.»

       «Suo figlio?» disse il signor Dick. «Il figlio di David? Senti!»

       «Sď,» riprese mia zia, «e ha fatto un bel lavoro. ť scappato. Ah! sua sorella, Betsey Trotwood, non sarebbe mai scappata.» E mia zia scosse energicamente la testa, sicura del carattere e del comportamento della ragazza che non era mai nata.

       «Oh! credete che non sarebbe mai scappata?» disse il signor Dick.

       «Dio vi benedica,» esclamė brusca mia zia, «sentitelo come parla! Non devo saperlo che non sarebbe scappata? Sarebbe vissuta con la sua madrina e ci saremmo volute bene reciprocamente. Di dove o dove, in nome del cielo, avrebbe potuto scappare sua sorella, Betsey Trotwood?»

       «In nessun posto,» affermė il signor Dick.

       «Bene, dunque,» ribatté mia zia ammansita dalla risposta, «perché fate finta di aver la testa fra le nuvole, Dick, mentre siete piĚ acuto del bisturi di un chirurgo? Ecco qui, adesso, il giovane David Copperfield, e la domanda che vi pongo Ź questa: che cosa devo farne?»

       «Che cosa dovete farne?» ripeté debolmente il signor Dick grattandosi la testa. «Oh, che farne di lui?»

       «Sď,» confermė mia zia con una espressione grave e l'indice alzato. «Avanti! Mi occorre un consiglio molto solido.»

       «Be', se fossi in voi,» disse il signor Dick meditando e guardandomi con aria assente, «io...» La contemplazione della mia persona parve ispirargli un'idea improvvisa, ed egli aggiunse in fretta: «lo laverei!»

       «Janet,» disse mia zia volgendosi con una calma aria di trionfo che allora non compresi, «il signor Dick ha dato un consiglio perfetto. Scalda l'acqua per il bagno.»

       Sebbene fossi profondamente interessato in questo dialogo, non potei fare a meno di osservare mia zia, il signor Dick e Janet, mentre quel dialogo stesso avveniva, e completare lo sguardo d'insieme che avevo gią cominciato a dare alla stanza.

       Mia zia era una signora alta, con i lineamenti marcati ma per nulla sgradevoli. Nel volto, nella voce, nel passo e nel portamento aveva un'inflessibilitą piĚ che sufficiente per spiegare l'impressione che aveva fatto su di una creatura sensibile come mia madre; ma i suoi lineamenti erano piuttosto belli che no, sebbene decisi e austeri. In particolare notai che aveva gli occhi singolarmente brillanti. I suoi capelli, ormai grigi, erano divisi in due semplici bande sotto quella che credo debba esser chiamata una cuffia da casa; intendo una cuffia molto piĚ diffusa allora che non oggi, con lembi laterali che si annodavano sotto il mento. Il suo abito era di color lavanda, perfettamente lindo, ma senza sovrabbondanze come se ella desiderasse esserne imbarazzata il meno possibile. Ricordo che, nella forma, mi parve piĚ simile a un abito da amazzone a cui fosse stato tagliato via quanto di superfluo vi era nella gonna, che a qualsiasi altra cosa. Al fianco portava un orologio d'oro da uomo, a giudicare dalla fattura e dal volume, con catena e ciondoli appropriati; al collo aveva qualche cosa di lino, non dissimile da un collaretto, e qualche cosa ai polsi, come minuscoli polsini.

       Il signor Dick, come ho gią detto, aveva i capelli grigi e un florido aspetto: e con questo avrei detto tutto su di lui se non avesse tenuto la testa curiosamente china - non per l'etą; mi ricordava la testa dei ragazzi del signor Creakle dopo essere stati frustati - e non avesse avuto quegli occhi grigi, grandi e prominenti, con una strana sorta di lucentezza acquosa, che mi facevano sospettare, in combinazione con il suo modo di fare assente, la sua sottomissione a mia zia, il suo piacere infantile quando ella lo lodava, che fosse un po' matto; sebbene non riuscissi assolutamente a spiegarmi, se era matto davvero, come mai si trovasse lď. Era vestito come un qualsiasi altro signore: ampia giacca da mattino e panciotto grigi, e calzoni bianchi; orologio nel taschino e, in tasca, monete che faceva risuonare come se ne fosse molto orgoglioso.

       Janet era una bella ragazza fiorente fra i diciannove e i venti, e la vera immagine della proprietą. Sebbene in quel momento non avessi osservato niente altro in lei, posso menzionare qui quello che scoprii solo piĚ tardi, e cioŹ che apparteneva a una serie di protégés che mia zia aveva preso al suo servizio espressamente per educarle a rinunciare al sesso maschile, e che generalmente avevano coronato la loro rinuncia sposando il fornaio.

       La stanza era linda al pari di Janet e di mia zia. Mentre deponevo la penna, un momento fa, per ripensarci, l'aria marina ha soffiato ancora su di me frammista all'odore dei fiori; e ho visto il mobilio di antica foggia ben strofinato e lustrato, la poltrona e il tavolo della zia, egualmente inviolabili, presso il verde schermo rotondo nel bovindo, il tappeto protetto da un mollettone, il gatto, il bollitore per il tŹ sul suo supporto, i due canarini, le vecchie porcellane, il bacile del ponce pieno di secchi petali di rosa, l'alto armadio a muro che conteneva ogni sorta di bottiglie e di recipienti, e, in meraviglioso contrasto con tutto il resto, me stesso, pieno di polvere e disteso sul sofą, che prendevo nota di ogni cosa.

       Janet era uscita per preparare il bagno, quando la zia, con mia grande apprensione, si irrigidď di scatto, piena di sdegno, e trovė appena la voce per gridare: «Janet! Asini!»

       Al che Janet si precipitė giĚ per le scale come se la casa fosse in fiamme, balzė verso un piccolo spiazzo verde di fronte alla casa e fece allontanare di lď due asini, montati da signore, che avevano osato posarvi gli zoccoli; mentre mia zia, scagliatasi anche lei fuori di casa, afferrava la briglia di un terzo animale cavalcato da un ragazzo, lo faceva voltare, lo traeva fuori da quel sacro recinto e scapaccionava il disgraziato monello di scorta che aveva osato profanare il suolo santificato.

       Ignoro ancor oggi se mia zia avesse qualche legale diritto di pedaggio su quel verde praticello; ma certo si era messa in mente di averlo, il che per lei era lo stesso. L'unico grande insulto della sua vita, che richiedeva costante vendetta, era il passaggio di un asino su quel luogo immacolato. Quali che fossero le sue occupazioni, per quanto interessante fosse la conversazione a cui partecipava, un asino sconvolgeva immediatamente il corso delle sue idee e lei gli piombava addosso. Secchi d'acqua e annaffiatoi erano tenuti in luoghi segreti, pronti a essere rovesciati sui ragazzi insolenti; bastoni erano stati messi in agguato dietro la porta; si facevano sortite a ogni momento; regnava un continuo stato di guerra. Forse tutto ciė era un piacevole incitamento per i piccoli asinai; o forse gli asini piĚ sagaci, comprendendo come stavano le cose, si divertivano, con la loro costituzionale ostinazione, a passare di lď. So solo che ci furono tre allarmi prima che il bagno fosse pronto, e che, nell'occasione dell'ultimo e piĚ disperato di tutti, vidi mia zia ingaggiata, da sola, con un giovane di quindici anni dai capelli gialli, e sbattergli la gialla testa contro il cancello prima ancora che egli potesse raccapezzarsi su quel che succedeva. Queste interruzioni mi apparivano particolarmente comiche perché in quei momenti ella mi stava dando del brodo a cucchiai (fermamente persuasa che fossi mezzo morto di fame e che, dapprima, dovessi ricevere il nutrimento a piccole dosi), e, mentre avevo la bocca aperta per ricevere il cucchiaio, lei lo rimetteva nella scodella, gridava: «Janet! Asini!» e si precipitava all'attacco.

       Il bagno fu un gran conforto. Perché cominciavo a sentire fitte acute in tutte le membra per aver dormito nei campi, all'aperto, ed ero cosď stanco e abbattuto che potevo appena tenermi sveglio per cinque minuti di fila. Dopo il bagno esse (voglio dire la zia e Janet) mi misero addosso una camicia e un paio di calzoni del signor Dick e mi avvilupparono in due o tre grandi scialli A quale tipo di fagotto assomigliassi, non lo so, ma mi sentivo un fagotto ben caldo. Stanco e assonnato com'ero, tornai subito a sdraiarmi sul divano e mi addormentai.

       Sarą forse stato un sogno nato dalla fantasia che aveva occupato cosď a lungo la mia mente, ma mi svegliai con l'impressione che mia zia fosse venuta a chinarsi su di me, mi avesse scostato i capelli dal viso accomodandomi il capo perché fossi piĚ comodo, e si fosse soffermata a guardarmi. Le parole: «Bel tipetto» e «Povero piccolo» mi parvero anche risuonare al mio orecchio; ma certo, quando mi svegliai, non c'era niente che potesse indurmi a credere che fossero state pronunciate dalla zia, seduta adesso nel bovindo a guardare il mare di dietro il ventaglio verde, che era montato su una specie di perno e poteva esser girato in ogni direzione.

       Pranzammo subito dopo il mio risveglio, con pollo arrosto e sformato; io sedevo a tavola, non molto dissimile da un pollo legato e lardellato, a mia volta, e muovevo le braccia con notevole difficoltą. Ma poiché la zia mi aveva infagottato cosď, non mi lamentai di essere a disagio. Per tutto questo tempo fui profondamente ansioso di sapere che cosa avrebbe fatto di me; ma lei pranzė in completo silenzio, tranne quando fermava per caso gli occhi su di me, che le sedevo di fronte, e diceva: «Misericordia!» cosa che non placava affatto la mia ansia.

       Sparecchiata la tavola e portatavi una bottiglia di Xeres (di cui ebbi un bicchiere), la zia mandė nuovamente a chiamare il signor Dick, che ci raggiunse e prese l'aria piĚ seria che poté quando ella lo pregė di ascoltare la mia storia, tirandomela poi fuori a poco a poco con una serie di domande. Durante la mia esposizione, la zia tenne gli occhi addosso al signor Dick che, senza di ciė, credo si sarebbe addormentato, e che, se appena scivolava in un sorriso, veniva richiamato all'ordine da un fiero cipiglio.

       «Che cosa avesse in corpo quella povera sventurata bambina per doversi rimaritare,» disse mia zia quando ebbi finito, «io non riesco a concepirlo.»

       «Forse si era innamorata del suo secondo marito,» suggerď il signor Dick.

       «Innamorata!» ripeté la zia. «Che volete dire? Perché doveva innamorarsi?»

       «Forse,» arrischiė sorridendo il signor Dick, «lo ha fatto per il suo piacere.»

       «Piacere, davvero!» ribatté mia zia. «Bel piacere, per quella povera piccola, dar la sua ingenua fiducia al primo tanghero di passaggio, che di certo, in un modo o in altro, l'avrebbe maltrattata. Vorrei proprio sapere che cosa si aspettava! Aveva gią avuto un marito. Aveva visto David Copperfield andarsene dal mondo, lui, che fin dalla culla era andato dietro alle bambole di cera. Aveva avuto un bambino - oh, due erano i bambini quel venerdď notte in cui diede alla luce questo ragazzino seduto qui! - che cosa voleva di piĚ?»

       Il signor Dick scosse in segreto la testa verso di me come se considerasse insuperabile un tal problema.

       «Non ha potuto nemmeno avere un bambino come qualsiasi altra,» proseguď mia zia. «Dov'era la sorella di questo figliuolo, Betsey Trotwood? Scomparsa. Non parlatemene.»

       Il signor Dick sembrava totalmente atterrito.

       «E quell'omuncolo di dottore con la testa da una parte,» incalzė la zia, «Jellipps, o come diavolo si chiamava, che ci stava a fare? Tutto quello che riuscď a combinare fu di venirmi a dire come un pettirosso - quel pettirosso che Ź - ‹ť un maschio.› Un maschio! Ah, una vera manica di cretini.»

       Il fervore di quell'esclamazione portė il signor Dick all'estremo limite dello spavento; e anche me, se devo dire il vero.

       «E poi, come se questo non fosse abbastanza e lei non avesse abbastanza messo nell'ombra la sorella di questo ragazzo, Betsey Trotwood, si sposa una seconda volta... va a prender per marito un Murderer, o un uomo che ha un nome simile... e mette in ombra anche questo figliuolo! E la naturale conseguenza Ź, come chiunque non fosse un bambino avrebbe potuto prevedere, che lui si dą al vagabondaggio. ť il ritratto di Caino quando era piccolo.»

       Il signor Dick mi guardė fisso come per identificarmi sotto questo aspetto.

       «E poi c'Ź quella donna dal nome pagano,» riprese mia zia, «quella Peggotty, che va a prender marito anche lei. Perché non ne ha visto abbastanza di tutto il male che c'Ź sotto queste cose: va a prender marito anche lei, come ha raccontato il ragazzo. Spero solo,» concluse la zia crollando il capo, «che suo marito sia uno di quei mariti asso di bastoni, di cui si legge tanto spesso sui giornali, e che sappia darle il fatto suo.»

       Non potei sopportare di sentir la mia vecchia governante cosď denigrata e fatta oggetto di un tale augurio. E dissi a mia zia che, in realtą, si ingannava. Che Peggotty era la migliore, la piĚ sincera, la piĚ fedele, la piĚ devota, la piĚ generosa amica e domestica che ci fosse al mondo; che mi aveva sempre amato teneramente; che aveva sempre amato teneramente mia madre; che aveva sostenuto col suo braccio il capo di mia madre morente e che sul suo volto mia madre aveva impresso con riconoscenza l'ultimo bacio. E, soffocato dal ricordo di entrambe, mi sentii venir meno mentre cercavo di dire che la sua casa era la mia, che mi aveva offerto tutto quello che aveva e che sarei andato a cercar rifugio da lei se non fosse stato per la sua umile condizione che mi faceva temere di esserle di peso... mi sentii venir meno, dico, mentre tentavo di dir tutto questo e mi abbandonai sul tavolo col volto nelle mani.

       «Bene, bene,» disse mia zia, «il ragazzo fa bene a difendere coloro che lo hanno difeso. Janet, Asini!»

       Credo fermamente che, se non fosse stato per quei malaugurati asini, saremmo giunti a una buona intesa; perché mia zia mi aveva posato la mano sulla spalla, e io, cosď incoraggiato, avevo avuto l'impulso di gettarle le braccia al collo invocando la sua protezione. Ma l'interruzione e il turbamento che risultė in lei dalla lotta combattuta lą fuori, misero fine, per il momento, a ogni idea patetica e tennero mia zia, fino all'ora del tŹ, a declamare sdegnata al signor Dick la sua decisione di rivolgersi e chieder soddisfazione alle leggi del paese e far causa per violazione di proprietą all'intero corpo degli asinai di Dover.

       Dopo il tŹ, restammo seduti alla finestra - in agguato, come immaginai dall'espressione tesa del volto della zia, di altre invasioni - fino al crepuscolo, quando Janet venne a metter sul tavolo delle candele e un giuoco di tavola reale, e abbassė le veneziane.

       «Adesso, signor Dick,» disse mia zia con uno sguardo solenne e l'indice alzato come prima, «vi farė un'altra domanda. Guardate questo ragazzo.»

       «Il figlio di David?» chiese il signor Dick con un'aria attenta e interrogativa.

       «Esattamente,» rispose la zia. «Che cosa fareste di lui adesso?»

       «Che cosa ne farei del figlio di David?» disse il signor Dick.

       «Sď,» confermė la zia, «del figlio di David.»

       «Oh!» esclamė il signor Dick. «Sď. Che farne... Lo metterei a letto.»

       «Janet,» gridė la zia con lo stesso compiaciuto trionfo che avevo notato prima, «il signor Dick ha dato un consiglio perfetto. Se il letto Ź pronto, lo metteremo a letto.»

       Janet rispose che era prontissimo e io fui portato di sopra; amorevolmente ma, in qualche modo, come un prigioniero: la zia andava avanti e Janet fungeva da retroguardia. La sola circostanza che mi indusse ancora a sperare fu che mia zia si fermė sulle scale per chieder spiegazioni di un odore di bruciato che si sentiva, e Janet rispose che aveva adoperato, in cucina, come esca, la mia vecchia camicia. Ma nella mia stanza non vi erano altre vesti oltre lo strano mucchio di cose che indossavo; e quando fui lasciato lď, con una candelina che mia zia mi avvertď sarebbe durata esattamente cinque minuti, la udii chiudere la porta a chiave dall'esterno. Meditando su queste cose, giunsi alla conclusione che probabilmente la zia, la quale non poteva sapere nulla di me, sospettava che avessi l'abitudine di scappare e prendeva le sue precauzioni in proposito per tenermi sotto sicura guardia.

       La stanza era piacevole, in cima alla casa, e dava sul mare su cui la luna scintillava in tutto il suo fulgore. Dopo che ebbi detto le mie preghiere e la candela si fu consumata, ricordo di essere rimasto seduto sul letto a guardare la luna sulle acque, quasi potessi sperare di leggere in essa il mio destino come su di un libro luminoso; o veder mia madre scender dal cielo con il suo piccolo lungo il fulgido sentiero per guardarmi come mi aveva guardato l'ultima volta che avevo visto il suo dolce viso. Ricordo come il solenne sentimento con cui infine distolsi il mio sguardo di lď, fece luogo a un senso di gratitudine e di pace che la vista del letto con le sue bianche cortine - e ancor piĚ il distendermi mollemente su di esso e il rannicchiarmi tra le lenzuola bianche come neve - mi ispirarono. Ricordo come pensai a tutti i solitari luoghi in cui avevo dormito sotto il cielo notturno, e come pregai di non trovarmi mai piĚ senza una casa e di non dimenticarmi mai di coloro che non l'avevano. Ricordo come mi parve di fluttuare, poi, giĚ per il malinconico splendore di quel sentiero di luce sul mare, fino al mondo dei sogni.

 

XIV • MIA ZIA PRENDE UNA DECISIONE SU DI ME

 

 

 

       Al mattino, scendendo, trovai la zia cosď profondamente assorta nella meditazione, sul tavolo della colazione, con un gomito nel vassoio, che il contenuto del bricco era traboccato dalla teiera e aveva inzuppato d'acqua tutta la tovaglia; il mio ingresso mise in fuga quei pensieri. Ero sicuro di essere stato il soggetto delle sue riflessioni e fui piĚ che mai ansioso di sapere quali intenzioni avesse al mio riguardo. Tuttavia non osavo esprimere la mia ansietą per timore di offenderla.

       I miei occhi, tuttavia, meno controllati della mia lingua, furono attratti molto spesso da mia zia durante la colazione. Non riuscivo a guardarla per pochi istanti di fila senza trovare il suo sguardo fissato su di me, in uno strano modo assorto, come se fossi a una distanza immensa invece che dall'altra parte del tavolino rotondo. Quando ebbe finito la colazione, la zia, molto deliberatamente, si addossė alla sedia, aggrottė le ciglia, incrociė le braccia e mi contemplė a suo agio, con un'attenzione cosď ferma che mi sentii addirittura sopraffatto dall'imbarazzo. Non avendo ancora finito la colazione, tentai di nascondere la mia confusione continuando a mangiare: ma il coltello mi cadeva sulla forchetta, la forchetta inciampava nel coltello, facevo saltare in aria, a sorprendente altezza lembi di prosciutto invece di tagliarli per me, e mi stavo soffocando col tŹ, che insisteva a prendere la via sbagliata invece della giusta, finché rinunciai a tutto e rimasi seduto, pieno di rossore, sotto lo sguardo indagatore della zia.

       «Ciao,» mi disse la zia dopo un bel pezzo.

       Alzai gli occhi e accolsi rispettosamente il suo sguardo acuto e brillante.

       «Gli ho scritto,» proseguď.

       «A... ?»

       «Al tuo patrigno,» rispose. «Gli ho mandato una lettera che dovrą darsi la pena di leggere con attenzione, altrimenti lui ed io litigheremo, posso assicurarglielo.»

       «E lui sa dove sono, zia?» chiesi preoccupato.

       «Gliel'ho detto,» rispose la zia assentendo.

       «Sarė... riconsegnato a lui?» balbettai.

       «Non lo so,» disse. «Vedremo.»

       «Oh! Non posso immaginare quello che farė,» esclamai, «se dovrė tornare col signor Murdstone!»

       «Non ne so nulla,» rispose mia zia scuotendo il capo.

       «Non posso dir nulla di sicuro. Vedremo.»

       Mi sentii cascar l'anima a quelle parole e rimasi scoraggiato e col cuore gonfio. La zia, senza sembrare concedermi particolare attenzione, si infilė un ruvido grembiule con la pettorina, che prese dall'armadio a muro; lavė le tazze con le sue proprie mani, e quando ogni cosa fu lavata e messa di nuovo sul vassoio e la tovaglia fu posta, ripiegata, sull'insieme, suonė perché venisse Janet a portar via tutto. Poi spazzė via le briciole con uno scopettino (infilandosi prima un paio di guanti) finché il piĚ microscopico granello fu scomparso dal tappeto, e infine spolverė e riordinė la stanza che era gią stata spolverata e riordinata al capello. Quando tutti questi lavori furono compiuti in modo per lei soddisfacente, si tolse i guanti e il grembiule, li mise nel particolare angolo dell'armadio a muro da cui erano stati presi, portė la scatola da lavoro al suo tavolo davanti alla finestra aperta e si sedette a cucire con il ventaglio verde fra lei e la luce.

       «Vorrei che tu andassi di sopra,» mi disse la zia infilando l'ago, «a portare i miei saluti al signor Dick e a dirgli che sarei felice di sapere come procede il suo Memoriale.»

       Mi alzai pieno di alacritą per sbrigare la commissione.

       «Immagino,» proseguď guardandomi fissa come aveva guardato l'ago nell'infilarlo, «che signor Dick ti parrą un nome molto breve, eh?»

       «Ieri mi Ź parso piuttosto breve,» confessai.

       «Non devi pensare che non ne abbia uno piĚ lungo, se volesse usarlo,» disse la zia con aria ancor piĚ altera. «Babley - signor Richard Babley - Ź questo il nome completo di quel gentiluomo.»

       Stavo per suggerire, con un modesto senso della mia gioventĚ e della familiaritą di cui mi ero gią reso colpevole, che avrei fatto meglio a lasciargli il completo beneficio di quel nome, quando mia zia continuė:

       «Ma non chiamarlo cosď per nessuna ragione. Non puė soffrire il suo nome. ť una sua bizzarria. Sebbene non sappia nemmeno se Ź proprio una bizzarria; perché sa il cielo se non Ź stato abbastanza maltrattato da gente che lo portava, da odiarlo mortalmente. Adesso il suo nome e signor Dick, qui e in qualsiasi altro posto... se pure potesse andare in qualsiasi altro posto, cosa che si guarda bene dal fare. Cosď, ragazzo mio, sta attento a non chiamarlo altrimenti che signor Dick.»

       Promisi di obbedire e salii di sopra coi mio messaggio, pensando, nel salire, che se il signor Dick aveva continuato a lavorare al suo Memoriale con la stessa toga con cui lo avevo visto intento, attraverso la porta aperta, quando ero sceso, probabilmente aveva proceduto a meraviglia. Lo trovai che tirava avanti, di lena con una lunga penna e la testa quasi appoggiata al foglio. Era cosď assorto che ebbi tutto il tempo, prima che notasse la mia presenza, di osservare il grande aquilone di carta in un angolo, la confusione dei fasci di manoscritti, il numero delle penne e, soprattutto, la quantitą di inchiostro (in vasi da mezzo gallone che lui sembrava conservare a dozzine).

       «Ah! Febo!» disse il signor Dick posando la penna. «Come va il mondo? Vi dirė una cosa,» aggiunse a voce bassa, «non vorrei parlarne, ma Ź,» e qui mi fece avvicinare con un cenno e mise le labbra al mio orecchio, «Ź un mondo matto. Matto come un manicomio, ragazzo mio!» concluse il signor Dick prendendo una presa da una scatola rotonda che era sul tavolo e ridendo di cuore.

       Senza presumere di dare un mio parere su questa questione, gli riferii il messaggio.

       «Bene,» rispose il signor Dick, «i miei omaggi alla signora e, quanto a me, credo... credo di aver preso l'avvio. Penso proprio di aver preso l'avvio,» ripeté il signor Dick passandosi una mano sui capelli grigi e gettando uno sguardo che era tutto fuorché fiducioso sul suo manoscritto. «Siete andato a scuola?»

       «Sď, signore,» risposi, «per breve tempo.»

       «Vi ricordate la data,» disse il signor Dick guardandomi attentamente e prendendo la penna per annotarla, «in cui il re Carlo I Ź stato decapitato?»

       Gli risposi che mi sembrava fosse avvenuto nel mille e seicentoquarantanove.

       «Be',» ribatté il signor Dick grattandosi l'orecchio con la penna e guardandomi con aria dubbiosa. «Cosď dice il libro; ma non capisco come possa essere. Perché, se la cosa Ź avvenuta tanto tempo fa, come ha fatto, la gente che gli era intorno, a commetter l'errore di travasare i crucci che erano nella sua testa, dopo avergliela tagliata, nella mia

       Rimasi molto meravigliato dalla domanda, ma non potei dargli alcun lume su questo punto.

       «ť molto strano,» commentė il signor Dick con uno sguardo scoraggiato sui suoi fogli e la mano ancora fra i capelli, «che non possa mettere a posto questa faccenda. Non sono mai riuscito a chiarirla perfettamente. Ma non importa, non importa!» riprese allegramente e rianimandosi. «C'Ź tutto il tempo necessario! I miei omaggi alla signorina Trotwood; io sto andando avanti benissimo.»

       Ero sul punto di andarmene quando egli richiamė la mia attenzione sull'aquilone.

       «Che ve ne pare di questo aquilone?» mi chiese.

       Gli risposi che era bellissimo. Direi che doveva essere alto non meno di sette piedi.

       «L'ho fatto io. Andremo insieme a farlo volare, voi e io,» disse il signor Dick. «Guardate qui.»

       Mi fece vedere che era tutto coperto da una scrittura minutamente e laboriosamente tracciata; ma in modo cosď chiaro che, mentre davo uno sguardo alle righe, potei leggere qualche altra allusione alla testa di Carlo I in uno o due punti.

       «Ho una quantitą di spago,» disse il signor Dick, «e quando vola in alto porta molto lontano i fatti che ho descritto. ť il mio modo di diffonderli. Non so dove possano calare. Dipende dalle circostanze, dal vento e cosď via; ma c'Ź sempre qualche probabilitą.»

       Il suo volto era cosď mite e piacevole e aveva in sé qualche cosa che ispirava tanta reverenza, per quanto florido e cordiale, che mi domandavo se tutto questo non fosse che un bonario scherzo. Cosď risi, e lui rise, e ci separammo come i migliori amici del mondo.

       «Bene, figliuolo,» disse mia zia quando fui sceso. «Come va il signor Dick, stamane?»

       Le riferii che le inviava i suoi omaggi e che stava andando avanti benissimo.

       «Che pensi di lui?» mi chiese la zia.

       Io avevo qualche vaga intenzione di eludere la domanda rispondendo che lo consideravo un signore molto garbato; ma mia zia non si poteva metter da parte cosď facilmente: si pose il lavoro in grembo e disse, congiungendovi sopra le mani: «Su! Tua sorella Betsey Trotwood mi avrebbe detto direttamente il suo parere su chiunque. Cerca di assomigliare piĚ che puoi a tua sorella e parla.»

       «ť forse... il signor Dick... Io chiedo perché non lo so, zia... Ź forse non del tutto in sé?» balbettai; perché sentivo che mi avventuravo su di un terreno pericoloso.

       «Nemmeno per idea,» rispose mia zia.

       «Oh, davvero?» esclamai debolmente.

       «Se c'Ź una cosa al mondo,» disse mia zia con gran forza e decisione di modi, «che il signor Dick non Ź, Ź questa.»

       Io non ebbi altro di meglio da offrirle che un altro timido: «Oh, davvero?»

       «ť stato chiamato pazzo,» proseguď la zia. «E provo un egoistico piacere nel dire che Ź stato chiamato pazzo, perché altrimenti non avrei avuto il beneficio della sua compagnia e dei suoi consigli in questi ultimi dieci anni e piĚ... anzi, proprio da quando tua sorella, Betsey Trotwood, mi deluse tanto.»

       «Da un tempo cosď lungo?» dissi.

       «Ed erano proprio della bella gente quelli che ebbero l'audacia di chiamarlo matto,» continuė mia zia. «Il signor Dick Ź in certo modo un mio lontano parente... Non importa come, e non c'Ź bisogno di parlar di questo. Se non fosse stato per me, suo fratello lo avrebbe rinchiuso per tutta la vita. E questo Ź quanto.»

       Temo che ci sia stata in me una certa ipocrisia, ma, vedendo che la zia era quanto mai appassionata all'argomento, cercai di apparire anch'io non meno appassionato.

       «Un meraviglioso imbecille!» disse mia zia. «Solo perché suo fratello Dick era un po' eccentrico - sebbene nemmeno per la metą eccentrico come tanta gente - quello non volle tenerselo in casa, in vista di tutti, e lo spedď in un certo ricovero privato, sebbene fosse stato affidato alle sue particolari cure dal padre defunto, il quale lo credeva idiota fin dalla nascita. Doveva essere molto accorto, lui, per pensare una cosa simile! Il vero matto era lui certamente.»

       Di nuovo, visto che mia zia sembrava molto convinta di quel che diceva, cercai di apparir del tutto convinto anch'io.

       «Cosď mi feci avanti,» proseguď lei, «e avanzai una proposta. Dissi: ‹Vostro fratello Ź sano... molto piĚ sano di quanto siate o sarete mai voi, almeno c'Ź da sperarlo. Dategli la sua piccola rendita e lasciate che venga a vivere con me. Io non ho paura di lui, io non sono tanto orgogliosa da vergognarmene, io sono pronta a prendermi cura di lui e non lo maltratterė come ha fatto certa gente (oltre quella del ricovero).› Dopo un bel po' di battibecchi,» disse la zia, «riuscii ad averlo; e da allora Ź rimasto qui. ť l'essere piĚ amichevole e docile che esista, e quanto a consigli... ! Ma nessuno conosce che cosa sia la mente di quell'uomo se non io.»

       La zia si lisciė l'abito e scosse il capo come se lanciasse una sfida al mondo intero lisciandosela via dal primo e scuotendola fuori dal secondo.

       «Aveva una sorella prediletta,» aggiunse la zia, «una buona creatura molto affettuosa con lui. Ma fece quello che fanno tutte: prese marito. E lui fece quello che fanno tutti: la rese infelice. La cosa ebbe un tale effetto sulla mente del signor Dick (non sarą questa la pazzia, spero!) che, combinandosi col terrore che ha di suo fratello e col senso della crudeltą di lui, gli provocė la febbre. Questo accadde prima che venisse da me, ma il ricordo lo opprime ancor oggi. Ti ha detto qualche cosa circa il re Carlo I, figliuolo?»

       «Sď, zia.»

       «Ah!» esclamė strofinandosi il naso come se la cosa le dispiacesse un po'. «ť il suo modo simbolico di esprimere quel fatto. Naturalmente ricollega la sua malattia con qualche cosa che lo ha profondamente agitato e turbato, e questa Ź la figura, o la similitudine, o comunque si chiami, che preferisce usare. E perché non dovrebbe farlo, se gli sembra adatta?»

       Io dissi: «Certamente, zia.»

       «Non Ź un modo di esprimersi pratico,» commentė la zia, «e nemmeno corrente. Me ne rendo conto; ed Ź questa la ragione per cui insisto che, nel suo Memoriale, non appaia nemmeno una parola in proposito.»

       «ť un memoriale sulla sua propria storia, quello che sta scrivendo, zia?»

       «Sď, figliuolo,» mi rispose grattandosi ancora il naso. «Sta preparando un memoriale per il Lord Cancelliere, o il Lord Qualcuno o Qualche altro - uno di quelli, insomma, che sono pagati per ricevere memoriali - relativo alle sue faccende. Suppongo che potrą essere presentato uno di questi giorni. Non Ź ancora riuscito a stenderlo senza introdurvi quel suo modo di esprimersi; ma questo non significa nulla; serve a tenerlo occupato.»

       In realtą scoprii in seguito che per tutti i dieci anni precedenti il signor Dick aveva tentato di tenere il re Carlo I fuori dal suo Memoriale; ma ce lo aveva regolarmente tirato dentro, e adesso era ancora a quel punto.

       «Ripeto,» insisté la zia, «che nessuno conosce che cosa sia la mente di quell'uomo se non io; e che Ź l'essere piĚ docile e amichevole che esista. A volte gli piace lanciare un aquilone. E con questo? Anche Franklin lanciava gli aquiloni. Era un quacchero o qualche cosa di simile, se non mi sbaglio. E un quacchero che lancia un aquilone Ź molto piĚ ridicolo di ogni altro.»

       Se avessi potuto immaginare che mia zia avesse raccontato questi particolari a mio esclusivo vantaggio e come espressione di confidenza verso di me, mi sarei sentito molto lusingato e avrei tratto favorevoli auspici da un tal segno di stima. Ma non potei fare a meno di notare che ci si era immersa soprattutto perché le era venuto in mente quell'argomento, con pochissimo riferimento alla mia persona, sebbene si fosse rivolta a me in mancanza di altri.

       In egual tempo devo dire che la generositą con cui era scesa in lizza a difesa del povero e innocuo signor Dick, non solo ispirava al mio giovane cuore qualche egoistica speranza, ma lo riscaldava disinteressatamente verso di lei. Credo che cominciai allora ad accorgermi che in mia zia, nonostante le sue numerose eccentricitą e i suoi strani umori, v'era qualche cosa degno di stima e di fiducia. Sebbene quel giorno fosse esattamente bisbetica come il giorno prima, e, come allora, sempre dentro e fuori per via dei somari, e fosse colpita dal piĚ furente sdegno quando un giovanotto di passaggio lanciė un'occhiata significativa a Janet attraverso la finestra (che era il piĚ grave misfatto che si potesse commettere contro la dignitą di mia zia), mi parve tuttavia incutermi un maggior rispetto, se non una minore paura.

       Enorme fu l'ansietą che mi oppresse nell'intervallo che necessariamente trascorse prima che si potesse ricevere una risposta alla lettera inviata al signor Murdstone; ma io cercai di dissimularla e, standomene cheto cheto, di rendermi piĚ gradito che potessi tanto alla zia che al signor Dick. Quest'ultimo sarebbe volentieri uscito con me per lanciare il grande aquilone, ma non avevo ancora altre vesti se non l'abbigliamento, tutt'altro che decorativo, nel quale ero stato agghindato il primo giorno e che mi teneva confinato in casa, tranne un'ora, a buio, quando la zia, per amor della mia salute, mi faceva passeggiare su e giĚ lungo il margine del dirupo, prima di mandarmi a letto. Alla fine arrivė la risposta da parte del signor Murdstone, e la zia mi informė, con mio infinito terrore, che sarebbe arrivato il giorno dopo per parlarle. Il giorno dopo, sempre infagottato nel mio strano abbigliamento, me ne rimasi seduto a contar lo scorrer del tempo, rosso e ardente nel conflitto che combattevano in me le naufraganti speranze e le insorgenti paure, e in attesa di trasalire alla vista del tetro volto il cui indugio mi faceva tremare di minuto in minuto.

       Mia zia era un po' piĚ imperiosa e severa del solito, ma non osservai in lei alcun altro indizio che si preparasse a ricevere il visitatore da me cosď temuto. Si sedette al lavoro davanti alla finestra, e io mi sedetti accanto a lei, con i pensieri che andavano disperdendosi su tutti i possibili e impossibili risultati della visita del signor Murdstone, fino al pomeriggio inoltrato. Il pranzo era stato indefinitamente differito; ma si era fatto cosď tardi che la zia aveva ordinato di prepararlo quando lanciė un improvviso allarme di asini, e, con mia profonda costernazione e meraviglia, scorsi la signorina Murdstone che, su una sella da donna, cavalcava deliberatamente sopra il sacro spiazzo erboso e si fermava davanti alla casa guardandosi intorno.

       «Andatevene, voi!» gridė la zia scuotendo la testa e il pugno dalla finestra. «Non avete niente a che fare qui. Come osate violare la proprietą? Via di qui! Oh! brutta sfacciata!»

       La zia era cosď esasperata dalla freddezza con cui la signorina Murdstone si guardava attorno, che la credetti proprio paralizzata e incapace di precipitarsi fuori come era solita. Colsi l'occasione per avvertirla di chi si trattava, e che il signore che veniva dietro la colpevole (perché la salita era molto erta e lui era rimasto distanziato) era il signor Murdstone in persona.

       «Non m'importa niente di chi siano!» strepitė la zia sempre scuotendo la testa e facendo gesti, che eran tutto fuorché di benvenuto, dal bovindo. «Non voglio che la mia proprietą sia violata. Non lo permetto. Via di lą! Janet, volta il somaro. Portalo via!» E, di dietro alla zia, scorsi una sorta di mischia violenta nella quale l'asino resisteva a tutti con le gambe puntate ai quattro venti, mentre Janet tentava di farlo voltare tirandolo per la briglia, il signor Murdstone cercava di proseguire, la signorina Murdstone colpiva Janet con l'ombrellino e parecchi ragazzi, venuti a godersi la battaglia, urlavano a pieni polmoni. Ma la zia, ravvisando improvvisamente fra loro il giovane malfattore che conduceva l'asino e che era uno dei suoi piĚ inveterati trasgressori, sebbene non avesse piĚ di un tredici anni, si precipitė nella scena dell'azione, piombė su di lui, lo catturė, lo trascinė, con la giacchetta rovesciata sulla testa e i calcagni che raspavano il terreno, entro il giardino, e, gridando a Janet di andare a chiamare le guardie e i magistrati perché lo arrestassero, giudicassero e giustiziassero sul posto, lo tenne lď prigioniero. Questa prima parte dell'episodio, tuttavia, non durė a lungo; perché quel mascalzoncello, esperto in una quantitą di finte e di astuzie di cui mia zia non aveva la minima idea, scappė presto via urlando come un ossesso, lasciando certe profonde orme delle sue scarpe chiodate nelle aiuole fiorite e portandosi via trionfalmente il suo somaro.

       La signorina Murdstone, durante l'ultima parte della contestazione, era smontata e adesso stava aspettando col fratello, ai piedi della scalinata, che la zia avesse agio di riceverli. Mia zia, un po' arruffata dal combattimento, passė davanti a loro con grande dignitą per rientrare in casa e ignorė la loro presenza finché furono annunciati da Janet.

       «Devo andarmene, zia?» chiesi tremando.

       «Nossignore,» mi rispose. «No certo!» e cosď dicendo mi spinse in un angolo presso di lei e mi ci rinchiuse con una sedia, come se fosse una prigione o il divisorio di un tribunale. In questa posizione rimasi durante l'intera intervista e di lď vidi il signore e la signorina Murdstone entrare nella stanza.

       «Oh!» disse la zia. «Poco fa ignoravo a chi avessi l'onore di fare obiezione. Ma non permetto ad alcuno di cavalcare su quel praticello, e non faccio eccezioni. Nessuno deve farlo.»

       «ť una regola piuttosto imbarazzante per gli estranei,» disse la signorina Murdstone.

       «Ma Ź cosď,» rispose la zia.

       Il signor Murdstone sembrava temere un rinnovarsi delle ostilitą e, interponendosi, cominciė:

       «Signorina Trotwood!»

       «Domando scusa,» lo interruppe mia zia volgendogli uno sguardo acuto. «Voi siete quel signor Murdstone che ha sposato la vedova del mio defunto nipote, David Copperfield della Cornacchia di Blunderstone? Perché poi La cornacchia, io non lo so!»

       «Lo sono,» rispose il signor Murdstone.

       «Vorrete scusarmi, signore,» replicė la zia, «se vi dico che, a mio parere, sarebbe stato molto meglio, e avrebbe avuto risultati molto piĚ felici, se aveste lasciato in pace quella povera bambina.»

       «Concordo tanto piĚ con quanto la signorina Trotwood ha notato,» osservė risentita la signorina Murdstone, «in quanto ritengo che la nostra compianta Clara sia stata, sotto ogni rispetto, niente piĚ che una bambina.»

       «ť un conforto per me e per voi, signora,» disse mia zia, «che siamo in lą negli anni e che non corriamo il pericolo di essere rese infelici dalle nostre personali attrattive, pensare che nessuno puė dire lo stesso di noi.»

       «Senza dubbio!» rispose la signorina Murdstone, sebbene, mi parve, con un consenso non molto pronto né garbato. «E certo sarebbe stata una cosa molto migliore e piĚ felice per mio fratello, se non avesse mai contratto questo matrimonio. Sono sempre stata di questa opinione.»

       «Ne sono sicura,» disse la zia; poi, suonando il campanello: «Janet, portate i miei omaggi al signor Dick e pregatelo di scendere.»

       Finché questi non arrivė, la zia rimase seduta dritta e rigida guardando accigliata la parete. Quando apparve, compď la cerimonia delle presentazioni.

       «Il signor Dick. Un vecchio e intimo amico, del cui giudizio,» disse enfaticamente mia zia a mo' di ammonimento per il signor Dick, che si stava mordicchiando l'indice e aveva un'aria piuttosto svanita, «faccio gran conto.»

       A questo accenno il signor Dick si tolse il dito di bocca e rimase in mezzo al gruppo con un'espressione grave e attenta sul volto. Mia zia inclinė allora la testa verso il signor Murdstone, che proseguď:

       «Signorina Trotwood, nel ricevere la vostra lettera, ho considerato un atto di maggior giustizia verso me stesso, e forse di maggior rispetto verso di voi...»

       «Grazie,» disse mia zia sempre volgendogli il suo sguardo penetrante, «ma non badate a me.»

       «Rispondere di persona, per quanto scomodo fosse il viaggio,» continuė il signor Murdstone, «piuttosto che per lettera. Questo sciagurato ragazzo che Ź fuggito dai suoi amici e dal suo lavoro...»

       «E il cui aspetto,» lo interruppe la sorella dirigendo l'attenzione generale verso di me, nel mio indefinibile costume, «Ź assolutamente scandaloso e vergognoso!»

       «Jane Murdstone,» disse suo fratello, «abbi la bontą di non interrompermi. Questo sciagurato ragazzo, signorina Trotwood, Ź stato occasione di molti crucci e angustie domestiche, sia quando la mia defunta e cara moglie era in vita, sia in seguito. Ha uno spirito chiuso e ribelle; un carattere violento; un'indole difficile e intrattabile. Mia sorella e io abbiamo cercato di correggere i suoi difetti, ma invano. E ho giudicato - entrambi noi abbiamo giudicato, posso dirlo, perché mia sorella ha tutta la mia fiducia - giusto che ascoltaste dalle nostre labbra questa grave e spassionata assicurazione.»

       «Non v'Ź alcun bisogno che confermi qualche cosa affermata da mio fratello,» disse la signorina Murdstone, «ma vi prego di notare che, fra tutti i ragazzi del mondo, io sono convinta che questo Ź il peggiore.»

       «Un po' forte!» disse seccamente mia zia.

       «Ma non certo troppo forte di fronte ai fatti,» ribatté la signorina Murdstone.

       «Ah!» disse mia zia. «Ebbene, signore?»

       «Io ho opinioni personali,» riprese il signor Murdstone, il cui volto si oscurava sempre piĚ quanto piĚ lui e la zia si guardavano, cosa che facevano molto intensamente, «sul miglior modo di educarlo; sono fondate in parte sulla conoscenza che ho di lui e in parte su quella dei miei mezzi e delle mie risorse. Di esse sono responsabile di fronte a me stesso, in base ad esse agisco e di esse non dico altro. Basti il fatto che io colloco questo ragazzo in un'azienda rispettabile sotto la sorveglianza di un mio amico; la cosa non gli piace; lui scappa e va per le campagne come un qualsiasi vagabondo; e arriva qui cencioso per raccomandarsi a voi, signorina Trotwood. Desidero mettervi dinanzi, in piena coscienza, le esatte conseguenze - per quanto almeno possano essere a mia conoscenza - dell'averlo voi favorito nel passo che ha fatto.»

       «Ma per quel che riguarda anzitutto questa azienda rispettabile,» lo interruppe la zia. «Se fosse stato vostro figlio, lo avreste impiegato lď egualmente, suppongo?»

       «Se fosse stato il figlio di mio fratello,» intervenne la signorina Murdstone, «sono convinta che il suo carattere sarebbe stato totalmente diverso.»

       «E se quella povera bambina, sua madre, fosse stata in vita, il ragazzo sarebbe stato mandato egualmente in quella rispettabile azienda, non Ź vero?» incalzė la zia.

       «Credo,» rispose il signor Murdstone chinando la testa, «che Clara non si sarebbe opposta a niente di ciė che io e mia sorella Jane Murdstone avessimo deciso che fosse per il meglio.»

       La signorina Murdstone lo confermė con un udibile mugolďo.

       «Hum!» esclamė la zia. «Disgraziata bambina!»

       Il signor Dick, che per tutto il tempo aveva fatto risuonare le monete che aveva in tasca, lo fece adesso in modo cosď sonoro che mia zia credette necessario richiamarlo all'ordine con uno sguardo prima di chiedere:

       «La rendita annuale di quella povera figliuola Ź cessata con lei?»

       «ť cessata con lei,» rispose il signor Murdstone.

       «E non c'era alcuna disposizione, riguardo al ragazzo, per la piccola proprietą - la casa e il giardino - quella cosiddetta Cornacchia senza cornacchie?»

       «ť stata lasciata a lei, incondizionatamente, dal suo primo marito,» cominciė il signor Murdstone, ma la zia lo interruppe con la piĚ impaziente irascibilitą.

       «Buon Dio, signor mio, non c'Ź alcun bisogno di dirlo. Lasciata a lei incondizionatamente! Mi par di vederlo David Copperfield che cerca di prevedere una condizione di qualsiasi sorta, anche se l'avesse avuta lď sotto il naso. Naturalmente le fu lasciata senza alcuna riserva. Ma quando contrasse il secondo matrimonio - quando insomma fece quel disastroso passo di sposarvi, per esser chiari,» ribatté la zia, «nessuno, in quel tempo, si curė di dire una parola per il ragazzo?»

       «La mia defunta moglie amava il suo secondo marito, signora,» rispose il signor Murdstone, «e aveva implicitamente fiducia in lui.»

       «La vostra defunta moglie era la piĚ idealista, la piĚ infelice, la piĚ disgraziata delle bambine,» ribatté mia zia scuotendo la testa verso di lui. «Ecco quello che era. E adesso, che cosa avete ancora da dire?»

       «Soltanto questo, signorina Trotwood,» rispose lui. «Io sono qui per riprendere David: per riprenderlo incondizionatamente, per disporre di lui come credo meglio e per comportarmi con lui come considero giusto. Non sono qui per far promesse o dar garanzie a chiunque. Forse, signorina Trotwood, avete qualche idea di sostenerlo nella sua fuga e nelle lamentele che vi ha fatto. I vostri modi, che devo dire non sembrano diretti a favorire intese, mi inducono a crederlo possibile. Ora devo avvertirvi che, se lo sostenete una volta, lo sostenete definitivamente e per sempre; se vi mettete fra lui e me adesso, vi resterete per sempre, signorina Trotwood. Non intendo scherzare né lasciare che si scherzi con me su questo argomento. Sono qui, per la prima e l'ultima volta, disposto a portarlo via. ť pronto a venire? Se non lo Ź - e voi mi dite che non lo Ź, mi Ź indifferente sapere sotto qual pretesto - la mia porta Ź chiusa per lui da ora in avanti, e la vostra, lo considero sicuro, gli Ź aperta.»

       Questa allocuzione, la zia l'aveva ascoltata con la massima attenzione, sedendo tutta dritta, con le mani riunite su di un ginocchio e guardando trucemente colui che parlava. Quando lui ebbe finito, ella volse gli occhi cosď da dominare la signorina Murdstone, senza tuttavia modificare la propria attitudine, e disse:

       «Bene, signora, e voi avete qualche cosa da notare?»

       «In veritą, signorina Trotwood,» rispose la signorina Murdstone, «tutto quello che potevo dire Ź stato detto cosď bene da mio fratello, e tutto ciė che so rispondente alla realtą dei fatti Ź stato cosď chiaramente esposto da lui, che non ho nulla da aggiungere se non ringraziarvi per la vostra cortesia. Per la vostra indubbiamente estrema cortesia,» aggiunse la signorina Murdstone con una ironia che non impressionė mia zia piĚ di quanto turbasse il cannone presso il quale avevo dormito a Chatam.

       «E che cosa dice il ragazzo?» chiese la zia. «Sei disposto ad andare, David?»

       Risposi di no e la scongiurai di non farmi andare. Dissi che né il signore né la signorina Murdstone mi avevano mai voluto bene né erano mai stati buoni con me. Che per causa mia avevano reso infelice la mamma la quale mi aveva sempre teneramente amato, e che lo sapevo bene e che anche Peggotty lo sapeva. Aggiunsi di essere stato piĚ infelice di quanto alcuno potesse credere solo sapendo che ero un bambino. E pregai e supplicai la zia - non ricordo ora con quali parole ma so che allora mi commossero profondamente - di aiutarmi e proteggermi per amore di mio padre.

       «Signor Dick,» disse la zia, «che cosa devo fare di questo ragazzo?»

       Il signor Dick meditė, esitė, s'illuminė e rispose: «Fargli prendere subito le misure per un nuovo corredo.»

       «Signor Dick,» esclamė la zia con aria trionfante, «datemi la mano perché il vostro buon senso Ź inestimabile.» E, datagli una stretta vigorosa e cordiale, mi trasse a sé e disse al signor Murdstone:

       «Potete andare quando volete; affronterė la mia prova con il ragazzo. Se Ź tutto quello che voi dite, farė per lui per lo meno quello che avete fatto voi. Ma non ne credo nemmeno una parola.»

       «Signorina Trotwood,» rispose il signor Murdstone stringendosi nelle spalle mentre si alzava, «se foste un uomo...»

       «Bah! Tutte sciocchezze!» lo interruppe la zia. «Non parlatemi.»

       «Che squisita cortesia!» esclamė la signorina Murdstone alzandosi. «Proprio obbligante.»

       «Credete che non sappia,» continuė mia zia senza badare affatto alla sorella e continuando a rivolgersi al fratello e a scuotere la testa verso di lui in modo quanto mai espressivo, «che genere di vita dovete aver fatto fare a quella povera, infelice e sconsigliata bambina? Credete che non sappia quale sciagurato giorno Ź stato, per quella dolce creatura, il giorno in cui per la prima volta voi capitaste sulla sua strada... tutto moine e occhiate languide, potrei garantirlo, come se foste incapace di dir ‹passa via› a un'oca!»

       «Non ho mai udito niente di cosď elegante!» commentė la signorina Murdstone.

       «Credete che non possa capirvi esattamente come se vi avessi visto,» proseguď la zia, «ora che vi vedo e vi ascolto... cosa che, per parlar chiaro, Ź tutto per me fuor che un piacere? Oh sď, santo cielo! chi piĚ morbido e liscio del signor Murdstone, da principio! La povera innocente accecata non aveva mai visto un uomo simile. Era impastato di dolcezza. La venerava. Aveva una vera passione per suo figlio... una tenera passione. Sarebbe stato per lui un secondo padre, e sarebbero tutti vissuti insieme in un giardino di rose, vero? Uh! Toglietevi dai piedi, andiamo,» disse la zia.

       «Non ho mai ascoltato un tipo simile in vita mia!» esclamė la signorina Murdstone.

       «E quando avete avuto in vostro potere quella povera sciocchina,» riprese la zia, «- Dio mi perdoni se la chiamo cosď ora che Ź andata lą dove voi non andrete tanto presto - poiché non avevate fatto abbastanza male a lei e ai suoi, dovevate cominciare a educarla, non Ź vero? cominciare a soggiogarla come un povero uccellino in gabbia, e a logorare la sua vita di delusioni insegnandole a cantare le vostre note!»

       «Questa Ź pazzia o ebbrezza,» disse la signorina Murdstone esasperata per non esser capace di rivolgere verso di sé l'impeto di mia zia; «e sospetto che si tratti di ebbrezza.»

       La signorina Betsey, senza badare minimamente all'interruzione, continuė a indirizzarsi al signor Murdstone come se l'altra non esistesse.

       «Signor Murdstone,» disse agitando il dito verso di lui, «voi siete stato il tiranno di una bambina ingenua e le avete spezzato il cuore. Era una bambina piena di affetto - lo so; me ne ero accorta gią anni prima che voi la conosceste - e le avete inferto in quanto vi era di piĚ nobile nella sua debolezza le ferite di cui Ź morta. Ecco la veritą che puė confortarvi, vi piaccia o no. E voi e i vostri complici potete trarne il meglio che vi riuscirą.»

       «Permettetemi di chiedervi, signorina Trotwood,» intervenne ancora la signorina Murdstone, «chi vi siete compiaciuta di chiamare, con parole sulla cui scelta non ho esperienza, i complici di mio fratello.»

       Sempre sorda alla sua voce e completamente impassibile, la signorina Betsey proseguď:

       «Era abbastanza chiaro, come vi ho detto, gią da anni prima che la conosceste - e perché mai, nei misteriosi piani della Provvidenza, l'abbiate conosciuta Ź cosa che va oltre la comprensione umana - era abbastanza chiaro che quella povera e dolce creatura avrebbe finito col risposarsi prima o poi; ma speravo che le cose non si sarebbero volte in modo cosď sciagurato. Era il tempo, signor Murdstone, in cui ella diede alla luce questo ragazzo,» continuė la zia; «questo povero figliuolo di cui vi siete valso tante volte per tormentarla in seguito e che Ź per voi un cosď sgradevole ricordo da rendervene odiosa la vista. Sď, sď, sono inutili questi sobbalzi!» insisté la zia. «So che Ź vero anche senza di questo.»

       Lui era rimasto fermo presso la porta per tutto questo tempo, osservandola con un sorriso sul volto, sebbene le sue nere sopracciglia fossero profondamente contratte. Notai adesso che, per quanto il sorriso persistesse, il colore era improvvisamente scomparso dal suo volto ed egli sembrava respirare come se avesse fatto una lunga corsa.

       «Buon giorno, signore,» concluse mia zia, «e addio. Buon giorno anche a voi, signora,» aggiunse volgendosi di scatto alla sorella. «Fate che vi veda a cavallo di un somaro ancora una volta sul mio prato, e come Ź vero che avete una testa sulle spalle, vi strappo il cappellino e ci salto sopra.»

       Ci vorrebbe un pittore, e un pittore non comune, per effigiare il volto di mia zia mentre dava sfogo a questo sentimento inatteso, e quello della signorina Murdstone quando lo udď. Ma il tono del suo parlare, non meno del contenuto, era cosď fiero, che la signorina Murdstone, senza fiatare, infilė prudentemente il braccio sotto quello di suo fratello, e uscď altera dalla villa; mia zia rimase alla finestra guardandoli, pronta, non ne ho dubbio, a mettere in atto la sua minaccia qualora fosse apparso qualche asino.

       Comunque, non essendo stato fatto alcun tentativo di sfida, il suo volto si rilassė a poco a poco, e divenne cosď simpatico che io ne fui incoraggiato a darle un bacio e ringraziarla, cosa che feci di tutto cuore e gettandole entrambe le braccia al collo. Poi porsi la mano al signor Dick, che me la strinse una quantitą di volte e salutė questa felice conclusione di tutta la vicenda con ripetuti scoppi di risa.

       «Vi considererete tutore, con me, di questo ragazzo, signor Dick,» disse mia zia.

       «Sarė felice,» rispose il signor Dick, «di essere il tutore del figlio di David.»

       «Benissimo,» disse la zia, «questo Ź sistemato. Pensavo, sapete, signor Dick, che potrei chiamarlo Trotwood.»

       «Certo, certo. Chiamatelo Trotwood, sicuro,» rispose il signor Dick. «Trotwood figlio di David.»

       «Trotwood Copperfield, voglio dire,» ribatté la zia.

       «Sď, certo. Sď. Trotwood Copperfield,» si corresse il signor Dick un po' mortificato.

       Mia zia si infervorė tanto su questa idea, che alcuni abiti gią fatti, acquistati per me quel pomeriggio stesso, vennero marcati «Trotwood Copperfield» di sua propria mano e con inchiostro indelebile prima che li indossassi; e fu stabilito che tutti gli altri abiti ordinati per me (era stato ordinato quel pomeriggio un intero corredo) sarebbero stati marcati nello stesso modo.

       Cosď cominciai la mia nuova vita, con un nuovo nome e tutto nuovo intorno a me. Ora che i dubbi e le incertezze erano finiti, per alcuni giorni mi parve di vivere in un sogno. Non mi venne mai in mente di avere una singolare coppia di tutori in mia zia e nel signor Dick. Non pensai mai, distintamente, a qualsiasi cosa che mi riguardasse. Le due cose piĚ chiare che avevo in testa erano che l'antica vita di Blunderstone era divenuta qualche cosa di remoto, sembrava giacere nella nebbia di una incommensurabile lontananza; e che una cortina era caduta per sempre sulla mia esistenza da Murdstone e Grinby. Da allora nessuno ha mai rialzato quella cortina. L'ho sollevata io per un momento, in questo racconto, con mano riluttante, e l'ho lasciata ricadere con gioia. Il ricordo di quella vita Ź cosď onusto per me di pena, di sofferenza mentale e di disperazione, che non ho mai avuto nemmeno il coraggio di considerare quanto a lungo fossi stato costretto a condurla. Non so se sia durata un anno, o piĚ, o meno. So solo che Ź stata e che ha cessato di essere; questo ho scritto e qui l'abbandono.

 

XV • COMINCIO DI NUOVO

 

 

 

       Il signor Dick e io divenimmo presto i migliori amici, e molto spesso, quando era finita la sua giornata di lavoro, uscivamo insieme per far volare il grande aquilone. Ogni giorno della sua vita sedeva a lungo davanti al Memoriale, che non faceva mai il minimo progresso, per quanto vi lavorasse sodo, perché il re Carlo I, prima o poi, ci capitava dentro, e allora tutto veniva messo da parte e si cominciava un altro Memoriale. La pazienza e la fiducia con cui sopportava queste continue delusioni, la sua rassegnata consapevolezza che in re Carlo I c'era qualche cosa che non andava, i deboli sforzi che faceva per tenerlo fuori e l'ineluttabilitą con cui quello ci tornava e mandava a rotoli tutto il Memoriale, mi facevano una profonda impressione. Che cosa il signor Dick supponesse che sarebbe sorto dal suo Memoriale, se lo avesse finito; dove credesse che sarebbe andato, o a che cosa pensasse che sarebbe servito, immagino che non lo sapesse lui piĚ di qualsiasi altro. Ma non era affatto necessario che si crucciasse con queste domande, perché, se vi era qualche cosa di certo sotto il sole, era la certezza che il Memoriale non sarebbe mai finito.

       Era uno spettacolo commovente, pensavo, vederlo col suo aquilone che si levava a grande altezza nell'aria. Quello che mi aveva detto nella sua stanza circa la sua fede nel diffondere le dichiarazioni incollatevi sopra, che altro non erano se non vecchi fogli di Memoriali abortiti, poteva essere stata, a volte, una sua fantasia; ma non quando era fuori a guardare nel cielo il suo aquilone, che gli tirava la mano con piccoli strappi. Mai come allora appariva sereno. Seduto accanto a lui, verso sera, su di un verde pendďo, e osservandolo intento all'aquilone, alto nell'aria tranquilla, solevo fantasticare che quel giuoco sollevasse la sua mente dalla confusione in cui era immersa e la portasse (secondo il mio pensiero infantile) nel cielo. E via via che avvolgeva lo spago e l'aquilone veniva giĚ, sempre piĚ basso, uscendo dalla chiara luce, finché ondeggiava a terra e vi rimaneva come cosa morta, egli sembrava svegliarsi a poco a poco da un sogno; e ricordo di averlo visto raccoglierlo e volgere intorno uno sguardo perduto, come se fossero precipitati insieme, cosď che ne sentivo una profonda pietą.

       Mentre avanzavo nell'amicizia e nell'intimitą col signor Dick, non restavo addietro nel favore della sua fedele amica, mia zia. Ella mi si affezionė tanto che, nel giro di poche settimane, abbreviė il mio nome adottivo di Trotwood in Trot; e addirittura mi incoraggiė a sperare che, se continuavo come avevo cominciato, avrei potuto salire, nel suo affetto, allo stesso livello di mia sorella Betsey Trotwood.

       «Trot,» mi disse una sera, quando, come al solito, fu portata la tavola reale per lei e il signor Dick, «non dobbiamo dimenticare la tua educazione.»

       Era questo l'unico motivo di ansietą rimastomi, e fui felice che lei vi si riferisse.

       «Ti piacerebbe andare in collegio a Canterbury» mi chiese la zia.

       Risposi che mi sarebbe piaciuto moltissimo, visto che le sarei rimasto cosď vicino.

       «Bene,» disse, «ti piacerebbe andarci domani?»

       Gią abituato alla consueta rapiditą delle decisioni della zia, non mi meravigliai dell'improvvisa proposta e risposi: «Sď».

       «Bene,» ripeté la zia. «Janet, noleggia il cavallino grigio e il calesse per domattina alle dieci, e fa stasera stessa la valigia per il signorino Trotwood.»

       Fui molto sollevato da questi ordini, ma il cuore mi rimproverė il mio egoismo quando ne scorsi gli effetti sul signor Dick, il quale fu cosď abbattuto dalla prospettiva della nostra separazione e giuocė cosď male in conseguenza, che mia zia, dopo avergli dato sulle nocche parecchi colpetti ammonitori col bossolo dei dadi, chiuse il tavoliere e si rifiutė di continuare a giocare con lui. Ma, udendo dalla zia che, ogni tanto, sarei tornato il sabato e che egli avrebbe potuto venire ogni tanto a trovarmi il mercoledď, si rianimė; e promise di fare un altro aquilone per queste occasioni, di dimensioni molto superiori a quelle dell'attuale. Il mattino era di nuovo abbattuto, e avrebbe voluto riprendersi dandomi tutto il denaro che possedeva, compreso l'oro e l'argento, se mia zia non fosse intervenuta limitando il dono a cinque scellini che, in seguito alle sue calorose richieste, furono portati a dieci. Ci separammo al cancello del giardino nel modo piĚ affettuoso, e il signor Dick non rientrė in casa finché il calesse guidato dalla zia non fu scomparso dalla sua vista.

       La zia, che non si preoccupava minimamente dell'opinione pubblica, guidė in modo magistrale il cavallino grigio per le vie di Dover; seduta dritta e impettita come il cocchiere di una berlina, teneva lo sguardo fisso su di lui dovunque trottasse e si piccava di non lasciarlo andare a suo talento per nessuna ragione. Quando perė giungemmo sulla strada di campagna gli concesse un po' piĚ di libertą; e abbassando gli occhi verso di me, che ero al suo fianco, in una vallata di cuscini, mi domandė se ero contento.

       «Proprio molto contento, zia; grazie,» risposi.

       Ne fu soddisfattissima, e, avendo entrambe le mani occupate, mi diede un colpettino in testa con la frusta.

       «ť un grande collegio, zia?» chiesi.

       «Be', non lo so,» mi rispose. «Prima di tutto andiamo dal signor Wickfield.»

       «E lui dirige un collegio?» chiesi ancora.

       «No, Trot,» disse la zia. «Ha uno studio.»

       Non chiesi altre informazioni sul signor Wickfield, visto che la zia non me ne dava, e parlammo di altre cose finché non giungemmo a Canterbury, dove, essendo giorno di mercato, la zia ebbe una magnifica occasione per far volteggiare il cavallino grigio fra carri, ceste, verdure e bancarelle. Le giravolte e le virate al capello che facevamo, ci tiravano addosso una fioritura di espressioni non sempre complimentose da parte della gente che ci era attorno; ma la zia guidava con perfetta indifferenza, e direi che avrebbe tirato avanti per la sua strada con la stessa freddezza attraverso un paese nemico.

       Alla fine ci fermammo davanti a un vecchio edificio che dominava la via; una casa con finestre a inferriata, larghe e basse, molto sporgenti, e travi con teste intagliate agli estremi, pure sporgenti dal cornicione, tanto che fantasticai che la casa intera si sporgesse in avanti per vedere quello che succedeva sullo stretto lastricato sottostante. La facciata era pulita e senza macchie. L'antiquato battente di ottone sulla bassa porta ad arco decorata con ghirlande di frutti e fiori intagliati, brillava come una stella; i due gradini di marmo che scendevano dalla porta erano bianchi come se fossero coperti da un nitido lino; e tutti gli angoli e gli spigoli, e gli intagli e le modanature, e i bizzarri pannelli di vetro, e le finestrelle ancor piĚ bizzarre, per quanto vecchi come le colline, erano immacolati come la piĚ pura neve che su quelle colline fosse mai caduta.

       Quando il calesse si fu fermato davanti alla porta e mentre i miei occhi erano intenti a contemplare la casa, scorsi un volto cadaverico apparire a una finestrella del terreno (in una torretta rotonda che formava un angolo della casa) e subito scomparire. La bassa porta a volta allora si aprď e quel volto si sporse. Era cadaverico come quando era apparso alla finestra, sebbene nella sua tinta ci fosse quella sfumatura di rosso che si puė osservare talora nella pelle di coloro che hanno i capelli rossi. Apparteneva infatti a un tipo dai capelli fulvi - un giovane di quindici anni, come so adesso, ma che sembrava molto piĚ anziano - tagliati corti come la piĚ corta stoppia, il quale aveva appena accennate le sopracciglia ed era del tutto privo di ciglia, con occhi di un rosso bruno cosď nudi e indifesi che ricordo mi domandai come facesse a dormire. Aveva larghe spalle e ossa massicce; era vestito dignitosamente di nero con una bianca cravatta a fiocco, abbottonato fino alla gola; e aveva una lunga e scarna mano scheletrica che attrasse particolarmente la mia attenzione, perché si fermė davanti al cavallino grattandosi con essa il mento mentre alzava lo sguardo su di noi che eravamo nel calesse.

       «Il signor Wickfield Ź in casa, Uriah Heep?» chiese la zia.

       «Il signor Wickfield Ź in casa, signora,» rispose Uriah Heep, «se volete compiacervi di entrare,» e puntė la lunga mano verso l'interno.

       Scendemmo; e, lasciatolo a badare al cavallino, entrammo in un lungo e basso salotto che dava sulla strada e dalla cui finestra, nell'entrare, potei cogliere una fugace visione di Uriah Heep che soffiava nelle narici del cavallino e immediatamente le copriva con la mano come se gli facesse qualche sortilegio. Di fronte all'alto e vecchio camino vi erano due ritratti: l'uno di un signore coi capelli grigi (sebbene niente affatto vecchio) e sopracciglia nere che guardava certe carte legate da un nastro rosso; l'altro di una signora dall'espressione dolce e tranquilla, che guardava me.

       Credo che mi stessi voltando per cercare il ritratto di Uriah, quando si apri una porta all'altro estremo della stanza ed entrė un signore alla cui vista mi volsi ancora verso il ritratto menzionato per primo per assicurarmi che non fosse uscito dalla sua cornice. Ma era fermo lď, e, mentre il signore veniva avanti nella luce, mi accorsi che era di alcuni anni piĚ vecchio di quando si era fatto fare il ritratto.

       «Signorina Betsey Trotwood,» disse il signore, «entrate, vi prego. Ero occupato per un momento, ma scuserete il mio da fare. Conoscete il mio motivo. Ne ho uno solo nella vita.»

       La signorina Betsey lo ringraziė ed entrammo nella sua stanza, che era ammobiliata come un ufficio, con libri, carte, scatole di metallo e cosď via. Dava su di un giardino e mostrava una cassaforte di ferro nel muro, cosď immediatamente sopra la mensola del caminetto che, nel sedermi, mi domandai come facevano gli spazzacamini a girarle attorno quando pulivano il camino.

       «Bene, signorina Trotwood,» disse il signor Wickfield, perché seppi subito che era lui, che faceva l'avvocato e amministrava i beni di un ricco signore della contea; «qual vento vi mena? Non un cattivo vento, spero.»

       «No,» rispose mia zia, «non vengo per questioni legali.»

       «Molto bene, signora,» disse il signor Wickfield. «ť meglio che veniate per qualsiasi altra cosa.»

       Adesso i suoi capelli erano tutti bianchi, sebbene le sopracciglia fossero ancora nere. Aveva un volto molto simpatico e, mi parve, bello. V'era nella sua carnagione una certa vivacitą di colori che da molto tempo, secondo gli insegnamenti di Peggotty, ero abituato a collegare con il vino di Porto; mi parve che quella vivacitą fosse anche nella sua voce, e attribuii alla stessa causa la sua crescente corpulenza. Era vestito molto decorosamente in giacca turchina, panciotto a righe e pantaloni di nanchino; e la sua fine camicia a gale increspate e la cravatta di cambrď apparivano insolitamente morbide e bianche, riportando la mia errante fantasia (ricordo) alle piume sul petto di un cigno.

       «Questo Ź mio nipote,» disse la zia.

       «Non sapevo che ne aveste uno, signorina Trotwood,» rispose il signor Wickfield.

       «Il mio pronipote, per dir meglio,» corresse la zia.

       «Non sapevo che aveste un pronipote, ve ne do la mia parola,» disse il signor Wickfield.

       «L'ho adottato,» spiegė la zia ondeggiando la mano nell'aria come a significare che il fatto che lo sapesse o no poco le importava, «e l'ho condotto qui per metterlo in un collegio dove possa essere istruito alla perfezione e ben trattato. Adesso ditemi dove Ź questo collegio, come Ź e ogni altra notizia in proposito.»

       «Prima che vi possa dare un consiglio appropriato,» rispose il signor Wickfield, «conoscete la domanda consueta. Che motivo avete in tutto questo?»

       «Il diavolo vi porti!» esclamė la zia. «Andate sempre a pescar motivi che avete sotto gli occhi! Che diamine! Perché sia felice e serva a qualche cosa.»

       «Deve essere un motivo complesso, credo,» disse il signor Wickfield scuotendo la testa e sorridendo incredulo.

       «Complesso un accidente,» ribatté la zia. «Vi vantate di avere un motivo puro e semplice in tutto quello che fate. Spero che non pretenderete di essere l'unico al mondo ad agire per semplice onestą.»

       «Sď, ma io ho un solo motivo nella vita, signorina Trotwood,» le rispose sorridendo. «Gli altri ne hanno a dozzine, a ventine, a centinaia. Io ne ho uno solo: qui Ź la differenza. Comunque, questo Ź fuori questione. Il miglior collegio? Quale che sia il motivo, voi volete il migliore?»

       La zia assentď.

       «Nel migliore che abbiamo,» disse il signor Wickfield riflettendo, «in questo momento vostro nipote non potrebbe entrare come convittore.»

       «Ma suppongo che potrebbe andare a pensione in qualche altra parte,» suggerď la zia.

       Il signor Wickfield pensava che fosse possibile. Dopo un po' di discussione, propose di condurre la zia al collegio perché potesse vederlo e giudicarlo da sola; e anche di condurla, per la stessa ragione, in due o tre case dove avrei potuto essere preso a pensione. Mia zia accolse la proposta e stavamo tutti e tre per metterci in cammino insieme, quando egli si fermė dicendo:

       «Forse questo nostro piccolo amico potrebbe avere qualche motivo per opporsi a una sistemazione. Penso che sarą meglio lasciarlo qui.»

       La zia sembrava disposta a fare obiezioni su questo punto, ma, per facilitare la cosa, dissi che sarei rimasto volentieri se a loro piaceva cosď; e me ne tornai nell'ufficio del signor Wickfield, dove mi rimisi a sedere sulla sedia che avevo occupato prima, per aspettare il loro ritorno.

       Accadde che questa sedia fosse di fronte a uno stretto corridoio che terminava nella stanzetta circolare alla cui finestra avevo visto affacciarsi il pallido volto di Uriah Heep. Uriah, dopo aver portato il cavallino in un vicino stallaggio, era al lavoro alla sua scrivania in questa stanza che aveva in alto un telaio di ottone per appendervi le carte e da cui pendeva lo scritto di cui stava facendo copia. Sebbene il suo viso fosse rivolto verso di me, per qualche tempo credetti che, essendo lo scritto fra di noi, egli non potesse vedermi; ma, guardando piĚ attentamente, mi sentii a disagio nel rendermi conto che, ogni tanto, i suoi occhi inquieti scendevano sotto lo scritto, come due rossi soli, e mi scrutavano di soppiatto per un intero minuto ogni volta, direi, durante il quale la sua penna scorreva, o fingeva di scorrere, agile come sempre. Feci parecchi tentativi per mettermi fuori della loro portata - come salire su di una sedia per guardare una mappa sul lato opposto della stanza o immergermi nelle colonne di un giornale del Kent - ma quegli occhi continuavano ad attrarmi; e ogni volta che volgevo lo sguardo verso quei due rossi soli, ero sicuro di incontrarli, sia che sorgessero sia che tramontassero.

       Alla fine, con mio gran sollievo, la zia e il signor Wickfield tornarono dopo un'assenza piuttosto lunga. Non avevano avuto tutto quel successo che avrei desiderato, perché, sebbene i vantaggi del collegio fossero innegabili, mia zia non aveva approvato alcuna delle pensioni proposte per me.

       «ť una vera sfortuna,» disse la zia. «Non so proprio che fare, Trot.»

       «In realtą Ź una sfortuna,» convenne il signor Wickfield. «Ma vi dirė io quello che dovete fare, signorina Trotwood.»

       «Che cosa?» chiese la zia.

       «Lasciate qui vostro nipote per il momento. ť un tipetto tranquillo, non mi disturberą affatto. Questa casa Ź l'ideale per lo studio. ť silenziosa come un monastero e quasi altrettanto spaziosa. Lasciatelo qui.»

       A mia zia, evidentemente, l'offerta piaceva, ma si faceva scrupolo di accettare. E cosď io.

       «Su, signorina Trotwood,» disse il signor Wickfield. «ť il modo di superare la difficoltą. Si tratta di un accomodamento temporaneo, lo sapete. Se non risulterą soddisfacente o non converrą ai nostri reciproci interessi, lui potrą fare facilmente dietro-front. Frattanto avremo tutto il tempo per trovargli una sistemazione piĚ adatta. La miglior cosa Ź che, per il momento, lo lasciate qui!»

       «Vi sono molto obbligata,» rispose mia zia, «e cosď pure lui, lo vedo; ma...»

       «Andiamo, so quello che volete dire,» esclamė il signor Wickfield. «Non vi opprimerė imponendovi di accettare dei favori, signorina Trotwood. Se volete, potete pagare la sua retta. Non vi faremo certo delle condizioni esose, ma, se lo desiderate, pagherete.»

       «Con questa intesa,» disse la zia, «sebbene non diminuisca la reale obbligazione, sarė felice di lasciarvelo.»

       «Allora andiamo a vedere la mia piccola direttrice di casa,» concluse il signor Wickfield.

       Salimmo dunque per una magnifica, antica scalinata, con una balaustrata cosď larga che avremmo potuto compiere la salita su di essa quasi con eguale facilitą, ed entrammo in un'antica sala scarsamente illuminata da tre o quattro delle bizzarre finestre che avevo visto dalla strada: nello strombo di ognuna vi erano antichi sedili di quercia che sembravano provenire dagli stessi alberi da cui erano stati tratti il lucido pavimento e le grandi travi del soffitto. Era un locale bene ammobiliato, con un piano e alcuni vivaci arredi decorati di rosso e di verde, e fiori. Sembrava essere tutta angoli e cantucci in ognuno dei quali v'era qualche strano tavolino, o credenza, o libreria o sedile o qualche cosa d'altro che mi faceva pensare non potesse esserci nella sala un cantuccio piĚ simpatico finché non vedevo il successivo che mi appariva eguale se non migliore. E in tutto vi era la stessa aria di intimitą e di nettezza che caratterizzava l'esterno della casa.

       Il signor Wickfield bussė a una porta in un angolo della parete a pannelli, e una ragazzina di circa la mia etą uscď svelta e lo baciė. Sul suo volto riconobbi subito la calma e dolce espressione della signora il cui ritratto mi aveva guardato nel salotto a terreno. Sembrava alla mia fantasia che il ritratto fosse cresciuto in forma di donna mentre l'originale era rimasto una bambina. Sebbene il suo volto fosse luminoso e felice, vi era in esso una tranquillitą e tutt'intorno a lei uno spirito di pace, di bontą e di pacatezza, che non ho mai dimenticato né mai dimenticherė.

       Era questa la piccola direttrice della sua casa, sua figlia Agnes, ci disse il signor Wickfield. E quando udii come lo diceva e vidi come le teneva la mano, capii qual era l'unico motivo della sua vita.

       Portava appeso al fianco un minuscolo cestino con dentro le chiavi; e appariva come la piĚ assennata e prudente direttrice che la vecchia casa potesse avere. Ascoltė con amabile espressione il padre, che le parlava di me, e, quando egli ebbe concluso, propose a mia zia di salir tutti al piano di sopra a vedere la mia stanza. Salimmo insieme, preceduti da lei: era una magnifica vecchia stanza con altri travi di quercia e vetri a losanga; e la larga balaustrata ci guidė ancora fino ad essa.

       Non riesco a ricordare dove o quando, durante la mia infanzia, avevo visto in una chiesa una finestra a vetri istoriati. E non ne ricordo il soggetto. Ma so che, quando la vidi voltarsi nella grave luce dell'antica scalinata, e attenderci, lą in alto, pensai a quella finestra; e da allora associai sempre qualcosa del suo tranquillo fulgore con Agnes Wickfield.

       La zia era felice, al pari di me, di questa mia sistemazione; e cosď scendemmo ancora nel salotto, grati e soddisfatti. Poiché ella non volle sentir parlare di trattenersi a pranzo per timore di non riuscire a tornare a casa, col cavallino grigio, prima di buio, e poiché evidentemente il signor Wickfield la conosceva troppo bene per contrastarla su qualsiasi punto, le fu preparata lď un po' di colazione; Agnes tornė dalla sua governante e il signor Wickfield si ritirė nel suo studio. E cosď fummo lasciati a farci gli ultimi saluti senza la presenza di testimoni.

       La zia mi disse che il signor Wickfield avrebbe sistemato per me ogni cosa e che non mi sarebbe mancato nulla; mi disse le parole piĚ affettuose e mi diede i suoi consigli migliori.

       «Trot,» mi disse come conclusione, «fai onore a te stesso, a me, al signor Dick e che il cielo sia con te.»

       Io ero profondamente commosso: potei solo ringraziarla piĚ e piĚ volte e mandai al signor Dick il mio saluto affettuoso.

       «Non essere mai meschino in nulla,» disse mia zia, «non essere mai falso, non essere mai crudele. Evita questi tre vizi, Trot, e io potrė sempre sperare in te.»

       Promisi meglio che potei che non avrei mai deluso la sua bontą né dimenticato il suo ammonimento.

       «Il cavallino Ź alla porta,» disse la zia, «e io devo andare! Resta qui.»

       Con queste parole mi abbracciė in fretta e uscď dalla sala chiudendo la porta dietro di sé. Dapprima fui sbigottito da una partenza cosď brusca e quasi temetti di averla scontentata; ma quando guardai nella strada e vidi come saliva tristemente nel calesse e tirava via in fretta senza voltarsi a guardare in su, la capii meglio e non le feci questa ingiustizia.

       Alle cinque, che per il signor Wickfield era l'ora del pranzo, io avevo ripreso animo ed ero pronto per il coltello e la forchetta. Era stato apparecchiato solo per noi due, ma Agnes attendeva in salotto prima di pranzo; scese col padre e gli sedette di fronte a tavola. Dubitavo che egli avrebbe potuto pranzare senza di lei.

       Dopo pranzo non rimanemmo lď ma salimmo di nuovo nel salotto, in un comodo angolo nel quale Agnes preparė dei bicchieri per suo, padre e una caraffa di vino di Porto. Pensai che egli non avrebbe potuto gustarlo come di consueto, se gli fosse stato servito da altre mani.

       Rimase lď per due ore sorseggiando il suo vino e servendosene generosamente, mentre Agnes suonava il piano, lavorava e parlava con lui e con me. Per la maggior parte del tempo, egli fu gaio e cordiale con noi; ma ogni tanto il suo sguardo si fermava su di lei ed egli rimaneva assorto e silenzioso. Mi parve che ella fosse sempre pronta ad accorgersene e sempre lo ridestasse con una domanda o una carezza. Allora egli usciva dalla sua meditazione e beveva ancora.

       Agnes preparė il tŹ e lo servď; e poi il tempo passė come dopo il pranzo, finché lei andė a letto: suo padre la prese fra le braccia, la baciė e, quando si fu allontanata, ordinė che gli portassero le candele nel suo studio. Allora andai a letto anch'io.

       Ma, nel corso della sera, mi ero spinto bighellonando fino alla porta e per breve tratto nella via per dare un'altra occhiata alle vecchie case e alla grigia cattedrale, e pensare che, durante il mio viaggio, avevo attraversato quella cittą antica ed ero passato davanti a quella stessa casa in cui adesso abitavo, senza conoscerla. Nel tornare, vidi Uriah Heep che chiudeva lo studio; e, animato da sentimenti amichevoli verso tutti, entrai per parlargli; nel congedarmi gli porsi la mano. Ma, oh, che viscida mano era la sua! spettrale al toccarla come al vederla! Mi strofinai la mia, dopo, per riscaldarla e per cancellarvi la sensazione della sua. Era una mano cosď ripugnante che, quando mi ritirai nella mia stanza, persisteva, umida e fredda nel mio ricordo. Nello sporgermi dalla finestra, e vedendo uno dei volti scolpiti sull'estremitą delle travi che mi guardava di sghembo, mi parve che fosse Uriah Heep salito fin lassĚ in qualche modo, e mi affrettai a chiuderlo fuori.

 

XVI • SONO, IN PIU' DI UN SENSO, UN NUOVO RAGAZZO

 

 

 

       Il mattino, dopo colazione, entrai di nuovo nella vita scolastica. Accompagnato dal signor Wickfield giunsi sulla scena dei miei futuri studi - un severo edificio circondato da un cortile, con una certa aria dotta che sembrava accordarsi benissimo con le cornacchie e i gracchi vagabondi che scendevano dalle torri della cattedrale e passeggiavano sul prato con portamento dottorale - e fui presentato al mio nuovo direttore, il dottor Strong.

       Il dottor Strong, a mio parere, appariva rugginoso quasi quanto le alte ringhiere di ferro e i cancelli all'esterno dell'edificio; e rigido e pesante quasi quanto le grandi urne di pietra che fiancheggiavano quei cancelli e si ergevano a intervalli regolari sulla sommitą del muro di mattoni rossi tutt'intorno al cortile come ideali birilli per il trastullo del Tempo. Era nella sua biblioteca (intendo il dottor Strong), con le vesti non molto ben spazzolate e i capelli non molto ben pettinati; i calzoncini non allacciati al ginocchio; le lunghe ghette nere sbottonate; e le scarpe sbadiglianti come due caverne sul tappeto steso davanti al camino. Nel volgere verso di me gli occhi spenti - che mi ricordarono un vecchio cavallo cieco, da tempo dimenticato, una volta solito a brucar l'erba e inciampare sulle tombe nel cimitero di Blunderstone - mi disse che era lieto di vedermi: e poi mi porse la mano, di cui non seppi che fare visto che di per sé non faceva nulla.

       Ma, seduta al lavoro non lungi dal dottor Strong, v'era una signora molto bella e molto giovane - che egli chiamava Annie e che immaginai fosse sua figlia - la quale mi tolse di imbarazzo inginocchiandosi per infilare le scarpe allo stesso dottor Strong e abbottonargli le ghette, cosa che fece con grande disinvoltura e sveltezza. Quando ebbe finito e noi eravamo avviati verso l'aula scolastica, fui molto sorpreso nel sentire che il signor Wickfield, augurandole il buon giorno, la chiamava «signora Strong», e mi stavo domandando se potesse essere la moglie di un figlio del dottor Strong o la stessa signora del dottore, quando questi, senza volerlo, mi illuminė.

       «A proposito, Wickfield,» disse fermandosi in un corridoio con una mano sulla mia spalla, «non avete ancora trovato una sistemazione conveniente per il cugino di mia moglie?»

       «No,» rispose il signor Wickfield. «No. Non ancora.»

       «Desidererei che fosse fatto il piĚ presto possibile, Wickfield,» disse il dottor Strong, «perché Jack Maldon Ź nel bisogno e disoccupato; e a queste due cose spesso ne seguono altre peggiori. Come dice il dottor Watts,» aggiunse guardandomi e facendo oscillare la testa secondo il ritmo della citazione, «‹Satana trova sempre un delitto per le mani che stanno in ozio›.»

       «Perdinci, dottore,» rispose il signor Wickfield, «se il dottor Watts avesse conosciuto gli uomini, avrebbe potuto scrivere con altrettanta veritą ‹Satana trova sempre un delitto per le mani affaccendate›. La gente molto occupata compie interamente la sua parte di male nel mondo, potete esserne sicuro. Che cosa hanno realizzato, in questi ultimi cento o duecento anni, coloro che si son dati da fare per accumulare denaro o potere? Nessun delitto?»

       «Non mi aspetto che Jack Maldon si dia mai molto da fare per accumulare l'uno o l'altro,» disse il dottor Strong grattandosi il mento con aria pensosa.

       «Forse no,» rispose il signor Wickfield; «e voi mi riportate all'argomento; scusatemi la digressione. No, non sono ancora riuscito a sistemare il signor Jack Maldon. Credo,» aggiunse, «di capire il vostro desiderio, e questo rende la cosa piĚ difficile.»

       «Il mio desiderio,» ribatté il dottor Strong, «Ź di sistemare convenientemente un cugino e vecchio compagno di giuochi di Annie.»

       «Sď, lo so,» disse il signor Wickfield. «In patria o fuori.»

       «Certo!» rispose il dottore apparentemente meravigliato che egli accentuasse tanto queste ultime parole. «In patria o fuori.»

       «ť un'espressione vostra, lo sapete,» volle chiarire il signor Wickfield. «O fuori.»

       «Naturalmente,» rispose il dottore. «Naturalmente. L'uno o l'altro.»

       «L'uno o l'altro? Non avete preferenze?» chiese il signor Wickfield.

       «No,» rispose il dottore.

       «No?» Era stupito.

       «Assolutamente no.»

       «Nessun motivo,» insisté il signor Wickfield, «per preferire fuori e non in patria?»

       «No,» ripeté il dottore.

       «Devo credervi e quindi vi credo,» disse il signor Wickfield. «Se lo avessi saputo prima, il mio compito sarebbe stato molto semplificato. Ma confesso che avevo avuto un'altra impressione.»

       Il dottor Strong gli rivolse uno sguardo incerto e interrogativo subito trasformatosi in un sorriso che m'incoraggiė alquanto; perché era pieno di amabilitą e di dolcezza, e vi era in esso, e addirittura in tutto il comportamento di lui, quando si fosse spezzato il gelo dottrinale e speculativo che lo avvolgeva, una semplicitą che attraeva veramente e induceva a sperare un giovane scolaro come me. Sempre ripetendo «no» e «assolutamente no» e altre affermazioni di egual significato, il dottor Strong ci precedette con un bizzarro passo irregolare; e noi lo seguimmo: il signor Wickfield con aria grave, notai, e scuotendo la testa per conto suo, senza sapere che lo, vedevo.

       L'aula era una sala piuttosto vasta nel lato piĚ silenzioso dell'edificio, fronteggiata dalla imponente vista di una mezza dozzina di quelle grandi urne e a dominio dello scorcio di un vecchio giardino appartato, proprietą del dottore, dove le pesche maturavano contro le assolate mura meridionali. Vi erano due grandi aloe in mastelli di legno sul prato sotto le finestre, le cui grandi e dure foglie (che sembravano fatte di lamiera dipinta) sono rimaste per me, da allora, per associazione, simbolo di silenzio e di solitudine. Circa venticinque ragazzi erano immersi con grande impegno nei loro libri, quando entrammo, ma si alzarono per augurare il buon giorno al dottore e rimasero in piedi nel vedere il signor Wickfield e me.

       «Un nuovo ragazzo, signorini,» disse il dottore; «Trotwood Copperfield.»

       Un certo Adams, che era il capoclasse, uscď allora dal suo posto e mi diede il benvenuto. Aveva l'aria di un giovane ecclesiastico, con la sua cravatta bianca, ma era molto affabile e di buon carattere; mi mostrė il mio posto e mi presentė ai maestri con una signorile disinvoltura che avrebbe dovuto, se altro mai, mettermi a mio agio.

       Mi sembrava tuttavia che fosse trascorso tanto tempo da quando ero stato insieme a ragazzi come quelli o tra compagni della mia etą, tolti Mick Walker e Patata Infarinata, che mi sentii straniato come mai piĚ in vita mia. Ero cosď consapevole di avere assistito a scene di vita che loro non potevano conoscere, di avere avuto esperienze estranee all'etą, all'aspetto e alla condizione che avevo in comune con loro, che quasi mi sembrava un'impostura venire lď come un comune scolaretto. Durante il tempo di Murdstone e Grinby, corto o lungo che possa essere stato, mi ero talmente disabituato ai giuochi e alle gare dei ragazzi che mi rendevo conto di essere goffo e inesperto anche in quello che vi poteva essere di piĚ semplice. Tutto ciė che avevo imparato era cosď scivolato via da me durante le sordide fatiche che mi avevano impegnato dal mattino alla sera, che adesso, quando venni esaminato su quel che sapevo, mi accorsi di non sapere piĚ nulla e fui messo nella classe piĚ bassa. Ma, turbato com'ero per la mia mancanza di spirito infantile e di istruzione, mi sentivo infinitamente piĚ sconsolato se consideravo che quello che sapevo mi allontanava dai miei compagni assai piĚ di quello che non sapevo. La mia mente correva a quello che essi avrebbero, pensato di me se fossero venuti a conoscere la mia familiaritą con la prigione del King's Bench. Avevo forse addosso qualche cosa che avrebbe potuto rivelare, contro la mia volontą, le mie vicende relative alla famiglia Micawber: tutte quelle cose date in pegno, quelle vendite, quelle cene? E se qualcuno di quei ragazzi mi avesse visto passare per Canterbury esausto dal viaggio e cencioso, e mi riconoscesse? Che cosa avrebbero detto, loro che facevano cosď poco conto del denaro, se avessero saputo come avevo racimolato i miei mezzi pence per comprarmi quotidianamente la salsiccia con la birra o la fetta di sformato? Che effetto avrebbe fatto a loro, che erano cosď ignari della vita e delle strade di Londra, scoprire quanto ne sapessi (e quanto mi vergognassi di saperne) di alcuni dei piĚ vili aspetti di entrambe? Tutto ciė mi turbinė nella testa a tal punto, quel primo giorno di scuola dal dottor Strong, che diffidai del minimo dei miei sguardi e dei miei gesti; mi rannicchiavo in me ogni volta che venivo avvicinato da uno dei miei nuovi compagni; e corsi via nell'attimo stesso in cui la scuola ebbe termine per paura di tradirmi rispondendo a una qualsiasi attenzione amichevole o a un qualsiasi tentativo di approccio.

       Ma vi era un tale influsso, nella vecchia casa del signor Wickfield, che, quando bussai a quella porta con i miei nuovi libri di scuola sotto braccio, cominciai a sentire dileguarsi il mio disagio. Nel salire alla mia vecchia stanza, lą in alto, la grave ombra della scalinata parve cadere sui miei dubbi e le mie paure e rendere il passato sempre piĚ indistinto. Rimasi seduto lď, studiando risolutamente sui miei libri fino all'ora di pranzo (uscivamo definitivamente da scuola alle tre); e scesi con la speranza di poter divenire ancora un ragazzo passabile.

       Agnes era nel salotto in attesa del padre, trattenuto da qualcuno nel suo studio. Mi venne incontro col suo simpatico sorriso e mi chiese se mi piaceva la scuola. Le risposi di sperare che mi sarebbe piaciuta molto, ma che, in quei primi tempi, mi sentivo un po' spaesato.

       «Tu non sei mai andata a scuola,» dissi, «non Ź vero?»

       «Oh sď, ogni giorno.»

       «Ah, ma intendi qui, a casa vostra.»

       «Papą non potrebbe mandarmi in nessun altro posto,» mi rispose sorridendo e scuotendo la testa. «La sua direttrice di casa deve essere sempre presente, lo sai.»

       «Sono sicuro che ti vuole molto bene,» dissi.

       Mi accennė di sď e si avvicinė alla porta a sentire se arrivava per potergli andare incontro sulle scale. Ma, poiché non era lď, tornė indietro.

       «La mamma Ź morta poco dopo la mia nascita,» disse col suo fare tranquillo. «Conosco solo il suo ritratto, a terreno. Ho visto che ieri lo guardavi. Avevi capito di chi era?»

       Risposi di sď, perché le somigliava tanto.

       «Anche papą lo dice,» commentė Agnes compiaciuta. «Ah! Questo Ź papą.»

       Il suo volto chiaro e calmo si illuminė di piacere mentre lei gli correva incontro e quando tornarono con la mano nella mano. Egli mi salutė cordialmente e mi disse che mi sarei certo trovato bene sotto il dottor Strong, che era uno degli uomini piĚ affabili.

       «Forse c'Ź qualcuno - non so se vi sia - che abusa della sua bontą,» disse il signor Wickfield. «Non esser mai uno di questi, Trotwood, per nessuna ragione. ť l'uomo meno diffidente che esista; e, sia questo una dote o un difetto, merita considerazione in tutti i nostri rapporti col dottore, futili o importanti.»

       Parlava, mi parve, come se fosse stanco o insoddisfatto di qualche cosa; ma non continuai a rifletterci perché in quel momento fu annunciato il pranzo e noi scendemmo prendendo gli stessi posti della sera prima.

       Ci eravamo appena seduti quando Uriah Heep sporse la sua rossa testa e la sua mano scarna dalla porta e disse:

       «C'Ź qui il signor Maldon che vi chiede il favore di dirvi una parola, signore.»

       «Ho lasciato appena adesso il signor Maldon,» rispose il suo padrone.

       «Sď, signore,» replicė Uriah; «ma il signor Maldon Ź tornato e vi chiede il favore di dirvi una parola.»

       Mentre teneva aperto il battente con la mano, Uriah guardė me, guardė Agnes, guardė le portate, guardė i piatti, guardė ogni oggetto che era nella stanza, mi parve, e tuttavia sembrė non guardare nulla; per tutto quel tempo fece mostra di tenere i suoi occhi rossi debitamente fissi sul suo padrone.

       «Vi chiedo scusa. ť solo per dirvi, avendoci ripensato,» disse una voce dietro Uriah, mentre la testa di lui veniva spinta da parte e sostituita da quella di chi parlava, «- vogliate scusare questa mia intrusione - che, poiché a quanto pare non ho scelta in questa faccenda, quanto prima potrė partire, meglio sarą. Mia cugina Annie diceva, quando ne parlavamo, che preferiva avere i suoi amici a portata di mano che vederli esiliati, e il vecchio dottore...»

       «Parlate del dottor Strong?» lo interruppe il signor Wickfield in tono grave.

       «Il dottor Strong, naturalmente,» rispose l'altro; «io lo chiamo il vecchio dottore; Ź lo stesso, vi sembra?»

       «Non mi sembra,» replicė il signor Wickfield.

       «Be', il dottor Strong,» riprese l'altro, «il dottor Strong credo che fosse dello stesso parere. Ma, poiché a quanto pare dal come avete condotto questa mia faccenda, ha cambiato idea, allora non c'Ź altro da dire se non che prima me ne vado e meglio Ź. Se dobbiamo fare un tuffo nell'acqua, non serve a nulla indugiare sulla riva.»

       «Nel vostro caso l'indugio sarą ridotto al minimo, signor Maldon, potete contarci,» disse il signor Wickfield.

       «Grazie,» rispose l'altro. «Molto obbligato. Non voglio guardare in bocca al cavallo regalato, non Ź cortese; altrimenti, oso dire, mia cugina Annie potrebbe facilmente sistemar la cosa a modo suo. Basterebbe, credo, che Annie dicesse al vecchio dottore...»

       «Intendete dire: basterebbe che la signora Strong dicesse a suo marito... vi seguo?» corresse il signor Wickfield.

       «Precisamente,» rispose l'altro, «basterebbe che dicesse di voler che questo e questo andassero cosď e cosď, e tutto andrebbe cosď e cosď come Ź ovvio.»

       «E perché come Ź ovvio, signor Maldon?» chiese il signor Wickfield mangiando con calma.

       «Diamine, perché Annie Ź una ragazza giovane e bella, e il vecchio dottore - voglio dire il dottor Strong - non Ź affatto un ragazzo giovane e bello,» rispose il signor Jack Maldon ridendo. «Senza offesa per nessuno, signor Wickfield. Voglio solo dire che, a mio parere, un certo compenso Ź giusto e ragionevole in matrimoni di questo genere.»

       «Compenso per la signora?» chiese gravemente il signor Wickfield.

       «Per la signora, certo,» confermė Jack Maldon ridendo ancora. Ma notando che il signor Wickfield continuava il suo pranzo nel suo stesso modo tranquillo e imperturbabile e che non c'era speranza, di fargli muovere un muscolo del volto, aggiunse: «Comunque ho detto quello che ero venuto a dire e, scusandomi ancora per l'intrusione, posso ritirarmi. Naturalmente seguirė le vostre istruzioni, considerando la faccenda come cosa da sistemare tra voi e me senza farne parola in casa del dottore.»

       «Avete pranzato?» chiese il signor Wickfield con un gesto della mano verso il tavolo.

       «Grazie,» rispose il signor Maldon. «Vado a pranzo da mia cugina Annie. Arrivederci.»

       Il signor Wickfield, senza alzarsi, lo guardė pensoso mentre se ne andava. Era un giovanotto alquanto superficiale, mi parve, bello di volto, dalla parola facile e la fiduciosa baldanza. E cosď vidi per la prima volta il signor Jack Maldon, che non mi aspettavo di incontrare cosď presto quando, il mattino, avevo udito il dottore parlarne.

       Dopo il pranzo salimmo ancora al primo piano, dove tutto si svolse esattamente come il giorno prima. Agnes mise i bicchieri e la caraffa nello stesso angolo, e il signor Wickfield si sedette a bere e bevve generosamente. Agnes suonė al piano per lui, gli sedette vicino, lavorė e chiacchierė, e giocė qualche partita a domino con me. A suo tempo preparė il tŹ, e piĚ tardi, quando portai giĚ i miei libri, li sfogliė e mi fece vedere quel che sapeva di essi (che non era poco sebbene lei cosď sostenesse), e qual era il miglior modo per studiarli e capirli. La rivedo, col suo contegno modesto, calmo e preciso e odo ancora la sua bella voce pacata, nello scrivere queste righe. L'influsso sempre benefico che ella riuscď a esercitare su di me in seguito, comincia gią a scendere nel mio cuore. Amo la piccola Emily e non amo Agnes - no, nulla di questo genere - ma sento che vi Ź bontą, pace e veritą dovunque Ź Agnes; e che la dolce luce della finestra istoriata nella chiesa, vista tanto tempo fa, cade sempre su di lei e su di me quando le sono vicino, e su tutto ciė che le Ź attorno.

       Giunta l'ora in cui ella doveva ritirarsi per il riposo, quando ci ebbe lasciati porsi la mano al signor Wickfield preparandomi a ritirarmi a mia volta. Ma egli mi fermė chiedendomi: «Ti piacerebbe restare con noi, Trotwood, o preferisci andare altrove?»

       «Restare,» risposi subito.

       «Ne sei sicuro?»

       «Se me lo permettete. Se posso.»

       «AhimŹ, temo che sia una malinconica vita quella che conduciamo qui, ragazzo mio,» disse.

       «Non piĚ malinconica per me che per Agnes, signore. Non Ź malinconica affatto!»

       «Per Agnes,» ripeté avvicinandosi lentamente al grande camino e appoggiandovisi. «Per Agnes!»

       Quella sera aveva bevuto (o cosď mi parve) fino ad avere gli occhi arrossati. Non che potessi vederli adesso perché erano abbassati e nell'ombra della sua mano; ma li avevo osservati un poco prima.

       «Mi domando adesso,» mormorė, «se la mia Agnes non sia stanca di me. Quando mai potrei io essere stanco di lei? Ma Ź diverso, del tutto diverso.»

       Stava meditando, senza rivolgersi a me; rimasi dunque in silenzio.

       «Una vecchia casa malinconica,» disse, «e una vita monotona; ma ho bisogno di sentirmela vicina. Devo averla vicina. Se il pensiero che potrei morire e lasciare la mia cara, o che la mia cara potrebbe morire e lasciare me, viene come uno spettro ad angustiare le mie ore felici e puė essere solo annegato nel...»

       Non pronunciė la parola; ma, venuto lentamente al luogo in cui era prima seduto e compiuto meccanicamente il gesto di versare il vino dalla caraffa vuota, tornė a posarla e rifece i suoi passi.

       «Se Ź penoso da sopportare quando lei Ź qui,» disse, «che cosa sarebbe senza di lei? No, no, no, non posso tentarlo.»

       Tornė ad appoggiarsi al camino, restando cosď a lungo assorto nei suoi pensieri che io non sapevo decidere se correre il rischio di disturbarlo andandomene o rimanermene tranquillo dove ero finché non fosse uscito dalla fantasticheria. Alla fine si scosse e si guardė attorno finché i suoi occhi incontrarono i miei.

       «Resta con noi, Trotwood, eh?» disse col suo tono consueto e come se rispondesse a qualche cosa che avessi appena detto. «Ne sono felice. Tu sei per noi una compagnia. ť salutare averti qui. Salutare per me, salutare per Agnes e salutare forse per tutti noi.»

       «Sono sicuro che per me lo Ź, signore,» dissi. «Sono cosď contento di trovarmi qui.»

       «Sei proprio un bravo ragazzo!» esclamė il signor Wickfield. «Finché sarai contento di trovarti qui, potrai restarci.» Dopo di che mi strinse la mano e mi batté sul dorso, e mi disse che la sera, quando avevo qualche cosa da fare dopo che Agnes ci aveva lasciati, o volevo leggere per il mio piacere, ero libero di scendere nella sua stanza, se lui era lď e io desideravo compagnia, e starmene seduto con lui. Lo ringraziai per la sua cortesia; e siccome subito dopo egli scese e io non ero stanco, scesi con lui, con un libro in mano, per valermi per una mezz'ora del suo permesso.

       Ma, vedendo una luce nello studiolo rotondo, e sentendomi subito attratto verso Uriah Heep, che esercitava su di me una sorta di fascino, preferii entrare lą. Trovai Uriah intento a leggere un grande e grosso libro con una cosď evidente attenzione che il suo magro indice seguiva ogni riga via via che procedeva nella lettura, e lasciava viscide tracce sulle pagine (o almeno lo credetti in piena buonafede) come una lumaca.

       «Lavorate fino a tardi, stasera, Uriah,» dissi.

       «Sď, signorino Copperfield,» rispose Uriah.

       Mentre salivo sullo sgabello di fronte a lui per parlargli piĚ comodamente, notai che non aveva mai sul volto qualche cosa di simile a un sorriso e che, in cambio, poteva solo aprire la bocca e improvvisarsi due dure pieghe sulle gote, una per parte.

       «Non sto facendo un lavoro di ufficio, signorino Copperfield,» continuė Uriah.

       «E quale, allora?» chiesi.

       «Sto approfondendo le mie cognizioni legali, signorino Copperfield,» rispose Uriah. «Studio la Pratica del Tidd. Oh, che scrittore Ź il signor Tidd, signorino Copperfield!»

       Il mio sgabello era una tale torre di osservazione che, nel guardarlo rimettersi a leggere dopo questa estatica esclamazione, e seguire le righe con l'indice, notai che le sue narici, sottili e affilate, incise da nette rughe, avevano un singolare e molto sgradevole modo di dilatarsi e, di contrarsi, tanto da sembrar ammiccare invece degli occhi, i quali non ammiccavano mai.

       «Immagino che siate gią un avvocato completo,» dissi dopo averlo guardato per un po' di tempo.

       «Io, signorino Copperfield?» esclamė Uriah. «Oh, no! Io sono una persona umilissima.»

       Notai che l'impressione avuta dalle sue mani non era una mia fantasia: perché spesso si fregava le palme l'una contro l'altra come per asciugarsele e scaldarsele, e inoltre non di rado se le asciugava furtivamente col fazzoletto.

       «So benissimo di essere la piĚ umile delle persone,» continuė Uriah Heep modestamente, «con chiunque mi confronti. Anche mia madre Ź una persona molto umile. Viviamo in un'umile casa ma abbiamo molto di cui dover essere grati. Umile anche la prima professione di mio padre: era sacrestano.»

       «E adesso che cosa Ź?» chiesi.

       «Adesso partecipa alla gloria dei cieli, signorino Copperfield,» rispose Uriah Heep. «Ma abbiamo molto di cui dover essere grati. Quanto devo essere grato di poter vivere con il signor Wickfield!»

       Domandai a Uriah se stava col signor Wickfield da molto tempo.

       «Sono con lui da circa quattro anni, signorino Copperfield,» rispose Uriah chiudendo il libro e segnando con cura il punto in cui aveva lasciato la lettura. «Dall'anno che seguď la morte di mio padre. Quanto devo essere grato di questo! Quanto devo essere grato al signor Wickfield per la bontą con cui mi fa seguire l'apprendistato, che altrimenti non sarebbe alla portata degli umili mezzi miei e di mia madre.»

       «Allora, quando sarą finito il tempo del vostro apprendistato, sarete un avvocato regolare, suppongo,» dissi io.

       «Con l'aiuto della Provvidenza, signorino Copperfield,» mi rispose Uriah.

       «Forse un giorno sarete socio del signor Wickfield nei suoi affari,» dissi per rendermi gradito; «e ci sarą lo studio Wickfield e Heep, o Heep gią Wickfield.»

       «Oh, no, signorino Copperfield,» replicė Uriah scuotendo la testa, «sono troppo umile per questo!»

       Senza dubbio assomigliava stranamente al volto scolpito sul trave che sporgeva fuori della mia finestra, standosene lď seduto, in tutta la sua umiltą, a guardarmi di sbieco con la bocca aperta e i due solchi nelle gote.

       «Il signor Wickfield Ź un uomo eccellente al piĚ alto grado, signorino Copperfield,» continuė Uriah. «Se lo conoscete da tempo, sono sicuro che lo sapete molto meglio di quanto io possa dirvi.»

       Risposi di non aver dubbi che lo fosse, ma che, personalmente, non lo conoscevo da tempo, sebbene fosse amico di mia zia.

       «Oh, davvero, signorino Copperfield,» disse Uriah, «vostra zia Ź un'amabile signora, signorino Copperfield!»

       Aveva un modo di contorcersi, quando voleva esprimere il suo entusiasmo, veramente sgradevole e tale da distogliere la mia attenzione dal complimento da lui fatto alla mia parente per rivolgerla alle torsioni serpentine della sua gola e del suo corpo.

       «Un'amabile signora, signorino Copperfield!» insisté Uriah Heep. «Credo che abbia una grande ammirazione per la signorina Agnes, signorino Copperfield.»

       Dissi: «Sď,» con molta baldanza; ma non che ne sapessi qualcosa, il cielo mi perdoni!

       «Spero che l'abbiate anche voi, signorino Copperfield,» proseguď Uriah. «Ma sono certo che l'avete.»

       «Tutti devono averla,» risposi.

       «Oh, grazie, signorino Copperfield,» disse Uriah, «per questa osservazione! ť cosď giusta! Umile come sono, so che Ź cosď giusta! Oh, grazie, signorino Copperfield!»

       Nell'eccitazione dei suoi sentimenti si contorse tanto da uscire dal suo sgabello e, una volta venutone fuori, cominciė a prepararsi per andare a casa sua.

       «Mia madre mi aspetterą,» disse guardando il pallido e inespressivo quadrante di un orologio che aveva in tasca, «e sarą in agitazione; perché, sebbene umilissimi, siamo molto attaccati l'uno all'altra. Se vorrete venire a trovarci, un pomeriggio, e prendere una tazza di tŹ nella nostra povera dimora, mia madre sarą quanto mai orgogliosa della vostra compagnia.»

       Dissi che sarei stato lieto di venire.

       «Grazie, signorino Copperfield,» rispose Uriah rimettendo il suo libro sullo scaffale. «Immagino che vi tratterrete qui per qualche tempo, signorino Copperfield.»

       Dissi che sarei stato tenuto lď, pensavo, per tutto il tempo dei miei studi.

       «Oh, davvero!» esclamė Uriah. «Penso allora che voi finirete con l'entrare in questo studio, signorino Copperfield.»

       Protestai che non avevo progetti del genere e che nessuno aveva in mente per me un tale programma; ma Uriah insisteva a rispondere blandamente a ogni mia assicurazione: «Oh, sď, signorino Copperfield, penso proprio che entrerete davvero!» e «Oh, davvero, signorino Copperfield, penso che vi entrerete di certo!» e andė avanti cosď piĚ volte. Infine, pronto a lasciare l'ufficio, mi chiese se poteva spegnere la candela senza mio disturbo e, avendogli risposto di sď, la spense immediatamente. Dopo avermi stretto la mano - la sua, nel buio, mi fece l'impressione di un pesce - aprď appena il portone, sgattaiolė via e lo richiuse, lasciandomi lď a cercar di ritrovare la strada a tastoni: cosa che mi costė un certo impaccio e una caduta sul suo sgabello. Fu questa la causa immediata, suppongo, del sogno che feci su di lui per quella che mi parve una buona metą della notte; sognai fra l'altro che egli aveva lanciato la casa del signor Peggotty in una spedizione piratesca, con una bandiera nera sull'albero maestro su cui era scritto «Pratica di Tidd», sotto la quale diabolica insegna portava me e la piccola Emily nel Mare delle Antille per annegarci.

       Mi trovai un po' meglio nel mio disagio quando andai a scuola il giorno dopo, e molto meglio il successivo, e cosď me ne liberai a poco a poco, tanto che, in meno di una quindicina di giorni, mi trovai del tutto a casa mia e felice tra i miei nuovi compagni. Nei loro giuochi ero piuttosto goffo, e piuttosto tardo nei loro studi. Ma speravo che l'abitudine mi avrebbe migliorato nei primi e l'applicazione nei secondi. Di conseguenza mi dedicai con grande impegno tanto ai giuochi che agli studi, ed ebbi molte lodi. In breve la vita presso Murdstone e Grinby mi divenne cosď estranea che appena potevo credere, via via che la vita presente si faceva cosď familiare, di averla condotta per molto tempo.

       Quello del dottor Strong era un collegio eccellente, diverso da quello del signor Creakle come il bene dal male. Era ordinato con serietą e decoro e secondo un sano sistema: facendo appello, in tutto, all'onore e alla buona fede dei ragazzi e, cosa che operava meraviglie, con la dichiarata intenzione di aver fiducia nel possesso di queste qualitą da parte loro, a meno che non se ne dimostrassero indegni. Tutti noi sentivamo di avere una parte nella gestione del collegio e nel sostenere il suo carattere e la sua dignitą. Di conseguenza ci affezionavamo a esso molto presto e sinceramente - io, almeno, sono certo di averlo fatto, e per tutto il tempo che rimasi lą non conobbi alcun ragazzo che si comportasse altrimenti - e studiavamo di buon volere desiderando fargli onore. Fuori delle ore di studio ci dedicavamo a giuochi generosamente sportivi e godevamo di molta libertą; ma anche in questo, ricordo, avevamo una buona fama in cittą e raramente, col nostro contegno e i nostri modi, facemmo torto al dottor Strong e al suo collegio.

       Alcuni degli studenti piĚ grandi erano a pensione in casa del dottor Strong, e da loro venni a sapere, di seconda mano, alcuni particolari della vita del dottore. Ad esempio che aveva sposato neppur da dodici mesi la bella e giovane signora che avevo visto nel suo studio, e l'aveva sposata per amore; perché lei non aveva un soldo e aveva invece un mucchio di parenti poveri (cosď dicevano i miei compagni) pronti a invader la casa del dottore e cacciarlo via. E cosď pure che il fare cogitabondo del dottore doveva essere attribuito al suo essere continuamente impegnato nella ricerca di radici greche: cosa che, nella mia innocenza e nella mia ignoranza, interpretai come una specie di manďa botanica da parte del dottore, tanto piĚ che, quando andava a passeggio, guardava sempre per terra, finché capii che si trattava di radici di parole, in vista di un nuovo dizionario che egli aveva in mente. Adams, il nostro capoclasse, molto inclinato alla matematica, aveva fatto il calcolo, mi dissero, del tempo che sarebbe stato necessario a questo dizionario per arrivare al termine secondo i piani del dottore e il suo ritmo di lavoro. A suo parere avrebbe potuto essere finito in mille e seicento quarantanove anni, a partire dall'ultimo compleanno, ossia il sessantaduesimo, del dottore.

       Ma il dottore, in sé, era l'idolo dell'intero collegio, e avrebbe dovuto essere un collegio assai male assortito se fosse stato altrimenti, perché egli era l'uomo piĚ affabile, dotato di una cosď semplice buonafede che avrebbe toccato perfino il cuore di pietra delle urne sui muri. Quando passeggiava in su e in giĚ in quella parte del cortile che si stendeva a fianco dell'edificio, mentre le cornacchie e i gracchi vagabondi gli guardavano dietro drizzando argutamente le teste, quasi sapessero quanto fossero piĚ esperti di lui nelle cose del mondo, se un qualsiasi postulante riusciva ad avvicinarsi alle sue scarpe scricchiolanti tanto da richiamare la sua attenzione su una sola frase di una storia di disgrazie, quel postulante era a posto per due giorni. La cosa era cosď notoria in tutto il collegio che gli insegnanti e i capiclasse avevano un bel da fare per fermare questi scrocconi alle cantonate, e saltar dalle finestre per scacciarli dal cortile prima che potessero far nota al dottore la loro presenza, cosa che spesso veniva condotta felicemente a termine a pochi passi da lui senza che lui minimamente se ne accorgesse mentre continuava ad andare su e giĚ. Fuori del suo dominio, e indifeso, era una vera pecora in balďa dei tosatori. Si sarebbe tolte le ghette dalle gambe per darle via. Difatti correva fra di noi una storia (ignoro e ho sempre ignorato su quale base, ma ci ho creduto per tanti anni da non avere il minimo dubbio che sia vera) che in una rigida giornata d'inverno aveva dato effettivamente le sue ghette a una mendicante, la quale suscitė un certo scandalo nel vicinato mettendo in mostra di porta in porta un bel bambino avvolto in quegli indumenti che furono riconosciuti da tutti perché da quelle parti erano noti al pari della cattedrale. La leggenda aggiunge che l'unico a non riconoscerli fu lo stesso dottore, il quale, quando poco dopo furono esposti sulla porta di una botteguccia di abiti usati, piuttosto screditata, dove oggetti simili venivano barattati con del gin, fu veduto piĚ volte maneggiarli con aria di approvazione, quasi ammirasse qualche curiosa novitą nel loro modello e le considerasse piĚ perfezionate delle sue.

       Era bello vedere il dottore con la sua giovane e graziosa moglie. Aveva un modo paterno e benevolo di mostrare tutto il suo affetto per lei, che era in se stesso un'espressione di bontą. Li vedevo spesso passeggiare nel giardino, sotto i peschi, e a volte potevo osservarli piĚ da vicino nello studio o in salotto. Mi sembrava che lei si prendesse molta cura del dottore e gli volesse molto bene, sebbene mai la considerassi vitalmente interessata nel dizionario: il dottore portava sempre in tasca, o nella fodera del cappello, alcuni ingombranti frammenti di quest'opera, e in genere aveva l'aria di spiegarglieli mentre passeggiavano.

       Vidi molto spesso la signora Strong, sia perché mi aveva preso in simpatia fin dal mattino in cui ero stato presentato al dottore, e in seguito fu sempre molto buona con me e si interessė alle mie vicende; sia perché aveva un grande affetto per Agnes e andava e veniva spesso per la nostra casa. Mi parve che tra lei e il signor Wickfield (di cui ella sembrava aver paura) ci fosse una curiosa tensione che non scomparve mai. Quando veniva da noi la sera, non accettava mai che egli la riaccompagnasse a casa e scappava via invece con me. E a volte, mentre correvamo allegramente attraversando la piazza della cattedrale, sicuri di non trovare alcuno, incontravamo il signor Jack Maldon, che era sempre sorpreso di vederci.

       La mamma della signora Strong era una signora che mi piaceva moltissimo. Si chiamava signora Markleham; ma i ragazzi solevano chiamarla il Vecchio Soldato per le sue capacitą strategiche e per l'abilitą con cui manovrava eserciti di parenti contro il dottore. Era una donnetta dagli occhi acuti che, quando era in gran pompa, usava portare un eterno cappellino ornato da alcuni fiori artificiali e da due farfalle finte che si supponeva svolazzassero su quei fiori stessi. Circolava tra noi la leggenda che questo cappello venisse dalla Francia e potesse solo avere avuto origine nella tecnica di questa ingegnosa nazione: ma tutto quello che so di sicuro in proposito Ź che faceva sempre la sua comparsa di sera, dovunque la signora Markleham comparisse; che nelle riunioni fra amici veniva portato in un cestino indiano; che le farfalle avevano il dono di tremare in continuazione; e che divenivano piĚ belle nei ricevimenti serali, a spese del dottor Strong, come api affaccendate.

       Potei osservare a tutto mio agio il Vecchio Soldato - nessuna mancanza di riverenza se uso questo nome - una sera che rimase memorabile per me grazie a qualche cosa d'altro, che racconterė. Si teneva, quella sera, una piccola riunione in casa del dottore in occasione della partenza del signor Jack Maldon per l'India, dove andava come cadetto o qualche cosa di simile: il signor Wickfield aveva finalmente sistemato la cosa. Per caso era anche il compleanno del dottore. Avevamo avuto vacanza, il mattino gli avevamo fatto dei regali, gli avevamo fatto un discorso per tramite del capoclasse, e lo avevamo acclamato finché noi eravamo divenuti rauchi e lui aveva pianto. Adesso, di sera, il signor Wickfield, Agnes e io eravamo venuti a prendere il tŹ con lui, in privato.

       Il signor Jack Maldon era arrivato prima di noi. La signora Strong, vestita di bianco, con nastri purpurei, suonava il piano quando noi entrammo, ed egli si chinava su di lei per voltarle le pagine. Il rosa e il bianco della carnagione di lei non erano, vivaci e fiorenti come di consueto, mi parve, quando ella si volse verso di noi; ma il suo aspetto era molto grazioso, meravigliosamente grazioso.

       «Mi son dimenticata, dottore,» disse la mamma della signora Strong quando fummo seduti, «di rallegrarmi con voi per questa giornata, sebbene, nel mio caso, come potete immaginare, si tratti di ben piĚ di semplici rallegramenti. Permettetemi di augurarvi molti di questi felici giorni.»

       «Grazie, signora,» rispose il dottore.

       «Molti, molti, molti di questi felici giorni,» insisté il Vecchio Soldato. «Non solo per amor vostro, ma anche per quello di Annie, di John Maldon e di molti altri. Mi sembra ieri, John, che tu eri un bambinetto, alto fino alla spalla del signorino Copperfield, e ti atteggiavi a piccolo innamorato di Annie dietro il cespuglio di uvaspina in fondo al giardino.»

       «Mamma cara,» disse la signora Strong, «non ricordare questo adesso.»

       «Non essere sciocca, Annie,» replicė sua madre. «Se devi arrossire di queste cose adesso, che sei una vecchia donna maritata, quando mai potrai ascoltarle senza arrossire?»

       «Vecchia?» esclamė il signor Jack Maldon. «Annie? Andiamo!»

       «Sď, John,» ribatté il Soldato. «Virtualmente una vecchia donna maritata. Sebbene non vecchia di anni - perché quando mai, tu o altri, mi avete sentito dire che una ragazza di vent'anni sia vecchia? - tua cugina Ź la moglie del dottore, e l'ho definita cosď come tale. ť un bene per te, John, che tua cugina sia la moglie del dottore. Tu hai trovato in lui un amico affettuoso e influente, che sarą ancora piĚ affettuoso, mi arrischio a predirlo, se tu lo meriterai. Io non ho falsi orgogli. Non esito ad ammettere francamente che vi sono alcuni membri della nostra famiglia i quali hanno bisogno di amici. Tu stesso eri fra quelli, prima che tua cugina te ne trovasse uno.»

       Il dottore, nella sua bontą di cuore, agitava la mano come per non dare importanza alla cosa e risparmiare al signor Jack Maldon ulteriori ricordi. Ma la signora Markleham cambiė la sua sedia con una piĚ vicina a lui e, posandogli il ventaglio sulla manica, continuė:

       «No davvero, mio caro dottore, dovete scusarmi se sembro insistere troppo su questo argomento, perché lo sento proprio nell'intimo. Lo considero un vera e propria monomania: per me Ź un soggetto importantissimo. Voi siete per noi una benedizione. Siete davvero la nostra provvidenza, lo sapete.»

       «Sciocchezze, schiocchezze,» disse il dottore.

       «No, no, scusatemi,» ribatté il Vecchio Soldato. «Ora che non Ź presente nessun altro se non il nostro caro e fedele amico signor Wickfield, non mi rassegnerė a essere contraddetta. E per prima cosa mi varrė dei privilegi di una suocera, se voi fate cosď, per sgridarvi. Sono sincera e parlo a cuore aperto. Quel che dico Ź lo stesso che dissi la prima volta, quando mi colmaste di meraviglia - vi ricordate quanto ero meravigliata? - chiedendomi la mano di Annie. Non che ci fosse qualche cosa di tanto straordinario nel semplice fatto della vostra richiesta - sarebbe ridicolo affermarlo! - ma perché, avendo voi conosciuto il suo povero padre, e avendo visto lei bambina di sei mesi, non vi avevo mai considerato sotto questa luce, né in alcun modo come un uomo che voglia prender moglie... solo questo, lo sapete.»

       «Sď, sď,» rispose il dottore bonariamente. «Non pensateci.»

       «Ci penso, invece,» disse il Vecchio Soldato portandosi sulle labbra l'estremitą del ventaglio. «Ci penso molto. Ricordo tutto questo perché mi contraddiciate se sbaglio. Bene! Allora parlai ad Annie e le dissi quel che avveniva. Dissi: ‹Mia cara, ecco qui il dottor Strong che ti ha fatto seriamente oggetto di una bella dichiarazione e di una richiesta.› Ho forse fatto la minima pressione? No. Dissi: ‹Adesso, Annie, dimmi subito la veritą: Ź libero il tuo cuore?› ‹Mamma,› mi rispose lei piangendo, ‹sono giovanissima,› - e questo era perfettamente vero - ‹e il cuore non so nemmeno se ce l'ho.› ‹Allora, mia cara,› dissi io, ‹puoi esser sicura che Ź libero. Comunque sia, amor mio,› dissi io, ‹il dottor Strong Ź in grande agitazione e deve avere una risposta. Non possiamo tenerlo in questo stato di incertezza.› ‹Mamma,› disse Annie sempre piangendo, ‹sarebbe proprio infelice senza di me? Se lo sarebbe, lo onoro e lo rispetto tanto che penso di poter essere sua moglie.› E cosď fu sistemato tutto. Allora, e soltanto allora, io dissi ad Annie: ‹Annie, il dottor Strong non sarą soltanto tuo marito, ma rappresenterą il tuo povero padre; rappresenterą il capo della nostra famiglia, rappresenterą la saggezza, il livello sociale e, posso dire, i mezzi della nostra famiglia; sarą insomma una provvidenza per noi.› Usai allora questa parola e la uso ancora oggi. Se ho un merito Ź la costanza.»

       Sua figlia era rimasta silenziosa sulla sua sedia durante questo discorso, con gli occhi fissi a terra; suo cugino era in piedi al suo fianco e guardava a terra anche lui. Adesso ella disse molto piano, con voce tremante:

       «Mamma, spero che avrai finito.»

       «No, mia cara Annie,» rispose il Vecchio Soldato, «non ho finito affatto. Poiché me lo domandi, amor mio, ti rispondo che non ho finito. Mi lamento che, in veritą, tu sia un tantino snaturata verso la tua famiglia, e, poiché non serve a nulla lagnarsene con te, me ne lamento con tuo marito. E ora, caro dottore, guardate che sciocchina di moglie avete.»

       Mentre il dottore volgeva il volto bonario, col suo sorriso semplice e dolce verso, di lei, sua moglie abbassė ancor piĚ la testa. Mi accorsi che il signor Wickfield la guardava fisso.

       «Quando mi accadde di dire, l'altro giorno, a questa piccola impertinente,» proseguď sua madre scuotendo giocosamente la testa e il ventaglio verso di lei, «che c'era una circostanza familiare sulla quale avrebbe potuto richiamare la vostra attenzione - e in veritą penso che doveva farlo - mi rispose che farlo significava chiedervi un favore; e che, poiché siete tanto generoso e poiché per lei chiedere significa sempre ottenere, non voleva.»

       «Annie, mia cara,» disse il dottore. «Hai fatto male. Mi hai tolto un piacere.»

       «Quasi le stesse parole che le ho detto io!» esclamė la madre. «Un'altra volta, ora che so che non vuole parlarvene solo per questa ragione, ho proprio in mente, mio caro dottore, che ve ne parlerė io stessa.»

       «Ne sarė felice,» rispose il dottore.

       «Potrė farlo?»

       «Certamente.»

       «Bene, allora lo farė!» dichiarė il Vecchio Soldato. «Affare concluso.» E, avendo, immagino, raggiunto lo scopo, batté piĚ volte la mano del dottore col suo ventaglio (che aveva baciato), e tornė trionfante al suo posto di prima.

       Arrivė qualche altro invitato, tra i quali erano i due insegnanti e Adams, e la conversazione divenne generale; naturalmente volse sul signor Jack Maldon, sul suo viaggio, sul paese in cui stava per andare e sui suoi vari programmi e le sue prospettive. Doveva partire quella notte stessa, dopo cena, in una sedia di posta, per Gravesend, dov'era la nave su cui avrebbe compiuto il viaggio; e sarebbe stato lontano - a meno che non tornasse per una licenza o per motivi di salute - non so quanti anni. Ricordo che fu stabilito per consenso generale che l'India era un paese decisamente calunniato e che non vi era in esso nulla di sgradevole a eccezione di qualche rara tigre e di un po' di calura nelle ore piĚ ardenti della giornata. Da parte mia, consideravo il signor Jack Maldon come un moderno Sindbad e me lo raffiguravo come l'amico del cuore di tutti i ragią dell'oriente, seduto sotto baldacchini e intento a fumare pipe d'oro arrotolate, lunghe un miglio se si fosse potuto distenderle.

       La signora Strong cantava in modo veramente piacevole: lo sapevo perché l'avevo spesso udita cantare da sola. Ma, sia che si sentisse intimidita nel cantare davanti a un pubblico, sia che quella sera non fosse in voce, certo Ź che non poté cantare affatto. Una volta tentė un duetto con suo cugino Maldon, ma non poté nemmeno incominciare; e in seguito, quando cercė di cantare da sola, sebbene avesse iniziato con molta dolcezza, la voce le si spense all'improvviso lasciandola piena di confusione con la testa china sui tasti. Il buon dottore disse che era nervosa e, per distrarla, propose un giuoco di carte, cosa di cui si intendeva come dell'arte di suonare il trombone. Ma notai che il Vecchio Soldato lo prese direttamente sotto la sua protezione divenendo la sua compagna, e, come preliminare dell'iniziazione, lo invitė a darle tutto il denaro che aveva in tasca.

       Facemmo un'allegra partita, resa non meno allegra dagli sbagli che il dottore commetteva in quantitą enorme a dispetto della vigilanza delle farfalle e con loro grande irritazione. La signora Strong aveva rinunciato a giocare, scusandosi col dire che non si sentiva bene; e suo cugino Maldon aveva addotto a sua volta il pretesto di avere qualche valigia da fare. Quando ebbe finito, comunque, tornė, ed entrambi sedettero insieme sul sofą, a conversare. Ogni tanto ella andava a guardare le carte del dottore e gli diceva come doveva giocare. Nel chinarsi su di lui era pallidissima e mi parve che il suo dito tremasse quando indicava le carte; ma il dottore era felice delle sue attenzioni, e non si accorse di quel tremito, se pur esisteva.

       A cena fummo meno allegri. Ognuno sembrava sentire che una partenza come quella era una triste cosa e che diveniva tanto piĚ triste quanto piĚ si avvicinava. Il signor Jack Maldon tentė di essere loquace, ma non si sentiva a suo agio e peggiorė le cose. Le quali non furono migliorate, mi parve, dal Vecchio Soldato, che non faceva che rievocare momenti della gioventĚ del signor Jack Maldon stesso.

       Il dottore, comunque, il quale, ne sono sicuro, sentiva di creare la felicitą di tutti, era molto compiaciuto e non aveva dubbi che tutti fossimo al colmo dell'allegria.

       «Mia cara Annie,» disse guardando l'orologio e riempiendosi il bicchiere, «Ź passata l'ora per tuo cugino Jack, e non dobbiamo trattenerlo perché il tempo e la marea - entrambi presenti in questo caso - non stanno ad aspettare nessuno. Signor Jack Maldon, voi avete dinanzi un lungo viaggio e un paese straniero; ma molti altri li hanno avuti e molti altri ancora li avranno fino al termine dei tempi. I venti che state per affrontare hanno sospinto migliaia e migliaia di uomini verso la fortuna, e ne hanno riportati migliaia e migliaia felicemente in patria.»

       «ť una cosa commovente,» disse la signora Markleham, «comunque la si consideri, Ź commovente vedere un bel giovane che si Ź conosciuto fin dall'infanzia, andarsene all'altro capo del mondo, lasciandosi dietro tutto ciė che conosceva e senza conoscere quello che gli Ź davanti. Un giovane che fa tali sacrifici,» e guardė il dottore, «merita bene di essere continuamente sostenuto e aiutato.»

       «Il tempo passerą presto per voi, signor Jack Maldon,» continuė il dottore, «e presto per tutti noi. Alcuni di noi, forse, possono difficilmente attendersi, nel naturale corso delle cose, di salutarvi al vostro ritorno. La cosa migliore Ź di sperarlo, e questo Ź il mio caso. Non vi annoierė con dei buoni consigli. Avete avuto per molto tempo un buon modello sotto gli occhi in vostra cugina Annie. Imitate le sue virtĚ quanto piĚ potete.»

       La signora Markleham si fece vento e scosse la testa.

       «Addio, signor Jack,» concluse il dottore alzandosi, al che tutti ci alzammo. «Un ottimo viaggio, una prospera fortuna laggiĚ e un felice ritorno in patria!»

       Tutti facemmo onore al brindisi e stringemmo la mano al signor Jack Maldon; dopo di che egli prese in fretta congedo dalle signore che erano lď e corse alla porta, dove fu ricevuto, mentre saliva in vettura, da una tremenda salve di evviva sparata dai nostri ragazzi che si erano riuniti apposta sul prato. Corso fra loro per ingrossar le file, ero vicinissimo alla carrozza quando si mosse, ed ebbi la viva impressione di vedere, tra la nebbia di voci e di polvere, il signor Jack Maldon passarmi davanti col viso stravolto e qualche cosa di purpureo fra le mani.

       Dopo un'altra salve in onore del dottore e un'altra in onore della moglie del dottore, i ragazzi si dispersero e noi rientrammo in casa, dove trovai gli ospiti tutti riuniti intorno al dottore stesso, intenti a discutere come il signor Jack Maldon era partito, e come aveva sopportato la cosa, e quali fossero i suoi sentimenti e tutto il resto. In mezzo a questi discorsi la signora Markleham chiese ad alta voce: «Dov'Ź Annie?»

       Non c'era alcuna Annie, e quando la chiamarono nessuna Annie rispose. Ma, usciti tutti in gruppo dalla stanza per vedere che cosa fosse successo, la trovammo distesa sul pavimento del vestibolo. Ci fu dapprima un grande allarme, finché capimmo che era in deliquio e che il deliquio cedeva ai soliti mezzi di cura. Il dottore, che aveva sollevato la testa di lei sulle proprie ginocchia, le scostė allora i ricci con la mano e disse guardandosi attorno:

       «Povera Annie! ť cosď affezionata e tenera di cuore! ť stata la partenza del suo vecchio amico e compagno di giuochi - il suo cugino favorito - a ridurla cosď. Ah! che pena! Quanto mi dispiace!»

       Quando riaprď gli occhi vide dove era e che tutti le stavamo attorno, si alzė, sorretta, e frattanto volse il capo per posarlo sulla spalla del dottore... o per nascondervelo, non so bene. Entrammo nel salotto per lasciarla col dottore e con sua madre; ma ella disse, sembra, che si sentiva meglio di quanto non si fosse sentita per tutto quel giorno e che preferiva tornare con noi; cosď la portarono dentro, pallida e debole, mi parve, e la fecero sedere sul divano.

       «Annie cara,» disse sua madre aggiustandole il vestito. «Guarda qui! Hai perso un fiocco. Chi Ź cosď gentile da cercare un nastro, un nastro color porpora?»

       Era quello che portava sul petto. Lo cercammo tutti; io stesso, sono sicuro, frugai da ogni parte; ma nessuno riuscď a trovarlo.

       «Non ricordi dov'eri quando te lo sei visto per l'ultima volta, Annie?» chiese sua madre.

       Mi meravigliai che avesse potuto apparirmi pallida o altra cosa che non fosse un rosso ardente quando rispose che lo aveva fino a poco prima, cosď le sembrava, ma che non era il caso di cercarlo.

       Tuttavia fu cercato ancora, e senza esito. Ella ci pregė di lasciare le indagini; ma fu fatta ancora qualche ricerca saltuaria, finché lei non si fu rimessa del tutto e gli ospiti presero congedo.

       Tornammo a casa molto lentamente, il signor Wickfield, Agnes e io: Agnes e io ammiravamo il chiaro di luna, e il signor Wickfield non alzava gli occhi da terra. Quando finalmente giungemmo alla nostra porta, Agnes si accorse di avere dimenticato la sua piccola borsetta a rete. Felice di renderle un favore, rifeci la strada per prenderla.

       Entrai nella sala da pranzo in cui era stata dimenticata: era buia e deserta. Ma, poiché era aperta una porta di comunicazione tra la sala e lo studio del dottore, dove brillava una luce, varcai la soglia per spiegare che cosa cercavo e chiedere una candela.

       Il dottore era seduto nella sua poltrona accanto al fuoco, e la sua giovane moglie si rannicchiava su di uno sgabello ai suoi piedi. Con un sorriso compiacente, il dottore leggeva ad alta voce la spiegazione o l'esposizione manoscritta di una teoria del suo interminabile dizionario, ed ella alzava lo sguardo verso di lui. Ma con un volto che non le avevo mai visto. Era cosď bello nella sua forma, di un pallore cosď cinerino, cosď irrigidito nell'astrazione, cosď pieno di uno stravolto, sonnambulico, sognante orrore di non so che cosa. Gli occhi erano spalancati, e i bruni capelli le cadevano in due ricche masse sulle spalle e sul bianco abito in disordine per la mancanza del nastro perduto. Per quanto ricordi nettamente il suo sguardo, non posso dire che cosa esprimesse: non posso dire nemmeno che cosa esprime per me adesso, che riappare ancora dinanzi al mio giudizio piĚ maturo. Pentimento, umiliazione, vergogna, orgoglio, amore e fiducia... vedo tutto questo, e in tutto questo vedo quell'orrore di non so che cosa.

       Il mio ingresso e le mie parole di spiegazione la riscossero. Anche il dottore ne fu disturbato perché, quando tornai per rimettere a posto la candela che avevo preso dal tavolo, lui stava accarezzandole la testa, al suo modo paterno, e diceva di essere uno spietato moscone a permetterle di indurlo a quella lettura; e che voleva che andasse a letto.

       Ma ella lo supplicė, in un modo rapido e ansioso, di lasciarla restare... di darle la sicurezza (la udii mormorare qualche parola rotta, in questo senso) di godere, quella sera, tutta la sua fiducia. Si volse ancora verso di lui dopo avermi dato un'occhiata mentre lasciavo la stanza e uscivo, e la vidi sovrapporre le mani sul ginocchio di lui, che riprendeva la lettura, e alzare lo sguardo con lo stesso volto, un poco piĚ calmo.

       Ne ebbi un'impressione profonda che ricordai in seguito per molto tempo; avrė occasione di riparlarne quando sarą il momento.

 

XVII • QUALCUNO RIAPPARE

 

 

 

       Non ho avuto occasione di parlare di Peggotty dal giorno della mia fuga; ma, naturalmente, le scrissi una lettera quasi subito dopo aver trovato una casa a Dover, e un'altra, molto piĚ lunga, con tutti i particolari che ho riferito, quando mia zia mi ebbe preso ufficialmente sotto la sua protezione. Le scrissi di nuovo della mia sistemazione presso il dottor Strong, dandole particolari sulla mia felice condizione e le mie prospettive. Non avrei potuto trarre maggior piacere dal denaro che il signor Dick mi aveva dato, di quello che provai nell'inviare a Peggotty, per posta, chiusa in quest'ultima lettera, una mezza ghinea d'oro, in restituzione della somma che mi aveva prestato: in questa lettera, non prima, parlai del giovanotto con l'asino e il carretto.

       A queste notizie Peggotty rispose con la prontezza, se non con la concisione, di un segretario d'azienda. I suoi estremi poteri di espressione (che, per scritto, non erano certo vasti) si esaurirono nel tentativo di comunicarmi i suoi sentimenti a proposito del mio viaggio. Quattro facciate di frasi incominciate e non finite, piene di incoerenze, di esclamazioni e di macchie furono insufficienti a concederle un sollievo. Ma le macchie erano per me piĚ espressive della miglior prosa, perché mi dimostravano che Peggotty aveva pianto su tutto il foglio, e che cosa potevo desiderare di piĚ?

       Riuscii a capire, senza molta difficoltą, che non poteva ancora considerare con vero affetto la zia. La notizia era troppo recente dopo una cosď lunga propensione nel senso opposto. Non si riesce mai a conoscere una persona, scriveva; ma pensare che la signorina Betsey potesse rivelarsi cosď diversa da come era stata giudicata, era veramente una Morale! Fu questa la parola da lei usata. Evidentemente aveva ancora paura della signorina Betsey, perché le inviava molto timidamente i suoi riconoscenti omaggi; e con eguale evidenza aveva paura anche di me, considerando la possibilitą che scappassi via un'altra volta quanto prima: almeno se posso giudicare dai suoi ripetuti accenni al fatto che il prezzo della diligenza per Yarmouth avrei sempre potuto averlo da lei solo che lo richiedessi.

       Mi diede una notizia che mi commosse profondamente, e cioŹ che tutto il mobilio della nostra vecchia casa era stato venduto, che il signore e la signorina Murdstone se n'erano andati e che la casa era stata chiusa per essere affittata o venduta. Dio sa quanto poco ci avessi abitato durante la loro permanenza, ma mi era penoso pensare a quel caro vecchio luogo ormai completamente abbandonato, alle erbacce che sarebbero cresciute in giardino, alle foglie morte che si sarebbero accumulate sui sentieri in umidi mucchi. Immaginavo come i venti invernali avrebbero mugghiato intorno ad essa, come la fredda pioggia avrebbe battuto contro i vetri delle finestre, come la luna avrebbe creato fantasmi sulle pareti delle stanze vuote a sorvegliare la loro solitudine per tutta la notte. Tornai a pensare alla tomba nel cimitero, sotto l'albero: e mi parve che anche la casa fosse morta, adesso, e che tutto ciė che si ricollegava a mio padre e a mia madre fosse svanito.

       Nella lettera di Peggotty non c'erano altre nuove. Il signor Barkis, mi diceva, era un eccellente marito, sebbene sempre un po' taccagno; ma tutti avevamo i nostri difetti e lei ne aveva un mucchio (sebbene non sappia proprio quali fossero); e lui mi mandava i suoi omaggi, e la mia piccola stanza da letto era sempre pronta per me. Il signor Peggotty stava bene, Ham stava bene, la signora Gummidge era un po' malazzata, e la piccola Emily non voleva mandarmi il suo amore, ma diceva che poteva mandarmelo Peggotty, se voleva.

       Riferii debitamente a mia zia tutte queste notizie tenendo per me solo l'accenno alla piccola Emily, verso la quale sentivo istintivamente che lei non avrebbe avuto una benevola inclinazione. Quando ero ancor nuovo nel collegio del dottor Strong, la zia fece parecchie incursioni a Canterbury per vedermi e sempre a ore insolite: col proposito, credo, di cogliermi di sorpresa. Ma, trovandomi proficuamente occupato e generalmente apprezzato, e sentendo da ogni parte che facevo rapidi progressi negli studi, diradė presto le sue visite. La vedevo di sabato, ogni tre o quattro settimane, quando andavo a Dover per una riunione in famiglia; e vedevo il signor Dick ogni due mercoledď, quando arrivava in diligenza nel pomeriggio e si tratteneva fino al mattino seguente.

       In queste occasioni il signor Dick non viaggiava mai senza uno scrittoio portatile di cuoio contenente tutti gli articoli di cancelleria necessari e il Memoriale, riguardo al quale si rendeva conto che ormai il tempo cominciava a stringere, e che davvero bisognava condurlo al termine.

       Il signor Dick aveva un gran debole per il panpepato. Per rendere piĚ gradevoli le sue visite, la zia mi aveva incaricato di aprirgli un credito presso una pasticceria, limitato perė dall'accordo che non avrebbe potuto fare acquisti di valore superiore a uno scellino nel corso di ogni giorno. Questo, e la necessaria consegna a mia zia di tutti i conticini della locanda in cui dormiva, prima di pagarli, mi fecero sospettare che egli avesse solo il diritto di far risuonare le sue monete, ma non quello di spenderle. In seguito a ulteriori indagini venni a sapere che era proprio cosď, o che per lo meno vi era, fra lui e mia zia, un patto secondo il quale egli avrebbe dovuto renderle conto di tutte le sue spese. Poiché non aveva la minima intenzione di ingannarla e sempre desiderava farle piacere, si guardava bene dall'abbandonarsi al dispendio. Su questo punto, come, del resto, su tutti gli altri punti possibili, il signor Dick era convinto che mia zia fosse la piĚ saggia e la piĚ meravigliosa delle donne, come mi ripeteva con infinita segretezza e sempre a bassa voce.

       «Trotwood,» mi disse con aria di mistero il signor Dick, un mercoledď, dopo avermi fatto questa confidenza; «chi Ź l'uomo che si nasconde presso la nostra casa e la spaventa?»

       «Spaventa mia zia, signore?»

       Il signor Dick assentď. «Credevo che niente potesse spaventarla,» aggiunse, «perché Ź...» e qui la sua voce si fece un sussurro, «non andate a ripeterlo, la piĚ saggia e la piĚ meravigliosa delle donne.» Detto questo, si trasse indietro per contemplare l'effetto che la sua descrizione aveva fatto su di me.

       «La prima volta che quel tale comparve,» continuė il signor Dick, «fu... guardiamo un po'... l'esecuzione di Carlo I avvenne nel mille e seicento quarantanove. Mi pare che abbiate detto mille e seicento quarantanove.»

       «Sď, signore.»

       «Non capisco come possa essere,» disse il signor Dick molto imbarazzato e scuotendo la testa, «Non credo di essere cosď vecchio.»

       «Fu in quell'anno che apparve quell'uomo, signore?» domandai.

       «Diamine,» esclamė il signor Dick «non vedo come possa essere avvenuto in quell'anno, Trotwood. Avete trovato questa data nella storia?»

       «Sď, signore.»

       «Immagino che la storia non menta mai, non Ź vero?» chiese il signor Dick con un lampo di speranza.

       «Oh, no certo, signore!» risposi con grande energia. Ero ingenuo e giovane, e ne ero convinto.

       «Non riesco a capire,» disse il signor Dick scuotendo la testa. «C'Ź in qualche parte qualche cosa che non torna. Comunque, quell'uomo apparve la prima volta subito dopo quello sbaglio che fecero di mettermi in testa alcuni crucci che erano nella testa di Carlo I. Passeggiavo con la signorina Trotwood dopo il tŹ, proprio all'imbrunire, e lui era lď, vicino alla nostra casa.»

       «Stava passeggiando?» domandai.

       «Stava passeggiando?» ripeté il signor Dick. «Guardiamo, devo riordinarmi un po' le idee. N... no, no; non stava passeggiando.»

       Gli chiesi, come il modo piĚ semplice per saperlo, che cosa stesse facendo.

       «Be', non era affatto lą,» disse il signor Dick, «finché arrivė dietro di lei e le mormorė qualche cosa. Allora lei si volse e venne meno, e io rimasi fermo e lo guardai, e lui andė via; ma la cosa piĚ straordinaria Ź che da allora deve essere rimasto sempre nascosto (nella terra o in qualche parte)!»

       «ť rimasto nascosto da allora?» chiesi.

       «Non vi Ź dubbio,» rispose il signor Dick, assentendo gravemente. «Non Ź mai venuto fuori fino a ieri sera! Ieri sera stavamo passeggiando, e lui arrivė ancora dietro di lei, e lei ancora lo riconobbe.»

       «E spaventė nuovamente la zia?»

       «Era tutta un fremito,» disse il signor Dick imitando questa reazione e battendo i denti. «Appoggiata allo steccato. Piangeva. Ma, Trotwood, venite qua,» e mi trasse a lui per poter parlare piĚ piano; «perché, ragazzo mio, gli diede del denaro alla luce della luna?»

       «Forse era un mendicante.»

       Il signor Dick scosse la testa come respingendo assolutamente questa ipotesi; e, dopo aver ripetuto una gran quantitą di volte, con grande convinzione: «un mendicante no, un mendicante no, un mendicante no, signore!» continuė a raccontare che piĚ tardi, a notte inoltrata, aveva visto dalla finestra mia zia dare del denaro a questa persona attraverso la cancellata del giardino al chiaro di luna, e quello era sgattaiolato via - molto probabilmente, credeva, ancora sotto terra - e non era stato piĚ visto, mentre mia zia tornava in fretta e furtivamente in casa, e, ancora il mattino, era in uno stato molto diverso dal solito, cosa che tormentava la mente del signor Dick.

       All'inizio di questo racconto non mi passė nemmeno per la testa che lo sconosciuto potesse essere altra cosa che un'illusione del signor Dick, uno della famiglia del disgraziato sovrano che gli aveva dato tante noie; ma dopo averci meditato un poco, cominciai a domandarmi se non fosse stato fatto due volte un tentativo, o la minaccia di un tentativo, per strappare il povero signor Dick dalla protezione di mia zia, e se la zia, di cui ben conoscevo la forza dell'affetto che gli portava, potesse essere stata indotta a pagare una somma per la sua pace e la sua tranquillitą. Poiché mi sentivo gią molto legato al signor Dick e molto sollecito del suo benessere, i miei timori favorivano questa supposizione; e per molto tempo difficilmente arrivė uno dei suoi mercoledď senza che io fossi in apprensione di non vederlo, come al solito, nella diligenza. Tuttavia egli fu sempre lď, con la sua testa grigia, ridente e felice; e non ebbe piĚ da raccontarmi altre notizie sull'uomo che atterriva la zia.

       Questi mercoledď erano i giorni piĚ felici della vita del signor Dick; ed eran lungi dall'essere i meno felici della mia. Presto divenne noto a ogni ragazzo del collegio; e sebbene non prendesse mai parte ad alcun giuoco, tranne il lancio dell'aquilone, si interessava profondamente alle nostre gare come nessun altro di noi. Quante volte l'ho visto tutto intento a una partita a palline o a trottola, osservare con un'espressione di inesprimibile interesse e trattenere il fiato nei momenti critici! Quante volte, a «cani e lepre», l'ho visto sull'alto di una collinetta incitare all'azione tutto il campo e sventolare il cappello al di sopra della sua grigia testa, dimentico della testa di Re Carlo Martire e di tutto ciė che la riguardava! Quante volte mi sono accorto che le ore estive passavano per lui come minuti di felicitą in un campo di cricket! Quanti giorni d'inverno l'ho visto col naso livido, drizzarsi nella neve e nel vento d'oriente per guardare i ragazzi che facevano gli scivoloni e battere per l'entusiasmo i guanti di lana!

       Era il favorito di tutti, e la sua ingegnositą nelle piccole cose era strabiliante. Poteva tagliare le arance in forme bizzarre di cui nessuno di noi aveva idea. Poteva fare una barchetta con qualunque cosa, da uno spiedo in su. Poteva trasformare ossi di pecora in pezzi da scacchi; foggiare cocchi romani con figure di vecchie carte da giuoco; fare ruote a raggi con rocchetti da cotone e gabbie da uccelli con il vecchio fil di ferro. Ma forse piĚ di tutto eccelleva in oggetti di spago e paglia; tutti eravamo convinti che servendosi di questo materiale sapesse fare tutto ciė che si puė fare con le mani.

       La fama del signor Dick non rimase a lungo confinata fra noi. Dopo pochi mercoledď il dottor Strong stesso mi fece alcune domande su di lui e io gli raccontai tutto ciė che mi aveva detto la zia; il dottore ne fu cosď interessato che chiese di essergli presentato in occasione della sua prossima visita. Celebrai io stesso questa cerimonia, e, avendolo il dottore pregato, ogni volta che non mi trovasse all'ufficio delle diligenze, di venire senz'altro al collegio e riposarsi finché avessimo finito i nostri compiti del mattino, divenne presto un'abitudine per il signor Dick, arrivare al collegio come cosa ovvia, e, se noi eravamo un po' in ritardo, come spesso accadeva il mercoledď, passeggiare per il cortile aspettandomi. Qui fece conoscenza con la bella e giovane moglie del dottore (piĚ pallida di un tempo, per tutto questo periodo; piĚ raramente vista da me e, credo, da qualsiasi altro; non piĚ tanto gaia, ma non meno bella), e cosď, a poco a poco, divenne sempre piĚ familiare, finché, da ultimo, entrava addirittura ad aspettarmi nel collegio. Si metteva sempre a sedere in un angolo particolare, su di un particolare sgabello che, dal suo nome, era chiamato «Dick»; lď se ne stava con la grigia testa piegata in avanti, ascoltando attentamente tutto ciė che avveniva, con una profonda venerazione per quella cultura che non era mai stato capace di far sua.

       Il signor Dick estendeva questa venerazione al dottore, che considerava il piĚ sottile e completo filosofo di ogni epoca. Passė molto tempo prima che il signor Dick osasse rivolgergli la parola altrimenti che a testa nuda; e anche quando lui e il dottore ebbero stretto una vera amicizia e presero a passeggiare insieme per ore in quel lato del cortile che era conosciuto tra noi come la Passeggiata del Dottore, il signor Dick si toglieva ogni tanto il cappello a dimostrare il suo rispetto per la saggezza e la sapienza. Come avvenne che il dottore cominciasse a leggergli frammenti del famoso dizionario durante queste passeggiate, non l'ho mai saputo; forse, in un primo tempo, ebbe l'impressione che fosse come leggerseli da solo. Comunque anche questo divenne abitudine; e il signor Dick, ascoltando con un volto raggiante di orgoglio e di piacere, nell'intimo del suo cuore era convinto che il dizionario fosse il libro piĚ divertente dell'universo.

       Quando ripenso a loro, che andavano su e giĚ davanti alle finestre del collegio - il dottore intento a leggere col suo sorriso compiacente, sventolando a tratti il manoscritto nell'aria o facendo gravi cenni col capo; e il signor Dick ad ascoltare, incatenato dall'interesse, con il suo povero spirito vagante Dio sa dove, sulle ali di ardue parole - ci ripenso come a una delle cose piĚ belle che, nella loro serenitą, abbia mai visto. Mi sembra che avrebbero potuto passeggiare su e giĚ per l'eternitą rendendo cosď migliore il mondo... come se le mille cose per cui fa tanto fracasso non fossero nemmeno la metą buone per esso o per me.

       Agnes si annoverė presto fra gli amici del signor Dick, il quale, venendo spesso a casa nostra, fece conoscenza con Uriah. L'amicizia fra lui e me aumentava continuamente e si manteneva su questa strana base: che il signor Dick, mentre mi sorvegliava ufficialmente come mio tutore, mi consultava sempre in ogni sua incertezza e seguiva regolarmente il mio consiglio: non solo con un profondo rispetto per la mia sagacia nativa, ma considerando che dovevo averne ereditato una buona dose da mia zia.

       Un giovedď mattina, mentre stavo accompagnando il signor Dick dall'albergo all'ufficio delle diligenze prima di andare a scuola (perché avevamo un'ora di studio prima di colazione), incontrai per via Uriah, il quale mi ricordė la promessa che gli avevo fatto di andare a prendere il tŹ con lui e con sua madre: e aggiunse con uno dei suoi contorcimenti: «Ma non mi aspettavo che la manteneste, signorino Copperfield, siamo troppo umili.»

       In realtą non ero ancora riuscito a decidere se Uriah mi piaceva o se lo detestavo; ed ero anche adesso molto dubbioso in proposito mentre lo guardavo in faccia lď nella via. Ma mi parve un'offesa essere considerato superbo e risposi che aspettavo solo di essere invitato.

       «Oh, se Ź tutto qui, signorino Copperfield,» disse Uriah, «e se davvero non Ź la nostra umiltą a fare ostacolo, volete venire stasera? Ma se fosse per la nostra umiltą, signorino Copperfield, spero che non vi tratterrete dal dirlo francamente, perché ci rendiamo perfettamente conto della nostra condizione.»

       Dissi che ne avrei parlato al signor Wickfield e che, se mi dava la sua approvazione, cosa su cui non avevo dubbi, sarei venuto con piacere. Cosď quella sera, alle sei, poiché era una delle sere in cui l'ufficio chiudeva prima, annunciai a Uriah di essere pronto.

       «Mia madre sarą davvero orgogliosa,» disse mentre ci avviavamo insieme. «O almeno sarebbe orgogliosa se non fosse peccato, signorino Copperfield.»

       «Tuttavia, stamane, non vi siete peritato di supporre che io fossi orgoglioso,» risposi.

       «Oh, mio Dio, no, signorino Copperfield,» replicė Uriah. «Oh, credetemi, no! Un'idea simile non mi Ź mai venuta in testa! Non lo avrei considerato assolutamente orgoglio, da parte vostra, se ci aveste giudicati troppo umili per voi. Perché noi siamo veramente umilissimi.»

       «Ultimamente vi siete applicato molto agli studi di legge?» chiesi per cambiare argomento.

       «Oh, signorino Copperfield,» disse con aria di volontaria mortificazione, «le mie letture non si possono chiamare studi. A volte, la sera, ho passato una o due ore col signor Tidd.»

       «Dev'essere piuttosto difficile, immagino,» dissi.

       «A volte Ź difficile per me,» rispose Uriah. «Ma non so come possa essere per un lettore dotato.»

       Dopo essersi battuto sul mento un motivetto, mentre camminava, con le prime due dita della sua scheletrica destra, aggiunse:

       «Vi sono espressioni, capite, signorino Copperfield - parole e termini latini - nel signor Tidd, che risultano troppo ardue per un lettore delle mie umili capacitą.»

       «Vi piacerebbe imparare il latino?» dissi con vivacitą. «Ve lo insegnerė con piacere via via che lo imparo.»

       «Oh, grazie, signorino Copperfield,» rispose scuotendo la testa. «ť veramente gentile da parte vostra farmi questa offerta, ma sono troppo umile per accettarla.»

       «Che sciocchezze, Uriah!»

       «Oh, davvero dovete scusarmi, signorino Copperfield! Vi sono molto obbligato, e ne sarei lietissimo, ve lo assicuro; ma sono troppo umile. C'Ź abbastanza gente che mi cammina sul capo, nella mia bassa condizione, senza che offenda i loro sentimenti facendomi una cultura. La cultura non Ź per me. Una persona come me Ź meglio che non abbia aspirazioni. Se deve farsi avanti nella vita, deve farlo umilmente, signorino Copperfield.»

       Mai si poteva vedere la sua bocca cosď larga e i solchi sulle gote cosď profondi come quando dava sfogo a questi sentimenti, sempre scuotendo il capo e contorcendosi di modestia.

       «Credo che abbiate torto, Uriah,» ribattei. «Oso dire che vi son parecchie cose che potrei insegnarvi, se vi piacesse impararle.»

       «Oh, non ne dubito, signorino Copperfield,» rispose; «non ne dubito minimamente. Ma, poiché voi stesso non siete umile, forse non potete giudicare con esattezza per quelli che lo sono. Io non voglio provocare con la cultura coloro che sono migliori di me, grazie egualmente. Sono troppo umile. E questa Ź la mia umile dimora, signorino Copperfield!»

       Entrammo in una stanza bassa, all'antica, che dava direttamente sulla strada, e vi trovammo la signora Heep, che era il ritratto di Uriah, solo piĚ bassa. Mi ricevette con la massima umiltą e si scusė di dare un bacio a suo figlio, osservando che, pur modesti come erano, avevano i loro affetti naturali, cosa che sperava non avrebbe offeso nessuno. Era una stanza molto decente, metą salotto e metą cucina, ma senza alcuna intimitą. Il servizio da tŹ era pronto sul tavolo e il bricco bolliva sul focolare. V'era un mobile a cassetti che terminava a scrittoio, sul quale Uriah poteva leggere e scrivere la sera; v'era la borsa turchina di Uriah, abbandonata e straripante di carte; v'era il piccolo esercito dei libri di Uriah, comandati dal signor Tidd; v'era una credenza ad angolo, e v'erano i mobili consueti. Non ricordo che ogni singolo oggetto avesse un aspetto squallido, consunto o indigente, ma ricordo che tutto l'insieme lo aveva.

       Faceva forse parte dell'umiltą della signora Heep portare ancora il lutto. Nonostante il tempo trascorso dalla morte del signor Heep, ella era ancora in gramaglie. Penso che ci fosse un certo compromesso nella cuffia; ma per il resto era tutta in nero, come nei primi tempi del suo cordoglio.

       «Questo Ź certo un giorno da ricordarsi, mio caro Uriah,» disse la signora Heep servendo il tŹ, «il giorno in cui il signorino, Copperfield ci ha fatto visita.»

       «Gliel'ho detto che avresti pensato cosď, mamma,» rispose Uriah.

       «Se avessi potuto desiderare che tuo padre rimanesse fra noi per qualche ragione,» continuė la signora Heep, «sarebbe stato perché, questo pomeriggio, potesse avere la sua compagnia.»

       Mi sentii imbarazzato da tanti complimenti; mi rendevo conto di essere trattato come un ospite di riguardo, e pensai che la signora Heep fosse una donna piacevole.

       «Il mio Uriah,» disse la signora Heep, «ha aspettato per molto tempo questo giorno, signore. Temeva che la nostra umiltą fosse di ostacolo, e io con lui. Umili siamo, umili siamo stati e umili saremo sempre,» concluse la signora Heep.

       «Sono certo che non avete ragione di essere tali, signora,» osservai, «a meno che non lo vogliate.»

       «Grazie, signore,» rispose la signora Heep. «Conosciamo la nostra condizione e ce ne contentiamo con riconoscenza.»

       Notai che la signora Heep a poco a poco mi si faceva sempre piĚ vicina, e che Uriah, a poco a poco mi si metteva di fronte, e che entrambi rispettosamente mi invitavano a scegliere quanto c'era di meglio in tavola. Non era una scelta molto abbondante, questo Ź certo; ma io presi il buon volere per realtą, e trovai che erano molto premurosi. Poi cominciarono a parlare di zii, e io parlai della mia; e poi di padri e madri, e io parlai dei miei; e poi la signora Heep prese a parlare di padrigni, e allora presi a parlare del mio: ma mi fermai perché la zia mi aveva avvertito di non far parole su questo soggetto. Un tenero turaccioletto, comunque, non avrebbe avuto maggiori possibilitą contro un paio di cavatappi, né un dente di latte contro un paio di dentisti, o un leggero volano contro due racchette, di quante ne ebbi io contro Uriah e la signora Heep. Fecero di me esattamente quello che vollero, e mi cavarono fuori cose che non avevo alcun desiderio di dire, con una sicurezza che arrossisco a ricordare: tanto piĚ che, nella mia giovanile franchezza, provai un certo orgoglio nell'essere cosď confidenziale e mi sentii un vero protettore per i miei due rispettosi ospiti.

       Erano molto affezionati l'uno all'altra, questo Ź certo. Sono sicuro che questo fece effetto su di me come un'espressione di natura; ma l'abilitą con cui l'uno portava fine in fondo tutto ciė a cui l'altro dava l'avvio era una espressione d'arte contro la quale ero ancor meno difeso. Quando non ci fu da tirarmi fuori piĚ nulla che mi riguardasse (perché sulla mia vita da Murdstone e Grinby e sul mio viaggio rimasi muto) cominciarono col signor WickfieId e Agnes. Uriah lanciava la palla alla signora Heep, la signora Heep l'afferrava e la rilanciava a Uriah, Uriah la tratteneva un po' e poi la restituiva alla signora Heep, e cosď andavano avanti a passarsela finché non riuscii piĚ a capire chi l'avesse in mano e fui completamente frastornato. La palla continuava a trasformarsi. Ora era il signor Wickfield, ora Agnes, ora l'eccellenza del signor WickfieId, ora la mia ammirazione per Agnes; ora l'estensione degli affari e delle risorse del signor Wickfield, ora la nostra vita domestica dopo pranzo; ora il vino che il signor Wickfield beveva, le ragioni per cui lo beveva e la deprecazione che ne bevesse tanto; ora una cosa, ora l'altra e poi tutte le cose in una volta. E sempre, senza aver l'impressione di parlar troppo né di fare altro che incoraggiarli un tantino ogni tanto per timore che si sentissero sopraffatti dalla loro umiltą o dall'onore della mia compagnia, mi trovai continuamente a lasciarmi sfuggire qualche cosa che non avevo alcuna ragione per lasciarmi sfuggire e a vederne gli effetti negli ammiccamenti delle incise narici di Uriah.

       Cominciavo a sentirmi un po' a disagio e a desiderare di poter prendere congedo, quando qualcuno, nella strada, passė davanti alla porta - che era aperta per dare aria alla stanza troppo calda, data la giornata insolitamente afosa in quella stagione - tornė indietro, guardė dentro ed entrė esclamando a gran voce: «Copperfield! Possibile?»

       Era il signor Micawber! Il signor Micawber con il suo occhialetto, il suo bastoncino, il suo alto colletto, la sua aria signorile, il suo strascichio di condiscendenza nella voce: al completo.

       «Mio caro Copperfield,» disse il signor Micawber tendendomi la mano, «questo Ź proprio un incontro fatto apposta per imprimere nella mente il senso della instabilitą e dell'incertezza di tutte le umane... insomma, Ź un incontro quanto mai straordinario. Mentre vado a passeggio per via, riflettendo sulla probabilitą che salti fuori qualche cosa (e attualmente ne sono piuttosto fiducioso) ecco che vedo saltar fuori un giovane ma valente amico, collegato al piĚ avventuroso periodo della mia vita; oso dire alla svolta decisiva della mia esistenza. Copperfield, mio caro, come state?»

       Non posso dire - realmente non posso dire - che fossi contento di vedere lď il signor Micawber; ma fui tuttavia contento di vederlo e gli strinsi la mano cordialmente, informandomi della salute della signora Micawber.

       «Grazie,» disse il signor Micawber facendo ondeggiare la mano nell'aria come un tempo e aggiustandosi il mento nel colletto. «Si sta discretamente rimettendo. I gemelli non prendono piĚ il loro alimento dalle fonti della natura... insomma,» disse il signor Micawber in uno dei suoi sfoghi confidenziali, «sono svezzati; e la signora Micawber Ź attualmente la mia compagna di viaggio. Sarą felice, Copperfield, di rinnovare la sua conoscenza con uno che si Ź dimostrato sotto ogni rispetto degno ministro del sacro altare dell'amicizia.»

       Dissi che sarei stato ben lieto di vederla.

       «Siete molto buono,» dichiarė il signor Micawber.

       Poi sorrise, si aggiustė ancora il mento e si guardė intorno.

       «Ho ritrovato il mio amico Copperfield,» disse il signor Micawber con garbo raffinato e senza rivolgersi particolarmente ad alcuno, «non in solitudine ma in atto di partecipare a un sociale convito con una signora vedova e con chi apparentemente Ź la sua progenie... insomma,» concluse il signor Micawber con un altro dei suoi sfoghi confidenziali, «suo figlio. Considererei un onore essere presentato.»

       Date le circostanze, non potevo fare a meno di presentare il signor Micawber a Uriah Heep e a sua madre; cosa che di conseguenza feci. Mentre essi si umiliavano davanti a lui, il signor Micawber prese una sedia e fece ondeggiare la mano nell'aria nel modo piĚ aristocratico.

       «Ogni amico del mio amico Copperfield,» disse il signor Micawber, «ha personali diritti alla mia amicizia.»

       «Noi siamo troppo umili, signore,» rispose la signora Heep, «mio figlio e io, per essere amici del signorino Copperfield. Egli Ź stato cosď buono da venire a prendere questo tŹ con noi, e noi siamo riconoscenti a lui per la sua compagnia, e anche a voi, signore, per quello che avete detto.»

       «Signora,» replicė il signor Micawber con un inchino, «siete molto obbligante. E voi, Copperfield, che cosa fate? Sempre nel commercio dei vini?»

       Ero quanto mai ansioso di portar via il signor Micawber; risposi, col cappello in mano e, non ne dubito, il volto infiammato, di essere un discepolo del dottor Strong.

       «Un discepolo?» esclamė il signor Micawber inarcando le sopracciglia. «Sono estremamente felice di udirlo. Sebbene una mente come quella del mio amico Copperfield,» e si rivolse a Uriah e alla signora Heep, «non richieda quella cultura che, senza la sua conoscenza di uomini e di cose, richiederebbe, tuttavia Ź un ricco terreno fertile di vegetazione latente... insomma,» concluse il signor Micawber sorridendo, in un'altra effusione confidenziale, «Ź un intelletto capace d'impadronirsi dei classici fino in fondo.»

       Uriah, con le sue lunghe mani che s'intrecciavano lentamente fra loro, fece uno spettrale contorcimento dalla vita in su per esprimere il suo completo accordo in questo giudizio.

       «Vogliamo andare a vedere la signora Micawber, signore?» chiesi io per portar via il signor Micawber.

       «Se desiderate farle questo favore, Copperfield,» rispose il signor Micawber alzandosi. «Non ho alcuno scrupolo di dire, in presenza di questi nostri amici, che sono un uomo che, per diversi anni, ha combattuto contro la stretta di difficoltą pecuniarie.» Sapevo che avrebbe certamente detto qualche cosa del genere; aveva sempre menato vanto delle sue difficoltą. «A volte mi sono levato al disopra di queste difficoltą. A volte esse mi hanno... insomma mi hanno buttato a terra. Vi sono stati momenti in cui ho organizzato contro di esse tutta una serie di barriere; e ve ne sono stati altri in cui esse sono state troppo numerose per me, e io ho ceduto, dicendo alla signora Micawber con le parole di Catone: ‹Platone, tu ragioni bene. Adesso tutto Ź finito. Non posso piĚ combattere.› Ma in nessun momento della mia vita,» continuė il signor Micawber, «ho goduto una soddisfazione piĚ alta che nel versare le mie pene (se posso chiamare cosď le mie difficoltą provenienti soprattutto da ordini di pignoramento e cambiali a due e quattro mesi) nel seno del mio amico Copperfield.» Il signor Micawber concluse questo bell'omaggio dicendo: «Signor Heep! Buona sera. Signora Heep! Servo vostro,» e andandosene poi via insieme a me con il suo fare piĚ distinto, facendo un gran fracasso sul pavimento con le sue scarpe e mugolando un'arietta.

       Era una piccola locanda, quella in cui alloggiava il signor Micawber. Egli vi occupava una stanzetta attigua alla sala comune e fortemente impregnata da un aroma di fumo di tabacco. Credo che fosse sopra la cucina perché un caldo odore di grasso sembrava salire dalle fessure del pavimento e vi era sulle pareti una flaccida traspirazione. Mi accorsi che era vicina al banco per il forte sentore dei liquori e il tintinnďo dei bicchieri. Lď, sdraiata su di un piccolo divano, sotto il dipinto di un cavallo da corsa, con la testa presso il fuoco e i piedi contro il vasetto della senape sul tavolino di servizio dell'altro capo della stanza, stava la signora Micawber, alla quale il signor Micawber, entrando per primo, disse: «Mia cara, permettimi di presentarti un allievo del dottor Strong.»

       Notai, di sfuggita, che sebbene il signor Micawber avesse come sempre le idee molto confuse sulla mia etą e condizione, ricordava tuttavia come segno di distinzione, che ero allievo del dottor Strong.

       La signora Micawber fu stupita ma felicissima di vedermi. Anch'io ero felicissimo di vederla, e, dopo un affettuoso saluto da entrambe le parti, mi sedetti sul divanetto al suo fianco.

       «Mia cara,» disse il signor Micawber, «se vuoi spiegare a Copperfield quale sia la nostra presente situazione, che non dubito sarą lieto di conoscere, io andrė frattanto a dare un'occhiata al giornale per vedere se tra gli avvisi non salta fuori qualche cosa.»

       «Credevo che foste a Plymouth, signora,» dissi alla signora Micawber mentre egli usciva.

       «Caro signorino, Copperfield,» rispose, «siamo andati infatti a PIymouth.»

       «Per essere sul posto,» accennai.

       «Proprio cosď,» rispose la signora Micawber. «Per essere sul posto. Ma la veritą Ź che il talento non Ź ricercato nella Dogana. L'influenza locale della mia famiglia fu del tutto incapace a ottenere un impiego in quel settore per un uomo delle capacitą del signor Micawber. Preferivano non avere un uomo di quelle capacitą. Avrebbe solo mostrato le deficienze degli altri. A parte questo,» continuė la signora Micawber, «non voglio nascondervi, mio caro signorino Copperfield, che quando quel ramo della mia famiglia che si Ź stabilito a Plymouth, si accorse che il signor Micawber era accompagnato da me, dal piccolo Wilkins, da sua sorella e dai due gemelli, non lo ricevettero con quel calore che egli poteva aspettarsi dopo essere uscito cosď di recente dalla prigionia. Il fatto Ź,» disse la signora Micawber abbassando la voce, «e la cosa resti fra noi, che ci ricevettero freddamente.»

       «Oh, mio Dio!» esclamai.

       «Sď,» confermė la signora Micawber. «ť veramente penoso contemplare il genere umano sotto questo aspetto, signorino Copperfield, ma ci ricevettero molto freddamente. Su questo non ci sono dubbi. E infatti, il ramo della mia famiglia che si Ź stabilito a Plymouth venne a contrasto personale col signor Micawber prima che fosse passata una settimana dal nostro arrivo.»

       Dissi, e lo pensavo, che avrebbero dovuto vergognarsi di se stessi.

       «Tuttavia fu cosď,» continuė la signora Micawber. «In queste circostanze, che cosa poteva fare un uomo dello spirito del signor Micawber? Non rimaneva ovviamente che una cosa. Farsi prestare da quel ramo della mia famiglia il denaro per tornare a Londra e tornarvi a ogni costo.»

       «E allora siete tornati tutti, signora?» chiesi.

       «Tornammo tutti,» rispose la signora Micawber. «Da allora ho consultato altri rami della mia famiglia sull'indirizzo che il signor Micawber puė prendere nel modo piĚ conveniente... poiché tengo per certo che egli deve prendere un indirizzo, signorino Copperfield,» disse la signora Micawber in tono di discussione. «ť chiaro che una famiglia di sei persone senza contare la domestica, non puė vivere d'aria.»

       «Certo, signora,» dissi io.

       «L'opinione di questi altri rami della mia famiglia,» proseguď la signora Micawber, «Ź che il signor Micawber dovrebbe subito rivolgere il suo interesse ai carboni.»

       «A che cosa, signora?»

       «Ai carboni,» ripeté la signora Micawber. «Al commercio dei carboni. Il signor Micawber, dopo aver fatto inchieste, fu indotto a pensare che avrebbero potuto esserci delle possibilitą, per un uomo del suo talento, nel commercio dei carboni del Medway. Allora, come disse molto giustamente il signor Micawber, il primo passo da fare era evidentemente di venire a vedere il Medway. Noi siamo dunque venuti e lo abbiamo visto. Dico ‹noi›, signorino Copperfield, perché mai,» disse con emozione la signora Micawber, «mai abbandonerė il signor Micawber.»

       Mormorai la mia ammirazione e il mio consenso.

       «Siamo venuti,» ripeté la signora Micawber, «e abbiamo visto il Medway. La mia opinione relativa al commercio del carbone su questo fiume Ź che puė richiedere probabilmente del talento, ma che di sicuro richiede un capitale. Talento il signor Micawber ne ha, ma capitali no. Abbiamo visto, credo, la maggior parte del Medway, e questa Ź la mia conclusione personale. Trovandoci cosď vicini a questa cittą, il signor Micawber fu di opinione che sarebbe stato assurdo non venire a vedere la cattedrale. Anzitutto considerando che Ź cosď degna di essere vista e che noi non l'avevamo vista mai; secondariamente pensando alla grande probabilitą che, in una cittą con cattedrale, saltasse fuori qualche cosa. Siamo stati qui tre giorni,» disse la signora Micawber. «Finora non Ź saltato fuori niente; e non vi potrą sorprendere, mio caro signorino Copperfield, quanto potrebbe sorprendere un estraneo, sapere che attualmente attendiamo una rimessa da Londra per potere far fronte agli obblighi pecuniari che abbiamo verso questo albergo. Finché questa rimessa non arriva,» concluse la signora Micawber con molta emozione, «io sono tagliata fuori della mia casa (alludo al nostro alloggio in Pentonville), da mio figlio, da mia figlia e dai miei due gemelli.»

       Sentii la massima solidarietą per il signore e la signora Micawber in questa loro drammatica distretta, e lo dissi al signor Micawber che tornava in quel momento, aggiungendo che avrei voluto solo avere il denaro sufficiente per prestar loro la somma di cui avevano bisogno. La risposta del signor Micawber mi rivelė tutto lo sgominio della sua mente. «Copperfield,» mi disse stringendomi la mano, «voi siete un vero amico; ma quando il peggio vien dietro al peggio, nessun uomo Ź privo di un amico quando possieda il necessario per farsi la barba.» A questo pauroso accenno, la signora Micawber gettė le braccia al collo del signor Micawber e lo scongiurė di calmarsi. Lui pianse; ma si riprese quasi immediatamente, tanto da suonare il campanello e ordinare al cameriere uno sformato caldo di rognone e un piatto di gamberetti per la colazione del giorno dopo.

       Quando mi congedai da loro, entrambi insistettero tanto perché venissi a desinare prima della loro partenza, che non potei rifiutarmi. Ma poiché sapevo di non poter venire l'indomani, avendo molto da studiare nel pomeriggio, il signor Micawber combinė che sarebbe venuto in mattinata al collegio del dottor Strong (avendo il presentimento che la rimessa sarebbe arrivata con quella posta) per propormi il giorno dopo, se mi andava meglio. Di conseguenza fui chiamato fuori dall'aula il mattino seguente e trovai il signor Micawber nel parlatorio; era venuto a dirmi che il desinare sarebbe avvenuto secondo l'accordo. Quando gli chiesi se la rimessa era arrivata, mi strinse la mano e se ne andė.

       Quella stessa sera, mentre guardavo dalla finestra, fui sorpreso, e mi sentii non poco a disagio, nel veder passare il signor Micawber e Uriah che andavano a braccetto: Uriah umilmente compreso dell'onore che gli veniva fatto, e il signor Micawber blandamente compiaciuto nell'estendere su Uriah il suo patronato. Ma fui ancora piĚ sorpreso l'indomani, quando mi recai all'alberghetto all'ora fissata per il pranzo, ossia alle quattro, nel sapere dal signor Micawber che era andato con Uriah a prendere il ponce dalla signora Heep.

       «E vi dirė una cosa, mio caro Copperfield,» dichiarė il signor Micawber, «il vostro amico Heep Ź un giovane che potrebbe essere procuratore generale. Se avessi conosciuto questo giovanotto nel momento in cui le mie difficoltą erano giunte a una crisi, tutto quello che posso dire Ź che i miei creditori sarebbero stati sistemati in modo molto piĚ conveniente per me di quanto non furono.»

       Non riuscii a capire come questo sarebbe potuto avvenire, dato che il signor Micawber non aveva pagato loro assolutamente niente; ma non volli far domande. Né volli dirgli che speravo non avesse fatto confidenze a Uriah, né chiedergli se avevano parlato molto di me. Temevo di offendere i sentimenti del signor Micawber, o comunque quelli della signora, che era molto sensibile. Ma ne fui tuttavia molto dispiaciuto e spesso, in seguito, ci ripensai.

       Facemmo un bel pranzetto. Un raffinato piatto di pesce; lombata di vitello arrosto; salsiccia fritta; una pernice e sformato. V'era del vino e v'era della birra forte; e dopo desinare la signora Micawber ci preparė con le sue mani un bacile di ponce.

       Il signor Micawber fu insolitamente conviviale. Non lo vidi mai cosď di buon umore. Si fece, con il ponce, una faccia talmente lucida che sembrava fosse stata tutta verniciata. Divenne gaiamente sentimentale nei riguardi della cittą e brindė al suo successo osservando che la signora Micawber e lui vi avevano fatto un soggiorno quanto mai comodo e tranquillo e che non avrebbero mai dimenticato le piacevoli ore trascorse a Canterbury. Poi brindė a me; e tutti e tre, lui, la signora Micawber e io, passammo tutti gli episodi della nostra passata conoscenza in attenta rassegna, nel corso della quale tornammo a vendere tutti i beni che avevamo venduto. Poi toccė a me brindare alla signora Micawber: o, per lo meno, dissi modestamente: «Se me lo permettete, signora Micawber, avrė adesso il piacere di bere alla vostra salute, signora.» Al che il signor Micawber, pronunciė un elogio del carattere della signora Micawber e disse che ella era sempre stata la sua guida, il suo filosofo e il suo amico, e che mi raccomandava, quando fosse venuto per me il tempo di sposarmi, di scegliere una donna simile a lei se pure un'altra donna simile a lei poteva trovarsi.

       Via via che il ponce spariva, il signor Micawber diveniva sempre piĚ amichevole e conviviale. Anche gli spiriti della signora Micawber cominciarono a elevarsi, e cantammo «Vecchio tempo passato». Quando giungemmo a «Qua la man, dolce fratello», ci prendemmo tutti per mano intorno al tavolo; e quando dichiarammo che avremmo «preso un buon Willie Waught» senza aver la minima idea di quel che significasse; ci sentimmo veramente commossi.

       In una parola, non ho mai visto alcuno cosď interamente gioviale come fu il signor Micawber fino all'ultimo momento di quella serata, quando presi cordialmente congedo da lui e dalla sua gentile consorte. Di conseguenza, il mattino dopo alle sette, non ero affatto preparato a ricevere la seguente comunicazione, datata dalle nove e mezzo della sera prima: un quarto d'ora dopo che lo avevo lasciato.

 

       Mio caro giovane amico,

       Il dado Ź lanciato... tutto Ź finito. Nascondendo le devastazioni dell'ansia sotto un'atroce maschera di allegria, non vi ho informato, stasera, che non vi Ź alcuna speranza nella rimessa! In queste circostanze, umilianti da sopportare, umilianti da contemplare ed egualmente umilianti da riferire, ho saldato il debito pecuniario contratto in questo albergo con una cambiale pagabile quindici giorni dopo la data, alla mia residenza di Pentonville, Londra. Quando scadrą, non le verrą fatto onore. Il risultato Ź la rovina. Il fulmine Ź imminente e l'albero deve cadere.

       Possa lo sciagurato che adesso si rivolge a voi, mio caro Copperfield, essere per voi un faro durante tutta la vita. Egli scrive con questa intenzione e con questa speranza. Se potesse considerarsi utile a tanto, un raggio di luce sarebbe forse capace di penetrare nella tetra prigione dell'esistenza che gli resta... sebbene la sua longevitą sia al presente (per dir poco) estremamente problematica.

       Questa Ź l'ultima comunicazione, mio caro Copperfield, che mai piĚ riceverete

              da parte

                     dell'indigente e reietto

                            Wilkins Micawber.

 

       Fui cosď colpito dal contenuto di questa lettera straziante che corsi immediatamente verso l'alberghetto con l'intenzione di raggiungerlo andando in collegio e tentar di calmare il signor Micawber con una parola di conforto. Ma, a mezza strada, incontrai la diligenza di Londra con il signore e la signora Micawber accomodati nella parte posteriore. Il signor Micawber, vero ritratto di una tranquilla gioia, sorrideva ascoltando la conversazione della signora Micawber e mangiava noci che traeva da un sacchetto di carta mentre una bottiglia gli sporgeva dalla tasca sul petto. Poiché non mi videro, pensai meglio, tutto considerato, di non vederli. E cosď, liberato da un gran peso, voltai in una via laterale che era la piĚ breve per raggiungere il collegio, e, nell'insieme, mi sentii lieto che se ne fossero andati, per quanto continuassi a voler loro, nondimeno, molto bene.

 

XVIII • UNO SGUARDO RETROSPETTIVO

 

 

 

       I miei giorni di scuola! Il silenzioso scivolare della mia esistenza - il progredire non visto e non percepito della mia vita - dall'infanzia alla gioventĚ! Lasciatemi pensare, mentre guardo indietro verso quell'acqua corrente, ora non piĚ che un arido canale coperto di foglie, se, lungo il suo corso, Ź rimasto qualche segno per poter ricordare come scorreva.

       Un attimo, e mi trovo al mio posto nella cattedrale, dove andavamo tutti insieme, ogni domenica mattina, dopo esserci riuniti per questo nel collegio. L'odore terroso, l'aria senza sole, la sensazione che il mondo fosse chiuso fuori, l'echeggiare dell'organo lungo gli archi delle gallerie bianche e nere e le navate, sono ali che mi riportano indietro e mi tengono sospeso su quei giorni in un sogno tra il sonno e la veglia.

       Non sono piĚ l'ultimo della scuola. In pochi mesi sono venuto avanti di parecchie teste. Ma il primo mi sembra una creatura possente, lontana e appartata, la cui vertiginosa altezza Ź irraggiungibile. Agnes dice «No,» ma io dico «Sď,» e le dichiaro che non immagina nemmeno quali provviste di sapienza siano sotto il dominio di quell'essere meraviglioso al cui posto ella pensa che io, perfino io, debole aspirante, possa arrivare un giorno. Non Ź mio amico privato e pubblico protettore, come era Steerforth, ma nutro per lui un reverenziale rispetto. Soprattutto mi domando che cosa diventerą quando lascerą il collegio del dottor Strong e che cosa farą il genere umano per tenergli testa.

       Ma che cosa Ź questo che si avventa su di me? ť la signorina Shepherd, il mio amore.

       La signorina Shepherd Ź pensionante nell'istituto delle signorine Nettingall. Io adoro la signorina Shepherd. ť una ragazzina in giacchetta attillata, con la faccia rotonda e biondi capelli ricciuti. Anche le giovinette delle signorine Nettingall vengono alla cattedrale. Io non riesco a guardare il mio libro perché devo guardare la signorina Shepherd. Quando i coristi cantano, odo la signorina Shepherd. Nelle formule del servizio divino inserisco mentalmente il nome della signorina Shepherd: la metto tra la Famiglia Reale. A casa, nella mia stanza, sono talora spinto a gridare: «Oh, signorina Shepherd!» in uno slancio d'amore.

       Per qualche tempo sono in dubbio sui sentimenti della signorina Shepherd, ma infine, sotto la protezione del fato, ci incontriamo alla scuola di danza. Ho per compagna la signorina Shepherd. Tocco il guanto della signorina Shepherd e sento un brivido entrarmi nella manica destra della giacchetta e uscirmi dalla punta dei capelli. Non dico niente alla signorina Shepherd ma ci intendiamo a vicenda. La signorina Shepherd e io viviamo solo per sentirci uniti.

       Perché, mi domando, offro segretamente dodici noci del Brasile alla signorina Shepherd come regalo? Non sono simbolo di affetto, sono difficili da racchiudere in un pacchetto di forma regolare, son dure da rompere, anche nell'angolo delle porte, e, una volta spezzato il guscio, sono oleose; tuttavia sento che sono adatte per la signorina Shepherd. Prodigo anche alla signorina Shepherd morbidi biscotti con semi aromatici; e arance senza numero. Una volta bacio la signorina Shepherd nel guardaroba. Estasi! Qual Ź il mio strazio e il mio sdegno, il giorno dopo, quando sento correr la voce che le signorine Nettingall hanno messo alla signorina Shepherd un congegno ortopedico per volgerle in dentro le dita dei piedi!

       Poiché la signorina Shepherd Ź l'unico tema, l'unica visione che dominano la mia vita, come mai arrivo a romperla con lei? Non riesco a concepirlo. E tuttavia una freddezza si forma tra la signorina Shepherd e me. Mi giungono alle orecchie sussurri che la signorina Shepherd ha detto che non le piace sentirsi cosď fissata da me e ha confessato una preferenza per il signorino Jones: per Jones! un ragazzo di nessun merito! L'abisso fra me e la signorina Shepherd si allarga. Infine, un giorno incontro tutto l'istituto delle signorine Nettingall a passeggio. La signorina Shepherd mi fa una smorfia e passa via ridendo con la sua compagna. Tutto Ź finito. La devozione di un'intera vita - sembra una vita, ed Ź lo stesso - Ź giunta al termine; la signorina Shepherd esce dal servizio mattutino e la Reale Famiglia non sa piĚ nulla di lei.

       Faccio ancora progressi a scuola e nessuno turba la mia pace. Non rivolgo piĚ gentilezze alle damigelle delle signorine Nettingall, e non andrei matto per nessuna di loro anche se fossero il doppio e venti volte piĚ belle. Giudico noiosa la scuola di danza e mi domando perché le ragazze non possano ballar fra loro e lasciarci tranquilli. Sto diventando importante per i miei versi latini e trascuro i lacci delle mie scarpe. Il dottor Strong parla di me in pubblico come di un giovane studioso promettente. Il signor Dick non sta in sé dalla gioia e mia zia mi fa arrivare una ghinea col primo corriere.

       L'ombra di un giovane macellaio sorge come l'apparizione di una testa armata nel Macbeth. Chi Ź questo giovane macellaio? ť il terrore della gioventĚ di Canterbury. C'Ź una vaga credenza che il grasso di rognone con cui si unge i capelli gli conferisca una forza innaturale, e che sarebbe un duro avversario anche per un adulto. ť un giovane macellaio dalla faccia larga, il collo da toro, gote ruvide e rosse, mente maligna e lingua ingiuriosa. Il principale uso che fa di questa lingua Ź di denigrare i giovani del dottor Strong. Dice pubblicamente che, se hanno bisogno di qualche cosa, possono andare a chiederla a lui. E nomina alcuni di loro (me compreso) che sarebbe capace di mettere a posto con una mano e l'altra legata dietro di sé. Aspetta al varco i piĚ piccoli per colpirli sulla testa indifesa e mi sfida apertamente per via. Per queste ragioni piĚ che sufficienti decido di vedermela col macellaio.

       In una sera d'estate, in una verde valletta, all'angolo di un muro. Col macellaio ci siamo dati appuntamento. Io sono scortato da uno scelto corpo dei nostri ragazzi; il macellaio da due altri macellai, un giovane oste e uno spazzacamino. Vengono compiuti i preliminari e il macellaio e io siamo a faccia a faccia. In un attimo il macellaio accende diecimila candele sul mio, sopracciglio sinistro. Un attimo dopo io non so piĚ dove Ź il muro dove sono io e dov'Ź qualsiasi altro. Capisco a mala pena chi sono io e chi Ź il macellaio, tanto siamo di continuo aggrovigliati nella zuffa malmenandoci a tutto spiano sull'erba calpestata. A volte vedo il macellaio, sanguinante ma tranquillo; a volte non vedo niente e mi trovo seduto, col cuore in gola, sulle ginocchia del mio secondo; a volte do addosso come un pazzo al macellaio e mi lacero le nocche contro il suo volto senza, a quanto sembra, scomporlo minimamente. Alla fine mi sveglio, con una strana sensazione nella testa, come da un suono vertiginoso, e vedo il macellaio andarsene fra i rallegramenti degli altri due macellai, dello spazzacamino e dell'oste, e infilandosi la giacca mentre cammina; dal che arguisco, e con ragione, che la vittoria Ź stata sua.

       Vengo portato a casa in uno stato pietoso; mi mettono delle bistecche sugli occhi, mi strofinano con aceto e acquavite, e mi scoppia fuori dal labbro superiore un gran gonfiore che cresce a dismisura. Per tre o quattro giorni rimango a casa, molto malandato, con una visiera verde sugli occhi; e mi sentirei molto depresso, sennonché Agnes Ź per me una vera sorella, si conduole con me, legge per me, mi rende il passar del tempo lieve e felice. Agnes ha la mia completa confidenza, sempre; le racconto del macellaio e delle ingiustizie che ha accumulato su di me; giudica che non potevo fare a meno di azzuffarmi con lui e tuttavia rabbrividisce e trema se pensa che mi sono azzuffato.

       Il tempo Ź scivolato via inavvertito, perché Adams non Ź piĚ il capoclasse nei giorni che adesso sopravvengono, e non lo Ź da un pezzo. Adams ha lasciato il collegio da tanto tempo che, quando torna per far visita al dottore, non sono molti quelli che, oltre me, lo riconoscono. Adams sta per essere chiamato quasi direttamente in tribunale, sarą avvocato e porterą la parrucca. Sono sorpreso di trovare in lui un uomo molto piĚ modesto che non pensassi e meno imponente nell'apparenza. Finora non ha nemmeno fatto vacillare il mondo, visto che (per quanto mi risulti) il mondo tira avanti suppergiĚ come se lui non vi avesse mai fatto il suo ingresso.

       Un vuoto nel quale gli eroi della poesia e della storia marciano in fieri schieramenti che sembrano non aver fine... e che cosa viene dopo? Adesso sono io il capoclasse! Guardo dall'alto la schiera dei ragazzi sotto di me, con un condiscendente interesse per quelli di loro che mi riportano a mente il ragazzo che ero io stesso quando capitai lď la prima volta. Quel tipetto non sembra far piĚ parte di me; lo ricordo come qualche cosa lasciata indietro sulla via della vita - qualche cosa a cui sono passato accanto piĚ che non sia realmente stato - e quasi penso a lui come a un estraneo.

       E la bambinetta che vidi il primo giorno dal signor Wickfield, dov'Ź? Anche lei scomparsa. In sua vece si muove per la casa il duplicato vivente del ritratto, non piĚ una somiglianza infantile; e Agnes - la mia dolce sorella, come la chiamo nei miei pensieri, la mia consigliera e amica, il vero angelo custode di tutti coloro che vivono sotto il suo calmo, buono e generoso influsso - Ź ormai una donna.

       Quali altri cambiamenti sono avvenuti in me oltre quelli della statura, dell'aspetto e delle nozioni che ho raccolto in tutto questo tempo? Porto un orologio d'oro con la catena, un anello al mignolo e un abito con le falde; e uso una gran quantitą di grasso d'orso: cosa che, unita all'anello, Ź un brutto indizio. Sono ancora innamorato? Sď. Adoro la maggiore delle signorine Larkins.

       La maggiore delle signorine Larkins non Ź una fanciullina. ť una grande, bruna, bella figura di donna dagli occhi neri. La maggiore delle signorine Larkins non Ź una gallinella, perché non lo Ź nemmeno la minore, e la maggiore deve avere tre o quattro anni di piĚ. Forse la maggiore delle signorine Larkins Ź sulla trentina. La mia passione per lei supera ogni limite.

       La maggiore delle signorine Larkins conosce gli ufficiali. ť una cosa terribile a sopportarsi. Li vedo parlare con lei per strada. Li vedo attraversare la via per andarle incontro quando il suo cappellino (ha un gusto straordinario in fatto di cappellini) si vede venir giĚ lungo il marciapiede insieme a quello di sua sorella. Lei ride e parla, e sembra provarci gusto. Io spendo una gran parte del mio tempo libero passeggiando in su e in giĚ per incontrarla. Se posso farle un inchino una volta al giorno (la conosco tanto da poterle fare un inchino, conoscendo il signor Larkins) tocco il cielo con un dito. Di tanto in tanto vengo degnato di un inchino. Le furiose angosce che soffro la sera del Ballo delle Corse, dove so che la maggiore delle signorine Larkins danzerą con l'inclita guarnigione, dovrebbero avere un qualche compenso se vi Ź una giustizia al mondo.

       La passione mi toglie l'appetito e mi costringe a portare in continuitą le piĚ nuove cravatte di seta. Non ho altro sollievo che quello di indossare le vesti migliori e di aver le scarpe lucide come specchi. Allora mi sembra di essere piĚ degno della maggiore delle signorine Larkins. Tutto ciė che le appartiene o rimane collegato a lei Ź per me prezioso. Il signor Larkins (un vecchio signore arcigno col doppio mento e un occhio immobile sotto la fronte) Ź per me colmo di interesse. Quando non riesco a incontrare sua figlia, vado dove ho qualche probabilitą di incontrare lui. Dire: «Come state, signor Larkins? Le signorine e l'intera famiglia stanno bene?» mi sembra cosď pregno di significati che arrossisco.

       Penso continuamente alla mia etą. Che importanza ha ripetermi che ho diciassette anni e che un diciassettenne Ź troppo giovane per la maggiore delle signorine Larkins? Senza contare che ne avrė ventuno in men che non si dica. A sera vado regolarmente a passeggio attorno alla casa del signor Larkins, sebbene mi si spezzi il cuore nel vedervi entrare degli ufficiali e nel sentirli parlare e muoversi nel salotto, dove la maggiore delle signorine Larkins suona l'arpa. Qualche volta, stordito e spasimante, continuo addirittura ad aggirarmi intorno alla casa quando tutta la famiglia Ź andata a letto, domandandomi qual Ź la camera della maggiore delle signorine Larkins (e lanciando tenere occhiate, come penso adesso, a quella del signor Larkins): col solo desiderio che scoppi un incendio, che la folla vi si raduni attorno sgomenta, che io, precipitandomi attraverso di essa con una scala, possa appoggiarla contro la finestra di lei, portare in salvo la bella tra le mie braccia, tornare a prendere qualche cosa che lei ha dimenticato e perire tra le fiamme. Perché in genere il mio amore Ź disinteressato e io penso che mi basterebbe fare una bella figura dinanzi alla signorina Larkins e spirare.

       In genere, ma non sempre. A volte piĚ luminose visioni mi appaiono. Quando mi abbiglio (un'occupazione di due ore) per un gran ballo dato dai Larkins (e annunciato tre settimane prima) concedo alla mia fantasia piacevoli immagini. Mi raffiguro nel momento in cui raccolgo tutto il mio coraggio per fare una dichiarazione alla signorina Larkins. Mi raffiguro la signorina Larkins che mi affonda la testa nella spalla dicendo: «Oh, signor Copperfield, posso credere ai miei orecchi?» Mi raffiguro il signor Larkins che, il mattino dopo, viene da me per dirmi: «Caro Copperfield, mia figlia mi ha confidato tutto. La gioventĚ non Ź un ostacolo. Ecco qui ventimila sterline. Siate felici!» Mi raffiguro mia zia che si intenerisce e ci benedice; e il signor Dick e il dottor Strong che presenziano al nostro matrimonio. Sono un tipo sensato, credo - voglio dire che lo credo guardandomi indietro - e anche modesto, ne sono sicuro; ma tuttavia cosď vanno le cose.

       Mi reco in quella casa incantata, piena di luci, di voci, di musica, di fiori, di ufficiali (mi dispiace riconoscerlo), e dove Ź la maggiore delle signorine Larkins, smagliante di bellezza. ť vestita di azzurro, con fiori azzurri fra i capelli - non-ti-scordar-di-me - ma lei non ha alcun bisogno di portare dei non-ti-scordar-di-me. ť la prima, vera riunione di adulti a cui sia mai stato invitato e mi sento un po' a disagio; perché mi sembra di non aver nulla in comune con alcuno e che nessuno abbia qualche cosa da dirmi, eccetto il signor Larkins, il quale si informa dei miei compagni di scuola, cosa di cui potrebbe benissimo fare a meno, visto che non sono andato lą per sentirmi offeso.

       Ma, dopo essere rimasto per qualche tempo sulla soglia rallegrandomi la vista con la divinitą del mio cuore, eccola che viene verso di me - lei, la maggiore delle signorine Larkins! - e mi domanda affabilmente se ballo.

       Balbetto inchinandomi: «Con voi, signorina Larkins.»

       «E con nessun'altra?» chiede lei.

       «Non avrei alcun piacere nel ballare con altre.»

       La signorina Larkins ride e arrossisce (o per lo meno penso che arrossisca), e dice: «Fra due balli, ne sarė lieta.»

       Viene il mio turno. «Credo che sia un valzer,» osserva con aria dubbiosa la signorina Larkins, quando mi presento. «Conoscete il valzer? Altrimenti il capitano Bailey...»

       Ma io conosco il valzer (e anche benino, per l'appunto), e mi porto via la signorina Larkins. La porto fieramente via dal fianco del capitano Bailey. Non ho dubbi che lui sia alla disperazione, ma per me, lui, Ź meno di niente. Anch'io sono stato alla disperazione. Ballo il valzer con la maggiore delle signorine Larkins! Non so dove, fra chi né per quanto tempo. So solo che nuoto nello spazio con un angelo azzurro, in uno stato di beato delirio, finché mi trovo solo con lei in un salottino, seduti su di un divano. Lei ammira un fiore (camelia japonica rossa, prezzo: mezza corona) al mio occhiello. Gliela offro e dico: «Ve ne chiedo un prezzo inestimabile, signorina Larkins.»

       «Davvero? Quanto?» ribatte lei.

       «Uno dei vostri fiori, perché possa custodirlo come un avaro custodisce il suo oro.»

       «Siete un ragazzo ardito,» dice la signorina Larkins. «Eccolo.»

       Me lo porge, per nulla dispiaciuta; io lo porto alle labbra e poi lo nascondo in seno. La signorina Larkins, ridendo, mi infila la mano sotto il braccio dicendo: «E ora riconducetemi dal capitano Bailey.»

       Sono ancora perduto nel ricordo di questo delizioso colloquio e del valzer quando ella torna a me al braccio di un semplice signore di mezza etą che per tutta la sera non ha fatto altro che giocare al Whist, e dice:

       «Oh! ecco qui il mio ardito amico! Il signor Chestle desidera conoscervi, signor Copperfield.»

       Capisco subito che Ź un amico di famiglia e ne sono molto lusingato.

       «Ammiro il vostro gusto, signore,» dice il signor Chestle. «Vi fa onore. Suppongo che non vi interessiate molto di luppoli, ma io ne sono un coltivatore su scala piuttosto vasta; e se mai vi capitasse di venire dalle nostre parti - nei dintorni di Ashford - e di fare una corsa fino alla nostra casa, saremo lieti se vorrete fermarvi quanto vorrete.»

       Ringrazio caldamente il signor Chestle e gli stringo la mano. Mi sembra di vivere in un dolce sogno. Ballo ancora un valzer con la maggiore delle signorine Larkins. Lei dice che ballo bene! Torno a casa in uno stato di ineffabile gaudio e, nella mia immaginazione, continuo a ballare il valzer per tutta la notte con un braccio attorno all'azzurra vita della mia dea. Nei giorni che seguono sono rapito in estatiche riflessioni; ma non la vedo piĚ per via, né quando faccio la visita di ringraziamento. Mi consolo in qualche modo di questa delusione con il sacro pegno, il fiore appassito.

       «Trotwood,» mi dice un giorno Agnes, dopo pranzo. «Chi pensi che si sposi, domani? ť qualcuno che ammiri molto.»

       «Non tu, Agnes, suppongo.»

       «No, non io.» E alza il volto ridente dalla musica che sta copiando. «Lo senti, papą? La maggiore delle signorine Larkins.»

       Riesco appena a chiedere:

       «Col... col capitano Bailey?»

       «No, con nessun capitano. Col signor Chestle, un coltivatore di luppolo.»

       Cado in una terribile prostrazione per un paio di settimane. Mi tolgo l'anello, indosso i miei abiti peggiori, non uso piĚ grasso di orso e levo frequenti lamenti sul fiore appassito della scomparsa signorina Larkins. Finché, stanco di questo genere di vita e avendo ricevuto frattanto una nuova provocazione dal macellaio, sbatto via il fiore, mi azzuffo col macellaio e lo sconfiggo gloriosamente.

       Questo, con la riassunzione dell'anello e del grasso d'orso in modo moderato, sono gli unici segni che posso discernere, adesso, nella continuazione dei miei diciassette anni.

 

XIX • MI GUARDO ATTORNO E FACCIO UNA SCOPERTA

 

 

 

       Sono in dubbio se mi sentissi lieto o spiacente quando il mio periodo scolastico volse alla fine e venne per me il tempo di lasciare il dottor Strong. Ero stato molto felice nel suo collegio, mi ero molto affezionato al dottore ed ero un personaggio eminente e distinto in quel piccolo mondo. Per queste ragioni ero spiacente di andarmene; ma per altre ragioni, piuttosto inconsistenti, ne ero lieto. Nebbiose idee di essere un giovane che dispone di sé e dell'importanza che puė avere un giovane in queste condizioni, delle meravigliose cose che possono essere viste o compiute da un cosď splendido animale e dei meravigliosi effetti che egli non puė mancar di produrre sulla societą, mi attraevano fuori da quei confini. Cosď potenti furono queste considerazioni da visionario sulla mia mente ancora infantile, che, giudicando con la mia attuale mentalitą, credo di aver lasciato la scuola senza un naturale rimpianto. Il distacco non ha lasciato su di me l'impressione che hanno lasciato altri distacchi. Cerco invano di ricordare come lo sentii e in quali circostanze avvenne: certo non Ź importante nella mia memoria. Suppongo che le prospettive che mi si aprivano dinanzi mi abbiano confuso la mente. So che le mie esperienze giovanili contarono allora poco o niente; e che la vita mi appariva piĚ che altro come una grande fiaba che proprio in quel momento mi accingevo a leggere.

       La zia e io avevamo piĚ volte e seriamente discusso sull'occupazione a cui mi sarei dedicato. Per un anno o piĚ avevo cercato di dare una risposta soddisfacente alla sua insistente domanda: «Che cosa ti piacerebbe fare?» Ma, che sapessi, non avevo inclinazioni per nulla in particolare. Se avessi potuto conoscere, per ispirazione, la scienza della navigazione, assumere il comando di una rapida spedizione e fare il giro del mondo in un trionfale viaggio di scoperta, credo che avrei potuto considerarmi perfettamente soddisfatto. Ma, in mancanza di un aiuto cosď miracoloso, desideravo solo applicarmi a qualche cosa che non gravasse troppo sulla borsa della zia, e fare in essa il mio dovere, quale che fosse.

       Il signor Dick aveva regolarmente assistito ai nostri consigli con un atteggiamento saggio e meditativo. Non aveva mai enunciato opinioni tranne una volta; e in quell'occasione (non so che cosa glielo avesse fatto venire in testa) propose improvvisamente che avrei dovuto fare il «calderaio». Mia zia accolse con cosď poca grazia questo suggerimento, che mai piĚ egli ne arrischiė un secondo; e da allora in poi si limitė a osservarla attentamente in attesa delle sue proposte, e a far risuonare le sue monete.

       «Mio caro Trot, ti dirė una cosa,» dichiarė mia zia un mattino del periodo natalizio, quando lasciai la scuola: «visto che questo punto cruciale non Ź stato ancora risolto, e che dobbiamo evitare di prendere una decisione sbagliata, se possiamo farne a meno, penso che la cosa migliore sia concederci un po' di respiro. Nel frattempo tu dovrai tentare di considerare il problema da un nuovo punto di vista, che non sia quello di uno studente.»

       «Lo farė, zia.»

       «Mi Ź venuto in mente,» proseguď la zia, «che un piccolo cambiamento, e un'occhiata rivolta alla vita fuori di qui, possono essere utili per aiutarti a conoscere meglio le tue idee e formulare un giudizio piĚ posato. Immagina, per esempio, di tornare nelle tue vecchie parti e di fare una visita a quella... quella donna impossibile che ha il piĚ barbaro dei nomi,» concluse la zia grattandosi il naso, perché non poté mai perdonare del tutto a Peggotty di essere cosď chiamata.

       «Zia, di tutte le cose al mondo Ź quella che mi piacerebbe di piĚ!»

       «Bene,» disse mia zia, «Ź una fortuna perché piace anche a me. Ma Ź naturale e logico che ti piaccia. E io sono intimamente convinta che tutto quello che farai, Trot, sarą sempre naturale e logico.»

       «Lo spero, zia.»

       «Tua sorella Betsey Trotwood,» continuė la zia, «sarebbe stata la piĚ naturale e logica ragazza del mondo. E tu sarai degno di lei, non Ź vero?»

       «Io spero di essere degno di te, zia. Questo mi basterą.»

       «ť una grazia che quella povera cara bambina di tua madre non sia piĚ al mondo,» disse la zia guardandomi con approvazione, «altrimenti, adesso, sarebbe cosď orgogliosa del suo ragazzo che la sua fragile testolina le darebbe completamente di volta, se pur gliene fosse rimasta tanta da dar di volta.» (Mia zia scusava sempre ogni sua debolezza a mio riguardo trasferendola cosď sulla mia povera madre.) «Il ciel mi benedica, Trotwood, come me la ricordi!»

       «In modo gradito, spero,» dissi.

       «ť lei tale e quale, Dick,» affermė la zia con enfasi, «tale e quale com'era quel pomeriggio prima che cominciasse ad aver le doglie... Dio mi protegga, le somiglia come Ź vero che mi guarda con quegli occhi!»

       «Proprio davvero?» disse il signor Dick.

       «E somiglia anche a David,» aggiunse risoluta mia zia.

       «ť somigliantissimo a David!» confermė il signor Dick.

       «Ma quello che voglio che tu sia, Trot,» concluse la zia, «- non intendo fisicamente ma moralmente, perché fisicamente stai benissimo - Ź che tu sia un ragazzo sicuro. Un bel ragazzo sicuro che sa quello che vuole. Pieno di risoluzione,» continuė la zia scuotendo la cuffia verso di me e stringendo il pugno, «di decisione, di carattere, Trot: quella forza di carattere che non puė essere influenzata, se non per buone ragioni, da nessuno e da niente. Questo voglio che tu sia. Questo Ź quello che tuo padre e tua madre avrebbero dovuto essere, lo sa il cielo, e se ne sarebbero trovati meglio.»

       Dichiarai che speravo di essere quale mi aveva descritto. «Perché tu possa cominciare, in piccolo, ad avere fiducia in te e ad agire di tua iniziativa,» disse la zia, «ti farė viaggiare da solo. Dapprima avevo pensato di farti accompagnare dal signor Dick; ma, riflettendoci, lo tratterrė perché si prenda cura di me.»

       Il signor Dick apparve per un attimo un po' deluso; ma poi l'onore e la dignitą di prendersi cura della donna piĚ meravigliosa del mondo, riportarono la luce sul suo volto.

       «Inoltre,» aggiunse la zia, «c'Ź il memoriale...»

       «Oh, certo,» esclamė in fretta il signor Dick, «intendo finirlo immediatamente, caro Trotwood... in realtą deve essere finito immediatamente! Dopo di che verrą inoltrato, lo sapete... e allora...» concluse il signor Dick dopo essersi arrestato e aver fatto una lunga pausa, «succederą un bel pasticcio.»

       In esecuzione del generoso programma della zia, poco tempo dopo fui fornito di una bella sommetta e di una valigia, e affettuosamente congedato per la mia spedizione. Al momento della partenza, mia zia mi diede qualche buon consiglio e una gran quantitą di baci; e mi disse che, poiché la sua intenzione era che mi guardassi intorno e meditassi un poco, mi raccomandava di fermarmi alcuni giorni a Londra, se lo desideravo, o durante il mio viaggio di andata nel Suffolk, o in quello di ritorno. In una parola, ero libero di fare quello che volevo per tre settimane o un mese: e nessun'altra limitazione era imposta alla mia libertą tranne il suddetto compito di guardarmi attorno e meditare e l'impegno di scrivere tre volte la settimana un fedele rapporto sulle mie vicende.

       Per prima cosa mi recai a Canterbury per prender congedo da Agnes e dal signor Wickfield (non avevo ancora lasciato la mia vecchia stanza nella sua casa) e anche dal buon dottore. Agnes fu molto lieta di vedermi e mi disse che la casa non era piĚ la stessa da quando me n'ero andato.

       «Quando sono lontano di qui, nemmeno io, ne sono sicuro, sono piĚ lo stesso,» le dissi. «Senza di te, mi sembra che mi manchi il braccio destro. Ma Ź dir poco, perché nel mio braccio destro non vi Ź né testa né cuore. Tutti quelli che ti conoscono si consigliano con te e trovano in te una guida, Agnes.»

       «Credo che tutti quelli che mi conoscono mi vizino,» rispose lei sorridendo.

       «No. Il fatto Ź che tu sei diversa da tutti. Sei cosď buona, cosď dolce, hai un carattere cosď gentile, e la ragione Ź sempre dalla tua parte.»

       «Mi parli,» disse Agnes dando in un piacevole riso mentre continuava il suo lavoro, «come se fossi la ex signorina Larkins.»

       «Andiamo! Non Ź bello abusare delle mie confidenze,» risposi arrossendo al ricordo della mia azzurra dominatrice. «Ma mi confiderė in te egualmente, Agnes. Non sarė mai troppo vecchio per farlo. Ogni volta che cadrė nel dubbio o nell'amore, sempre te lo dirė, se me lo permetterai... anche se dovessi innamorarmi sul serio.»

       «Diamine, ti sei sempre innamorato sul serio!» esclamė Agnes ridendo ancora.

       «Oh, come un ragazzo o come uno studente,» risposi ridendo a mia volta e non senza un po' di vergogna. «Adesso i tempi sono mutati, e immagino che, un giorno o l'altro, mi troverė a fare terribilmente sul serio. Quel che mi meraviglia Ź che, frattanto, non ti sia trovata a fare sul serio tu stessa, Agnes.»

       Agnes rise ancora e scosse la testa.

       «Oh, lo so che non Ź cosď!» dissi, «perché se le fosse me lo avresti detto. O almeno,» poiché vidi un leggero rossore sulle sue gote, «avresti lasciato che me ne accorgessi da solo. Ma non c'Ź nessuno che conosca, il quale sia degno di amare te, Agnes. Deve presentarsi qualcuno di un piĚ nobile carattere e piĚ meritevole in tutto di chiunque altro abbia mai visto qui, prima che io dia il mio consenso. In futuro terrė d'occhio tutti gli ammiratori, e ti assicuro che pretenderė molto dal vincitore.»

       Eravamo andati avanti fin qui in un confidenziale frammischiarsi di serietą e di scherzo che ci era diventato naturale da tempo per i nostri rapporti familiari iniziati fin dall'infanzia. Ma improvvisamente Agnes, levando gli occhi nei miei e parlando con altro tono, disse:

       «Trotwood, c'Ź una cosa che voglio chiederti e che forse non avrė l'occasione di chiederti per lungo tempo... qualche cosa che, credo, non chiederei a nessun altro. Hai osservato qualche mutamento graduale nel papą?»

       Lo avevo osservato e spesso mi ero chiesto se lo aveva osservato anche lei. E adesso dovetti rivelarlo nell'espressione del mio volto, perché i suoi occhi si abbassarono in un attimo e io vi scorsi le lacrime.

       «Dimmi che cos'Ź,» mormorė piano.

       «Credo... devo parlar chiaro, Agnes, visto che gli voglio tanto bene?»

       «Sď.»

       «Credo che non gli faccia bene quell'abitudine che Ź sempre aumentata da quando sono arrivato qui. Spesso Ź molto nervoso... o Ź una mia illusione?»

       «Non Ź un'illusione,» rispose Agnes scuotendo la testa.

       «Gli tremano le mani, non parla in modo chiaro e ha gli occhi stravolti. Ho notato che in questi momenti, quando Ź meno in sé, Ź regolarmente ricercato per qualche pratica.»

       «Da Uriah,» disse Agnes.

       «Sď; e la sensazione di non esserne all'altezza, o di non averla ben capita, o di aver mostrato suo malgrado la condizione in cui era, sembra metterlo cosď a disagio che il giorno dopo fa peggio, e il seguente ancora peggio, e cosď si esaurisce e diviene intrattabile. Non ti allarmare per quello che dico, Agnes, ma in questo stato l'ho visto, non piĚ tardi dell'altra sera, abbandonare il capo sulla scrivania e piangere come un bambino.»

       La sua mano passė leggera sulle mie labbra mentre stavo ancora parlando, e un attimo dopo ella era andata incontro al padre sulla porta della stanza e gli si aggrappava alla spalla. L'espressione del suo volto, mentre entrambi si rivolgevano verso di me, mi parve quanto mai commovente. Vi era una cosď profonda tenerezza per lui, nei suoi begli occhi, e una gratitudine per il suo amore e le sue cure; e vi era una cosď fervida preghiera, rivolta a me, perché lo considerassi con affettuosa indulgenza anche nei miei piĚ riposti pensieri senza lasciare adito a giudizi severi contro di lui; cosď orgogliosa ella era di lui e a lui cosď devota, e tuttavia cosď compassionevole e dolente a un tempo, e cosď fiduciosa in me perché lo fossi a mia volta, che nulla avrebbe potuto dire di piĚ espressivo per me o tale da commuovermi piĚ a fondo.

       Dovevamo prendere il tŹ dal dottore. Vi andammo all'ora solita, e attorno al caminetto dello studio trovammo il dottore, la sua giovane moglie e la madre di lei. Il dottore, che dava molta importanza alla mia partenza, come se andassi in Cina, mi ricevette come un ospite di riguardo; e volle che si mettesse sul fuoco un nuovo ceppo per vedere il volto del suo antico allievo arrossarsi alla fiamma.

       «Non vedrė ancora molte facce nuove al posto di quella di Trotwood, caro Wickfield,» disse il dottore scaldandosi le mani; «sto diventando pigro e ho bisogno di riposo. Entro sei mesi lascerė tutti i miei ragazzi e farė una vita piĚ tranquilla.»

       «Non fate che ripeterlo da dieci anni, dottore,» rispose il signor Wickfield.

       «Ma adesso intendo farlo,» replicė il dottore. «Mi succederą il mio primo insegnante - parlo sul serio, questa volta - cosď dovrete presto stendere i nostri contratti e legarci solidamente ad essi come un paio di furfanti.»

       «E stare attento,» disse il signor Wickfield, «a non farvi metter di mezzo, eh? Come vi accadrebbe certamente in un qualsiasi contratto redatto da voi stesso. Bene! Son pronto. Nel mio mestiere vi sono compiti peggiori di questo.»

       «Allora non avrė da pensare ad altro che al mio dizionario,» disse il dottore sorridendo; «e quest'altro contratto... Annie.»

       Mentre il signor Wickfield le gettava un'occhiata, ella, seduta al tavolo presso Agnes, mi sembrė sfuggire quello sguardo con una esitazione e una timiditą cosď inconsuete che l'attenzione di lui le si fissė addosso come se gli fosse venuta un'idea.

       «Mi accorgo che Ź arrivato un corriere dall'India,» disse dopo un breve silenzio.

       «A proposito! Sono arrivate anche lettere dal signor Jack Maldon!» esclamė il dottore.

       «Davvero!»

       «Povero caro Jack!» disse la signora Markleham scuotendo la testa. «Con quel clima feroce!... Mi hanno detto che Ź come vivere su di un mucchio di sabbia sotto una lente ustoria! Lui sembrava robusto, ma non lo era. Mio caro dottore, si Ź avventurato cosď arditamente facendo affidamento sul suo spirito, non sulla sua costituzione. Annie, mia cara, sono sicura che tu ricordi perfettamente come tuo cugino non sia mai stato forte - nulla di ciė che puė esser chiamato robusto, mi intendi -» disse con enfasi la signora Markleham volgendo in giro uno sguardo generico su tutti noi, «fin dal tempo in cui mia figlia e lui erano bambini insieme e se ne andavano attorno sotto braccio per tutto il giorno.»

       Annie, cosď interpellata, non rispose.

       «Devo dedurre da tutto questo che il signor Maldon Ź malato, signora?» chiese il signor Wickfield.

       «Malato?» ribatté il Vecchio Soldato. «Mio caro signore, Ź tutto quello che si puė essere.»

       «Eccetto che sano?» disse il signor Wickfield.

       «Eccetto che sano, sicuro!» confermė il Vecchio Soldato. «Si Ź preso terribili colpi di sole, questo Ź certo, e febbri della giungla, e febbri malariche, e ogni sorta di cose elencabili. E quanto al fegato,» aggiunse il Vecchio Soldato con rassegnazione, «quello, naturalmente, Ź partito fin dal suo primo arrivo laggiĚ!»

       «Dice tutto questo?» chiese il signor Wickfield.

       «Se lo dice? Mio caro signore,» ribatté la signora Markleham scuotendo la testa e il ventaglio, «conoscete poco il mio povero Jack Maldon, se fate questa domanda. Se lo dice? No certo. Potreste farlo trascinare da quattro cavalli selvaggi prima di farglielo dire.»

       «Mamma!» esclamė la signora Strong.

       «Annie, cara,» ribatté sua madre, «una volta per tutte, devo davvero pregarti di non interrompermi se non per confermare quello che dico. Tu sai quanto me che tuo cugino Maldon si farebbe trascinare da tutti i cavalli selvaggi del mondo - perché dovrei limitarmi a quattro? Non voglio affatto limitarmi a quattro - da otto, da sedici, da trentadue, piuttosto di dire una sola parola intesa a contrastare i piani del dottore.»

       «I piani di Wickfield,» disse il dottore carezzandosi il volto e guardando il suo consigliere con aria contrita. «O meglio i piani che abbiamo fatto in comune per lui. Io stesso ho detto in patria o fuori.»

       «E io dissi,» aggiunse gravemente il signor Wickfield, «fuori. Per mezzo mio Ź stato mandato all'estero. La responsabilitą Ź mia.»

       «Oh! Responsabilitą!» disse il Vecchio Soldato. «Tutto Ź stato fatto per il meglio, mio caro signor Wickfield; tutto Ź stato fatto con le migliori e piĚ affettuose intenzioni, lo sappiamo. Ma se quel caro ragazzo non puė vivere laggiĚ, non puė viverci. E se non puė viverci ci morirą prima di mettersi contro i piani del dottore. Lo conosco,» dichiarė il Vecchio Soldato sventagliandosi con una sorta di calma e profetica ambascia, «e so che ci morirą piuttosto che contrastare i piani del dottore.»

       «Bene, bene, signora,» disse il dottore allegramente, «non sono legato fanaticamente ai miei progetti e posso mutarli io stesso. Posso sostituirli con altri. Se il signor Jack Maldon torna in patria per motivi di salute, non dovremo permettergli di ripartire e dobbiamo cercare di trovargli una sistemazione conveniente in questo paese.»

       La signora Markleham fu cosď sopraffatta da queste generose parole - che, non c'Ź bisogno di dirlo, non si aspettava minimamente né aveva fatto nulla per provocare - da poter dire solo che il dottore si comportava da par suo, e ripetere piĚ volte la cerimonia di baciare le stecche del suo ventaglio e battergliele poi leggermente sulla mano. Dopo di che rimproverė affettuosamente sua figlia Annie per non essere piĚ espansiva dinanzi a tanta bontą riversata, per amor suo, sul suo antico compagno di giuochi; e ci intrattenne su vari particolari relativi ad altri meritevoli membri della sua famiglia che sarebbe stato bene rimettere sulle loro meritevoli gambe.

       Per tutto questo tempo, sua figlia Annie non disse una sola parola né alzė gli occhi. Per tutto questo tempo il signor Wickfield tenne lo sguardo fisso su di lei, che sedeva al fianco di Agnes. Mi parve che non sospettasse di essere osservato da alcuno, ma fosse cosď intento a lei e ai suoi pensieri che si riferivano a lei, da rimanere completamente assorto. Adesso chiese che cosa il signor Jack Maldon avesse effettivamente scritto su di sé, e a chi lo aveva scritto.

       «Ecco qui,» disse la signora Markleham prendendo una lettera dalla mensola del camino sopra la testa del dottore, «il caro ragazzo dice al dottore stesso - dov'Ź? Oh! - ‹Sono spiacente di informarvi che la mia salute Ź seriamente scossa e che temo di poter essere ridotto alla necessitą di tornare in patria per qualche tempo, come sola speranza di riprendermi.› Questo Ź molto chiaro, povero ragazzo! La sua sola speranza di rimettersi! Ma la lettera di Annie Ź ancora piĚ esplicita. Annie, fammi vedere ancora quella lettera.»

       «Non adesso, mamma,» implorė lei a bassa voce.

       «Mia cara, su certe cose sei assolutamente la piĚ ridicola creatura esistente,» le rispose sua madre, «e forse la piĚ snaturata di fronte ai diritti della tua famiglia. Credo che non avremmo saputo niente di quella lettera se non te l'avessi chiesta io stessa. Amor mio, la chiami confidenza verso il dottor Strong, questa? Mi meraviglio. Dovresti essere piĚ saggia.»

       La lettera fu mostrata con riluttanza; e, mentre la porgevo alla vecchia signora, mi accorsi che la mano restia da cui l'avevo presa, tremava.

       «E ora vediamo,» disse la signora MarkIeham avvicinandosi l'occhialetto, «dov'Ź il punto. ‹Il ricordo dei vecchi tempi, carissima Annie› e via di seguito; non Ź qui. ‹Il simpatico vecchio dottore...› di chi parla? Povera me, Annie, che scrittura illeggibile ha tuo cugino, e che sciocca sono! ‹Dottore,› naturalmente. Ah! Certo che Ź simpatico!» E qui si interruppe per baciare ancora il suo ventaglio e agitarlo verso il dottore che ci contemplava con placida soddisfazione. «Ecco, ho trovato. ‹Non sarai forse sorpresa, Annie,› - no certo, sapendo che non Ź mai stato molto forte; che cosa dicevo un momento fa? - ‹nell'udire che ne ho sopportate tante, in questo lontano paese, da decidermi a lasciarlo, succeda quel che puė succedere; se posso, in licenza per motivi di salute; se non posso ottenerlo, per congedo definitivo. Quello che ho sofferto e che continuo a soffrire qui Ź insopportabile.› E se non fosse per la premura della migliore delle creature,» concluse la signora Markleham, telegrafando al dottore come prima e ripiegando la lettera, «sarebbe insopportabile per me pensarci.»

       Il signor Wickfield non disse una sola parola, sebbene la vecchia signora lo guardasse come per chiedergli un commento a queste notizie; se ne stette seduto in un severo silenzio, con gli occhi fissi a terra. Rimase cosď per lungo tempo dopo che l'argomento era stato abbandonato ed eravamo passati ad altri soggetti; alzando raramente lo sguardo se non per posarlo un momento, con le ciglia pensosamente aggrottate, sul dottore, o su sua moglie o su entrambi.

       Il dottore era un appassionato di musica. Agnes cantė con molta dolcezza ed espressione, e cosď pure la signora Strong. Cantarono insieme, eseguirono dei duetti, ci fu un vero piccolo concerto. Ma io notai due cose: anzitutto che, sebbene Annie avesse ripreso subito il suo contegno tornando padrona di sé, c'era un vuoto fra lei e il signor Wickfield, che li separava totalmente l'uno dall'altra; in secondo luogo che il signor Wickfield non sembrava contento dell'intimitą fra lei e Agnes e la considerava con disagio. E devo confessare che adesso il ricordo di ciė che avevo visto la sera in cui il signor Maldon era partito mi tornė in mente per la prima volta con un significato che allora non aveva avuto, e mi turbė. L'innocente bellezza del suo volto non era piĚ innocente, per me, come un tempo; diffidavo della grazia e del fascino naturale dei suoi modi; e quando guardavo Agnes al suo fianco e pensavo quanto buona e schietta fosse Agnes, mi veniva il sospetto che la loro amicizia non fosse bene assortita.

       Ella, comunque, ne era cosď felice e cosď felice ne era la sua amica che fecero passar via la serata come se si fosse trattato di una sola ora. Si concluse con un incidente che ricordo bene. Le due giovani stavano salutandosi e Agnes era sul punto di abbracciarla e baciarla quando il signor Wickfield si fece avanti fra di loro, come per caso, e portė via decisamente Agnes. Allora vidi, come se tutto il tempo intercorso fosse stato cancellato e io fossi ancora fermo sulla porta la notte della partenza, l'espressione di quella notte stessa sul volto della signora Strong di fronte a quello di lui.

       Non posso dire quale impressione mi fece, né come mi parve impossibile, quando vi ripensai in seguito, separare l'immagine di lei da quell'espressione e ricordare di nuovo il suo volto nella sua grazia innocente. Tornato a casa, ne fui ossessionato. Mi sembrava di aver lasciato il tetto del dottore sotto l'oppressione di una tetra nube. La reverenza che avevo per la sua grigia testa si univa alla commiserazione per la fiducia che riponeva in coloro che lo tradivano e al risentimento contro coloro che gli facevano offesa. L'ombra minacciosa di un grande dolore, di una grande disgrazia dalle forme ancora indistinte, cadeva come una macchia sul luogo tranquillo in cui avevo studiato e giocato da ragazzo e gli faceva una crudele ingiustizia. Non avevo piĚ alcun piacere nel pensare ai vecchi e solenni aloe dalle larghe foglie, che rimanevano chiusi in se stessi per centinaia di anni, e al prato liscio e rasato, e alle urne di pietra, e alla passeggiata del dottore, e al suono familiare della campana della cattedrale librato sul tutto. Era come se il tranquillo santuario della mia fanciullezza fosse stato messo a sacco sotto i miei occhi e la sua pace e il suo onore dispersi al vento.

       Ma il mattino portė con sé la mia partenza dalla vecchia casa, che Agnes aveva colmato del suo influsso; e questo bastė a occuparmi la mente. Certo sarei tornato presto; avrei potuto dormire ancora, forse spesso, nella mia antica camera; ma i giorni in cui abitavo lď erano finiti, i vecchi tempi erano passati. Nell'impaccare i libri e gli abiti che erano rimasti, per spedirli a Dover, mi sentivo il cuore piĚ pesante di quanto volessi mostrare a Uriah Heep, il quale si dava tanto da fare per aiutarmi da farmi pensare, poco caritatevolmente, che fosse felice della mia partenza.

       Mi separai da Agnes e da suo padre con una certa ostentazione di indifferenza molto adulta, e presi posto sulla cassetta della diligenza di Londra. Mi sentivo cosď sereno e indulgente, nell'attraversare la cittą, che mi venne la mezza idea di fare un cenno di saluto al mio vecchio nemico, il macellaio, e di gettargli cinque scellini perché se li bevesse. Ma, lď nella bottega, intento a raschiare l'enorme ceppo, aveva l'aria di un cosď incallito macellaio, e inoltre il suo aspetto era cosď poco abbellito dalla perdita di un incisivo che gli avevo fatto saltare, che mi parve meglio non fare approcci.

       Il principale scopo che avevo in mente, ricordo, quando fummo decisamente in viaggio, era quello di apparire il piĚ adulto possibile al cocchiere e di assumere un aspetto quanto mai serioso. Quest'ultimo punto riuscii ad attuarlo con grande disagio personale; ma mi ci ostinai perché mi sembrava una cosa molto da uomo fatto.

       «Fate l'intero percorso, signore?» mi chiese il cocchiere.

       «Sď, William,» risposi con condiscendenza (lo conoscevo); «vado a Londra. In seguito passerė nel Suffolk.»

       «Per la caccia, signore?» disse il cocchiere.

       Sapeva quanto me che, in quella stagione, c'era la stessa probabilitą che andassi lą a pescar balene; ma mi sentii egualmente lusingato.

       «Non so,» dissi fingendo di essere indeciso, «se sparerė un paio di colpi.»

       «Dicono che gli uccelli son diventati diffidenti,» osservė William.

       «L'ho sentito anch'io,» risposi.

       «Il Suffolk Ź la vostra contea, signore?» chiese William.

       «Sď,» risposi con una certa importanza. «Il Suffolk Ź la mia contea.»

       «Ho sentito dire che da quelle parti gli gnocchi sono squisiti,» disse William.

       Personalmente non ne sapevo nulla, ma mi parve necessario sostenere le istituzioni della mia contea e mostrarmi familiare con esse; cosď scossi la testa come per dire: «Potete esserne sicuro.»

       «E i Punches!» disse William. «Quelli sď che son cavalli da tiro! Un Punch del Suffolk, quando Ź buono, vale tant'oro quanto pesa. Avete mai allevato dei Punches del Suffolk, signore?»

       «N... no,» dissi, «non esattamente.»

       «C'Ź qui dietro di me un signore, lo darei per certo,» disse William, «che li ha allevati su vasta scala.»

       Il signore di cui parlava era un tipo dal mento in fuori e affetto da uno strabismo poco promettente, che portava un alto cappello bianco dalla tesa stretta e piatta e i cui calzoni attillati sembravano abbottonati lungo tutto l'esterno della gamba dalle scarpe al fianco. Puntava il mento sopra la spalla del cocchiere, cosď vicino a me che il suo respiro mi solleticava la nuca; e, quando mi volsi a guardarlo, stava adocchiando i cavalli di testa con l'occhio non strabico come chi sa perfettamente il fatto suo.

       «Non Ź vero?» chiese William.

       «Non Ź vero che cosa?» rispose il signore alle sue spalle.

       «Che allevate su grande scala Punches del Suffolk.»

       «Direi di sď,» disse il signore. «Non ci sono cavalli che non abbia allevato, e nemmeno cani. Cavalli e cani per alcuni sono un capriccio. Per me significano mangiare e bere... alloggio, moglie e figli... leggere, scrivere e far di conto... il tabacco da fiuto, quello da fumo e il sonno.»

       «Non Ź tipo da vedere seduto dietro la cassetta di una diligenza, perė,» mi disse William all'orecchio maneggiando le redini.

       Interpretai questa osservazione come espressione del desiderio che quello prendesse il mio posto, e cosď, arrossendo, mi offrii di cederglielo.

       «Be', se per voi Ź lo stesso, signore,» disse William, «penso che sarebbe piĚ corretto.»

       Ho sempre considerato questo episodio come la mia prima sconfitta nella vita. Nel fissare il posto alla biglietteria mi ero fatto scrivere «Posto a cassetta» sulla lista, e avevo dato mezza corona all'impiegato. Mi ero messo un cappotto e uno scialle speciali appunto per fare onore a quella posizione di eminenza; e mi ero dato un bel po' di arie, convinto di fare onore alla diligenza. Ed ecco che, proprio alla prima tappa, venivo soppiantato da uno scalzacane strabico, che non aveva altro merito se non quello di puzzar di stalla, capace di scavalcarmi piuttosto come una mosca che come un essere umano, mentre i cavalli andavano al piccolo galoppo.

       La sfiducia in me stesso, che spesso mi aggredď nella vita in occasioni di poco conto, quando sarebbe stato meglio se non ci fosse stata, non fu certo arrestata sul nascere da questo piccolo incidente sulla diligenza di Canterbury. Invano cercai di rifugiarmi nel parlar grave. Per tutto il resto del viaggio parlai dal profondo dello stomaco, ma mi sentivo completamente a terra e paurosamente giovane.

       Era una cosa singolare e interessante, tuttavia, star seduto lassĚ, dietro quattro cavalli: bene educato, ben vestito e con un bel po' di denaro in tasca; e cercare con lo sguardo i luoghi in cui avevo dormito durante il mio primo estenuante viaggio. Trovavo vasto materiale per i miei pensieri in tutti i punti piĚ importanti della strada. Quando guardavo i vagabondi che sorpassavamo e vedevo quei ben noti tipi di facce volti in su, mi sembrava che la nera mano del calderaio mi afferrasse ancora per il petto della camicia. Quando passammo con grande strepito per le strette vie di Chatham e, di sfuggita, potei dare uno sguardo al sentiero in cui viveva il vecchio mostro a cui avevo venduto la mia giacca, allungai incuriosito il collo per vedere il luogo in cui ero rimasto seduto, al sole e all'ombra, in attesa del mio denaro. Quando infine fummo a una sola tappa da Londra e passammo proprio davanti al Collegio Salem, dove il signor Creakle aveva picchiato a destra e a manca con mano pesante, avrei dato quello che avevo perché mi fosse legalmente concesso di scendere, dargli un carico di legnate e mettere in libertą tutti i ragazzi come tanti passeri in gabbia.

       Arrivammo al Croce d'Oro, in Charing Cross, che allora era un edificio ammuffito sepolto fra altre case. Un cameriere mi condusse nella sala del caffŹ; e una cameriera mi fece strada nella mia stanzetta, che aveva l'odore di una vettura da nolo, ed era chiusa come una tomba di famiglia. Continuavo a essere penosamente consapevole della mia giovinezza, perché nessuno mostrava un gran rispetto per me: la cameriera appariva del tutto indifferente alle mie opinioni su qualsiasi soggetto, e il cameriere mi trattava familiarmente dando consigli alla mia inesperienza.

       «Bene,» disse il cameriere in tono molto confidenziale, «che cosa vi piacerebbe per desinare? I giovani, in genere, amano il pollame: prendete un pollastro.»

       Gli risposi, piĚ maestosamente che potei, che non sentivo alcuna disposizione per un pollastro.

       «No?» disse il cameriere. «I giovani, in genere, sono stufi di bue e di montone: prendete una cotoletta di vitello.»

       Accettai la proposta riconoscendomi incapace di suggerire qualche cosa d'altro.

       «Vi interessano le patate?» chiese il cameriere con un sorriso insinuante e piegando la testa da un lato. «I giovani, in genere, fanno indigestioni di patate.»

       Gli ordinai, con la mia voce piĚ profonda, di farmi avere una cotoletta di vitello, delle patate e tutto il necessario, e di chiedere al banco se vi erano lettere per il signor Trotwood Copperfield: sapevo benissimo che non ve n'erano e non potevano esservene, ma mi sembrava molto adulto aver l'apparenza di attenderne.

       Tornė subito dicendo che non ve n'erano e cominciė a stendere la tovaglia per il mio desinare in uno scomparto presso il fuoco. Mentre era cosď occupato, mi domandė che cosa avrei voluto bere; e alla mia risposta: «Mezza pinta di Xeres,» temo che la considerasse una buona occasione per trarre questa quantitą di vino da tutti i fondi rimasti in alcuni boccaletti. Sono di questa opinione perché, mentre leggevo il giornale, lo osservai dietro un basso divisorio di legno, che costituiva il suo appartamento privato, tutto intento a versare da una quantitą di quei recipienti in uno solo, come un chimico o un farmacista che prepari una ricetta. Inoltre, quando arrivė il vino, lo trovai scipito, e v'erano certo in esso piĚ briciole inglesi di quante ci se ne potesse attendere in un vino straniero appena genuino; ma fui tanto timido da berlo senza dir nulla.

       Trovandomi cosď in una piacevole condizione di spirito (dal che deduco che l'avvelenamento non Ź sempre sgradevole in alcuni stadi del suo processo), decisi di andare a teatro. Scelsi il Covent Garden; e lď, dal fondo di un palco di centro, vidi il Giulio Cesare e la nuova pantomima. Il trovarmi davanti tutti quei nobili romani vivi, che entravano e uscivano per il mio diletto, invece di essere quei severi maestri che erano stati per me a scuola, mi diede una sensazione quanto mai nuova e piacevole. Ma il frammischiarsi di realtą e di mistero nell'intero spettacolo, l'influenza che fecero su di me la poesia, le luci, la musica, il pubblico, i rapidi e stupendi mutamenti degli scenari luminosi e scintillanti, mi abbagliarono in tal modo e mi aprirono cosď sconfinate regioni di diletto, che, quando uscii nella strada piovosa, a mezzanotte, mi parve di scendere dalle nubi, dove per secoli avessi condotto una romantica esistenza, in un mondo fangoso e miserabile di urla, di schizzi d'acqua, di file di lampioni, di ombrelli contrastanti, di carrozze da nolo in gara, di strepitanti zoccoli da pioggia.

       Ero uscito da un'altra porta e mi fermai un momento nella via come se realmente fossi uno straniero sulla terra; ma le spinte e gli urtoni che ricevetti senza riguardi mi fecero tornare presto in me stesso e mi misero sulla strada del ritorno all'albergo, verso il quale mi avviai rievocando per tutta la via la visione gloriosa, e dove, dopo un poco di Porto e delle ostriche, mi sedetti continuando la rievocazione fin dopo l'una, con gli occhi fissi sul fuoco della sala del caffŹ.

       Ero cosď preso dai ricordi dello spettacolo e del passato - perché in certo modo lo spettacolo era come una splendente trasparenza attraverso la quale vedevo muoversi la mia piĚ remota esistenza - che non so bene in quale momento la figura di un bel giovane, vestito con una negligenza disinvolta e piena di gusto, che ho ragioni per ricordare molto bene, divenne per mé una presenza reale. Ma ricordo di essermi reso conto che era lď senza aver notato il suo ingresso, e di essere rimasto seduto, meditando, davanti al fuoco.

       Infine mi alzai per andare a letto, con molto sollievo del cameriere insonnolito che aveva il nervoso nelle gambe e andava intrecciandole, battendole, atteggiandole in ogni sorta di contorsioni nel suo piccolo ufficio. Nell'avvicinarmi alla porta, passai davanti alla persona che era entrata e la vidi chiaramente. Mi voltai di scatto, tornai indietro e guardai ancora. Lui non mi ravvisė, ma io lo riconobbi in un attimo.

       In un'altra occasione mi sarebbe forse mancata la confidenza e la decisione di rivolgergli la parola, avrei rimandato la cosa al giorno dopo e forse lo avrei perso. Ma, nelle mie condizioni di spirito, ancora esaltato dallo spettacolo, la sua protezione di un tempo mi apparve cosď meritevole della mia gratitudine, e il mio antico affetto per lui mi traboccė dal petto cosď vivo e spontaneo che corsi subito a lui col cuore che mi batteva e dissi:

       «Steerforth! Non volete parlarmi?»

       Mi guardė - proprio come soleva guardare certe volte - ma non vidi sul suo volto alcun segno di riconoscimento.

       «Temo che non vi ricordiate di me,» dissi.

       «Mio Dio!» esclamė improvvisamente. «ť il piccolo Copperfield!»

       Lo afferrai per entrambe le mani e non riuscivo a lasciargliele. Se non fosse stato per la vergogna e il timore di fargli cosa sgradita, lo avrei abbracciato piangendo.

       «Mai, mai, mai sono stato cosď felice! Mio caro Steerforth, non mi sembra vero di vedervi.»

       «E anch'io vi rivedo con gioia!» mi disse stringendomi cordialmente le mani. «Andiamo, Copperfield, vecchio mio; non lasciatevi sopraffare.» E tuttavia era contento, mi parve, nel vedere quanto fossi lieto di quell'incontro.

       Mi asciugai le lacrime che, con tutta la mia decisione, non ero riuscito a trattenere, ci risi sopra goffamente, e insieme ci sedemmo l'uno accanto all'altro.

       «E allora, come vi capita di trovarvi qui?» chiese Steerforth battendomi su una spalla.

       «Sono arrivato oggi con la diligenza di Canterbury. Sono stato adottato da una zia da quelle parti e ho appena finito i miei studi laggiĚ. E voi, Steerforth, come mai siete qui?»

       «Be' sono quello che chiamano un oxoniano,» mi rispose; «vale a dire uno che, periodicamente, si trova annoiato a morte lą a Oxford... e adesso sto andando da mia madre. Siete un tipo maledettamente simpatico, Copperfield. Proprio come un tempo, ora che vi guardo! Non siete minimamente cambiato!»

       «Io vi ho riconosciuto subito,» dissi; «ma di voi Ź piĚ facile ricordarsi.»

       Rise passandosi la mano tra i folti riccioli e disse gaiamente:

       «Sď, faccio un viaggio di dovere. Mia madre abita un po' fuori di cittą; e poiché le strade sono in una condizione bestiale e la nostra casa Ź sufficientemente noiosa, sono rimasto qui stanotte invece di proseguire. Non sono in cittą nemmeno da sei ore, e le ho trascorse sonnecchiando e brontolando a teatro.»

       «Anch'io sono stato a teatro,» dissi. «Al Covent Garden. Che delizioso e magnifico spettacolo, Steerforth!»

       Steerforth rise di cuore.

       «Mio caro piccolo David,» esclamė battendomi ancora sulla spalla, «siete proprio una pratolina. La pratolina di campo, all'alba, non Ź piĚ fresca di voi. Sono stato anch'io al Covent Garden: niente di piĚ miserabile. Ehi, voi!»

       Questo era rivolto al cameriere che, da lontano, aveva seguito molto attentamente il nostro riconoscimento e adesso venne avanti con aria deferente.

       «Dove avete messo il mio amico, il signor Copperfield?» chiese Steerforth.

       «Come, signore?»

       «Dove dorme? Qual Ź il suo numero? Sapete bene quello che intendo,» disse Steerforth.

       «Be', signore,» rispose il cameriere con un tono di scusa. «Il signor Copperfield attualmente Ź al quarantaquattro, signore.»

       «E come diavolo vi Ź venuto in mente,» ribatté Steerforth, «di mettere il signor Copperfield in uno stambugio sopra una stalla?»

       «Ecco, vedete, signore, non sapevamo,» continuė il cameriere sempre scusandosi, «che il signor Copperfield avesse particolari esigenze. Possiamo dare al signor Copperfield il settantadue, signore, se preferisce. Accanto a voi, signore.»

       «Certo, che lo preferisce,» disse Steerforth. «Su, svelto.»

       Il cameriere si ritirė immediatamente per fare il cambiamento. Steerforth, molto divertito che mi avessero dato il quarantaquattro, rise ancora, mi batté ancora sulla spalla e mi invitė a colazione con lui il mattino dopo alle dieci: un invito che fui orgoglioso e felice di accettare. E poiché era molto tardi, prendemmo le candele e salimmo al piano di sopra, dove ci separammo con amichevole cordialitą davanti alla sua porta e dove trovai la mia nuova camera molto migliore di quella di prima, per nulla ammuffita e con un enorme letto a quattro colonne che era una vera piazza d'armi. Lď, tra mucchi di cuscini sufficienti per sei persone, mi addormentai subito in uno stato di beatitudine, e sognai dell'antica Roma, di Steerforth, dell'amicizia, finché le prime diligenze del mattino, rombando entro l'arcata sottostante, mi fecero sognare di tuoni e di dŹi.

 

XX • LA CASA DI STEERFORTH

 

 

 

       Quando la cameriera bussė alla mia porta alle otto e mi avvertď che l'acqua per radermi era pronta lď fuori, sentii duramente l'umiliazione di non averne bisogno e arrossii sotto le coltri. L'idea che anche lei ridesse nel dirmelo mi turbė la mente per tutto il tempo che impiegai a vestirmi, e mi diede, ne ero consapevole, un'aria furtiva e colpevole quando le passai davanti sulla scala scendendo per la colazione. In realtą mi rendevo cosď penosamente conto di essere piĚ giovane di quanto desiderassi, che per qualche tempo non potei risolvermi in alcun modo ad affrontarla nelle ignobili circostanze del caso; e, sentendola spazzare laggiĚ, rimasi a spiare dalla finestra Re Carlo a cavallo, circondato da un brulichďo di carrozze da nolo con un'aria che era tutto fuorché regale avvolto com'era da una pioggerella fitta e da una nebbia bruno-scura; finché il cameriere mi avvertď che il signore mi stava aspettando.

       Steerforth non mi aspettava nella sala del caffŹ, ma in un tranquillo salotto privato, con tende rosse e tappeti turchi, dove ardeva un fuoco brillante e una squisita colazione calda era preparata su di un tavolino coperto da una linda tovaglia. Una gaia miniatura della stanza, del fuoco, della colazione, di Steerforth e di tutto, brillava nel piccolo specchio rotondo appeso sopra la credenza. Dapprima mi sentii alquanto intimidito, perché Steerforth era cosď padrone di sé, cosď elegante, cosď superiore a me sotto tutti gli aspetti (compresa l'etą); ma la sua disinvolta protezione mise presto a posto tutto, e io mi trovai come a casa mia. Non mi saziavo di ammirare il cambiamento che egli aveva portato al Croce d'Oro, né di confrontare lo stato di triste abbandono in cui ero il giorno prima con gli agi e i piaceri di quella mattina. Quanto alla familiaritą del cameriere, era scomparsa come se non fosse mai esistita. Ci serviva, per cosď dire, vestito di sacco e coperto di ceneri.

       «E adesso, Copperfield,» disse Steerforth quando fummo soli, «vorrei sapere che cosa fate, dove siete diretto e tutto ciė che vi riguarda. Vi considero come se foste una mia proprietą.»

       Ardente di gioia nel vedere che aveva ancora per me lo stesso interesse, gli raccontai come mia zia mi avesse proposto la piccola spedizione che stavo per affrontare e a che cosa tendeva.

       «Poiché non avete fretta,» disse Steerforth, «venite con me a casa mia, a Highgate, e restateci un paio di giorni. Vi troverete bene con mia madre - Ź un tantino vanitosa e monotona se parla di me, ma potrete perdonarglielo - e lei si troverą bene con voi.»

       «Vorrei esser sicuro di questo come voi siete cosď buono da crederlo,» risposi sorridendo.

       «Oh!» esclamė Steerforth, «tutti quelli che mi vogliono bene hanno su di lei dei diritti che vengono senz'altro riconosciuti.»

       «Allora penso che sarė un favorito,» dissi io.

       «Benissimo,» concluse Steerforth. «Venite e fatene la prova. Adesso andremo per un'ora o due a visitare i luoghi piĚ importanti - Ź interessante poterli mostrare a un inesperto come voi, Copperfield - e poi partiremo per Highgate in diligenza.»

       Potevo appena capacitarmi che non si trattasse di un sogno e che presto non mi sarei svegliato al numero quarantaquattro per ritrovarmi ancora nel solitario scomparto della sala del caffŹ con il cameriere confidenziale. Dopo che ebbi scritto alla zia per dirle del fortunato incontro con il mio vecchio e ammirato compagno di scuola, e di avere accettato il suo invito, uscimmo in vettura da nolo e andammo a contemplare una veduta panoramica e alcuni altri luoghi notevoli, e visitammo il Museo, dove non potei fare a meno di osservare quante cose sapeva Steerforth su di un'infinita varietą di soggetti e quanto poco conto facesse delle sue cognizioni.

       «Prenderete una laurea importante all'universitą, Steerforth,» dissi, «se non l'avete gią fatto; e avranno buone ragioni per essere fieri di voi.»

       «Prendere una laurea io?» esclamė Steerforth. «No certo, mia cara Pratolina... vi dispiace se vi chiamo Pratolina?»

       «Niente affatto,» risposi.

       «Proprio un bravo ragazzo! Mia cara Pratolina,» continuė Steerforth ridendo, «non ho il minimo desiderio né la minima intenzione di distinguermi in questo modo. Ho gią fatto abbastanza per i miei propositi, e trovo di essere una compagnia gią abbastanza noiosa per me stesso cosď come sono.»

       «Ma la fama...» cominciai.

       «Oh, romantica Pratolina!» esclamė Steerforth ridendo ancor piĚ di cuore. «Perché dovrei darmi pena affinché un branco di teste di legno mi guardi a bocca aperta levando le braccia? Lo facciano per qualche altro. Avrą tutta la fama che vuole e buon pro' gli faccia.»

       Ero mortificato di quell'errore e fui lieto di cambiare argomento. Per fortuna non era difficile farlo, perché Steerforth poteva sempre passare da un soggetto a un altro con una noncuranza e una levitą sue proprie.

       La nostra visita alla cittą fu seguita dalla colazione, e la breve giornata invernale fluď via cosď in fretta che era ormai buio quando la diligenza si fermė con noi davanti a un'antica casa di mattoni a Highgate, sulla sommitą del colle. Un'anziana signora, sebbene non molto avanzata negli anni, con un portamento altero e un bel volto era sulla porta quando noi scendemmo; e, salutando Steerforth come «Il mio carissimo James,» lo strinse fra le braccia. A questa signora egli mi presentė come a sua madre, ed ella mi diede un solenne benvenuto.

       Era una casa signorile di vecchio stile, molto tranquilla e ordinata. Dalle finestre della mia stanza vedevo tutta Londra distesa nella lontananza come un vasto vapore, con alcune luci che occhieggiavano qua e lą attraverso di esso. Ebbi appena il tempo, nel vestirmi, di dare uno sguardo ai solidi mobili, ai ricami incorniciati (lavoro, supposi, della madre di Steerforth quando era ragazza), e ad alcuni ritratti a pastello di dame con i capelli incipriati e il busto alto, che apparivano e scomparivano sulle pareti al guizzare crepitante del fuoco appena acceso, quando fui chiamato per il pranzo.

       Nella sala da pranzo c'era una seconda signora, bassa ed esile di figura, bruna, e non molto piacente, ma con qualche apparenza di bellezza, che attrasse la mia attenzione: forse perché non mi aspettavo di vederla, forse perché mi trovai seduto davanti a lei, forse perché c'era realmente in lei qualche cosa di notevole. Aveva i capelli neri e neri occhi vivaci, era sottile e mostrava una cicatrice sul labbro. Era una vecchia cicatrice - dovrei piuttosto chiamarla una sutura perché non era scolorita e si era richiusa da anni - che le aveva un tempo tagliato la bocca scendendo verso il mento, ma adesso, attraverso la tavola, era appena visibile eccetto in alto, sul labbro superiore, di cui aveva alterato la forma. Conclusi fra me che doveva avere una trentina d'anni e che desiderava sposarsi. Era un po' sciupata, come una casa che sia rimasta per molto tempo da affittare; e tuttavia mostrava, come ho detto, un'apparenza di bellezza. La sua magrezza sembrava la conseguenza di un qualche fuoco divoratore che era in lei e che trovava sfogo nei suoi occhi spettrali.

       Mi fu presentata come signorina Dartle e tanto Steerforth che sua madre la chiamavano Rosa. Seppi che viveva lď e che da molto tempo faceva compagnia alla signora Steerforth. Ebbi l'impressione che non dicesse mai direttamente quello che voleva dire, ma che vi alludesse e che, in tal modo, vi si dilungasse molto piĚ del necessario. Ad esempio, quando la signora Steerforth disse, piĚ per scherzo che sul serio, di temere che suo figlio, all'universitą, conducesse solo una vita dissipata, la signorina Dartle intervenne cosď: «Oh, davvero? Voi sapete quanto sia ignorante e che faccio domande solo per essere informata, ma non avviene sempre cosď? Credevo che un tal genere di vita fosse generalmente presupposto... eh?»

       «ť un'educazione che serve di base a una professione molto impegnativa, se intendete questo, Rosa,» rispose la signora Steerforth con una certa freddezza.

       «Oh! Sď! Questo Ź verissimo,» ribatté la signorina Dartle. «Ma non Ź cosď, perė?... Vi prego di correggermi se sbaglio... Non Ź cosď, vero?»

       «Vero che cosa?» chiese la signora Steerforth.

       «Oh! Voi volete dire che non Ź cosď!» rispose la signorina Dartle. «Bene, sono proprio felice di saperlo! Adesso so quello che devo fare! Sono questi i vantaggi del far domande. Non permetterė piĚ che la gente parli davanti a me di sperperi, di dissipazione e cosď via a proposito di questa vita, mai piĚ.»

       «E farete bene,» disse la signora Steerforth. «Il tutore di mio figlio Ź una persona coscienziosa; e se non avessi un'implicita fiducia in mio figlio, avrei fiducia in lui.»

       «L'avreste?» riprese la signorina Dartle. «Oh! ť coscienzioso, dite? Proprio coscienzioso?»

       «Certo, ne sono convinta,» disse la signora Steerforth.

       «Questo Ź molto bello!» esclamė la signorina Dartle. «Che sollievo! Proprio coscienzioso? Allora non Ź... ma naturalmente non puė esserlo, se Ź veramente coscienzioso, Bene, da questo momento sarė perfettamente tranquilla su di lui. Non potete immaginare come l'idea che Ź veramente coscienzioso lo elevi nel mio giudizio!»

       In questo stesso modo la signorina Dartle insinuava tutte le sue opinioni e le sue obiezioni a tutto ciė che veniva detto e a cui lei si, opponesse: a volte, non potei nascondermelo, con grande efficacia, anche se contraddiceva lo stesso Steerforth. Ne avemmo un esempio prima che il pranzo fosse finito. Poiché la signora Steerforth mi parlava della mia intenzione di andare nel Suffolk, io mi arrischiai a dire quanto sarei stato lieto se Steerforth mi avesse solo accompagnato lą; e, spiegandogli che andavo a vedere la mia vecchia governante e la famiglia del signor Peggotty, gli ricordai il pescatore che aveva visto in collegio.

       «Oh, quel simpatico tipo!» disse Steerforth. «Aveva con sé un figlio, mi pare.»

       «No, era suo nipote,» risposi; «un nipote, tuttavia, da lui adottato come figlio. Ha anche una graziosissima nipotina che ha adottato come figlia. Insomma, la sua casa - o meglio la sua barca, perché abita in una barca tirata in secco - Ź piena di gente che dipende dalla sua generositą e dalla sua bontą. Vi piacerebbe conoscere quella famiglia.»

       «Mi piacerebbe?» disse Steerforth. «Ebbene, penso di sď. Vedrė cosa si puė fare. Meriterebbe la pena di un viaggio, (senza contare il piacere di venire con voi, Pratolina) vedere quel tipo di gente tutta insieme ed essere uno di loro.»

       Mi balzė il cuore a quella nuova speranza di felicitą. Ma, riferendosi al tono con cui lui aveva detto «quel tipo di gente», la signorina Dartle, i cui occhi ardenti non ci avevano lasciati un istante, intervenne ancora.

       «Oh, davvero? Dite, dite. Lo sono proprio?» chiese.

       «Sono che cosa? E chi dovrebbe esserlo?» domandė Steerforth.

       «Quel tipo di gente... Sono proprio degli animali e degli zotici, degli esseri di un altro ordine? Vorrei tanto saperlo.»

       «Be', c'Ź una notevole differenza fra loro e noi,» disse Steerforth con indifferenza. «Non ci si puė aspettare che abbiano la nostra stessa sensibilitą. La loro delicatezza non puė essere colpita o ferita molto facilmente. Sono meravigliosamente virtuosi, direi... alcuni, almeno, lo sostengono, e non voglio davvero contraddirli... ma non hanno una natura molto raffinata, e possono ringraziare il cielo che, al pari della loro rozza e dura pelle, non venga facilmente offesa.»

       «Davvero!» esclamė la signorina Dartle. «Bene, non so proprio che cosa avrebbe potuto farmi piĚ piacere che sentir questo. ť cosď consolante! ť una tal gioia sapere che, quando soffrono, non lo sentono! A volte mi sono trovata molto a disagio nel pensare a quel tipo di gente; ma adesso bandirė decisamente ogni idea in proposito. Vivi e impara. Avevo i miei dubbi, lo confesso, ma ora tutto Ź chiaro. Non lo sapevo e adesso lo so, ecco i vantaggi del domandare... non Ź vero?»

       Credevo che Steerforth avesse detto per giuoco quello che aveva detto, o per aizzare la signorina Dartle; e mi aspettavo che me lo dichiarasse quando ella se ne fu andata e noi rimanemmo soli, seduti davanti al fuoco. Ma egli si limitė a domandarmi che cosa pensassi di lei.

       «ť molto intelligente, no?» dissi.

       «Intelligente! Mette tutto sotto la mola,» mi rispose Steerforth, «e lo affila come ha affilato il suo volto e il suo aspetto in tutti questi anni. Si Ź consumata a forza di affilarsi. In lei non vi Ź che il taglio.»

       «Che razza di cicatrice ha sul labbro!» dissi.

       Steerforth chinė il volto e tacque per un momento.

       «Be', la veritą Ź,» rispose, «che gliel'ho fatta io.»

       «Per disgrazia?»

       «No. Ero un bambino, lei mi fece arrabbiare e io le tirai un martello. Devo essere stato un angeluccio molto promettente.»

       Fui dolentissimo di aver toccato un argomento cosď penoso, ma ormai era fatta.

       «Da allora, come vedete, ne porta il segno,» continuė Steerforth; «e lo porterą fino alla tomba se mai riposerą in una tomba... sebbene non riesca a pensare che troverą mai riposo in qualche parte. Era la figlia senza madre di una specie di cugino di mio padre. Lui morď, e mia madre, che allora era gią vedova, la portė qui perché le facesse compagnia. Ha un paio di migliaia di sterline di suo, e risparmia ogni anno gli interessi per aggiungerli al capitale. Eccovi la storia della signorina Rosa Dartle.»

       «E certo vi vuol bene come a un fratello,» dissi.

       «Hum!» rispose Steerforth guardando il fuoco. «Certi fratelli non sono molto amati; e certi amori... ma servitevi Copperfield! Berremo alle pratoline di campo in vostro onore, e ai gigli della vallata, che non lavorano né tessono, in onor mio... tanto maggior vergogna per me!» Un cupo sorriso che aveva offuscato i suoi lineamenti si dileguė mentre egli diceva allegramente cosď, e Steerforth tornė a essere quello che era, franco e suadente.

       Non potei trattenermi dal guardare la cicatrice con penoso interesse quando ci ritrovammo per il tŹ. Presto mi accorsi che era la parte piĚ sensibile del volto di lei e che, quando ella impallidiva, quel segno si alterava per primo e diveniva una striscia scura e plumbea, estesa per tutta la sua lunghezza, come una traccia di inchiostro simpatico avvicinato al fuoco. Vi fu un piccolo contrasto fra lei e Steerforth circa un lancio di dadi a tavola reale, in cui, per un momento, ella mi parve travolta dall'ira; e allora vidi quel segno saltar fuori come l'antica scritta sulla parete.

       Non fu meraviglia per me accorgermi che la signora Steerforth era tutta dedita a suo figlio. Non sembrava capace di pensare o parlare di altro. Mi mostrė un suo ritratto da bambino, in un medaglione che conteneva un ricciolo dei suoi capelli di allora; mi mostrė il suo ritratto di com'era quando lo avevo conosciuto; e portava sul petto il suo ritratto attuale. Conservava in uno stipetto presso la sua poltrona accanto al fuoco, tutte le lettere che egli le aveva scritto, e me ne avrebbe lette alcune, che io avrei ascoltato con molto piacere, se egli non si fosse opposto persuadendola affettuosamente a lasciar andare.

       «Mio figlio mi dice che vi siete conosciuti dal signor Creakle,» mi disse la signora Steerforth parlando con me a un tavolo mentre essi giocavano a tavola reale a un altro. «In realtą ricordo che, a quel tempo, mi parlava di un allievo piĚ giovane di lui che gli era piaciuto, ma, come potete immaginare, non mi era rimasto nella memoria il vostro nome.»

       «Vi assicuro, signora, che in quei giorni fu molto generoso e nobile con me,» dissi, «e io avevo proprio bisogno di un tale amico. Senza di lui sarei rimasto annientato.»

       «Lui Ź sempre generoso e nobile,» dichiarė con orgoglio la signora Steerforth.

       Dio sa se non sottoscrissi queste parole di tutto cuore. Ella lo comprese, perché l'imponenza dei suoi modi gią si mitigava verso di me, eccetto quando parlava in lode di lui, perché allora aveva sempre un'aria altera.

       «In linea generale non era un collegio adatto per mio figlio,» mi disse; «al contrario; ma in quel tempo vi erano particolari circostanze che bisognava considerare, piĚ importanti della scelta stessa. L'elevatezza dei sentimenti di mio figlio faceva desiderare che fosse affidato a qualcuno capace di sentire la sua superioritą e pronto a inchinarsi dinanzi a essa: e lą trovammo la persona adatta.»

       Lo sapevo, conoscendo il tipo. E tuttavia non lo disprezzai di piĚ per questo, trovai anzi in lui una qualitą che in certo modo lo redimeva, se gli si poteva concedere qualche merito per non avere resistito a un essere irresistibile come Steerforth.

       «LaggiĚ, le grandi qualitą di mio figlio si sentirono stimolate da un sentimento di volontaria emulazione e di consapevole orgoglio,» continuė a dire l'appassionata signora. «Si sarebbe ribellato a ogni costrizione; ma si trovė a essere il monarca del luogo e decise alteramente di essere degno della sua posizione. ť tipico di lui.»

       Confermai con tutto il cuore e tutta l'anima che era tipico di lui.

       «Cosď mio figlio scelse, di sua volontą e senza alcun obbligo, la strada sulla quale puė sempre, a suo piacere, superare ogni competitore,» proseguď lei. «Mio figlio mi dice, signor Copperfield, che gli eravate molto devoto e che, quando lo avete incontrato ieri, vi siete fatto riconoscere con lacrime di gioia. Dovrei fingere, se pretendessi di essere sorpresa dal fatto che mio figlio ispiri tali emozioni; ma non posso rimanere indifferente verso chi sia cosď sensibile al suo merito, e sono felicissima di vedervi qui: vi assicuro che egli prova per voi un'insolita amicizia e che potete fare affidamento sulla sua protezione.»

       La signorina Dartle giocava a tavola reale con l'impegno con cui faceva tutto. Se l'avessi vista per la prima volta al tavoliere, avrei pensato che la sua figura si fosse assottigliata e gli occhi ingranditi solo per quel giuoco e nient'altro. Ma mi sbaglierei di molto se credessi che perse una sola parola di questo colloquio o mi abbandonė con gli occhi un istante mentre ascoltavo con gran diletto e, onorato dalla confidenza della signora Steerforth, mi sentivo piĚ adulto che non mi fossi sentito da quando avevo lasciato Canterbury.

       La sera era ormai finita e aveva fatto la sua comparsa un vassoio con caraffe e bicchieri, quando Steerforth, presso il fuoco, mi promise che avrebbe pensato seriamente a venire in campagna con me. Non c'era furia, disse: avevamo tempo una settimana; e sua madre lo confermė con ospitale cortesia. Parlando con me, gli capitė piĚ volte di chiamarmi Pratolina, cosa che fece nuovamente intervenire la signorina Dartle.

       «Ma realmente, signor Copperfield,» chiese, «Ź un soprannome, questo? E perché ve lo dą? ť forse... eh?... perché vi considera giovane e innocente? Io sono cosď sciocca in queste cose.»

       Arrossii rispondendo che credevo fosse cosď.

       «Oh!» esclamė la signorina Dartle. «Sono proprio felice di saperlo. Domando per essere informata, e sono felice di saperlo. Vi considera giovane e innocente; e cosď siete suo amico. Bene, questo Ź proprio bello!»

       Andė a letto subito dopo e anche la signora Steerforth si ritirė. Steerforth e io, dopo avere indugiato una mezz'ora accanto al fuoco parlando di Traddles e di tutti gli altri del vecchio Collegio Salem, salimmo insieme al piano di sopra. La stanza di Steerforth era attigua alla mia, ed entrai per vederla. Era un modello di comoditą, piena di poltrone, di cuscini e di posapiedi ricamati dalle mani di sua madre: non mancava nulla che potesse servire a renderla completa. E da ultimo il bel volto di lei contemplava il suo diletto da un ritratto appeso alla parete, come se ella avesse caro che la sua immagine vegliasse sul sonno del figlio.

       Trovai nella mia stanza un fuoco ancora vivace e le tende tirate davanti alle finestre e attorno al letto, che le davano un aspetto molto confortevole. Mi sedetti in una gran poltrona presso il fuoco per meditare sulla mia felicitą; e gią da qualche tempo mi ero goduto la contemplazione della fiamma, quando scorsi un ritratto della signorina Dartle che mi volgeva uno sguardo ardente di sopra la mensola del caminetto.

       Era di una somiglianza impressionante e, fatalmente, aveva un non meno impressionante sguardo. Il pittore aveva trascurato la cicatrice, ma io la misi al suo posto; ed eccola lď, che compariva e scompariva, ora limitata al labbro superiore, come l'avevo vista a pranzo, ora evidente per tutta l'estensione della ferita inflitta dal martello, come l'avevo vista nei suoi momenti di eccitazione.

       Mi domandai irritato perché non avevano messo quel ritratto in qualche altra parte invece di collocarmelo davanti. Per liberarmi di lei, mi spogliai in fretta, spensi la candela e andai a letto. Ma, nell'addormentarmi, non potei dimenticare che lei era ancora lď, a guardarmi: «ť proprio cosď? Io desidero sapere»; e, quando mi svegliai a notte alta, mi accorsi che, in sogno, non avevo fatto che chiedere inquieto a ogni sorta di gente se era proprio cosď o no... senza sapere a che cosa mi riferissi.

 

XXI • LA PICCOLA EMILY

 

 

 

       Vi era un domestico, in quella casa, un uomo che, come seppi, era di solito con Steerforth ed era entrato al suo servizio all'Universitą, il quale, nell'apparenza, era un modello di rispettabilitą. Credo che non sia mai esistito un uomo della sua condizione con un aspetto piĚ rispettabile. Era taciturno, col passo leggero, dai modi quanto mai tranquilli, deferente, scrupoloso, sempre sottomano quando era cercato e sempre lontano quando non si aveva bisogno di lui; ma ciė che soprattutto lo rendeva degno di considerazione era la sua rispettabilitą. Il suo volto non era mobile; aveva il collo piuttosto rigido, la testa piuttosto stretta e liscia con capelli corti che gli aderivano alle tempie, un parlare sommesso con una particolare abitudine di sibilare la lettera S cosď nettamente che sembrava usarla piĚ spesso degli altri mortali; ma ogni peculiaritą che aveva, egli la rendeva rispettabile. Se il suo naso fosse stato capovolto, avrebbe reso rispettabile anche quello, si circondava di un'atmosfera di rispettabilitą e vi camminava sicuro frammezzo. Sarebbe stato quasi impossibile sospettarlo di qualche cosa di male tanto era completamente rispettabile. Nessuno poteva pensare a mettergli addosso una livrea, tanto elevata era la sua rispettabilitą. Imporgli un compito mortificante sarebbe stato infliggere un insulto gratuito ai sentimenti de! piĚ rispettabile degli uomini. E mi accorsi che le domestiche di casa ne erano cosď consapevoli per intuito, che si sobbarcavano regolarmente loro stesse di queste fatiche, in genere mentre lui leggeva il giornale accanto al fuoco della dispensa.

       Non avevo mai visto un uomo cosď controllato. Ma anche in questo, come in tutto, non faceva che apparire ancor piĚ rispettabile. Perfino il fatto che nessuno conosceva il suo nome di battesimo sembrava far parte della sua rispettabilitą. Nulla si poteva obiettare riguardo al suo cognome, Littimer, sotto il quale era conosciuto. Un, Peter avrebbe potuto essere impiccato, o un Toni deportato; ma Littimer era perfettamente rispettabile.

       Suppongo che questo dipendesse dalla veneranda natura della rispettabilitą in astratto, ma mi sentivo particolarmente giovane in presenza di quest'uomo. Quanti anni avesse lui, non riuscivo a indovinarlo, e anche questo tornava a suo credito nello stesso senso: perché nella calma olimpica della rispettabilitą poteva avere cinquant'anni come trenta.

       Littimer fu nella mia stanza, il mattino, prima che mi fossi alzato per portarmi la mortificante acqua per la barba e rassettarmi gli abiti. Quando tirai le cortine e guardai fuori del letto, lo vidi, in un diffuso clima di rispettabilitą, insensibile al vento orientale del gennaio, senza nemmeno emettere il fiato opaco nell'aria fredda, intento a disporre le mie scarpe a destra e a sinistra, come nella prima figura di danza e a soffiar via i granelli di polvere dalla mia giacca mentre la metteva giĚ come un neonato.

       Gli diedi il buon giorno e gli chiesi che ora era. Egli trasse di tasca il piĚ rispettabile orologio da caccia che avessi mai visto e, fermando col pollice il coperchio a molla, perché non si aprisse del tutto, guardė il quadrante come se stesse consultando un'ostrica profetica, lo richiuse e disse che, col mio permesso, erano le otto e mezzo.

       «Il signor Steerforth sarą lieto di sapere come avete riposato, signore.»

       «Grazie,» dissi, «benissimo. E il signor Steerforth, sta bene?»

       «Grazie, signore; il signor Steerforth sta abbastanza bene.» Un'altra delle sue caratteristiche: nessun uso di superlativi. Sempre una calma e fredda via di mezzo.

       «Vi Ź qualche altra cosa che possa aver l'onore di fare per voi, signore? La campana di avviso suonerą alle nove; la famiglia fa colazione alle nove e mezzo.»

       «Niente altro, grazie.»

       «Grazie a voi, signore, prego»; e con queste parole, e con un piccolo inchino della testa nel passare accanto al letto, quasi scusandosi per avermi corretto, se ne andė, chiudendo la porta con la stessa delicatezza che se fossi caduto in quel momento in un dolce sonno dal quale dipendesse la mia vita.

       Ogni mattina tenemmo esattamente questa conversazione: non una parola di piĚ né una di meno; e tuttavia, invariabilmente, per quanto potessi essermi elevato al di sopra di me stesso la sera precedente, o avvicinato a un'etą piĚ matura grazie alla compagnia di Steerforth, o alla confidenza della signora Steerforth, o alla conversazione della signorina Dartle, in presenza di quest'uomo rispettabilissimo io, come cantano i nostri poeti minori, «tornavo un fanciullo».

       Ci trovė dei cavalli; e Steerforth, che conosceva tutto, mi diede lezioni di equitazione. Ci procurė dei fioretti, e Steerforth mi diede lezioni di scherma; dei guanti, e io cominciai, sotto lo stesso maestro, a imparare il pugilato. Non mi dava alcun turbamento il fatto che Steerforth mi trovasse un novellino in questi esercizi, ma mi era insopportabile l'idea di mostrare la mia scarsa abilitą davanti al rispettabile Littimer. Non avevo ragione di credere che Littimer conoscesse, lui stesso, queste arti; non mi lasciė mai supporre qualche cosa del genere nemmeno con la vibrazione di urla delle sue rispettabili ciglia; tuttavia, ogni volta che era presente ai nostri esercizi, io mi sentivo il piĚ immaturo e inesperto dei mortali.

       Mi soffermo particolarmente su quest'uomo perché mi fece una particolare impressione in quel tempo e a causa di quello che avvenne in seguito.

       La settimana passė nel modo piĚ piacevole. Passė rapida, come si puė immaginare, per una persona in estasi come io ero; e tuttavia mi offrď tante occasioni per conoscere meglio Steerforth e ammirarlo ancor piĚ sotto infiniti rispetti, che, al suo termine, mi sembrava di essere rimasto con lui per un tempo molto piĚ lungo. Un suo certo modo elegante di trattarmi come se fossi un giocattolo era per me piĚ gradito di qualsiasi altro comportamento che avesse adottato. Mi ricordava i nostri antichi rapporti, mi sembrava il loro naturale proseguimento, mi mostrava che non era cambiato, mi liberava da ogni disagio che avrei potuto sentire nel confrontare i miei meriti con i suoi e nel misurare i miei diritti alla sua amicizia su di un piano di eguaglianza; soprattutto era un comportamento familiare, spontaneo, affettuoso che egli non aveva con alcun altro. Come, in collegio, mi aveva trattato diversamente dagli altri ragazzi, mi avrebbe trattato nella vita, pensavo con gioia, in modo diverso dagli altri suoi amici. Ero sicuro di trovarmi piĚ di ogni altro vicino al suo cuore, e il mio cuore ardeva di devozione per lui.

       Decise di venire con me in campagna, e giunse il giorno della nostra partenza. Dapprima era stato in dubbio se portare o no Littimer con sé, ma decise di lasciarlo a casa. La rispettabile creatura, contenta del suo destino quale che fosse, sistemė le nostre valige sul carrozzino che doveva portarci a Londra come se avessero dovuto sfidare l'urto dei secoli, e ricevette con perfetta tranquillitą la mancia che gli offrii con tutta modestia.

       Dicemmo addio alla signora Steerforth e alla signorina Dartle con molti ringraziamenti da parte mia e molta affabilitą da parte della devota madre. L'ultima cosa che vidi fu l'occhio sereno di Littimer, colmo, mi parve, della silenziosa convinzione che io fossi davvero molto giovane.

       Quello che sentii nel ritornare cosď felicemente ai vecchi luoghi familiari, non tenterė di descriverlo. Viaggiammo con la diligenza postale. Mi stava tanto a cuore, ricordo, l'onore di Yarmouth, che, quando Steerforth disse, mentre attraversavamo le strade strette e buie verso la locanda, che, per quanto vedeva, era un buon buco bizzarro e fuori mano, ne fui molto compiaciuto. Andammo a letto appena arrivati (notai un paio di scarpe e di ghette sporche che ricollegai al mio vecchio amico il Delfino, nel passare davanti a quella porta) e facemmo colazione il mattino sul tardi. Steerforth, che era in gran forma, era andato gironzolando per la spiaggia prima che mi alzassi, e aveva fatto conoscenza, mi disse, con metą dei pescatori del luogo. Inoltre aveva visto in distanza quella che era sicuro fosse la casa del signor Peggotty, col fumo che usciva dal camino; e gli era venuta una gran tentazione, mi confidė, di entrarvi e giurare di essere me stesso cresciuto in modo da non riconoscersi.

       «Quando pensate di presentarmi lą, Pratolina?» chiese. «Sono a vostra disposizione. Fate voi i programmi.»

       «Be', pensavo che stasera sarebbe stato il momento opportuno, Steerforth, quando sono tutti seduti intorno al fuoco. ť un luogo cosď curioso e vorrei che lo vedeste nella sua intimitą.»

       «D'accordo!» rispose Steerforth. «Vada per stasera.»

       «Non darė loro alcuna notizia della nostra presenza, sapete?» dissi felice. «Dobbiamo coglierli di sorpresa.»

       «Naturalmente!» disse Steerforth. «Se non li cogliamo di sorpresa non c'Ź divertimento. Dobbiamo conoscere gli indigeni nelle loro condizioni primordiali.»

       «Sebbene siano quel tipo di gente che avete detto,» ribattei.

       «Ahah! Come? Vi ricordate le mie schermaglie con Rosa?» esclamė con un guizzo negli occhi. «Al diavolo quella ragazza, mi fa quasi paura. Per me Ź come un folletto. Ma non pensiamo a lei. Adesso che cosa avete intenzione di fare? Penso che vorrete far visita alla vostra governante.»

       «Be', sď,» dissi. «Devo veder Peggotty prima di tutti.»

       «Bene,» rispose Steerforth guardando l'orologio. «Potrei lasciarvi e venirvi a chiamare fra un paio d'ore. Vi basta?»

       Risposi ridendo che avrei potuto sbrigarmela entro quel tempo, ma che doveva venire anche lui perché si sarebbe accorto che la sua fama lo aveva preceduto e che era diventato un grande personaggio quasi come me.

       «Verrė dovunque vi piaccia,» disse Steerforth, «e farė tutto quello che volete. Ditemi dove devo andare e fra due ore mi presenterė in qualsiasi aspetto vi sarą gradito, sentimentale o comico.»

       Gli diedi istruzioni particolareggiate per trovare la casa del signor Barki